Appendice. Appunti per un aggiornamento
Fatima colpisce ancora. A sette anni dallo svelamento ufficiale, i postumi velenosi della storia del “Terzo segreto” continuano ad affliggere la Chiesa.
Sicché il segreto, col suo annuncio di persecuzione, finisce quasi per essere un esempio di profezia che si autoadempie: è la vicenda stessa di Fatima a costituire il vero calvario della Chiesa nel ventesimo e ventunesimo secolo.
È accaduto quanto ci si poteva attendere: al volume di Antonio Socci (“Il quarto segreto di Fatima”, Rizzoli) in cui si accusava la curia romana di aver occultato una parte del Terzo segreto, il cardinal Bertone ha risposto con un libro-intervista scritto con Giuseppe de Carli: “L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia” (Rizzoli).
Le congetture di Socci vi vengono definite “pure farneticazioni”, destinate per di più a fare il gioco “dell’antica massoneria per screditare la Chiesa”.
La controreplica è stata immediata e violenta: in un articolo apparso il 12.05.07 nelle News del suo sito internet (“Caro cardinal Bertone, chi e’ – fra me e lei – che mente sapendo di mentire? e lasciamo stare la massoneria …”), Socci accusa il cardinale di aver perso l’autocontrollo (“gli è scappata la frizione”) e lo sfida a rispondere esaurientemente a tutte le obiezioni mosse alla ricostruzione ufficiale dell’intricata vicenda.
Il tono è da interrogatorio di terzo grado: tra l’altro, si esige che Bertone spifferi quello che suor Lucia gli disse negli interminabili colloqui avuti con lui, colloqui di cui il cardinale afferma di non aver conservato altra registrazione che i suoi scarni appunti.
ll 31 maggio Bertone ha l’opportunità di reagire mostrando a “Porta a Porta” il testo originale del segreto insieme alle buste in cui era custodito. Socci non è stato invitato (la tesi di fondo del suo libro viene presentata sinteticamente in una scheda), sicché il cardinale può parlare a ruota libera, spalleggiato dal fido De Carli. Le sue conclusioni suonano come il titolo della trasmissione: “Non esiste il quarto segreto di Fatima”.
Due giorni dopo, Socci ribatte, sempre nelle “News” online. Dice che le sue tesi hanno ricevuto dal cardinale diverse involontarie conferme:
su nessuna delle buste mostrate figurava l’annotazione che mons. Capovilla afferma esservi stata apposta da Giovanni XXIII;
le dimensioni della busta mostrata in TV sono 9 cm per 14, mentre quella recata a suo tempo alla nunziatura per essere trasmessa a Roma risulta che fosse di cm 12 per 18; deve dunque trattarsi di due buste diverse;
mentre Bertone sostiene che la data del 1960 fu scelta da suor Lucia, Vespa ha mostrato la seguente scritta autografa della veggente (ripetuta su due buste): “Per ordine espresso di Nostra Signora questa può essere aperta nel 1960 dal patriarca di Lisbona o dal vescovo di Leiria”. Poiché in quella data era appena stato convocato da Roncalli il Concilio Vaticano II, “è del tutto naturale ritenere”, conclude Socci, “che il Segreto contenesse la profezia su una terribile apostasia conseguente al Concilio (che è poi avvenuta ed è in corso). E’ questo il motivo per cui Roncalli, impaurito, segretò tutto.”
Sbugiardamento su tutta la linea, dunque. L’impressione di uno spettatore neutrale è che Socci abbia quanto meno una buona fetta di ragione, e che il segretario di stato si trovi effettivamente in una posizione piuttosto critica.
Ma noi non pretendiamo di decidere chi abbia ragione. Vogliamo piuttosto elencare una serie di punti sui quali lo scrittore-giornalista - al di là di ogni questione di merito relativa alla vicenda del Terzo segreto - ha senza dubbio torto, in quanto perde completamente di vista i problemi che stanno a monte di ogni mariofania, e di quella di Fatima in particolare.
In quell’interminabile dialogo tra sordi che è tutta la vicenda di Fatima, nella ricostruzione di Socci la sordità viene di fatto scorrettamente attribuita solo alla Chiesa, dando quindi per scontato che:
1) il Cielo con le sue iniziative operi sempre nel modo più provvidenziale e più razionale possibile;
2) suor Lucia vada considerata sua irreprensibile portavoce, e che pertanto ogni parola, ogni sillaba da lei proferita sia da prendere come una comunicazione ufficiale del Cielo stesso.
In realtà, le cose stanno ben diversamente.
L’insipienza del Cielo
Per quanto riguarda il primo punto, Socci non viene neppure sfiorato dal sospetto che, all’opposto, il Cielo si comporti tanto spesso in modo sconsiderato, come in effetti risulta chiaramente da tutta la vicenda della Consacrazione della Russia, e come noi abbiamo ampiamente dimostrato nella monografia “Apparizioni e altre rivelazioni private” (in particolare nei capitoli “Modalità della comunicazione divina”, “Sorte delle apparizioni non riconosciute”, “Gli effetti delle apparizioni”).
Nel nostro caso, come non domandarsi se il progetto celeste di “lanciare” uno scottante segreto nel 1917 per poi farlo mettere per iscritto e chiudere in busta nel ’44 affinché fosse infine divulgato non prima del ’60 (e permettendo per di più alla veggente di sconsigliarne addirittura la divulgazione); come non domandarsi, dico, se un tale progetto fosse veramente il meglio che si potesse escogitare da parte della regìa divina per indurre alla conversione gli uomini e riportarli sulla via del bene?
È mai possibile che non affiori almeno qualche dubbio sulla bontà di una simile procedura, ossia sui problemi oggettivi che essa era destinata a creare?
E se il fine di tutta l’operazione era quello di ammonire la Chiesa di guardarsi dalle conseguenze nefaste del Concilio, che scopo può avere ritornarci sopra oggi, a distanza di quarant’anni, se non quello quasi perverso di mettere sotto gli occhi di tutti la colpevole negligenza della Santa Sede?
Socci ricorda che del famoso segreto Giovanni Paolo II nel 1982 affermò che “non lo si pubblicava perché poteva essere mal interpretato”; e aggiunge che “Ratzinger, nel 1996, disse che al momento certi ‘dettagli’ potevano nuocere alla fede”.
Ma come può allora non rendersi conto che con queste parole i due pontefici (pontefici, si badi, che egli stima, non il “conciliare” Giovanni XXIII!) censuravano senza mezzi termini il comportamento della Madonna, accusandola implicitamente di aver avanzato una richiesta inopportuna, o quanto meno intempestiva?
La saggezza del vicario di Cristo, che siamo tenuti a presumere assistito dallo Spirito Santo, si contrapponeva all’improvvida iniziativa celeste, configurando quindi la situazione, evocata da Gesù, del “regno diviso in se stesso”; con la differenza che in questo caso il regno non è la cricca di Satana, bensì il regno stesso di Dio.
L’ambiguità della veggente
Allo stesso modo, poi, Socci di fatto rifiuta di considerare i problemi oggettivamente causati – sul piano umano prima ancora che su quello teologico - da una veggente difficilissima da “gestire”. Eppure ancora una volta è lui stesso che ricorda che il segretario di Papa Wojtyla, proprio a proposito del “segreto”, disse a Marco Politi (che l’ha poi riferito a ”Porta a porta”): “ci vuole prudenza per capire cosa dice suor Lucia e cosa la Madonna”.
E De Carli, sia nel salotto di Vespa che ad una tavola rotonda tenutasi a Radio Maria il seguente 10 giugno, non si è fatto scrupolo di affermare che la veggente fu “una spina nel fianco” per cinque pontefici.
In effetti, suor Lucia viene da molti commiserata in quanto vittima della censura ecclesiastica, nonché ammirata per la sua supposta riservatezza, a conferma della quale starebbe la “coraggiosa” decisione di rinchiudersi in convento.
Ma in realtà, come già abbiamo detto nel capitolo “Bilancio di Fatima”, Lucia dos Santos fu abilissima nel gestire il suo carisma, assumendo gradualmente un ruolo e una figura di “santona” riverita e ossequiata; cosa che non sarebbe certo accaduta se fosse capitato di incontrarla fuori del convento, magari al supermercato, come i veggenti di Medjugorje.
Oltre a ciò, seppe abilmente approfittare del fatto di essere l’unica veggente superstite, e di non rischiare quindi di venir contraddetta da alcuno nel rivelare a scoppio ritardato i fatti del lontano 1917.
Protestò sempre di non voler fornire interpretazioni dei messaggi celesti e tanto meno di voler dare consigli, ma non si lasciò mai sfuggire l’occasione di fare l’una e l’altra cosa.
Fino ai suoi ultimi anni, poi, pur senza pronunciarsi esplicitamente, lasciò volentieri pensare che il Cielo continuasse a gratificarla di frequenti contatti.
Di fatto, dunque, la monaca si è autoaccreditata come portavoce ufficiale - a tempo indeterminato - della Vergine e di Nostro Signore.
Come abbiamo scritto nei capitoli “La consacrazione della Russia” e “Il Terzo segreto”, la “clausura” di suor Lucia lasciò filtrare all’esterno una miriade di informazioni, vere o presunte; ciò grazie alle migliaia di lettere che la suora vergò infaticabilmente e ai frequenti colloqui con parenti e con religiosi – di volta in volta espressamente autorizzati - da cui la clausura fu addolcita.
Tale fu dunque la veggente con cui la Chiesa dovette vedersela per oltre ottant’anni.
Chi come noi è agnostico può in fondo stare alla finestra a godersi lo spettacolo, a vedere il combattimento di galli e le sue conseguenze deleterie per la Chiesa.
Ma sul piano umano non possiamo non nutrire simpatia per gli sfortunati protagonisti - pontefici e loro collaboratori – trovatisi alle prese con un personaggio fondamentalmente ambiguo, nonché dotato d’un’invadenza e d’una pervicacia straordinarie (Giuseppe De Carli la definisce “cocciuta e determinata”).
“Apparizioni a strascico”
Se ora dal piano umano ci spostiamo a quello più propriamente teologico, riguardante il fenomeno stesso delle apparizioni di Fatima, non possiamo fare a meno di rilevare lo statuto decisamente anomalo di tali apparizioni; circostanza di cui Socci mostra di non tenere alcun conto.
Il “peccato d’origine” delle mariofanie portoghesi è evidente (noi vi abbiamo accennato al termine della nostra presentazione della problematica di Fatima).
La Chiesa di regola riconosce le apparizioni solo dopo che si sono concluse, per non correre il rischio (lo ammette senza riserve lo stesso padre Livio) che da esse dopo l’approvazione esca qualcosa di imbarazzante per la Chiesa e per la fede. Ma Fatima ha di fatto costituito una deroga clamorosa a questo sacrosanto principio.
In effetti, dopo l’approvazione avvenuta nel 1930 la Chiesa avrebbe dovuto opporre un deciso rifiuto a tutte le ulteriori “rivelazioni”. Ma non ebbe la presenza di spirito di farlo, forse perché era la prima volta che si presentava un caso del genere, almeno di tale “rango”.
Per di più, o la strategia divina o l’accortezza di suor Lucia fece presentare i nuovi contenuti, e in primo luogo i segreti, non come frutto di nuove comunicazioni celesti, ma come esternazione ritardata di rivelazioni risalenti al 1917 e che la Madonna stessa avrebbe disposto rimanessero segrete fino a metà degli anni Trenta.
È indubbio che l’episcopato portoghese si prestò incautamente al gioco, sollecitando la veggente a mettere su carta quanto più materiale possibile.
Fatima è così diventata un caso tipico di “apparizioni a strascico”: le visioni del ’17 sono diventate strumento di legittimazione di una serie interminabile di “depositi” di rivelazioni avute, a detta della veggente, in quella data, nonché – e questo non è meno grave - di un’altrettanto nutrita serie di visioni private o locuzioni interiori di cui la Vergine e lo stesso Nostro Signore avrebbero gratificato suor Lucia per altri ottant’anni.
La veggente, resa inattaccabile dalla credenziale costituita dal “miracolo del sole”, è così diventata, benché ufficialmente posta sotto silenziatore, una fonte inesauribile di soffiate che la Chiesa non poteva permettersi di ignorare, nonostante il fastidio che alcuni pontefici non hanno neppure cercato di nascondere.
Il riconoscimento accordato nel 1930 è divenuto una sorta di cambiale in bianco concessa a suor Lucia. Tanto che la Chiesa si è trovata a dover “accettare”, in quanto provenienti da una tale veggente, anche i contenuti di manifestazioni - quali le locuzioni interiori - sulle quali normalmente evita di pronunciarsi, non prendendole neppure in considerazione.
La carità cristiana e le mende del vangelo quadriforme
Socci nei suoi interventi attacca impietosamente il cardinal Bertone, imponendogli di chiarire tutti i punti controversi, così che si possa giungere a una ricostruzione completa e convincente della vicenda.
Come abbiamo detto, può anche darsi che egli abbia ragione su tutta la linea; ma non si vede come mai, pur proclamandosi costernato - in quanto credente - di dover accusare le supreme gerarchie ecclesiastiche, non si renda conto che in certi casi la carità cristiana, o quanto meno la carità di patria, dovrebbe indurre a “non approfondire” quel che sarebbe disdicevole mettere in piazza e dare in pasto a tutti.
È senz’altro possibile che qualcuno nella Chiesa abbia sbagliato in qualche fase della vicenda del Terzo segreto e che poi, non trovandosi il coraggio di riconoscere tempestivamente l’errore, nel tentativo di coprirlo si sia sbagliato nuovamente, trovandosi alla fine costretti ad “occultare” qualcosa di scabroso. In tale situazione, sarebbe però dovere di un pio credente rispettare il “riserbo” dell’autorità.
Socci invece vuol portare il cardinale a Canossa, vuole che si rimangi quel che ha detto e spiattelli tutto quel che è a sua conoscenza; e lo fa pur sapendo (sarebbe grave se non lo sapesse) che una simile débacle sarebbe disastrosa per la Chiesa.
Ma, a parte la questione della “carità” che pare difettare al nostro autore, vi è una domanda che vorremmo porgli e che ci pare estremamente importante: come mai, di fronte alle clamorose contraddizioni presenti in tanti punti dei quattro vangeli canonici, non è preso dalla stesso bisogno di vederci chiaro, pretendendo che l’esegesi offra una ricostruzione convincente dei fatti?
Perché non applica nell’esame dei racconti evangelici la stessa logica, perché non mostra la stessa implacabile diffidenza (una diffidenza “costruttiva”, s’intende, giustificata da un fine euristico), di cui dà prova nell’indagine intorno al Terzo segreto?
“Bertone non me la conta giusta”, dice in sostanza Socci; e incalza l’avversario, sfidandolo a chiarire varie circostanze che rendono incomprensibile la vicenda del segreto. Ma noi ci chiediamo perché, con la medesima determinazione nella ricerca della verità, non dica mai “Il vangelo (quadriforme) non me la conta giusta”. Come mai in quel caso digerisce tutto, con uno stomaco di struzzo?
Egli si compiace ad esempio di sottolineare che Giovanni nel primo capitolo del suo vangelo ricorda che erano le quattro del pomeriggio quando ebbe il primo incontro con Gesù; e attribuisce la precisione del ricordo al fatto che quell’incontro cambiò la vita al figlio di Zebedeo. Ma noi ci chiediamo: quando sottolinea un simile dettaglio, come può far finta di non vedere che questa versione della chiamata dei primi discepoli è assolutamente incompatibile con quella fornita dai sinottici?
Diverse sono in questi ultimi le modalità (l’iniziativa è di Gesù, non dei discepoli), diverso è il luogo (il Lago di Tiberiade, anziché “Betania, al di là del Giordano”), diversi i protagonisti (i primi due chiamati sono Pietro e Andrea, non Andrea e Giovanni) ...
Evidentemente è la pregiudiziale apologetica (ossia, in sostanza, la “carità di patria” di cui si diceva) a imporgli di “sorvolare” sulla clamorosa divergenza, che rende impossibile farsi un’idea del reale svolgimento dei fatti.
E Socci dovrebbe pur considerare che, allo stesso modo, la Chiesa da duemila anni finge di non vedere, ad esempio, che la presenza di Maria ai piedi della croce è attestata in modo estremamente precario; che i quaranta giorni di frequenti contatti tra il Risorto e i discepoli sono di fatto smentiti da tutti e quattro i vangeli; che l’Ascensione stessa e la Pentecoste sono smentite da tre vangeli su quattro; che ricostruire in modo appena accettabile la sequenza delle apparizioni pasquali e postpasquali di Gesù è impresa in cui hanno miseramente fatto naufragio i migliori cervelli del popolo di Dio; che sulla data della crocifissione (il giorno di Pasqua o la vigilia?) vi è un clamoroso contrasto tra Giovanni da un lato e i sinottici dall’altro; e così via.
La carità di patria ha imposto di “sorvolare” su tali questioni, nella ferma convinzione – per almeno diciotto secoli rivelatasi esatta - che un’aperta discussione volta a stabilire la verità dei fatti avrebbe nociuto alla fede assai più del velo di nebbia prudentemente steso su questi e altri simili punti dei racconti evangelici.
E non vi è chi non veda che la presenza o meno di Maria ai piedi della croce è fatto senz’altro più importante, nell’economia della storia della salvezza, che lo stabilire se quel pezzo di carta di cm 12x18, recante il presunto quarto segreto, era o non era nel mobiletto Barbarigo che faceva da comodino al Papa.
Vittorio Messori attribuisce a Socci “la preoccupazione di risparmiare alla Chiesa conseguenze devastanti, qualora la ‘censura’ ipotizzata del testo consegnato da suor Lucia fosse impugnata da avversari malevoli”. Ma ci risulta difficile capire: l’accusatore non chiede a Bertone di sussurrargli la verità nell’orecchio, ma di mettere ogni cosa nero su bianco, confessando il proprio peccato coram populo.
Ed è chiaro che, una volta fatta la confessione, chiunque potrà “impugnarla”, e in primo luogo proprio gli avversari malevoli. Qui le circostanze impediscono nel modo più assoluto che i panni sporchi si possano lavare in famiglia, al riparo da sguardi indiscreti. Unica soluzione “caritatevole”, come si è detto, sarebbe fingere di non vedere che sono sporchi, rinunciando al bucato.
Ma Socci non vuol neppure sentirne parlare.
Il vero, inevitabile bersaglio: il Papa
Il violento attacco al cardinale segretario di Stato ricorda assai da vicino quanto noi spesso segnaliamo nelle altre due monografie dedicate alle apparizioni (“Apparizioni e altre rivelazioni private” e “Lo scandalo Medjugorje”): chi denuncia l’indifferenza, la diffidenza, l’ostracismo della Chiesa nei confronti delle mariofanie lo fa sempre con un occhio di riguardo al papa, che sarebbe superiore ad ogni sospetto, incolpevole delle malefatte dei suoi collaboratori.
Socci fa qui lo stesso gioco: l’orditore dell’inganno che ha fatto sparire una parte del Terzo segreto è mons. Bertone, lui deve quindi risponderne.
Il pontefice invece, egli ci tiene a precisare, gli ha inviato una lettera a proposito del suo libro, lettera in cui lo ringrazia “per i sentimenti che l’hanno suggerito”. (Noi non conosciamo il resto del contenuto della missiva, e Socci ha tutto il diritto di tenerlo per sé; ma non pare fuori luogo congetturare che sia stata scritta proprio come una sorta di captatio benevolentiae, nella speranza di indurre l’autore della denuncia a non affondare il coltello nella piaga.)
Il Nostro poi non perde occasione per esaltare la saggezza del nuovo papa e la sua illuminata gestione del pontificato, arrivando già a dichiarare che “è un grande pontefice, papa Benedetto, e avrà un’importanza storica per la Chiesa” (così a proposito del motu proprio sulla messa in latino, cfr. “Libero” 08.07.07).
Senonché in questo caso la tecnica di tenere il papa fuori da ogni sospetto non funziona, perché manifestamente egli è stato a suo tempo, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’artefice di tutta l’operazione che ha condotto allo svelamento del Terzo segreto.
Probabilmente ne è stato anche l’ideatore; in ogni caso ha concertato la cosa con Giovanni Paolo II. E, dato che papa Wojtyla ormai non possedeva più tanta energia da potersi occupare a tempo pieno di una questione tutto sommato non centrale nell’economia del pontificato (così almeno si pensava), Joseph Ratzinger fu senza dubbio il protagonista assoluto dell’iniziativa. Mons. Bertone fu il suo collaboratore fidato, e certo non fece nulla che non avesse il benestare di Ratzinger.
Il quale, dal canto suo, non cercò in alcun modo di nascondere il suo ruolo nella vicenda, presentando personalmente alla stampa il testo del segreto e facendone un primo ufficioso commento teologico.
E, per finire, è evidente che egli apprezzò altamente l’opera del suo collaboratore, come dimostra il fatto di averlo voluto al proprio fianco nel governo della Chiesa nominandolo nientemeno che segretario di Stato. Senza contare poi che egli ha addirittura scritto la prefazione al volume di Bertone messo sotto accusa da Socci.
Se dunque ora si dovesse dimostrare che vi fu realmente occultamento di parte del segreto, ne risulterebbero colpiti al cuore non solo il carisma pontificale di Benedetto XVI, ma anche la sua onorabilità e rispettabilità.
A meno, s’intende, che non si voglia sostenere che lo stesso Ratzinger è stato ed è tuttora vittima di un raggiro ordito dal suo cardinale; il che configurerebbe un giallo dai risvolti penali, e in ogni caso deporrebbe assai male circa la personalità e la stessa lucidità mentale del pontefice.
Socci protesta di non sentirsi per nulla gratificato dal ruolo assunto nella vicenda: “Per me è un disastro, perché mi sento prima cattolico che giornalista. Avrei preferito aver torto marcio ed essere confutato”.
E rispondendo a tanti lettori che gli rimproverano di non aver steso sulla vicenda un velo caritatevole di silenzio (ecco la “carità” di cui abbiamo detto), cita una serie di affermazioni che ribadiscono la preminenza assoluta della sincerità nella prospettiva cristiana: affermazioni tratte da varie fonti autorevolissime, da san Paolo al Catechismo della chiesa cattolica, e culminanti nelle parole di Gesù “La verità vi farà liberi”.
Noi, che abbiamo posto nella nostra homepage il motto “Amicus Plato, sed magis amica veritas”, che si può considerare la versione laica del detto evangelico, non possiamo che consentire e rallegrarci. Ma non possiamo neppure evitare di correre col pensiero a tutte le distorsioni, le forzature, le manipolazioni, le vere e proprie falsificazioni di cui è costellata la storia dell’esegesi e della teologia cristiano-cattolica.
Una sequela interminabile di piae fraudes, insomma, che offendono proprio la verità e smentiscono frontalmente il principio secondo cui “non è lecito fare un male perché ne derivi un bene”; principio ricordato, dice Socci, dal “Catechismo” voluto e redatto proprio da Ratzinger.
Nel capitolo “Modalità della comunicazione divina” della monografia “Apparizioni e altre rivelazioni private” abbiamo parlato del peso crescente che un manipolo di giornalisti ha assunto nel delineare i contorni di una nuova religiosità, fondata prevalentemente sui carismi: ciò, oggettivamente, a discapito del ruolo magisteriale della Chiesa.
Antonio Socci fa parte del gruppo, e il suo attacco frontale - senza esclusione di colpi - al segretario di stato vaticano illustra meglio di cento discorsi quanto tali giornalisti siano per il magistero ecclesiale, al tempo stesso, sia validi alleati che temibili avversari e concorrenti: al pari di suor Lucia, possono divenire vere e proprie “spine nel fianco”.
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