controapologetica le bugie della fede

Gli effetti delle apparizioni

Tre paradossi

A questo punto non resta che chiedersi che cosa “resta” delle innumerevoli apparizioni della Madonna, nella stragrande maggioranza non riconosciute, e di tutte le altre rivelazioni private: che impronta lasciano, quali effetti - positivi e negativi – si possono ad esse attribuire.

Sugli effetti positivi è inutile soffermarsi: risveglio di fervore devozionale, preghiere, conversioni; insomma, i “frutti pastorali” di cui si è detto a suo luogo, che possono essere buoni a prescindere dall’autenticità della presunta mariofania, pur se spesso sono inscindibilmente legati a fatti meno positivi, quali la smodata ricerca di carismi che porta al cosiddetto “turismo delle apparizioni”.

Gli effetti negativi sono molto più importanti sotto il profilo teologico, ecclesiale e, in ultima analisi, anche pastorale.

Meritano perciò un esame più approfondito.

Vediamo innanzitutto aspetti delle apparizioni che, pur non essendo intrinsecamente negativi, limitano la possibile efficacia dei presunti fenomeni soprannaturali.

Cristofanie e mariofanie, si afferma, sono dei segni straordinari che, pur non essendo indispensabili, ci vengono largiti dal Cielo a sostegno della fede, in primo luogo per suscitarla in chi ancora non l’ha. In un certo senso, costituirebbero l’adeguarsi di Dio alle mutate condizioni della comunicazione tra gli uomini e al mutato grado di “disponibilità a credere”.

In un mondo sempre più scettico, sempre più restio a concedere l’assenso in mancanza dell’evidenza razionale o sensibile (salvo quando vuole essere ingannato, e allora si dà alla ricerca del soprannaturale d’accatto dei maghi e delle sensitive), Dio attenuerebbe il suo nascondimento mostrandosi direttamente nella persona di Gesù, e soprattutto mostrando la sua divina madre.

Se non che si verifica questo: i segni mandati per indurre a credere chi non crede hanno in genere una tale evidenza e univocità da non venire il più delle volte creduti – cioè riconosciuti come segni celesti - neppure da chi già crede, ossia in primo luogo dalla Chiesa, depositaria e custode della fede.

Potremmo chiamarlo il primo paradosso delle rivelazioni private.

Ma c’è di più: il fatto che la Chiesa creda a un’apparizione, ossia che riconosca il segno come mandato dal Cielo, è in via di principio - in una prospettiva ortodossa, non semplicemente legalistica – condizione necessaria perché il segno sia ritenuto di provenienza divina.

Abbiamo quindi un’inversione di ruoli: l’apparizione, che dovrebbe costituire prova di contenuti della fede, ossia di verità altrimenti non facilmente credibili, ha bisogno di essere a sua volta provata.

Morale: per credere (in modo ortodosso, s’intende) all’apparizione bisogna credere alla Chiesa; ossia: crede chi già credeva.

Potremmo considerarlo il secondo paradosso.

E se accanto all’aspetto della prova consideriamo quello della legittimazione - per cui l’apparizione, confermando per via soprannaturale certi contenuti della fede, verrebbe a costituire titolo di legittimità per la Chiesa che tali verità proclama – incontriamo un terzo paradosso: l’epifania che dovrebbe legittimare la Chiesa deve a sua volta venire legittimata, ossia autenticata, dalla Chiesa stessa.

Abbiamo pertanto una legittimazione incrociata, simile a quella che è implicita nella famosa affermazione di sant’Agostino: “ego evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas” (“Contra epistulam Manichaei liber unus” 5, 6). Io non crederei al Vangelo, dice il santo, se non mi inducesse a farlo l’autorità della Chiesa cattolica; se non che egli non considera che la Chiesa cattolica a sua volta trae la sua legittimazione proprio dal Vangelo, ossia fonda su di esso la propria legittimità.

A livello di fede, di prova e di legittimazione abbiamo dunque tre paradossi che possiamo considerare tre aspetti diversi di una medesima insanabile aporia, ossia della contraddizione di fondo che scaturisce dall’operare del Cielo per fini che ci appaiono in sé senz’altro comprensibili ma perseguìti con strategie che risultano del tutto inspiegabili, in quanto inadeguate o addirittura controproducenti.

Gli effetti deleteri delle apparizioni

Ma se fin qui abbiamo rilevato aspetti delle apparizioni che limitano fortemente le loro ricadute positive, è ancora più importante segnalare quella che è una loro ricaduta assolutamente negativa: la delegittimazione della Chiesa.

In altre parole, non solo esse non legittimano la Chiesa - come in teoria potrebbero fare, se non dovessero a loro volta venirne legittimate -, ma la delegittimano, ossia minano gravemente la sua credibilità ed autorevolezza.

Questo per due ordini di motivi:

- in primo luogo, come abbiamo visto, istituiscono un filo diretto tra i credenti e il Cielo, escludendo la mediazione della Chiesa, che risulta così destituita del suo compito istituzionale; tutto ciò con la duplice aggravante di non avvertirla neppure, né preventivamente né a posteriori, e di infliggerle spesso l’ulteriore umiliazione di messaggi ed istruzioni recapitàtile per il tramite di laici;

- in secondo luogo, con la loro molteplicità disorientante, rendono evidente a tutti che la Chiesa è completamente priva del discernimento del soprannaturale, il che significa che non gode di alcuna assistenza da parte dello Spirito Santo. Tanto da giungere ad esortare i fedeli a far uso del proprio discernimento personale.

E la percezione di tale condizione della Chiesa fa ovviamente sorgere a sua volta una più forte esigenza di filo diretto.

Primo e fondamentale corollario di tutto questo è che le apparizioni avvengono di fatto contro la Chiesa, e che la Chiesa deve difendersene; cosa che di regola fa, come sappiamo, per quanto le è possibile.

Come riconosce don Tommaso Stenico, il “bisogno del sacro” che le apparizioni attestano “è un fatto molto bello, ma preoccupante, da un punto di vista della Chiesa, da gestire” (NA 47).

Il Cielo però, delegittimando la Chiesa, non può evitare di incorrere a sua volta in una sorta di autodelegittimazione, poiché mette sotto gli occhi di tutti che, nella strategia celeste quale ce la mostrano le apparizioni, la mano destra non sa quello che fa la sinistra.

Impossibile non pensare al loghion di Gesù: “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno cade in rovina” (Mc 3,24). Le spaccature prodotte, o comunque evidenziate, nella Chiesa dal fenomeno delle apparizioni sono molteplici e profonde.

In primissimo piano, onnipresente, l’estraneità - ossia la totale mancanza di comunicazione - tra Cielo e terra, tra Dio e il suo vicario.

Poi il sorgere di una contrapposizione spesso grave, e in ogni caso imbarazzante: da una parte il popolo dei fedeli invocante il riconoscimento delle mariofanie, dall’altra le gerarchie ecclesiastiche che ignorano o avversano tali richieste.

E infine, nei singoli casi, contrasti, incomprensioni, ostilità varie che possono giungere fino a dividere i fautori stessi delle apparizioni.

Nel caso di Medjugorje abbiamo ad esempio la querelle tra il vescovo e i francescani; una spaccatura nell’episcopato stesso (quello iugoslavo in primo luogo); e a volte divergenze profonde, al di là di ogni possibile ruggine personale, tra convinti assertori delle apparizioni: ad esempio, tra René Laurentin e padre Livio, divisi, oltre che sul caso Vassula, sulla considerazione delle locuzioni interiori di Jelena Vasilij e Marijana Vasilj, e soprattutto sulla valutazione dei “segreti” (nonché della “vita di Maria”).

Mariofanie e cristofanie dunque attualizzano più che mai l’annuncio di Gesù: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10, 34; cfr. Lc 12,51). Una spada che strazia la Chiesa, regno “diviso in se stesso”, e soprattutto diviso dal Cielo che la esautora col filo diretto.

E proprio nei casi di apparizioni alla fine definite autentiche (magari dopo mezzo secolo!) si ha la dimostrazione concreta che Dio parla in un modo che risulta incomprensibile persino alla Chiesa ed al papa.

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