Il ‘Terzo segreto’
Sul “Terzo segreto di Fatima” sono stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro, divenuti oceani in occasione della recente divulgazione ufficiale.
Noi ci limitiamo ad esaminare gli aspetti pertinenti al nostro discorso, centrato sui difficili rapporti che le apparizioni istituiscono tra il Cielo e la Chiesa. In tale prospettiva, non è tanto il contenuto del segreto a risultare importante, quanto il modo in cui la Chiesa ha gestito (e tuttora gestisce) la delicatissima questione.
Suor Lucia mise per iscritto il “Segreto” all’inizio degli anni Quaranta: nel 1941 le prime due parti, il 3 gennaio 1944 la terza parte, destinata a rimanere segreta fino al 1960 e comunemente designata appunto come “Terzo segreto”.
Questa parte, custodita in busta sigillata dal vescovo di Leira, fu portata in Vaticano su richiesta del Sant’Uffizio nell’aprile del 1957.
Già da questi primissimi dati emerge qualche problema di non poca importanza. Ad esempio:
1) Chi fissò la data del 1960? Fu un’indicazione della Vergine, avrebbe detto Lucia (PF 172), la quale però ha pure detto di aver stabilito lei stessa tale data perché prima sarebbe stato difficile “capire” il segreto.
Comunque nel ’58 diceva a padre Fuentes: “Questa è la terza parte del messaggio, che resterà segreta fino al 1960” (SNS 51). E analoghe affermazioni le vengono attribuite da numerosi autorevoli testimoni (v. SNS 114).
2) Dopo la data fatidica, il segreto doveva o semplicemente poteva essere divulgato, a discrezione dei pontefici?
Anche qui abbiamo versioni contrastanti: in un primo tempo la veggente disse che si sarebbe dovuto renderlo noto; ma, ad esempio, nel ’92 avrebbe dichiarato: “Il Papa “può rivelarlo qualora lo desideri”, aggiungendo: “Ma io ne sconsiglio la rivelazione. Quando decida di farlo, gli consiglierò di essere molto prudente”. (Si noti, di passaggio, l’impareggiabile discrezione con cui la monaca anticipa quello che ha intenzione di consigliare al Papa!)
3) Prima del ’60 i Papi potevano conoscere il segreto? La domanda non è oziosa, dato che suor Lucia, consigliata dalla Vergine stessa, provvide ad eludere una richiesta in tal senso avanzata già nel 1944 da Pio XII.
L’atteggiamento dei singoli papi
1) Pio XII dunque chiese a suor Lucia notizie sul “terzo segreto” nel febbraio del ’44, ossia appena dopo la stesura del documento. “Lucia, non potendo divulgare il segreto prima del 1960, pregò la Madonna di suggerirle un rimedio. E la Madonna le disse subito che verso la fine della guerra sarebbe apparsa in Italia, in un piccolo paese, ad una bambina di 7 anni, per proteggere il Papa ed aiutare il mondo”. Così Mantero (PF 127).
In effetti la Vergine, come sappiamo, nel maggio successivo apparve a Ghiaie di Bonate alla piccola Adelaide Roncalli, affidandole un segreto da confidare esclusivamente al vescovo e al Papa. Cosa che infatti avvenne; solo che, non si capisce per quale ragione, avvenne nientemeno che cinque anni più tardi, nel 1949 (a guerra dunque da tempo finita)!
Comunque, fu per questo, secondo Mantero, che Pio XII non aprì neppure la busta giuntagli un anno prima della sua morte: il segreto l’aveva già conosciuto per altra via. In tal caso però appare semplicemente assurdo che egli non si sia adoperato per il riconoscimento delle apparizioni di Ghiaie di Bonate, della cui autenticità, stando così le cose, non poteva minimamente dubitare.
E qui sorge un nuovo interrogativo: perché il Papa volle (o permise) che la busta col segreto fosse portata a Roma, dato che, quale che ne fosse il motivo, non aveva intenzione di leggerlo? Si riprometteva forse di divulgare il testo nel 1960, cosa che gli fu poi impedita dalla morte?
Domande destinate a restare senza risposta. Va detto comunque che la tesi dell’informazione ricevuta dalla veggente di Ghiaie contrasta col fatto che “nel 1952 Pio XII affidò al gesuita austriaco padre Joseph Schweigl un incarico segreto presso la veggente” (SNS 83).
Il gesuita avrebbe poi confidato di aver ricevuto informazioni riservate sul terzo segreto. Ma il Sant’Uffizio non autorizzò la pubblicazione del colloquio da lui avuto con suor Lucia.
2) Su quel che fece Giovanni XXIII siamo invece ben informati. Si fece portare la busta, lesse il segreto, lo fece leggere ad alcuni suoi stretti collaboratori (una decina di persone in tutto) e decise di non pubblicarlo, facendo mettere per iscritto il seguente commento: “Non do nessun giudizio. Silenzio di fronte a una cosa che può essere una manifestazione del divino e può non esserlo”.
Posizione chiarissima, d’una semplicità disarmante: il Papa è tutt’altro che convinto che il messaggio recato da suor Lucia provenga veramente dalla Madonna, e non si sente di impegnare minimamente la propria responsabilità. Andrà tenuto presente.
Sappiamo inoltre che Giovanni XXIII non amava toccare l’argomento: il cardinale Oddi, che l’aveva invano sollecitato, ne ricavò la convinzione che “il segreto non conteneva nulla di buono”, ovvero “qualcosa di relativo a proibizioni, punizioni o disastri”, tutte cose, appunto, di cui papa Roncalli non amava parlare.
Mantero scrive: “Pare che, letto il contenuto della busta, fosse impallidito, dicendo: ‘Non possiamo rendere noto il segreto! Provocherebbe il panico’” (PF 187).
3) Quanto a Paolo VI, la storia dei suoi contatti con il Terzo segreto è telegrafica. Quasi due anni dopo la sua elezione, su sollecitazione di “qualche zelante”, come racconta mons. Loris Capovilla, si fece portare la busta; appreso dallo stesso Capovilla qual era stato l’atteggiamento del suo predecessore, disse: “Allora neanch’io dirò nulla”. E non se ne occupò più.
Si sa inoltre che tenne a distanza suor Lucia (si ricordi quanto abbiamo detto circa il suo apprezzamento nei confronti di E. Dhanis, negatore di “Fatima II”).
Del resto, come dice Guitton, “aveva una specie di avversione generica verso i veggenti. Sosteneva che una volta che la rivelazione si era compiuta, la Chiesa non aveva bisogno di queste cose, alle quali si dà un’importanza esagerata” (SNS 74).
4) Di papa Luciani non si sa se abbia letto il Terzo segreto. Ma probabilmente ne venne a conoscenza nel corso di un colloquio avuto con la veggente un anno prima della sua elezione.
Il colloquio risultò per lui traumatico: ne uscì sconvolto, “pallidissimo, bianco come un lenzuolo”. È probabile che avesse appreso della sua imminente elevazione al soglio pontificio, possibile che avesse ravvisato se stesso nel pontefice vestito di bianco destinato a cadere, secondo il testo divulgato del Segreto, sotto i colpi della persecuzione; Albino del resto vuol dire “Bianco” (scritto da suor Lucia proprio con l’iniziale maiuscola).
5) Sull’atteggiamento di Giovanni Paolo II nei confronti del Segreto abbiamo ancora una volta informazioni non del tutto concordanti.
Secondo il portavoce ufficiale della S. Sede, Joaquin Navarro Valls, il Papa avrebbe preso visione del documento poco dopo la conclusione del conclave. Ma tale tesi è nettamente contraddetta dalla versione fornita dal Segretario della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Bertone, nella “Presentazione” ufficiale del messaggio, nel maggio del 2000: “Giovanni Paolo II … ha richiesto la busta contenente la terza parte del ‘segreto’ dopo l’attentato del 13 maggio 1981”. E non si fa alcun accenno a un’eventuale presa di visione precedente.
Ovviamente non possiamo non prendere per buona questa versione, ufficiale e implicitamente avallata dal protagonista stesso. Come non possiamo nascondere la più profonda meraviglia per il comportamento del Pontefice. Ci ritorneremo parlando del “bilancio” di Fatima per la Chiesa.
Qui vogliamo chiarire un punto che ci pare importante per illuminare i rapporti tra il Cielo e la Chiesa quali emergono dalla vicenda del Terzo segreto.
Andrea Tornielli, mentre conferma che la busta fu aperta solo dopo l’attentato, dice che, a suo modesto modo di vedere, non si voleva divulgare il segreto per non suscitare allarmismi e per non invogliare qualche testa calda a cimentarsi nell’attentato al papa.
Giusto. Ma in questo caso si impongono alcune considerazioni.
1) Risulta ingenuo, al limite dell’ottusità, l’atteggiamento della Madonna, che avrebbe dovuto pensarci per prima, evitando di creare una simile situazione di imbarazzo: incredibile che in cielo non siano riusciti a vedere quello che ora riesce a vedere Tornielli. Per lo meno avrebbero dovuto sapere che, prima di prendere certe decisioni, è opportuno consultare qualche vaticanista.
Perché in ogni caso è chiaro: se il timore mostrato dai Papi era fondato, doveva essere evidente che il segreto sarebbe sempre rimasto tale, almeno fino a che non si fosse verificato l’evento fatidico; sicché si poteva prevedere che tutta l’operazione “profezia” sarebbe stata un buco nell’acqua.
2) Comunque sia, se si voleva attenuare l’effetto allarmistico e distogliere i mitomani dalla tentazione dell’attentato, bastava predire quello che poi effettivamente accadde (e che in cielo non potevano non sapere!), ossia che il papa sarebbe sopravvissuto all’aggressione. Si sarebbe anche evitata la “gaffe” della profezia inesatta.
3) Resta poi da spiegare perché la divulgazione del segreto non sia avvenuta subito dopo l’attentato, o comunque negli anni immediatamente successivi, dato che a quel punto i motivi addotti da Tornielli non sussistevano più, o comunque sussistevano allo stesso modo e nella stessa misura in cui sarebbero stati presenti negli anni successivi.
È comunque un dato di fatto che, a partire dall’attentato, le dimostrazioni di reverenza ed ossequio verso la Madonna di Fatima da parte del papa polacco non si contano: consacrazioni del mondo (e della Russia?) a Maria (con l’immagine custodita nel santuario fatta portare in piazza S. Pietro), ripetuti viaggi a Fatima, colloqui con suor Lucia, dono della “pallottola del miracolo” per farla incastonare nella corona della Vergine nel santuario; fino alla solenne beatificazione di Francisco e Jacinta e allo svelamento del Segreto.
Responsabilità
Un segreto è tale finché non viene rivelato. Ma lo svelamento può essere preceduto da accenni, allusioni, indiscrezioni, “soffiate” di varia importanza ad opera di chi conosce i fatti o presume di conoscerli. Nel nostro caso le “esternazioni” sono state ininterrotte (“cinquant’anni di indiscrezioni eccellenti”, nella felice definizione di Tosatti).
Ovviamente provenivano soprattutto da vescovi e prelati che avevano letto il documento e che, pur essendo tenuti al segreto, mostravano una gran voglia di parlarne (se non altro per far vedere che lo conoscevano). Ma una precisa responsabilità l’hanno un po’ tutti.
In primo luogo la veggente. Suor Lucia è tornata sull’argomento in numerose occasioni e, opportunamente sollecitata, ha cercato di dire e non dire, anziché opporre alle domande indiscrete un deciso fin de non-recevoir; inoltre non ha provveduto a smentire sollecitamente, come avrebbe invece dovuto, chi nel 1963 pubblicò la cosiddetta “versione diplomatica”.
In generale, va detto che questa “testimone scomoda e loquace” (Tosatti), per di più straordinariamente lucida e longeva, una volta scoperto come sia facile trovare udienza presso i mass media quando si porta un nome come il suo, ha preso a parlare di Consacrazione della Russia e di Terzo segreto quasi … a gogo.
A poco è servito il divieto di farle visita imposto dalla S. Sede, poiché dal divieto erano esclusi i parenti, nonché alcuni religiosi cui veniva accordato di volta in volta uno speciale permesso. E suor Lucia era ben provvista di parenti, dalla cugina Maria do Fetal alla nipote Maria di Belem all’altro nipote e sacerdote José Valinho: tutti, al pari dei religiosi ammessi al colloquio, desiderosi di comunicare al mondo le vere o supposte informazioni carpite.
Per di più la suora, a dispetto degli scarsi studi compiuti, aveva la penna facile: saranno un’esgerazione le 3000 lettere che le attribuisce Mantero (PF 68; e sarebbero solo quelle conservate dai Gesuiti di Porto e scritte ai papi per chiedere la consacrazione della Russia e la comunione riparatrice!), ma qualcosa di vero ci dev’essere.
Per concludere: la volontaria “clausura”, che qualcuno ha il coraggio di esaltare come prova della riservatezza di suor Lucia, si è rivelata in realtà un colabrodo. Ma evidentemente in cielo pensavano che andasse bene così.
Sull’altro versante, i papi. Anch’essi hanno talora suscitato curiosità e allarme proprio con le dichiarazioni con cui cercavano di sopirli (in particolare Giovanni Paolo II col famoso discorso di Fulda, nel 1980).
E persino l’Osservatore Romano nella sua edizione domenicale del 15.10.1978 arrivò ad avallare indirettamente l’autenticità della presunta versione diplomatica di cui si è appena detto.
Nel frattempo la Chiesa, oltre a mettere sotto chiave, per quanto le era possibile, suor Lucia, destituiva dall’incarico di postulatore nel processo di beatificazione dei bambini di Fatima padre Augustin Fuentes, che aveva raccolto un’intervista compromettente della suora; e bloccava sul nascere (dopo due soli volumi - per di più severamente censurati - dei quattordici previsti) la pubblicazione dei documenti raccolti dall’archivista ufficiale di Fatima, padre Joaquin Alonso.
Come se ciò già non bastasse a creare un’atmosfera di sospetto, dai più stretti collaboratori dei pontefici uscivano dichiarazioni contrastanti sull’itinerario vaticano della busta contenente il segreto: rinviata da Giovanni XXII al Sant’Uffizio o tenuta nella propria stanza? Conservata in un cassetto o in un piccolo scrigno posto su un tavolo? Pervenuta al Vaticano il 4 o il 16 aprile del 1957?
La presenza di tante informazioni contraddittorie non poteva non preparare un terreno fertilissimo per le insinuazioni più malevole.
Segreto non svelato?
Così, a partire dallo svelamento ufficiale, il “giallo” di Fatima entra in una nuova fase, quella della contestazione.
Cominciano a levarsi voci che esprimono diffidenza o addirittura rifiuto nei confronti del testo diffuso dalla Santa Sede. Siamo in pieno boom della “fatimologia”, nata nei decenni scorsi.
Tra i movimenti “fatimiti” si segnalano quello legato alle apparizioni di Bayside (New York, veggente Veronica Leuken) e il “Fatima Crusader” del sacerdote canadese Nicolas Gruner.
Le tesi dei contestatori mettono capo a due diverse accuse:
1) il testo divulgato dalla Santa Sede è un falso;
2) il testo è incompleto, è solo uno dei due documenti redatti da suor Lucia.
Entrambe le accuse possono vantare ottimi argomenti, in quanto il comportamento della gerarchia ha disseminato di dubbi e di legittimi sospetti il percorso del segreto, dalla stesura alla pubblicazione.
In particolare, sullo scorcio del 2006 è uscito un volume di Antonio Socci intitolato, in modo provocatoriamente significativo, “Il quarto segreto di Fatima”. Il libro rilancia in modo deciso la seconda delle ipotesi ora ricordate.
Sulla scorta di confidenze e ammissioni di mons. Loris Capovilla, già segretario personale di Giovanni XXIII, si formula la congettura che il Terzo segreto contenesse, nella parte non pubblicata, previsioni catastrofiche per la Chiesa e per l’umanità.
Si sarebbe pertanto deciso di divulgare tale imbarazzante messaggio solo in forma indiretta, lasciandone trapelare a poco a poco i contenuti nel corso del magistero ordinario, soprattutto mediante richiami all’Apocalisse.
Padre Livio, pur giudicando positivamente il libro di Socci, dissente da tale ipotesi. Un’operazione talmente spregiudicata gli pare indegna del Papa e della Santa Sede.
Condividiamo senz’altro tale giudizio, ma non possiamo fare a meno di sottolineare che, proprio per questo, qualora si dimostrasse che una parte del Segreto è stata in effetti volutamente occultata, la sconfessione, la perdita di prestigio che ne deriverebbe alla Chiesa sarebbe clamorosa e irrimediabile.
Si dovrebbe concludere infatti che neppure le più solenni dichiarazioni delle sue massime autorità, pontefice compreso, sono da considerare attendibili.
Torneremo su questo punto in un prossimo capitolo, parlando del bilancio delle apparizioni di Fatima.
Sta di fatto che, obiettivamente, la vicenda del Terzo segreto si configura più che mai come un vero e proprio giallo.
Quanto al merito di questo giallo, noi non intendiamo affrontare il discorso, e tanto meno proporre una soluzione: quel che ci preme ribadire è che anche in questo caso, come in quello della Consacrazione della Russia, la ridda di ipotesi è stata propiziata da comportamenti censurabilissimi dell’autorità ecclesiastica, non esclusi i suoi massimi esponenti; nonché, ovviamente, da scelte letteralmente incomprensibili della regía divina.
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