I fratelli di Gesù
Sono numerosi i passi del Nuovo Testamento, e in particolare dei Vangeli, in cui si parla di “fratelli di Gesù”. Ciò è naturalmente incompatibile con la verità di fede della perpetua verginità di Maria, ossia della sua verginità dopo il parto.
Di qui lo sforzo massiccio dell’apologetica, da ormai sedici secoli (ma le contestazioni si sono moltiplicate soprattutto a partire dal Settecento), per cercare di dimostrare che in tutti questi passi il termine “fratelli” (adelphói in greco) non significa “figli dello stesso padre e/o della stessa madre”, bensì “cugini” o addirittura, in senso ancora più largo, “parenti”, “membri di uno stesso gruppo famigliare”.
I passi in questione sono i seguenti:
| Mt 12, 46.47 (+ 48.49) | Mt 13, 55 (fratelli e sorelle) |
| Mc 3, 31.32 (+33.34) | Mc 6, 3 |
| Lc 8, 19.20 | |
| Gv 2, 12; | Gv 7, 3.5.10 |
| At 1, 14 | |
| 1 Cor 9, 5 | |
| Gal 1, 19 |
Come si vede, si tratta di almeno 15 versetti, di cui 12 si trovano nei Vangeli.
A questi passi ne vanno aggiunti due che, pur non parlando di fratelli, contengono elementi imbarazzanti per i sostenitori della perpetua verginità della Madonna:
Mt 1, 25
Lc 2, 7.
Come abbiamo detto, si tratta di un tema su cui l’esegesi devota ha sempre fatto quadrato, sviluppando una rete di argomentazioni via via più “sofisticate”. Noi esponiamo qui argomentazioni di segno opposto, insieme a puntuali confutazioni degli argomenti dell'apologetica.
1) La prima considerazione da fare sull’argomento è che i passi in cui compare il termine “fratelli” in relazione a Gesù sono numerosi, per cui si può senz’altro escludere che si tratti di un termine impreciso, poco felice, impiegato occasionalmente.
L’argomento fondamentale di chi sostiene che in tali passi adelphói, contrariamente al solito, non indica dei fratelli di sangue – ossia fratelli germani o fratellastri - è costituito dal fatto che in ebraico, così come in aramaico (la lingua correntemente parlata in Palestina al tempo di Gesù), esiste un solo termine per indicare sia il fratello che un parente meno stretto, come il cugino o il nipote.
La debolezza di tale argomento è evidente: i Vangeli sono scritti in greco e quindi destinati a lettori grecofoni, i quali non erano certo tenuti a conoscere le particolarità lessicali dell’aramaico, e cionondimeno avevano il diritto di non essere informati in modo fuorviante circa Gesù. Pertanto, anche ammesso che nella mente degli evangelisti fosse rimasta l’eco delle parole di Gesù stesso e/o delle prime tradizioni formatesi dopo la sua morte, è impensabile che essi usassero termini tali da indurre in errore gran parte dei loro destinatari.
Padre Emanuele Testa ha affermato una volta dai microfoni di Radio Maria (01.08.99) che Luca, scrivendo per i Greci, dice “rimetti a noi i nostri peccati” anziché “i nostri debiti”, come fa invece Matteo, perché ai non Giudei non era familiare l’idea del peccato come debito.
Di conseguenza, ne deduciamo, perché mai non avrebbe dovuto usare un termine greco appropriato per tradurre quello aramaico che ci interessa, dato che si rivolgeva a destinatari cui certo non era familiare il fatto che in aramaico vi è un unico termine per indicare fratelli, cugini ed altri parenti stretti?
Lo stesso padre Testa dice che l’espressione “fratelli di Gesù” ha sempre costituito un problema per gli occidentali, ma mai per gli orientali. Al che è facile obiettare innanzitutto che Cristo non ha specificato di andare a predicare solo ad oriente: Marco, ad esempio, non ha forse scritto in primis per i Romani? E poi, guarda caso, son proprio gli ortodossi (orientali, quindi) che considerano gli adelphói, anziché cugini, fratellastri di Gesú (nati da un primo matrimonio di Giuseppe)!
Se poi spostiamo l’attenzione dai destinatari dei Vangeli ai loro redattori, vediamo che almeno uno di loro, Luca, era di cultura non giudaica ma greca, e fu inoltre a stretto contatto con Paolo, per il quale il greco era una seconda madrelingua. È pressoché escluso quindi che, scrivendo in greco, “pensasse” in aramaico.
Vittorio Messori denuncia l’arroganza di tanti biblisti europei o nordamericani, “spesso incredibilmente persuasi che le loro categorie siano universali”, e valgano quindi anche per i tempi biblici.
Ma è facile obiettare che, proprio perché vi era a quei tempi - e vi è tuttora - diversità di consuetudini linguistiche tra i popoli circa i termini di parentela, non si comprende come mai chi ha presieduto alla redazione dei testi evangelici non abbia fatto in modo che fosse scongiurato il sorgere di spiacevoli equivoci. Le possibilità certo non mancavano.
Da quanto abbiamo detto si sarà già compreso che il greco possedeva un termine preciso per designare il cugino. Tale termine era anepsiós, e si dà il caso che sia stato proprio Paolo ad usarlo: per indicare Marco, lo definisce “il cugino di Barnaba” (Col 4, 10). Questo è ovviamente un argomento assai forte contro l’ipotesi che adelphói stia ad indicare dei cugini anziché dei fratelli.
2) Un’altra argomentazione spesso utilizzata dai difensori della perpetua verginità di Maria consiste nel giustificare l’uso di adelphói nei passi in questione col fatto che il termine si trova non di rado impiegato nell’Antico Testamento per indicare rapporti di parentela diversi da quello sussistente tra i fratelli.
Si citano, tra l’altro, Gn 13, 8 (dove Abramo chiama “fratello” Lot, che era in realtà suo nipote), e 1Cr 23, 22 (dove i figli di Kish vengono definiti fratelli delle figlie di Eleazaro, mentre ne erano i cugini).
È facile controbattere in primo luogo che gli esempi che si possono addurre sono pochi (oltre che quasi esclusivamente concentrati in alcune sezioni della Genesi), e l’unico veramente persuasivo (riferentesi a cugini) è quello del primo libro delle “Cronache”.
In secondo luogo, si tratta di testi alquanto lontani nel tempo; anche le “Cronache”, pur essendo di redazione piuttosto recente (risalgono probabilmente al IV secolo), riproducono certo materiali più antichi.
Ma, soprattutto, l’argomento dell’uso veterotestamentario è assai debole in quanto, come ha notato J. Gilles, nei casi che si sogliono citare noi veniamo a conoscere la vera natura del rapporto di parentela dal contesto stesso.
Ora, è comprensibile che si impieghi una parola o un’espressione ambivalente o comunque ambigua quando si sa che il contesto provvederà ad eliminare ogni possibile malinteso; assai meno o per nulla giustificato è invece tale uso quando la delucidazione manca e possono quindi sorgere equivoci pericolosi, come avviene appunto nel caso dei fratelli di Gesù.
3) Argomento apologetico simile al precedente: adelphói, si afferma, viene spesso usato in un senso più largo che quello di ‘fratelli’ nella traduzione greca del Vecchio Testamento chiamata “dei Settanta”, che era molto in voga al tempo di Gesù e dalla quale sono tratte di regola le citazioni veterotestamentarie presenti nei Vangeli.
Si tratta di un argomento tutt’altro che convincente; sia, ancora una volta, per la distanza di due o tre secoli che separa la versione dei Settanta dall’età apostolica, sia, soprattutto, perché un traduttore è normalmente portato a rispettare la lettera dell’originale (affidando all’esegesi la “disambiguazione”) più di quanto non lo sia un vero autore - quale è l’evangelista – verso le sue fonti.
Ciò è tanto più vero nel caso della traduzione di un testo sacro, che si impone per una sorta di fissità sovratemporale.
Scrive John P. Meier che gli autori del Nuovo Testamento, “per quanto avessero davanti a sé fonti scritte in aramaico – se ve ne furono -, […] certamente non ritenevano di avere a che fare con testi sacri fissi, che dovevano essere tradotti rigidamente parola per parola”. E fa notare che Paolo, quando parla di “Giacomo fratello del Signore” e dei “fratelli del Signore” si esprime “in prima persona, con un suo stile proprio e di sua propria autorità”; sicché “è difficile pensare che stia traducendo alla lettera qualche documento preesistente composto in ebraico o in aramaico!”
Inoltre, come abbiamo visto, Paolo conosce anepsiós e lo usa; quindi, “se avesse inteso parlare di un cugino anziché di un fratello, molto verosimilmente in Gal 1, 19 e in 1 Cor 9, 5 avrebbe scritto anepsiós, e non adelphós”.
4) Va precisato che è assolutamente inesatto dire che in aramaico non esiste un termine per ‘cugino’ e che pertanto si deve usare in ogni caso adelphós.
Corretto è dire che in aramaico vi è un solo termine (aha, ebraico ‘ah) per indicare uno stretto rapporto di parentela che non sia tra genitori e figli o tra marito e moglie, mentre in greco la stessa area semantica è coperta da più termini, corrispondenti a fratello/sorella, cugino e nipote.
La precisazione è importante perché ci autorizza a considerare la situazione anche in una prospettiva simmetrica: se ad aha corrispondono, secondo i casi, adelphós e anepsiós, dovrebbe capitare non solo che dei cugini vengano etichettati come fratelli, ma anche che dei veri fratelli siano erroneamente designati come cugini. Invece, stranamente, quest’ultimo caso non si verifica mai.
Altra circostanza singolarissima e oltremodo sospetta: a parte il caso dei fratelli di Gesù, tutti gli altri “fratelli” (e “sorelle”) citati nel Nuovo Testamento per universale consenso si intende che siano veramente tali. Si tratta di Simon Pietro e Andrea, di Giacomo e Giovanni (i due figli di Zebedeo) e di Marta e Maria insieme al loro fratello Lazzaro.
Sicché le quindici menzioni di “fratelli” a proposito di Gesù sono proprio le uniche in cui adelphós sarebbe da intendere come ‘cugino’ o qualcosa del genere.
Possiamo addirittura ricordare, con J. P. Meier, che adelphós compare nel NT, usato in senso proprio o figurato (indicante cioè i fratelli in senso spirituale, ideologico), ben 343 volte, sempre col valore di ‘fratello’ tranne che quando si parla dei fratelli di Gesù.
Come minimo, va detto che gli evangelisti e gli altri agiografi (ovvero chi ne ha coordinato il lavoro dall’alto) avrebbero dovuto rendersi conto che una situazione del genere avrebbe potuto creare qualche problema ai futuri lettori, inducendoli in un deplorevole equivoco.
Comunque, quando si traduce da una lingua nella quale non esiste una certa distinzione - lessicale o morfosintattica - in un’altra in cui tale distinzione esiste, anche il traduttore più sprovveduto sa che per non incorrere in una gaffe occorre cercar di capire, alla luce del contesto, qual è il vero senso di una determinata parola o espressione nella lingua di partenza.
Lo scolaretto che traduce “abbiamo avuto bel tempo” con “we had a nice time” non può addurre a scusante il fatto che nelle lingue romanze vi è un unico termine per indicare il tempo cronologico e il tempo atmosferico. Verrà bocciato, poiché traducendo in una lingua in cui tale distinzione esiste doveva disambiguare la frase di partenza e usare “weather” anziché “time”. Invocare l’attenuante è in fondo puerile. E qui lo scolaretto sarebbe nientemeno che lo Spirito Santo!
Eppure, tale scusa puerile viene tranquillamente invocata, (e spesso con la pretesa di tappare la bocca a tutti) per giustificare gli evangelisti (tutt’e quattro, e in più Paolo) che, da un ipotetico aramaico, traducono sistematicamente con “fratelli” dove ci voleva “cugini”. E non a proposito di una quisquilia, bensì in un contesto che implica conseguenze gravissime per l’immagine di Maria, e quindi per la fede.
Se si comportassero con tanta leggerezza e incompetenza gli addetti d’ambasciata incaricati di tradurre testi ufficiali, avremmo ogni giorno un incidente diplomatico.
5) Altra risorsa dell’apologetica per negare che i fratelli di Gesù siano veramente tali è il fatto che nella Scrittura nessuno, all’infuori di Gesù, viene definito “figlio di Maria”. Ma è capzioso sostenere che se i supposti fratelli di Gesù fossero veramente tali verrebbero definiti “figli di Maria”.
È infatti evidente che, non essendovi mai motivo di presentarli come protagonisti al posto di Gesù, essi vengono definiti in rapporto a lui, esattamente come Maria stessa: fratelli di Gesù loro, madre di Gesù lei. Non vi è mai una situazione in cui, in assenza di Gesù, occorra mettere a fuoco il rapporto tra la madre presentata come protagonista e i figli, nel qual caso si renderebbe opportuna la definizione di “figli di Maria”.
E questo vale anche per l’accenno di At 1,14, dove si parla degli apostoli riuniti “con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui”: è assurdo affermare, come fa Gianpaolo Barra, che “se quei fratelli di Gesù fossero stati veramente figli della Madonna, san Luca avrebbe dovuto scrivere, molto più correttamente [sic]: "C’era Maria, Madre di Gesù con gli altri suoi figli"”.
In realtà, Luca ha scritto in modo correttissimo: i personaggi in questione non si trovano nel cenacolo perché figli di Maria - quasi che avessero seguito la madre solo per non restarsene abbandonati a Nazaret -, ma perché legati a Gesù, quale che fosse il legame - di fratelli o di cugini - che li univa a lui.
Tant’è vero che essi svolsero poi un ruolo nella Chiesa primitiva; mentre di un particolare ruolo di Maria, per quanto la catechesi fantastichi di una sua iniziativa per propiziare la Pentecoste, la Bibbia non dice nulla.
Affine a questo è l’argomento secondo cui “in nessun luogo della Scrittura è scritto che Maria abbia avuto altri figli”.
Si tratta di una tesi quanto mai discutibile: se, dove è scritto, si pretende che le parole significhino un’altra cosa, allora ovviamente non è scritto da nessuna parte. In effetti però, quando si parla di “fratelli di Gesù”, si afferma che Maria e Giuseppe ebbero altri figli.
Solo se i “fratelli” sono in realtà cugini o qualcos’altro potremo dire che l’affermazione non sussiste.
Questo argomento pertanto non è che una diversa forma del primo che abbiamo esaminato.
6) Per quanto riguarda l’espressione di Mc 6, 3 (“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”), non è sostenibile che la presenza dell’articolo determinativo dimostri inoppugnabilmente che quel figlio è unico.
In simili situazioni comunicative, l’individuazione della persona, procedendo per gradi, usa una certa qualifica come elemento distintivo in un ambito che mentalmente si è già definito, facendola precedere all’articolo: “Simone lo zelota”, ad esempio, e “Simone il cananeo” non implicano che esistesse un solo zelota o un solo cananeo, ma che tale specificazione bastava a distinguere quel determinato Simone da uno o più altri presenti nel gruppo di cui si stava parlando, il gruppo dei Dodici.
Nel nostro caso, una volta indicato Gesù come il carpentiere (anche questo non necessariamente unico a Nazaret), l’approssimazione all’identità del soggetto procede simmetricamente con la ripetizione dell’articolo davanti ad ogni nuova qualifica che viene introdotta. Ciò non toglie che si potesse anche scrivere, meno espressivamente, “…il carpentiere, figlio di Maria, fratello di …”.
Ma quanto sia infondata la pretesa di vedere nell’articolo anteposto a “figlio” un’indicazione dell’unicità di tale figlio lo dimostra il fatto che l’articolo si trova anche davanti a “fratello”; e, nell’ipotesi dell’apologetica (ossia che il termine significhi ‘cugino’ o addirittura ‘parente’), avremmo l’assurdo di Gesù definito unico cugino, o addirittura unico parente, dei quattro personaggi qui nominati, nonché delle cugine/parenti menzionate subito dopo.
7) Un paio di spunti vengono offerti all’apologetica da quel poco che sappiamo della vita di Gesù. Il primo è costituito dall’episodio dello smarrimento del fanciullo a Gerusalemme: se vi fossero stati altri figli, si dice, Maria non avrebbe potuto viaggiare, sarebbe dovuta rimanere a Nazaret ad accudirli.
Poiché non sappiamo nulla delle opportunità che Maria aveva di affidare dei bambini a famigliari e parenti, l’argomento rimane una semplice congettura. Soprattutto se si pensa che, anche in presenza di altri figli, la madre, debitamente catechizzata a suo tempo da Gabriele, doveva avere per Gesù una considerazione tutta particolare.
Non si può enfatizzare fino all’ossessione l’atteggiamento di Maria intenta a rimeditare (per una vita intera!) le esperienze vissute in occasione della presentazione di Gesù al tempio e poi pensare che la Vergine potesse starsene a casa quando il divino bambino ritornava nella dimora di Dio.
Senza contare, d’altronde, che proprio la presenza di qualche altro piccolo da custodire potrebbe in qualche modo spiegare l’incredibile distrazione dei due sposi nei confronti di Gesù al momento del ritorno. Va poi ribadito quanto si dice a suo luogo circa l’improbabile storicità dell’episodio (v. “Il ritrovamento di Gesù nel tempio”).
8) Il secondo spunto è dato dall’affidamento della madre a Giovanni compiuto da Gesù sul Calvario. Esso non sarebbe avvenuto, si sostiene, se Maria avesse avuto altri figli.
Questa tesi, cara ai Padri medievali impegnati a difendere la verginità della Madonna, è stata praticamente destituita di attendibilità da quando, nove secoli or sono, si è cominciato a scorgere nell’affidamento un valore simbolico, ossia l’elevazione di Maria a madre di tutti i credenti.
Non si può puntare contemporaneamente sulle due interpretazioni dell’episodio, quella famigliare e quella ecclesiale: è chiaro che nel secondo caso l’affidamento conservava tutto il suo significato anche se Maria avesse avuto altri dieci figli.
9) Un argomento che viene spesso addotto per negare l’esistenza di veri fratelli di Gesù consiste nell’ipotesi che l’espressione “fratelli del Signore” fosse una sorta di formula fissa in uso nella Chiesa primitiva per indicare il gruppo di parenti di Gesù che nell’ambito della chiesa stessa godeva per ovvi motivi di una particolare considerazione (mons. Ravasi, citato da Messori, parla addirittura di “gruppo di pressione”).
Argomento assai fragile, in primo luogo in quanto tale particolare considerazione poteva benissimo essere rivolta a un gruppetto di fratelli anziché di cugini o parenti di diverso grado; in secondo luogo perché, se le cose stavano in questi termini, non si vede per quale motivo gli evangelisti non ne abbiano fatto cenno.
Ma l’obiezione più forte contro tale argomento è costituita dall’espressione “fratello di Gesù” (si badi: non “fratello del Signore”) impiegata da Giuseppe Flavio per indicare Giacomo di Gerusalemme.
Scrive J. P. Meier:
“Flavio Giuseppe non dipendeva da alcuno scritto del Nuovo Testamento per le sue asserzioni su Gesù e Giacomo. Parlando indipendentemente, Flavio Giuseppe, che conosce benissimo la differenza tra ‘fratello’ e ‘cugino’ in greco e che addirittura corregge l’uso ebraico della Bibbia a favore della precisione greca su questo punto, chiama chiaramente Giacomo fratello, non cugino, di Gesù. La rilevanza dell’uso del Nuovo Testamento riceve così una conferma indipendente da un giudeo di lingua greca che sa benissimo come evitare ‘fratello’ e scrivere ‘cugino’, quando questa è la precisa relazione in questione”.
In effetti lo storico ebraico arriva a distinguere esplicitamente adelphós da anepsiós, mettendo in bocca a Giacobbe le seguenti parole rivolte a Rachele: “Rebecca, mia madre, è sorella di Labano, tuo padre. Essi avevano lo stesso padre e la stessa madre, quindi noi, tu ed io, siamo cugini”. E per dire ‘cugini’ usa proprio anepsiói, evitando di tradurre ah con adelphós.
Meier commenta: “Quindi, quando Flavio Giuseppe chiama Giacomo ‘il fratello di Gesù’, non c’è ragione di pensare che intenda qualcosa di diverso da ‘fratello’”. Conclusione inoppugnabile.
10) Affine alla precedente è l’argomentazione che vede l’impossibilità che si trattasse di fratelli nel fatto che tali presunti fratelli hanno un atteggiamento alquanto critico nei confronti di Gesù. Dei fratelli, si dice, essendo più giovani, non avrebbero mai potuto permetterselo.
Questo è vero, ma solo in via di principio: il figlio maggiore aveva senz’altro un ruolo preminente, ma ciò non poteva valere qualora egli si comportasse in modo da venir indicato dalla vox populi come un caposcarico, tale quindi da mettere a repentaglio il buon nome della famiglia. E questo, ci dice il vangelo di Marco, era proprio il caso di Gesù (cfr. Mc 3, 21); comunque sia, i famigliari avevano di lui un’opinione tutt’altro che buona (cfr. Gv 7, 3-5), ed egli stesso se ne lamenta (cfr. Mc 6, 4: “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”).
Nel caso poi che Gesù fosse considerato dai suoi concittadini un illegittimo, ipotesi su cui qui non possiamo dilungarci, la sua mancanza di prestigio e di autorità in famiglia risulterebbe perfettamente spiegata.
Resta infine da considerare un’altra possibilità, ossia che nel gruppo dei fratelli vi fosse anche qualche parente meno stretto ma più anziano e quindi autorevole.
Questo potrebbe spiegare l’atteggiamento critico del gruppo senza scalfire minimamente la legittimità dell’indicazione che ce lo presenta come composto da “fratelli”.
11) Una circostanza degna della massima attenzione è senza dubbio costituita dalla presenza dell’articolo determinativo davanti al termine “fratelli” (di Gesù).
Se è stata raramente considerata, almeno nel mondo occidentale, ciò è forse dovuto al fatto che in latino non esiste l’articolo. Si tratta comunque di un argomento tutt’altro che trascurabile, poiché al plurale l’articolo determinativo ha funzione “totalizzante”, indica cioè tutti gli elementi di un insieme: quando diciamo che i leoni sono carnivori, intendiamo dire che tutti i leoni lo sono, e lo stesso di regola accade quando diciamo “i fratelli di Guido”: in mancanza di precisazioni in contrario, si intenderà che Guido non ha altri fratelli al di fuori di quelli di cui stiamo parlando.
Ora, se è normale che si indichino tutti i fratelli di una persona come un insieme definito, quasi come un blocco unico, ciò è assai meno comprensibile nel caso di cugini o di parenti ancor meno stretti, i quali costituiscono un gruppo di consistenza numerica difficilmente precisabile. E diviene addirittura quasi assurdo quando ci si riferisca specificamente alla parentela femminile.
Per questo è fuori luogo l’argomentazione di san Gerolamo secondo cui, se Matteo (13, 55) avesse inteso parlare di sorelle anziché di cugine non avrebbe detto “tutte”, poiché tale termine, egli afferma, si può riferire solo a una moltitudine.
In realtà è vero proprio l’opposto: la sottolineatura della “totalità” si giustifica se si tratta di sorelle, mentre appare quasi bizzarra se si tratta di cugine, o addirittura di parenti femminili di vario grado.
È vero che queste sorelle dovrebbero essere almeno tre, poiché nel caso di una coppia il greco avrebbe usato una forma diversa; ma, ripetiamo, l’ipotesi che si tratti di parenti meno strette delle sorelle è inaccettabile, poiché, anche ammesso che si possa dire “tutti i cugini”, includendo ovviamente le persone di sesso femminile, è contrario a ogni consuetudine comunicativa parlare specificamente di “tutte le cugine” o di “tutte le parenti”; a meno che non si faccia un discorso centrato sull’argomento, il che nel nostro caso è ovviamente da escludere.
12) Sempre in Mt 13, 55, così come in Mc 6, 3, troviamo elencati per nome quattro adelphói di Gesù. Anche a questo proposito vale la considerazione appena fatta: se si giustifica l’elencazione quasi puntigliosa dei fratelli di una persona, si giustifica assai meno lo snocciolare i nomi dei suoi cugini o di parenti d’altro genere, in quanto questi ultimi non costitiscono un insieme definito in modo univoco.
Ciò per quanto riguarda il fatto dell’elencazione; del suo contenuto, ossia dei nomi specifici che vengono elencati, si parlerà più avanti, al n. 18.
13) Altra circostanza che risulta stranissima se si considerano gli adelphói come cugini è il fatto che tali presunti cugini, in gruppo compatto, ci vengono sempre presentati insieme alla loro zia: la Madonna è sempre in compagnia del blocco dei presunti nipoti.
Si potrebbe pensare a un gruppo di parenti di vario grado, ma in tal caso dovrebbero figurarvi anche padri e madri di questi nipoti, e l’eterogeneità dell’insieme renderebbe di gran lunga più opportuna la denominazione “parenti” in luogo di “fratelli”.
14) Ancora: come è stato più volte notato, il famoso detto di Gesù “chi compie la volontà di Dio, questi è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 35, e con lievi varianti Mt 12, 50 e Lc 8, 21) trae la sua forza dalla menzione di un grado di parentela strettissima, di primo grado: madre/figlio, fratello/fratello (o fratello/sorella).
D’altra parte, il contesto situazionale in cui tale detto si colloca indica chiaramente che il medesimo grado di parentela sussiste, nella considerazione di Gesù stesso e dei suoi ascoltatori, tra lui e il gruppo di persone che gli sono state annunciate come desiderose di parlargli.
Se supponiamo che i destinatari del loghion pensassero a dei cugini o a parenti d’altro genere, l’efficacia dell’espressione di Gesù, il quale volutamente riprende alla lettera la frase di chi gli ha recato il messaggio, risulterebbe enormemente indebolita.
15) Nel già citato cap. 6 del vangelo di Marco figura un versetto che potrebbe gettare luce anche sul problema dei fratelli di Gesù, benché ordinariamente non lo si consideri in questa prospettiva. Si tratta del lóghion del v. 4 (pure già ricordato per altro motivo al punto 10), in cui Gesù reagisce alla sfiducia e all’ostilità manifestata dai Nazaretani nei suoi confronti: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.
Nel passo parallelo di Luca si parla solo di “casa”, in quello di Matteo di “patria” e “casa”. Soltanto nella versione di Marco dunque abbiamo la gamma completa degli ambienti in cui il profeta si sente disprezzato: accanto alla patria e alla casa figurano anche i “parenti”, inseriti tra gli altri due termini a formare un climax perfetto: dalla cerchia più ampia a quella più intima.
Con tutta probabilità Gesù cita qui un detto popolare; ma, specie se si considera che la versione di Marco, essendo la più antica, è presumibilmente la più fedele (tanto che nel progressivo ammorbidirsi del lóghion passando a Matteo e a Luca si potrebbe scorgere un esempio di “sviluppo della tradizione sinottica”), non è lecito trascurare la forma precisa in cui le parole di Gesù vengono riportate dall’evangelista.
La menzione dei parenti, esplicitamente distinti dalle persone che vivono nella casa stessa dell’interessato, obbliga a vedere in queste ultime dei famigliari, ovvero dei parenti strettissimi, di primo grado.
Ora, poiché Gesù non aveva figli ed era ormai orfano di padre, nella sua “casa” non potevano trovarsi che la madre ed eventualmente fratelli o sorelle. A questo punto non restano quindi che due possibili conclusioni, entrambe sgradevoli per la mariologia:
1) nella casa, ossia nella famiglia di Gesù, vi erano, oltre alla madre, dei fratelli e/o delle sorelle. In tal caso è possibile supporre che l’amaro rimprovero del Cristo sia rivolto a questi ultimi e che pertanto Maria ne sia risparmiata;
2) non vi erano fratelli né sorelle, ma solo la madre. In tal caso il biasimo per la colpevole indifferenza nei confronti del carisma profetico investe direttamente la Vergine.
La prima ipotesi trova ovviamente sostegno nei passi evangelici di cui si è detto al punto 14, nei quali Gesù prende ostentatamente le distanze da madre e fratelli; e più ancora nell’episodio narrato in Gv 7, 3-8, in cui si dice testualmente che “neppure i suoi fratelli credevano in lui”.
La seconda può trovare una conferma nei vari passi “antimariani”, o “antimariologici”, in cui si manifesta tensione, al limite dell’ostilità, tra Gesù e la madre. Si tratta - oltre che degli stessi passi menzionati al punto 14 - di Lc 2, 48-49 (episodio del “Ritrovamento”), Gv 2, 3-4 (nozze di Cana), Lc 11, 27-28 (risposta al “macarismo” della donna sconosciuta).
Comunque sia, sta di fatto che entrambe le possibili intepretazioni di Mc 6, 4 sono imbarazzanti per l’apologetica.
E qualora, per scongiurare lo sferzante giudizio del Nazareno circa la madre, si propenda per la prima da noi indicata, si riconosce la presenza di un ulteriore serio argomento a favore dell’esistenza di fratelli carnali di Gesù.
16) Una questione di fondamentale importanza per la definizione della vera natura dei “fratelli” di Gesù è l’interpretazione che al termine adelphói venne data dalla Chiesa antica anteriormente alla fine del quarto secolo, cioè prima del momento in cui la polemica tra Elvidio, negatore della perpetua verginità di Maria, e san Gerolamo, suo difensore, portò definitivamente alla ribalta il problema. Sono soprattutto due gli autori che si citano a questo proposito: Egesippo, della prima metà del II secolo, e Tertulliano della seconda metà.
Ad essi si può secondo alcuni aggiungere sant’Ireneo, loro contemporaneo, il quale afferma che Maria pronunciò il suo sì quando, al pari di Eva allorché cedette al serpente, era “ancora vergine”: si può dunque ritenere che Ireneo pensasse che la condizione di verginità fosse venuta meno in seguito.
Tra i negatori della verginità di Maria nel parto e dopo il parto si possono ancora ricordare – sullo scorcio del IV secolo - Eunomio, Bonoso e Gioviniano.
Per quanto riguarda Egesippo (di cui possediamo, per l’argomento che ci interessa, solo alcuni frammenti conservatici dallo storico della chiesa Eusebio, di due secoli posteriore), l’esegesi è tutt’altro che concorde nel valutare la sua opinione circa i fratelli di Gesù, in quanto i testi presentano difficoltà di traduzione, e quindi ciascuno studioso può tentare di far dire loro quel che più gli aggrada.
Al di là di ogni problema di traduzione, è comunque un dato di fatto che Egesippo, mentre chiama Giacomo il Giusto “fratello del Signore”, ricorda pure uno “zio” e un “cugino” (anepsión) di Gesù. Egli si mostra perciò “in grado di distinguere accuratamente tra il fratello, lo zio e il cugino di Gesù. Quindi, quando chiama Giacomo fratello di Gesù, non c’è alcuna ragione valida per non prenderlo alla lettera” (Meier 321).
Per di più, in un altro passo lo stesso Giacomo viene definito “fratello del Signore secondo la carne”, ed è arduo cercare di dimostrare, come fa Blinzler, che tale espressione vuole semplicemente indicare o un generico rapporto di parentela o una fratellanza secondo i criteri degli uomini, “che giudicano secondo le apparenze e non conoscono i veri rapporti” (p. 131).
Più concorde il giudizio degli studiosi circa l’atteggiamento di Tertulliano: per questo padre latino i fatelli di Gesù erano veri fratelli. Tale tesi gli serviva tra l’altro per combattere l’eresia del “docetismo”, secondo la quale Gesù non aveva avuto un vero corpo, bensì un corpo soltanto apparente.
Concludendo, nella Chiesa dei primi secoli prevaleva senza dubbio l’idea che Maria non fosse rimasta vergine per tutta la vita, ma avesse avuto da Giuseppe altri figli dopo Gesù.
Non è quindi possibile sostenere, come si fa spesso nella catechesi, che la questione non è stata chiarita nei Vangeli per il semplice fatto che per i primi cristiani era pacifico che Gesù non avesse fratelli. Le poche testimonianze di cui disponiamo autorizzano semmai a ritenere che fosse pacifico proprio il contrario.
17) Abbiamo già detto che, oltre ai numerosi passi in cui compaiono i “fratelli” di Gesù, ve ne sono altri due che per motivi diversi gettano l’ombra del dubbio sulla perpetua verginità di Maria.
Si tratta di Mt 1, 25 ("non la conobbe finché non partorì un figlio": perché non si dovrebbe intendere che dopo la nascita di Gesù vi furono rapporti coniugali tra Giuseppe e Maria?)
e di Lc 2, 7 ("diede alla luce il suo figlio primogenito": questo non sta a significare che dopo il primo ve ne furono altri?).
Le giustificazioni dell’apologetica su questi due passi di capitale importanza sono in effetti fragilissime, e riteniamo che per confutarle si possano mettere in campo ottimi argomenti, tra cui qualcuno probabilmente inedito. Poiché però tali confutazioni comportano una serrata argomentazione, particolarmente ampia e, a tratti, di carattere piuttosto tecnico, abbiamo preferito collocarle nella sezione “Studi linguistici”.
18) Dopo tante considerazioni sfavorevoli alla tesi della perpetua verginità di Maria, esaminiamo quello che ci sembra l’unico argomento di un certo peso addotto dall’apologetica per sostenere tale tesi. Si tratta dell’elenco di presunti fratelli (adelphói) di Gesù che figura in Marco 6,3 (come nel parallelo Mt 13,55) e al quale abbiamo già accennato.
I primi due nomi di tale elenco (Giacomo e Ioses) coincidono con quelli dei figli di una certa Maria che, sempre secondo Marco, assiste con la Maddalena alla crocifissione (Mc 15, 40 = Mt 27, 55) e alla sepoltura (Mc 15, 48 = Mt 27, 61) di Gesù, e la domenica mattina accompagna la stessa Maddalena al sepolcro (Mc 16, 1 = Mt 28, 1).
Ora, se (1) questa Maria non è la Madonna e (2) i due personaggi designati nel v. 15, 40 sono gli stessi che figurano ai primi due posti nell’elenco di Mc 6, 3, allora se ne deve dedurre che tale elenco non indica dei fratelli di Gesù, bensì dei parenti di diverso grado.
La prima delle due condizioni si può considerare soddisfatta, poiché sono pochi gli studiosi propensi a credere che la Maria in questione sia la Vergine. Quanto all’altra condizione, non abbiamo invece alcun mezzo per verificarla in modo inequivocabile.
Il fatto che Marco usi in entrambi i passi (6, 3 e 15, 40) la forma del dialetto galilaico Iosês (attestata dalla maggioranza dei manoscritti), in luogo della più comune Ioséph (Giuseppe), potrebbe costituire un elemento a favore dell’identificazione dei due personaggi; ma, a parte altre considerazioni di minore importanza, resta il fatto che i nomi di Giacomo e Giuseppe - al pari di quelli di Giuda e Simone, gli altri due nomi dell’elenco di Mc 6,3 - erano comunissimi.
Basti pensare che tra i dodici apostoli vi erano ben due Giacomo, due Simone e due Giuda (uno dei quali era Giuda di Giacomo); e lo stesso Messori scrive che “i nomi ebraici non sono numerosi, ricorrono di continuo (solo di Giacomo ve ne sono innumerevoli)”.
Non si può non prendere atto della serietà di tale argomento; ma anch’esso, come gli altri che abbiamo esposto, dell’una e dell’altra parte, non può certo considerarsi risolutivo.
19) Vale ancora la pena di ricordare un singolare argomento a favore della perpetua verginità di Maria portato quasi quarant’anni fa da Blinzler e ripresentato oggi da Vittorio Messori.
Per addolcire l’impressione sgradevole lasciata dall’episodio in cui Gesù prende bruscamente le distanze dai famigliari, madre compresa (Mt 12, 49-50 par.: “E, stendendo la mano sui suoi discepoli, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché chiunque avrà fatta la volontà del Padre mio che è ne’ cieli, egli mi è fratello e sorella e madre"”), l’evangelista avrebbe potuto, dice Blinzler, presentare la cosa come adempimento di una profezia messianica citando il salmo 68 [= 69], 8, in cui si legge:
“Sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre”; tanto più che questo salmo viene citato, esplicitamente o allusivamente, non meno di 18 volte nel Nuovo Testamento. Se dunque non l’ha fatto, può esservi, a suo giudizio, un solo motivo: “l’applicazione del salmo 68 a Gesù e ai suoi parenti era impossibile, perché i fratelli di cui parlano i Vangeli non erano "figli di sua madre"”.
L’argomento è specioso. Pur considerando che l’acribia di Matteo, per quanto riguarda la pertinenza e la correttezza delle citazioni veterotestamentarie, è tale che da lui ci si può aspettare di tutto, sta di fatto che la situazione del protagonista del salmo e quella di Gesù nel passo che ci interessa sono diametralmente opposte.
Da una parte abbiamo un uomo disperato che si sente reietto persino dai famigliari, dall’altra un profeta che proclama solennemente valori nuovi a cui i famigliari per primi devono ispirarsi per continuare a meritare la sua considerazione: non sono loro che si sono sbarazzati di lui, ma è lui che, in certo senso, si sbarazza di loro, li “liquida” abbassandoli al rango di tutti gli altri potenziali discepoli.
In ogni caso, è curioso questo ricorrere a un vero e proprio “processo alle intenzioni”, cercando di sfruttare a fini apologetici quello che l’evangelista non ha detto ma, si sostiene, avrebbe potuto – o addirittura dovuto – dire se le cose non stessero nel modo in cui l’apologetica le presenta.
20) Tra gli argomenti a favore della tesi di Gesù figlio unico, Messori ricorda anche la congettura di J. M. Garcia secondo cui in Gv 2, 12 “i fratelli e i suoi discepoli” andrebbe inteso come “i fratelli, ossia i suoi discepoli”, poiché la congiunzione greca kái sarebbe la traduzione errata di un waw presente in un supposto originale aramaico.
Noi ci rifiutiamo, in nome di un elementare principio di probità esegetica, di prendere in considerazione congetture che presuppongono un testo greco diverso da quello stabilito ufficialmente dalla Chiesa.
Tra l’altro, non è ammissibile che ci si basi sul testo canonico quando fa comodo e su un ipotetico Urtext aramaico quando l’altro pone problemi. Si potrà riparlarne solo se e quando la Chiesa avrà ufficializzato le nuove proposte testuali della “scuola di Madrid” (il che probabilmente non avverrà mai, perché avrebbe conseguenze devastanti per la fede).
Del resto, si vede immediatamente che, ad esempio, nel passo di Marco più volte citato (Mc 6, 3) l’interpretazione di adelphói e adelphái come ‘fratelli-discepoli’ e ‘sorelle-discepole’ è impossibile, in quanto tutti i personaggi qui menzionati risiedono stabilmente a Nazaret, non seguono Gesù nelle sue peregrinazioni e quindi certo non appartengono alla sua “scuola”.
Conclusione e orientamenti attuali
La situazione è dunque questa: di fronte a una gran quantità di argomenti o indizi che ci portano a vedere negli adelphói di Gesù dei veri fratelli, abbiamo un solo vero argomento valido (da noi esposto al n. 18) che sembra mostrare il contrario. La bilancia appare chiaramente squilibrata.
Va detto poi che, di fronte a tanti passi che, interpretati letteralmente, attribuiscono fratelli a Gesù e quindi figli a Maria, l’onere della prova incombe a chi sostiene il contrario, ossia a chi pretende che “fratelli” non significhi “fratelli”.
Dimostra perciò una buona dose di coraggio, per non dir altro, R. Laurentin quando scrive che “il rifiuto a priori della verginità si è aggrappato a ogni mezzo per eliminare (o smorzare, come fa la tradizione liturgica) le testimonianze incontestabili [sic!], contro tutte le regole della traduzione e della critica oggettiva, sia testuale (esterna o interna) che letteraria o storica” (“Vita autentica di Gesù Cristo”, p. 571).
Le parti sono dunque rovesciate: chi, leggendo ripetutamente di “fratelli” di Gesù, pensa che si tratti proprio di fratelli andrebbe annoverato tra quei perfidi “ideologi” che “trovano sempre il modo di conformare il testo biblico ai loro presupposti culturali o filosofici, qualunque essi siano: nel nostro caso razionalisti o pansessisti”.
Non sfiora neppure la mente di Laurentin il fatto che è peculiare proprio dell’esegesi devota il vezzo di “conformare” il testo biblico alle proprie tesi, secondo il principio della famigerata analogia fidei, in nome della quale va implacabilmente censurata ogni interpretazione che alla fede contrasti.
Così come non gli sfiora la mente l’idea che tra quegli “ideologi” vi sia anche uno stuolo di “semplici” che leggono dei fratelli di Gesù e telefonano allarmati a Radio Maria per avere lumi e rassicurazioni.
Ma tant’è: per l’abate mariologo, persino la definizione di Gesù come “primogenito” di Maria va considerata indizio a favore della perpetua verginità della madre (!), in quanto il termine, dice, non implicava necessariamente che quel figlio fosse poi seguito da altri. Di fronte a una logica così stringente, non resta che deporre le armi.
Comunque sia, è indubbio che oggi la maggioranza degli studiosi propende per l’esistenza di fratelli di Gesù.
Presso i protestanti la cosa è pressoché pacifica. Per gli ortodossi, come già si è accennato, i “fratelli” sono fratellastri, figli di un precedente matrimonio di Giuseppe.
Del tutto fuori luogo quindi l’ottimismo ostentato da padre Livio di Radio Maria, secondo il quale vi sarebbe ancora solo “qualche pizzichino” che prova di tanto in tanto a rispolverare la storia dei “fratelli di Gesù”, mentre tutti gli studiosi seri avrebbero ormai archiviato la questione.
In realtà, lungi dall’aver conquistato i protestanti, la tesi della perpetua verginità di Maria non raccoglie più l’unanimità dei consensi neppure tra i cattolici. Ci limitiamo a citare qualche caso particolarmente significativo.
Ricordiamo innanzitutto l’opinione di J. P. Meier, dalla cui opera (pubblicata col regolare imprimatur di mons. Patrick Sheridan, vicario generale della diocesi di New York) abbiamo ripetutamente citato. Eppure Meier è presentato dall’editore della versione italiana come “sacerdote cattolico, già professore di Nuovo Testamento alla ‘Catholic University of America’ di Washington”, nonché “presidente della ‘Catholic Biblical Association’ e direttore della rivista ‘Catholic Biblical Quarterly’”: più cattolico di così … E, aggiunge la scheda editoriale, “è, probabilmente, il più eminente studioso biblico della sua generazione”.
Accanto a lui, bersaglio degli strali di Vittorio Messori, ricordiamo, in quanto ne hanno condiviso la sorte, le voci “Gesù Cristo” e “Fratelli di Gesù” della “Grande enciclopedia illustrata della Bibbia” della Piemme, la cui edizione italiana, a cura di un noto biblista cattolico, reca la presentazione altamente laudativa di un vescovo. In esse si legge che Gesù ebbe quattro fratelli e “un numero imprecisato di sorelle”, e che “Giuseppe e Maria, dopo la nascita di Gesù, hanno vissuto come marito e moglie”.
Vale la pena poi di menzionare Giuseppe Barbaglio, direttore di ben due collane di testi biblici presso le Edizioni Dehoniane di Bologna, forse la maggiore casa editrice religiosa italiana. Questa la sua opinione:
“In conclusione, condivido quanto scrisse molti anni or sono M. Goguel: ‘Per la storia non esiste affatto il problema dei fratelli di Gesù: esiste solo per la dogmatica cattolica’. […] I due piani devono essere tenuti rigorosamente separati: il dato storico assai probabile, per non dire certo [sic], dei fratelli uterini di Gesù non ha alcuna legittimità di proporsi come eversore di un dogma di fede; […]. Da parte sua la credenza di fede non può ergersi a giudice inappellabile in una questione storica” (“Gesù ebreo di Galilea”, p. 128).
Una vera e propria riedizione della teoria della “doppia verità”.
Queste sono voci autorevoli del mondo cattolico. Ma figura forse ancor più significativa, in quanto idealmente legata alla culla della fede cristiana, è François Refoulé, successore di P. Benoit alla direzione della prestigiosa École biblique di Gerusalemme.
Anche per lui i fratelli di Gesù sono figli di Maria: “si appiglia a tutto per eliminare i cugini e onorare Maria di una vasta progenitura”, dice Laurentin (“Vita autentica di Gesù Cristo”, pp. 540-41).
Ed è possibile arrivare ancora più vicino al cuore della fede “magisteriale”. Scrive C. V. Manzanares:
“Certamente, per quanto concerne l’interpretazione, per lo storico che non sia preoccupato di difendere un dogma assunto precedentemente [sic], la soluzione più naturale sarebbe quella di ammettere che Giacomo sia fratello di Gesù e figlio di Maria, anche se sono possibili le altre due interpretazioni: ‘fratello’ = cugino, parente; oppure: ‘fratello’ = figlio di un primo matrimonio di Giuseppe”.
Queste parole concludono l’articolo “Fratelli di Gesù” nel “Dizionario di Gesù e dei Vangeli” edito nel 1998, si badi bene, dalla Libreria Editrice Vaticana.
Persino nella sede di Pietro dunque si fanno sentire voci che vedono nella preoccupazione dogmatica il solo vero ostacolo al riconoscimento dell’esistenza di fratelli carnali di Gesù.
Del resto, la difesa del controverso dogma della perpetua verginità di Maria da parte del Magistero stesso non risulta essere stata negli ultimi tempi così determinata e sollecita come si potrebbe pensare. Forse si è preferito evitare ogni clamore, sperando in un esaurirsi naturale della polemica, nella consapevolezza di avere pochi argomenti validi.
Comunque sia, l’editore italiano del commento al Vangelo di Marco del cattolico R. Pesch avverte i lettori che “per espressa volontà dell’autore è stato soppresso in questa edizione italiana l’ampio excursus sui fratelli di Gesù”, in cui si prendeva posizione a favore della realtà storica di tali fratelli.
L’operazione di autocensura è significativa, ma sta di fatto che, nonostante le vivaci discussioni suscitate dal suddetto excursus in Germania, la Congregazione per la dottrina della fede non ha ritenuto di dover intervenire per rimettere le cose a posto.
“Resta da vedere se le autorità della Chiesa tollereranno la teoria di Pesch”, scrivevano nel 1978 Brown, Donfried, Fitzmyer e Reumann nel loro “Maria nel Nuovo Testamento”, uscito un anno dopo il commento del biblista tedesco. Dovremmo dedurre che la Chiesa “ha tollerato”? Se lo chiede anche J. P. Meier, che propende per una risposta affermativa.
Ciò è sorprendente, in quanto nella catechesi ufficiale, a cominciare da quella dei papi, la perpetua verginità di Maria è a tutti gli effetti dogma indiscutibile.
Un apologeta assai impegnato come Gianpaolo Barra non esita a scrivere che la questione dei presunti fratelli di Gesù “è delicatissima e implica conseguenze addirittura mortali per la fede cattolica”, in quanto, essendo la perpetua verginità di Maria “verità dogmatica” sempre insegnata dalla Chiesa, se si dovesse riconoscerla infondata verrebbe compromesso il principio dell’infallibilità della Chiesa stessa.
Vittorie di Pirro dell’esegesi mariologica
Come già si è accennato, nessuna delle argomentazioni sopra esposte, dell’apologetica e della controapologetica, può giungere a dimostrare in modo inoppugnabile la presenza o l’assenza di fratelli carnali di Gesù. Ma la serie di indizi a favore della prima tesi è tanto consistente che la presenza di tali fratelli può ritenersi “provata” almeno al 90%.
Stando così le cose, si impongono alcune considerazioni.
Di fronte ai vari adelphói, “héos” (Mc 1, 25) e “protótokos” (Lc 1, 7), i quali, secondo l’esegesi cattolica ufficiale, dovrebbero assolutamente significare tutt’altra cosa rispetto a quel che a tutti appaiono significare, in noi prima si ribella il linguista; poi si ribella il potenziale credente (il CUB), destinatario del messaggio biblico: è incredibile che lo Spirito Santo abbia disseminato nei testi tanti elementi che inducono a sospetti ingiuriosi per la Vergine Maria (ingiuriosi, s’intende, per chi ritiene che un normale regime matrimoniale fosse per lei infamante).
E non si può certo dire che tali sospetti siano immotivati, frutto di una disposizione malevola, di preconcetti perversi.
L’ipotesi più benevola per lo Spirito Santo è che egli non abbia avuto parte alcuna nella stesura di questi testi. Altrimenti non può sottrarsi alla taccia di insipienza, oppure di sadismo.
Così, se con le argomentazioni dell’apologetica si salva forse la perpetua verginità di Maria, si distrugge irreparabilmente la fiducia nello Spirito Santo come autore principale della Bibbia.
Considerato quanto importante è tale verginità per la fede cattolica (se viene meno quella, crolla praticamente tutta la mariologia), è chiaro che aver fatto le cose con tanta leggerezza (ponendo nei testi una congerie di elementi coerenti tra loro ma, secondo l’apologetica, fuorvianti, significanti cioè qualcosa di profondamente diverso da quel che sembrano significare) è segno o di estrema incompetenza o di deliberata volontà di ingannare.
È assurdo che questa Rivelazione, destinata in primo luogo ad essere accolta proprio dagli umili, dai “semplici”, sia veicolata da testi che richiedono ad ogni passo l’intervento dell’esegeta devoto, dell’apologeta, per non essere spontaneamente (“ingenuamente”) interpretati in modo non consono all’analogia fidei.
L’apologetica ama contrapporre la fede dei semplici (gli umili credenti) all’erudizione dei professori che quella fede “naïve” vorrebbero confondere e soffocare: il bene contro il male, insomma, la Verità contro la menzogna speciosamente paludata. Ma questa impostazione è mistificatoria, travisando la realtà su entrambi i versanti.
Da un lato, infatti, sono poprio i “semplici” che per primi ricevono scandalo dal testo biblico quale viene offerto alla loro lettura dalla Chiesa; dall’altro, è proprio l’apologetica che ricorre, ogni volta che le sembri opportuno, ai più sofisticati strumenti dell’erudizione, agli argomenti più complessi e contorti, per sostenere le interpretazioni “ortodosse”.
Forse che lo Spirito Santo faceva assegnamento sin dall’inizio su Blinzler, su Messori, su padre Livio, su Laurentin e su tutti gli altri pronti a stracciarsi le vesti di fronte a interpretazioni a loro dire pretestuose e preconcette?
Proviamo ad immaginare come avrebbe scritto questi testi Satana se Dio gliene avesse dato l’incarico, con la sola clausola di non scrivere cose talmente esplicite da risultare “assolutamente indifendibili” da parte dell’apologetica: avrebbe scritto esattamente quello che noi ora troviamo nei Vangeli.
In altre parole, i Vangeli sono scritti, almeno per quanto riguarda i passi di rilevanza mariologica, come Satana meglio non li avrebbe potuti scrivere.
Certamente Lucifero deve aver avuto un sussulto di gioia maligna vedendo che Matteo scriveva “finché non partorì un figlio …”; e che Luca scriveva “primogenito”; e che tutti quanti parlavano di “fratelli” di Gesù a gogo.
Così, avrà pensato, tra duemila anni tutti i fedeli benpensanti saranno ancora impegnatissimi ad arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che queste espressioni non vogliono affatto dire quello che sembrano dire a tutti quelli che le leggono senza saper nulla delle particolarità dell’aramaico, e soprattutto, torniamo a ripetere, dell’ “analogia della fede”.
Dobbiamo dunque concludere che lo Spirito Santo ha in effetti permesso - anzi, oggettivamente favorito – il sorgere di sospetti ingiuriosi sulla Vergine Maria.
Si badi che, sia pure senza mutare nulla di quanto figura oggi nella Scrittura (e che studiosi alla Laurentin assicurano attestare in modo indiscutibile la perpetua verginità di Maria!), sarebbe bastato aggiungere anche una sola parola (ad esempio, “unigenito”) in un punto qualsiasi del Nuovo Testamento per troncare sul nascere duemila anni di dispute.
Non averlo fatto, da parte di chi pur dovrebbe essere onnipotente, dimostra, occorre ripeterlo, o una straordinaria insipienza o la perfida volontà di indurre in equivoco i destinatari della Rivelazione; oltre che, va ribadito, assai poco rispetto per la Vergine, inutilmente esposta alla “calunnia”.
Sicché, se anche, per avventura, su tutti i singoli punti contestati si potesse dimostrare che l’esegesi devota ha ragione, si tratterebbe di una vittoria di Pirro, poiché ne resterebbe comunque colpita al cuore la fiducia in quella somma Sapienza che dovrebbe aver presieduto alla redazione della Scrittura.
Morale: in fondo, sostenere le tesi dell’apologetica su tanti passi “controversi”, attribuendo al Cielo la responsabilità di aver scritto in un modo perché si intendesse in un altro, è sottilmente eretico; è bestemmia contro lo Spirito Santo.
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