Il ritrovamento di Gesù nel tempio
Dal Vangelo di Luca, cap. 2:
[41] I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. [42] Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; [43] ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. [44] Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; [45] non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. [46] Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. [47] E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. [48] Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». [49] Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». [50] Ma essi non compresero le sue parole.
[51] Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. [52] E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
È questa la famosa pericope nota come “Vangelo del Ritrovamento”, ovvero “Gesù tra i dottori”, “Gesù smarrito nel tempio”.
Secondo alcuni critici si intravede qui il topos della biografia dell’uomo famoso, biografia tesa ad enfatizzare la manifestazione eccezionalmente precoce delle straordinarie qualità dell’eroe.
A noi l’episodio interessa solo per la luce che getta sui rapporti all’interno della Sacra Famiglia: luce cruda e impietosa, che ci mostra un quadro assai simile a quello – decisamente negativo - offerto da tanti altri passi evangelici.
Il rimprovero
“ Figlio, perché ci hai fatto così?”, dice Maria. A che cosa si riferisce dicendo “così”? Teoricamente sono possibili due interpretazioni:
1) “Perché sei venuto nel tempio a discutere con i dottori?”
2) “Perché ti sei allontanato senza avvertirci?”
Ora, è evidente che Maria ha in mente il secondo dei due possibili significati: sia perché, quantunque male orientata sulla missione e i carismi del figlio, non poteva certo rimproverargli di occuparsi di teologia ad alto livello; sia perché il riferimento all’angoscia sua e di Giuseppe implica chiaramente che sotto accusa è proprio il mancato “avviso”, in presenza del quale tale angoscia non avrebbe avuto ragion d’essere. L’impiego del pronome ci (“ci hai fatto così”) ne è un’ulteriore conferma.
La risposta di Gesù
a) La difesa. Di fronte a tale rimprovero, Gesù risponde in modo assolutamente non pertinente. O non capisce o finge di non capire; e, anziché spiegare perché non ha avvertito i genitori (ossia perché non ha fatto quel che avrebbe fatto qualsiasi persona – e in particolare ogni bambino – che avesse un minimo non diciamo di affetto, non diciamo di riguardo, ma almeno di educazione), spiega enfaticamente qual è il motivo che l’ha condotto al tempio; il che, giova ripeterlo, non è proprio ciò che a Maria più premeva sapere, almeno in quel momento.
In sostanza, Gesù elude la domanda della madre con una controdomanda (come farà poi spesso, scorrettamente, nelle sue dispute coi farisei) e svia il discorso.
b) Il contrattacco. Nel far questo egli però non si limita a dichiarare la ragione della sua andata al tempio; ma, forse per meglio coprire l’evasività della sua risposta, reagisce con un controrimprovero: “Perché mi cercavate? Non sapevate che …?” Ossia: “Voi disponevate di elementi di conoscenza che dovevano farvi capire dove mi trovavo; e se li aveste debitamente utilizzati non vi sareste angosciati. Perciò, se vi siete angosciati, la colpa è solo vostra. Non prendetevela con me, ma con voi stessi”.
La risposta di Gesù è dunque irriguardosa e crudele. Anziché scusarsi in qualche modo del dolore arrecato ai genitori, egli li accusa, quasi fosse lui la vittima della situazione. Con questo rivela una clamorosa mancanza di carità.
Numerosi commentatori, in linea con la pastorale della Chiesa, cercano di negare che le parole di Gesù siano da considerare un rimprovero.
“Lui è fanciullescamente meravigliato che loro fossero preoccupati”, arriva a scrivere Geldenhuys. Dove si vede che il desiderio di giustificare a tutti i costi il divino bambino finisce per insinuare dubbi sul suo quoziente di intelligenza. In effetti, la domanda in sé, “Perché mi cercavate?” (o la variante “Perché mi cercate?”), se non fosse espressione di arroganza sarebbe una domanda decisamente “sciocca”.
La risposta migliore, che purtroppo non venne alle labbra di Maria, era ovviamente la controdomanda retorica: “Perché mai non avremmo dovuto cercarti? Avremmo forse dovuto starcene paghi di supporre che tu fossi nel Tempio a parlare col Padre tuo celeste, e aspettare tranquillamente che tu tornassi a Nazaret più tardi, per conto tuo?” Ovvero: “Ti cercavamo semplicemente perché non siamo genitori snaturati”.
In sostanza, se non altro per motivi strettamente logistici, era assolutamente impensabile che i genitori potessero non cercare il figlio così bruscamente sottrattosi alla loro custodia. Non cercarlo avrebbe semplicemente significato abbandonare il fanciullo a se stesso: per farlo avrebbero appunto dovuto essere genitori snaturati. E questo Gesù avrebbe dovuto saperlo.
“Ma essi non compresero”
Sul piano umano, il disorientamento di Maria e Giuseppe è giustificatissimo in quanto, come si è detto, la risposta di Gesù non è pertinente.
Sul piano strettamente teologico – quello che interessa Luca, il quale intende dire che essi non compresero l’affermazione di Gesù circa il suo rapporto privilegiato col Padre celeste – va detto che, a parte l’arroganza della risposta, il piccolo Gesù non ha tutti i torti quando denuncia una certa, per non dir altro, “lentezza” da parte dei suoi santi genitori nel riconoscere l’eccezionalità del loro figlioletto.
Dopo l’Annunciazione; dopo il messaggio dell’angelo a Giuseppe; dopo il concepimento e il parto verginali puntualmente verificatisi; dopo la nascita avvenuta, grazie ad una circostanza straordinaria, a Betlemme, in conformità alle Scritture; dopo la discesa dal cielo degli angeli osannanti (riferita dai pastori); dopo la profezia di Simeone; dopo la rocambolesca fuga in Egitto con annunzi angelici ad ogni piè sospinto; dopo tutto questo Maria e Giuseppe non hanno ancora capito che Gesù è figlio del Padre celeste, e neppure arrivano a capirlo adesso che se lo sentono dichiarare a tutte lettere.
Beh, con tutto il rispetto per i due santi di Nazaret, possiamo dire, autorizzati del resto dalla crudezza con cui li apostrofa il loro divino pargolo, che, più che di oscurità della fede, è il caso di parlare di ottusità della mente.
Scrive Schürmann: “Il ‘serbare’ [i ricordi nel cuore da parte di Maria] spiega questo ‘non comprendere’[…], e lo difende da malintesi: si tratta di un ‘non comprendere’ interrogativo, non di una mancanza di intelligenza. Luca non avverte alcuna contraddizione con 1, 26-38.42-55; 2,10-19.29-35; tutte quelle promesse culminano nella parola di Gesù nel v. 49” (p. 269).
È un’osservazione banale: il “non comprendere” di per sé è sempre “interrogativo”, nel senso che lascia sempre spazio al desiderio e alla possibilità di comprensione futura; quanto poi alla mancanza di intelligenza, tutto dipende ovviamente dai criteri di valutazione che si vogliono adottare.
E il fatto che Luca “non avverta” alcuna contraddizione tra questo non comprendere e tutte quelle circostanze che anche noi abbiamo or ora citato non significa affatto che la contraddizione in realtà non vi sia. A giudizio nostro e di tanti lettori del Vangelo, c’è, lo ripetiamo; e per tenere i due sposi immuni dalla taccia di scarsa intelligenza occorre adottare criteri di valutazione piuttosto generosi.
Dal canto suo, Ernst afferma enfaticamente che “nemmeno la straordinaria elezione di Maria poteva, o doveva, rischiarare il mistero ultimo di questo bambino. Nell’incontro con la rivelazione divina, l’uomo è sempre confrontato con qualcosa che va al di là delle sue forze. Allo stesso modo dei discepoli di Gesù e del semplice popolo di Galilea, Maria fa parte dei credenti che, attraverso molte incertezze, devono affidarsi alla guida divina” [p. 170].
Forse Ernst non ha pensato che la guida divina Maria ce l’aveva appunto in casa. Dire poi che la Vergine, dopo le straordinarie esperienze di cui aveva fruito, era sullo stesso piano di un comune credente per quanto riguarda l’approccio alla fede, è affermazione decisamente insostenibile: non è che una ciambella di salvataggio graziosamente offerta a Maria dal commentatore, preoccupato per i danni subiti dall’immagine della divina madre.
Risvolti psicologici
1) Data l’angoscia dichiarata di Maria, è da supporre che essa abbia rivolto la parola al figlio appena giunta alla distanza sufficiente per farsi sentire, cioè prima di avere l’opportunità di condurlo in luogo appartato. Sicché si deve immaginare che il concitato botta e risposta sia stato sentito e seguito da tutti gli astanti, primi fra tutti i dottori con cui Gesù stava discettando.
Situazione certo imbarazzante per i due poveri sposi, costretti a ricevere coram populo tale patente di inadeguatezza al ruolo di genitori di un simile rampollo. (La descrizione di Gesù disputante tra i dottori dovrebbe avere come fonte Maria; madre e padre dovrebbero quindi essere rimasti almeno un poco a contemplare la scena, prima di apostrofare il figlio. Nel testo comunque nulla autorizza a pensare che l’approccio verbale di Maria al figlio sia avvenuto in separata sede, lontano da orecchi indiscreti.)
In ogni caso, quale meraviglioso esempio concreto di “Onora il padre e la madre” abbiamo qui! Come dovevano sentirsi onorati Maria e Giuseppe all’uscita dal tempio insieme al figlio felicemente ritrovato! L’episodio del Ritrovamento è in realtà una bellissima applicazione di “Umilia il padre e la madre”.
2) Se si prende per buona la sparata del Magnificat, e si accredita quindi Maria ancora tredicenne di una conoscenza scritturale di prim’ordine, non si capisce molto il suo sconcerto (“restarono sbalorditi”!) di fronte all’esibizione di dottrina da parte del figlio. La reazione più appropriata di chiunque avesse assistito alla scena, e quindi di Maria stessa, avrebbe dovuto essere: “Tutto sua madre quel ragazzo!”
3) Riesce difficile immaginare che cosa possano essersi detti i tre durante il ritorno a Nazaret. Dato lo scambio di battute riferito da Luca, l’atmosfera oggettivamente non doveva essere delle migliori. Se “essi non compresero” e “Maria conservava e confrontava tutte queste cose nel suo cuore”, è evidente che siamo di fronte, come minimo, a un’incomprensione profonda.
Senonché lì presente c’è colui che potrebbe eliminarla; ma evidentemente non lo fa (altrimenti perderebbe significato lo sforzo di Maria per capire). Questo non può non creare un clima di tensione: la madre vorrà certo sapere, vorrà capire quel che non ha capito; più ancora, vorrà riproporre la domanda che è stata elusa: Perché non ci hai avvertito?
Ma c’è almeno una cosa che Maria ha capito benissimo: che certe spiegazioni non bisogna chiederle, che certi argomenti sono tabù.
Nulla da ridire sotto il profilo teologico; ma dal punto di vista umano, che esemplarità può avere una famiglia in cui la questione di gran lunga più importante, ossia il destino terreno e ultraterreno dell’unico figlio, costitisce un tabù che si frappone tra il figlio stesso e la madre? (Non consideriamo il padre, che a questo punto è ormai una larva.)
Di che avran parlato in quel viaggio di ritorno? Del tempo? delle focacce che si vendevano a Gerusalemme? dei tavoli da consegnare la settimana seguente? Impressione penosa.
Il problema qui toccato investe in realtà tutti i “trent’anni” di Nazaret. L’esegesi oscilla imbarazzata tra due estremi, volendo da un lato salvare un minimo di “normalità comunicativa” all’interno della Sacra famiglia (padre Livio: “Non avran parlato solo di tavoli e sedie; Maria sapeva che sarebbe risorto, tant’è vero che non andò neppure al sepolcro”); e dall’altro enfatizzare la fede di Maria, faticosamente - e perciò meritoriamente – conquistata (come vorrebbe insegnarci ad es. la “Redemptoris Mater”) rielaborando all’infinito gli elementi che ora noi troviamo nei Vangeli dell’infanzia.
L’assenza di ogni contesto umano
L’episodio del Ritrovamento ci offre anche un bellissimo esempio di quel che si potrebbe definire “ il deserto di Nazaret”, ossia di quello straniamento che deriva dall’eliminazione dal quadro della vicenda di ogni altro personaggio all’infuori dei tre protagonisti, per cui la dinamica psicologica risulta completamente falsata.
In effetti, il trauma causato ai genitori dalla scomparsa del divino fancicullo sarà stato conosciuto, e in varia misura condiviso, dai parenti e dai conoscenti che viaggiavano con Giuseppe e Maria: quegli stessi presso i quali i due santi sposi pensavano si trovasse Gesù.
Ora, costoro non possono non aver voluto sapere (ne avevano in fondo il diritto, proprio per aver condiviso l’angoscia dei genitori) dove il ragazzo fosse stato trovato, che cosa stesse facendo e perché se la fosse svignata in quel modo, compiendo quello che per qualunque ragazzo “normale” (e noi ci moviamo appunto nell’ipotesi che “normale” sia sempre stato considerato Gesù fino all’inizio della sua predicazione) era senz’altro da giudicare un gesto inconsulto, una mascalzonata di prim’ordine.
E allora è chiaro che la risposta data da Gesù nel tempio – risposta evasiva, nonché arrogante al limite della crudeltà, come abbiamo visto, ma tale da mandare in solluchero i teologi di ieri di oggi e di domani – non poteva certo venire apprezzata dai parenti ad un tempo inquieti e curiosi: sarà stata considerata come la manifestazione di un precoce squilibrio mentale.
Se i genitori, che avevano ripetutamente fruito di comunicazioni angeliche, “non compresero”, figuriamoci che cosa poteva comprendere chi non sapeva nulla di angeli e di concepimento verginale.
Senza contare poi che di contatti tra Gesù e il tempio è improbabile che non ve ne siano più stati nei vent’anni seguenti; ed è altrettanto improbabile che non abbiano rivelato qualcosa di particolare nel rapporto fra i due. Anzi, presumibilmente negli anni seguenti i nazaretani che saran tornati a Gerusalemme insieme a Gesù gli avran tenuto gli occhi addosso, e non potranno non aver notato una certa singolarità nel suo rapporto col tempio, e più in generale nel suo comportamento.
Sicché appare poco o nulla verosimile che, al manifestarsi della missione e del carisma di Gesù, i suoi compaesani caschino dalle nuvole, come invece ci riferiscono concordi i sinottici (Mt 13, 53-58 = Lc 4, 22). Avrebbero dovuto quanto meno collegare la sua “pazzia” (Mc 3, 21) a quelle sue “stranezze” adolescenziali.
Ovvero, in alternativa, dobbiamo supporre che Maria, Giuseppe e lo stesso Gesù (che certo parenti e conoscenti avranno provveduto a intervistare direttamente, ossia a martellare di domande), abbiano raccontato una sfilza di bugie, concordando prima tra loro la versione dei fatti da propinare al “pubblico” (anche se, per la verità, pare molto difficile immaginare quale invenzione potesse risultare tanto persuasiva da far tacere le voci malevole).
Anche queste considerazioni gettano non poche ombre sul presunto valore storico dell’episodio.
Problemi pratici
1) Maria e Giuseppe si accorgono solo dopo un’intera giornata di viaggio che Gesù non è con loro: come minimo, questa è omissione di custodia. Non solo il “Redemptoris custos”, ma anche la sua santa consorte son venuti meno ad un loro preciso dovere.
A nulla serve dire che a quell’epoca a dodici anni si era già maturi, emancipati, ecc. In primo luogo era la prima volta che Gesù andava a Gerusalemme; in secondo luogo la smentita viene dal fatto stesso che i genitori si mostrano angosciati per lo smarrimento: ciò significa che vi era di che preoccuparsi.
Il fatto acquista risvolti ancor più gravi, al limite del grottesco, se si intende alla lettera il particolare fornito da Luca, secondo il quale, addirittura, Gesù rimase a Gerusalemme. Dal che si deduce che al momento di partire i genitori non si preoccuparono neppure di accertarsi della sua presenza, e partirono senza di lui!
A una “normale” coppia di buoni genitori una cosa simile non sarebbe certo capitata. E, in ogni caso, non se ne sarebbero stati tranquilli per un’intera giornata pensando che il figlio fosse con qualcun altro; in tal modo si sarebbero accorti per tempo della sua scomparsa.
Eppure, la santa coppia non aveva che quell’unico figlio da custodire! Ne avesse avuti cinque o sei, chissà che cosa sarebbe successo. Ovvero, diciamo che in tal caso avrebbe avuto qualche attenuante.
Comunque sia, è inoppugnabile che per tutto un giorno i due non provarono il minimo desiderio di scambiare una parola con il loro amatissimo figlio; stettero tranquillamente a chiacchierare del più e del meno con più o meno improvvisati compagni di viaggio, paghi di immaginare che Gesù fosse con non meglio precisati parenti o conoscenti (a meno che rimanessero costantemente immersi in preghiere e meditazioni, come si legge nelle “Vite” di Maria di certe mistiche, che evidentemente hanno intuito il problema).
Si noti che non ha alcuna importanza il fatto che uomini e donne viaggiassero separati: il problema si poneva per tutti quelli che avevano bambini. Si trattava di concordare chi dovesse tenerli, poi catechizzarli a dovere e … controllare.
Concediamo pure tutte le attenuanti possibili: resta il fatto che non siamo certo di fronte a un comportamento esemplare. Se poi, per attenuare le responsabilità di Maria e Giuseppe, si vuole ipotizzare che essi, anziché limitarsi a pensare che il bambino si trovasse con certi parenti o conoscenti, ne fossero addirittura certi, allora si deve supporre una menzogna da parte di Gesù. Egli in effetti potrebbe aver promesso di aggregarsi a un determinato gruppo ed essersela invece svignata.
Ma per quanto riguarda l’armonioso funzionamento della Sacra famiglia si cade dalla padella nella brace: in tal caso il “Perché ci hai fatto così?”, anziché significare “Perché non ci hai avvertito?” diventa un “Perché ci hai mentito? Perché ci hai ingannati?”
2) Altro problema, a cui già abbiamo accennato parlando dell’atteggiamento di parenti e conoscenti: che cosa sarà accaduto negli anni successivi? Non si vede perché i tre non dovessero tornare a Gerusalemme ogni anno (tanto più che, si sostiene, non c’erano altri figli).
E allora come si sarà comportato Gesù? Non sarà più tornato a disputare nel tempio? Se vi tornò, perché Luca non vi accenna, magari con un brevissimo sommario? E se non vi tornò più, come spiegare questo bizzarro unicum, questo isolato exploit del dodicenne?
3) Tutto l’episodio è all’insegna della mancanza di comunicazione. E in quella famiglia non era la prima volta che tale incomunicabilità creava gravi problemi: basta pensare alle vicende che spinsero Giuseppe a meditare di “rimandare” la promessa sposa perché incinta di una creatura di cui egli non poteva essere il padre (cfr. “La Sacra Famiglia”).
4) Dato che la festa durava più giorni (v. 43), non si vede perché Gesù non abbia trovato modo di andare nel tempio prima che fosse terminata, anche nel caso che volesse farlo clandestinamente. Avrebbe almeno attenuato il senso di colpa dei genitori e ne avrebbe abbreviato l’angoscia (la ricerca sarebbe potuta cominciare subito, risparmiando uno o due giorni di pene).
D’altra parte, pare di capire dal testo che almeno un giorno si sarebbe guadagnato se la ricerca si fosse subito indirizzata al tempio, come un minimo di umanissimo “fiuto”, a prescindere da ogni assistenza da parte dello Spirito Santo, avrebbe dovuto suggerire.
5) Come sarà vissuto Gesù Bambino in quei tre giorni? Dove avrà dormito? Come un barbone? Cosa avrà mangiato, dato che non c’era Maria a preparargli le focaccine al miele di cui parla padre Livio? In che modo pensava di tornare a Nazaret? Si rendeva conto che il ricongiungimento coi genitori avrebbe potuto tardare anche parecchi giorni?
Sono domande tutt’altro che banali, dato che si tende costantemente a sottolineare la completa normalità, sotto il profilo fisico e psicologico, del divino bambino, vero uomo in tutto uguale a noi tranne che nel peccato.
Come possiamo accettare senza un’ombra di spiegazione la situazione di un dodicenne (vissuto sempre in famiglia in una località come Nazaret) solo soletto per tre giorni in una grande città a lui sconosciuta, per di più brulicante in quei giorni di forestieri di ogni risma?
Del resto, queste erano esattamente le domande che si saranno posti Maria e Giuseppe, i quali proprio per questo erano angosciati. Non si tratta di nostre frivole inopportune curiosità; assurdo quindi pretendere di liquidare la questione come non pertinente, banale e irrilevante.
Morale: anche questi sono elementi che fanno assai dubitare della storicità del racconto lucano, lasciando un forte sospetto di ossequio ad un genere letterario.
6) È chiaro che questa sortita nel tempio rompe clamorosamente (anche ammesso, e non concesso, che sia stata l’unica, come abbiamo appena visto) il famoso “nascondimento” dei trent’anni di Nazaret. Ma a questo punto sorgono vari interrogativi.
I dottori coi quali aveva dialogato Gesù non avranno “custodito nel loro cuore” l’episodio tanto singolare del bambino prodigio che discetta sulla Scrittura? Non l’avranno annotato sui loro taccuini, non si saranno preoccupati di raccogliere informazioni su di lui (e allora dovrebbe essere emerso che era di Nazaret, della discreditatissima Nazaret)? Non avran cercato di “seguirlo”, di mantenere un contatto per vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori? Qualcuno di loro non se ne sarà ricordato vent’anni dopo?
Tanto più poi che, come si è detto, è possibile, anzi probabile, che Gesù abbia rinnovato una o più volte le sue visite al tempio e la sua esibizione di dottrina negli anni seguenti.
E rimane ancora da considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che i dottori abbiano captato le parole di Gesù che si proclamava figlio del Padre celeste.
A tutte queste domande il testo non si preoccupa minimamente di fornire elementi di risposta. Dobbiamo ripeterci, rincarando la dose: ciò accresce ulteriormente i sospetti circa la storicità dell’episodio.
L’obbedienza di Gesù
“Gesù ci ha redento con la sua umiltà”, “Gesù ci ha redento con la sua obbedienza”, perché il primo peccato fu di superbia e di disobbedienza. È un ritornello della catechesi, particolarmente caro a padre Livio. Di qui la necessità di mostrare in Gesù una straordinaria umiltà e una straordinaria obbedienza (ai genitori, ovviamente).
Per quanto riguarda la pretesa umiltà del Cristo, non è questa la sede per parlarne. Quanto invece alla sua obbedienza, ricorderemo che Giovanni Paolo II l’ha indicato come modello nella “Lettera ai bambini” del 1994, mentre padre Livio dice che di Gesù sappiamo che obbedì fino all’età di trent’anni.
Al Papa si sarebbe dovuto far notare che l’unico esempio concreto che ci viene fornito del comportamento di Gesù bambino verso i genitori è una vera e propria mascalzonata (e i bambini non potranno certo apprezzarla nella sua asserita natura di “gesto profetico”!).
A padre Livio chiederemo da chi ha avuto l’informazione. Egli dice che Maria e Giuseppe si meravigliano della scappatella di Gesù proprio perché di regola era ubbidientissimo. Ma perché si meravigliassero non occorreva che fosse un prodigio di obbedienza: bastava che fino a quel momento non ne avesse fatto di così grosse.
Ovvero, diciamo che da qualsiasi bambino si aveva il diritto di pretendere che non si comportasse in quel modo.
Luca dopo questo episodio si affretta a dirci che, tornato a Nazaret, Gesù “era sottomesso a loro”. Collocata qui, questa non può non apparire un’excusatio non petita, volta a cancellare, o almeno a mitigare, l’impressione negativa, circa la propensione del divino bambino all’obbedienza, lasciata dall’episodio stesso.
L’evangelista ha costruito la pericope badando solo alla prospettiva teologica, ma probabilmente alla fine si rende conto che sotto il profilo dei rapporti umani la scena, non propriamente edificante, può aver suscitato qualche perplessità.
In ogni caso, la sottomissione di cui parla Luca ha tutta l’aria di essere limitata agli ambiti più umili della quotidianità.
Si intravede la contrapposizione di due piani: quello della vita domestica, della routine casalinga, in cui Maria e Giuseppe hanno ancora un ruolo da svolgere (guadagnare lui, badare alla casa lei) e in cui Gesù è sottomesso; e quello della vita dello Spirito, in cui Gesù non solo non è sottomesso, ma addirittura non ha niente da spartire con i due augusti genitori, sicché arriva ad ostentare la sua commiserazione per la loro inadeguatezza, umiliandoli in pubblico.
Con la sua risposta obiettivamente sprezzante egli si stacca dalla famiglia per innalzarsi al di sopra di essa, guardandola poi dall’alto con compassione, o meglio con compatimento.
Del resto, essendo “sottomesso ai genitori”, che cosa faceva Gesù di diverso da quel che faceva il 90% dei suoi coetanei?
È poi del tutto arbitrario estendere la “sottomissione” di cui parla Luca per il dodicenne tornato a casa (e bisognoso di farsi perdonare la monelleria commessa) a tutto il periodo di Nazaret, in particolare all’età compresa, diciamo, tra i 18 e i 33 anni (i ragazzi comunque erano per molti aspetti già maggiorenni proprio a partire dai dodici anni, quando divenivano soggetti alla legge): l’evangelista si riferisce esplicitamente al periodo della crescita del fanciullo.
E volerne fare la premessa di conclusioni teologiche è soltanto una delle innumerevoli forzature della cristologia e della mariologia. Tutto il comportamento di Gesù verso la madre, e in particolare le sue reiterate esternazioni “restrittive” - se non addirittura negatrici - circa i legami famigliari, oggettivamente legittima semmai più di un dubbio sull’obbedienza “perinde ac cadaver” di Gesù ai genitori.
Per concludere: se l’obbedienza di Cristo è così basilare come modello e come strumento di redenzione, perché non darcene almeno un piccolo campione? Perché nel Vangelo l’unico esempio di comportamento del giovane Gesù verso i genitori è, incontestabilmente, un esempio clamoroso di disobbedienza?
La figura di Giuseppe
Evanescente, “da larva”, come si è detto. Obbiettivamente umiliato dalla contrapposizione col Padre celeste, rimane muto, e possiamo legittimamente immaginarcelo con gli occhi a terra (Maria, gentile, lo nomina prima di se stessa nella coppia parentale). Quale auctoritas dimostra! Padre Livio ricorda sempre che ‘autorità’ deriva da augere, perché “fa crescere” il figlio. Qui l’autorità è zero.
Del resto, Giuseppe in tutta la Scrittura non dice una sola parola; per di più non compie un solo atto di propria iniziativa (salvo meditare di “rimandare” Maria che risulta incinta). È totalmente “eterodiretto”, telecomandato a mezzo angeli e sogni. Veramente un grande santo, “il più grande di tutti”!
Più che mai qui si confondono i privilegi del ruolo con i meriti della persona.
Prefigurazione della Pasqua?
Per liberare Gesù dall’accusa di crudeltà verso i genitori occorrerebbe dimostrare che egli, date le finalità della sua iniziativa, non poteva assolutamente avvertirli della sua prolungata permanenza a Betlemme.
A questo mira la tesi (“nuova feconda direzione di ricerca”) secondo cui Gesù col suo comportamento vorrebbe prefigurare, mediante un “gesto profetico”, il “triduo pasquale”, in cui si sottrarrà alla madre per poi ricomparire il terzo giorno.
Poiché la “scomparsa” del venerdì santo sarà eminentemente dolorosa, è necessario, si afferma, che anche quella di Gesù a Gerusalemme sia apportatrice di angoscia.
Se non che, a infirmare questa tesi sta il fatto che tra gli elementi dell’analogia manca proprio quello che occorrerebbe per scagionare Gesù bambino, ossia il mancato avvertimento.
Nel caso della morte di croce infatti Gesù diede ripetuti preannunzi; e verosimilmente non solo agli apostoli, ma anche alla madre, la quale, si vuol pensare, non sarà stata così carnalmente ottusa come i Dodici (di cui si dice che “non capivano ciò che egli aveva detto”, Lc 18, 34).
Sicché Maria, anche ammesso che, a ragione, considerasse la sua morte non come prodotta accidentalmente da volontà estranee, ma voluta da lui stesso (cfr ad es. “Il Messia doveva morire per …” detto dal Risorto ai due di Emmaus; “se il chicco di grano […] muore produce molto frutto”), mai avrebbe potuto dirgli sul Calvario: “Figlio, perché mi hai fatto questo?”
Accanto a questo particolare di capitale importanza, vi sono diversi altri elementi che differenziano le due situazioni che si pretenderebbe di accostare, e inficiano perciò la tesi di un’intenzionale prefigurazione del triduo pasquale:
1) come preparazione, quasi “addestramento” al dolore causato dal dramma del Golgota, la vicenda del Ritrovamento non può servire, in quanto decifrabile solo a posteriori: sarà al momento della crocifissione, si dice, che Maria capirà quell’evento remoto (non si vede quindi a che possa servire la prefigurazione: giunta a quel punto, la madre non avrebbe capito comunque?);
2) in ogni caso, tale preparazione risulta assurda per quanto riguarda Giuseppe, che non arriverà a vivere la crocifissione del Figlio. La sofferenza inflitta a lui risulta pertanto gratuita, pura crudeltà immotivata;
3) le due situazioni psicologiche non sono paragonabili, poiché qui l’angoscia di Maria è dovuta a due fattori completamente assenti nell’episodio pasquale:
a) il suo senso di colpa per aver smarrito il figlio;
b) l’atteggiamento ostile di Gesù, che prima scappa e poi rimprovera i genitori perché l’hanno cercato, non mostrando alcuna comprensione né per la loro angoscia né per il loro disorientamento.
A tutti questi argomenti ne vanno aggiunti alcuni di carattere “tecnico”.
Come fa notare Rossé, nel terzo vangelo Gesù, quando parla della propria risurrezione - futura o già avvenuta - dopo un periodo di tre giorni trascorso nella tomba, usa sempre l’espressione “il terzo giorno”, mentre per raccontare del ritrovamento nel tempio l’evangelista dice “dopo tre giorni”: “Luca non pensa dunque alla risurrezione di Gesù quando scrive ‘dopo tre giorni’ in Lc 2, 46”.
Analogamente, Rossé nega ogni valore di prefigurazione pasquale al “devo” pronunciato da Gesù Bambino (“devo occuparmi delle cose del Padre mio”), in quanto “il verbo ‘devo’ non è utilizzato esclusivamente nelle parole di Gesù sulla passione […], ma accompagna, in Luca, l’intera attività di Gesù posta sotto il volere divino”.
Teologia, storia e psicologia
L’episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio è tra quelli in cui più marcata si fa la divaricazione tra la prospettiva teologica e quella che vorrei chiamare “diegetica”, relativa cioè alla narrazione e attenta ai problemi di verosimiglianza storica e psicologica.
Sotto il profilo dei comportamenti umani, della psicologia corrente, il comportamento di Gesù verso i genitori è assolutamente indifendibile, e quasi tutti gli esegeti lo avvertono.
Allora si ripiega decisamente sulla dimensione teologica, derubricando al livello di quisquilie, di curiosità banali e un po’ infantili gli aspetti materiali, concreti, della vicenda.
Chiedersi come avrà vissuto il bambino ramingo a Gerusalemme significa ad esempio per Fitzmyer perdere completamente di vista il significato dell’episodio; che, sottolinea il biblista, si colloca al terzo livello della tradizione evangelica, non al primo.
Analogamente, per Schürmann l’annotazione del v. 50 (“Ma essi non compresero le sue parole”) “ha anzitutto una funzione letteraria, non storica”.
Che cosa si deve intendere? Che non è vero che i genitori non capirono il senso della risposta del figlio? E che Luca poteva tranquillamente fare assegnamento sul fatto che i lettori avrebbero intuito a volo quali affermazioni hanno funzione storica e quali funzione puramente letteraria? Proprio Luca, del quale quando torna utile si insiste a dire che è accuratissimo, sicché ogni suo particolare e ogni sua parola hanno una valenza e uno scopo precisi?
Siamo sempre di fronte a un’esegesi à la carte, che impiega di volta in volta i criteri più confacenti all’edificazione, anche a scapito del rigore scientifico e del semplice buon senso.
J. Ernst afferma enfaticamente che Gesù “contrappone all’esigenza del quarto comandamento il riferimento al suo esclusivo rapporto con Dio. Egli sottostà ad un obbligo più alto; il ‘deve’ divino […] è per lui il primo ed il più grande dei comandamenti. La sua vita non viene determinata dalla volontà dei suoi genitori terreni, dalle disposizioni, dai costumi e dagli usi umani, ma solo da Dio. Perciò egli deve essere là dove si tratta di Dio”.
Abbiamo qui uno straordinario concentrato di deformazioni esegetiche. Si vorrebbe far credere che per affermare le esigenze del proprio singolarissimo ruolo Gesù deve assolutamente infrangere il quarto comandamento.
“La sua vita non viene determinata dalla volontà dei suoi genitori terreni”: perché, forse che i genitori gli avevano proibito di andare al tempio e di discutere con i dottori?
La sua vita, si afferma ancora, non viene determinata neppure “dalle disposizioni, dai costumi e dagli usi umani”; ma “onora il padre e la madre” è forse una disposizione umana?
E il rispetto e l’affetto per i genitori sarebbero semplici convenzioni? Il divino bambino non nutriva nel proprio cuore di “vero uomo” un sentimento di affetto filiale che lo inducesse ad evitare di ferire il padre e la madre?
E se doveva “essere là dove si tratta di Dio”, perché allora non consacrarsi al servizio del tempio, come Samuele? La sua presenza nella dimora di Dio era assolutamente indispensabile solo in quei tre giorni, e poi non più, magari per vent’anni?
Le distorsioni di cui il passo di Ernst è un campione fra mille rivelano oltretutto uno scarso rispetto del lettore, che viene implicitamente considerato pronto a prendere per buone giustificazioni manifestamente prive di fondamento.
La realtà è che tutti i contenuti teologici dell’episodio si sarebbero potuti esprimere anche senza l’elemento traumatico che lo caratterizza.
Ad esempio, come si è accennato, Gesù, recandosi al tempio durante la festa (anziché dopo la sua conclusione) insieme al padre e alla madre, avrebbe benissimo potuto avvertirli di dover appartarsi per discutere con i dottori, lasciarli ugualmente sbalorditi con la propria dottrina e poi spiegar loro amorevolmente, in separata sede e in intimo colloquio, che egli doveva occuparsi delle cose del Padre celeste.
E proprio perché egli doveva sapere che parlando di questo padre toccava un tasto in qualche modo doloroso, avrebbe dovuto impiegare tutto il suo tatto e la sua dolcezza; dimostra invece la sensibilità di un elefante.
Poiché dunque tutto l’essenziale sotto il profilo teologico si poteva dire rinunciando alla lacerazione prodotta dal comportamento di Gesù, occorrerebbe dimostrare che tale lacerazione era necessaria per qualche altro valido motivo.
È appunto quello che cerca di fare la tesi che vede nell’episodio una prefigurazione della Pasqua. Ma, come abbiamo visto, si tratta di una tesi che non regge, per svariate ragioni.
In particolare, si può dire che il “gesto profetico” (quale si pretende che sia quello di Gesù) esplica di regola la sua funzione proprio in quanto viene spiegato ai destinatari.
Si tratta di un simbolo; e il simbolo come strumento di comunicazione è di per sé equivoco, ambiguo, polisenso, rispetto a una comunicazione verbale diretta e denotativa (“referenziale”, dicono i linguisti). Ma, in compenso, ha una particolare efficacia perché possiede una carica di provocazione, e rimane perciò vivamente impresso nelle menti.
Nel libro di Ezechiele, il profeta riceve più volte da Dio l’ordine di compiere (si vorrebbe dire “sceneggiare”) azioni concrete di valore simbolico spiegandone il significato al popolo di Gerusalemme.
L’efficacia comunicativa del gesto profetico sta appunto nella sua capacità di orientare in un certo modo il comportamento di coloro a cui è rivolto. Se i destinatari non lo comprendono, se esso non viene loro spiegato, la sua efficacia è nulla, la sua funzione viene completamente a mancare.
Luca avrebbe dovuto darci un racconto in cui il contenuto teologico venisse espresso proiettando una luce favorevole, anziché negativa, sui rapporti umani fra i tre di Nazaret. Non avendolo fatto, ci autorizza a pensare che le cose andarono veramente in un modo disastroso per l’immagine della Sacra Famiglia, a meno che egli abbia scritto (ovvero inventato) come peggio non si poteva.
Egli doveva comunque prevedere che ai lettori del suo Vangelo (e in particolare ai più lontani nel tempo) quest’episodio avrebbe fatto pessima impressione. Tant’è vero che dopo 2000 anni l’apologetica è ancora affannatissima a mettere paletti perché non si traggano le conclusioni pratiche, circa l’atteggiamento di Gesù verso i genitori, che ogni lettore non prevenuto trae immediatamente.
È assurdo dunque contrapporre la valenza teologica dell’episodio al suo significato in termini storici (accertamento di quel che avvenne realmente, cfr. i vari “problemi pratici” segnalati) e psicologici (armonia all’interno della Sacra Famiglia).
Si tratta di una contrapposizione del tutto artificiosa, volta ovviamente a stornare l’attenzione dal livello di analisi (quello storico-psicologico, appunto) che pone imbarazzanti problemi all’esegesi e alla teologia.
Maria “maestra” di Gesù
È pratica costante della catechesi insistere sul ruolo di educatori svolto da Maria e Giuseppe nei confronti di Gesù.
Sul ruolo di Giuseppe converrà sorvolare. Tutt’al più avrà dato al figlio qualche rudimento di attività pratica e professionale; nulla comunque di più di quanto possa fare qualsiasi padre.
Ma anche per Maria i testi evangelici non lasciano margini molto ampi. Si può concedere che abbia insegnato al piccolo a recitare qualche preghiera, come tanto piace fantasticare all’immaginazione devota. Ma ben presto l’allievo avrà dimostrato di saperne molto di più, circa le preghiere e il loro significato, della volonterosa maestra.
Di passaggio, noteremo un aspetto particolarmente bizzarro di tale situazione: poiché Maria, essendo giudea e non conoscendo ancora la Trinità, non può insegnare a Gesù a pregare il Padre (come egli farà poi da adulto), gli insegna a pregare Dio, quindi se stesso. La madre di Dio dunque insegna a Dio (suo figlio) a pregare Dio.
Comunque sia, l’episodio del Ritrovamento è a questo riguardo d’una crudezza impietosa.
Maria ha plasmato Gesù, si sostiene (e come ha plasmato lui, così plasma noi, ossia tutti gli altri suoi figli). Ma è quasi umoristica questa opera di “plasmazione” se si pensa che, quando Gesù ha solo 12 anni, lei, esterrefatta, “scopre” nel figlio qualcuno di cui non sospettava nemmeno l’esistenza; e quando lui cerca di spiegarle qualcosa, non arriva neppure a comprendere la spiegazione.
È completamente disorientata da quel bambino che lei, si dice, avrebbe plasmato. È la vera e propria squalifica dell’educatore. Si può affermare che la pretesa “madre di Dio” non sa nemmeno di chi è madre, e poco o nulla capisce del suo ruolo anche quando questo le viene “rivelato”.
Per padre Livio le sante qualità umane di Gesù sono state addirittura impresse in lui da Maria, sono in sostanza le qualità di Maria. Peccato che fra le virtù trasmesse al divino infante non ci fosse anche un minimo di buona educazione e di rispetto verso i genitori.
“Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”
Il primo e più ovvio senso della frase è alquanto banale, visto che sarebbe stato impossibile per chiunque non serbare il ricordo di vicende tanto movimentate e traumatiche. L’esegesi quindi legge nell’espressione un’attività di Maria volta a meditare, a “confrontare” gli eventi vissuti (secondo Lc 2, 19, che contiene appunto tale precisazione) per cercare di penetrarne il significato.
E, more solito, da questo minimo elemento si sono tratte conclusioni teologiche di enorme portata, relative al lavorio interiore della Vergine, al suo impareggiabile percorso di fede. (Si è persino preteso di vedere adombrato nella frase il ruolo di Maria quale confidente di Luca e pertanto fonte delle sue informazioni.)
Tutto questo nasce da una prospettiva volutamente distorta. L’interpretazione sarebbe plausibile se Gesù e Maria si fossero separati subito dopo il Ritrovamento e si fossero rivisti poi sul Calvario, o quanto meno a Cana.
In effetti, per dare un minimo di continuità al processo psicologico, la ricostruzione teologica “cuce” insieme spezzoni staccati di realtà, insistendo oltre misura sul pietoso stratagemma di Luca (che certo deve aver intuito il problema, acuito dallo iato tra i primi due capitoli e il resto del vangelo) del “custodire nel cuore” da parte di Maria.
Ma in realtà Madre e figlio non si sono mai separati, e avranno avuto mille occasioni di ritornare sull’argomento che scottava; sicché il “serbare nel cuore”, rimanendo ancorati al ricordo di quel lontano episodio, viene di fatto a svuotarsi di ogni significato.
Se così non fu, se cioè Maria e Gesù non scambiarono più una sola parola su quanto era accaduto (la madre continuando a rimuginarvi sopra, per cercare di spremerne un senso), dobbiamo supporre, sul piano umano, un vuoto pauroso di due decenni, un alienante black out della comunicazione, che potremmo chiamare “il vuoto di Nazaret”, da affiancare a quel “deserto di Nazaret” che illustriamo altrove come tacito presupposto dell’esegesi per quanto riguarda i rapporti della Sacra Famiglia con l’ambiente esterno.
E il problema, l’abbiamo visto, si pone subito dopo l’uscita dei tre dal tempio per tornare a Nazaret: è impensabile che dopo un evento tanto traumatico (ne fanno fede le parole angosciate di Maria) non si sentisse il bisogno di una spiegazione un po’ più ampia e distesa della lapidaria risposta data dal fanciullo nel tempio.
Se tale spiegazione vi fu, e se ve ne furono di simili nei lunghi anni che seguirono (magari in occasione di successive visite a Gerusalemme), allora, ripetiamo, è assurdo pensare che Maria abbia dovuto vivere di fede sino alla Pasqua, nella rielaborazione di lontani ricordi “custoditi nel cuore”; se invece non vi fu alcuna comunicazione, per timore di chiedere da parte della madre o per rifiuto di rispondere da parte del figlio, dobbiamo concludere che il “clima”, i rapporti interpersonali nella Sacra Famiglia avevano qualcosa di disumano. Il gelo assoluto.
Per concludere: come negli episodi dell’Annunciazione e della Visitazione, anche in quello del Ritrovamento Luca mostra di voler mettere a fuoco determinati problemi teologici senza minimamente curarsi delle ricadute psicologiche di quanto ci racconta.
Egli in effetti rivela attenzione alla psicologia della protagonista, la cui figura tratteggia con mano assai delicata, in tutto degna della trasposizione pittorica che ne farà poi il Beato Angelico. Ma ignora … beatamente tutte le questioni relative ai rapporti psicologici tra la Vergine e il mondo che la circonda, ivi compresi lo sposo e il dilettissimo Figlio.
Con ciò mette gravemente in imbarazzo l’apologetica, costretta a rispondere alle domande dei lettori non prevenuti che vorrebbero trovare nella Scrittura qualche conferma al quadro meraviglioso che della Sacra Famiglia offre loro la catechesi.
O almeno vorrebbero non trovarvi elementi così crudamente dissonanti rispetto a tale immagine.
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