controapologetica le bugie della fede

La visita dei Magi

Circa il notissimo episodio dei Magi non ci porremo alcun problema di natura propriamente storica. Non abbiamo alcuna possibilità di diradare il mistero che avvolge questi fascinosi personaggi (che considereremo in numero di tre, in ossequio alla tradizione).

Ci limiteremo ad esaminare il passo dal punto di vista di un lettore della Bibbia sgombro di pregiudizi e attento pertanto a quelle caratteristiche di verosimiglianza e di coerenza interna che si richiedono a qualsiasi racconto.

Del contesto storico ci interesserà una sola circostanza, ricavabile dallo stesso testo evangelico: Erode era un despota morbosamente sospettoso e crudele.

Possiamo anticipare il risultato della nostra lettura: tutta la narrazione è caratterizzata dalla più spiccata inverosimiglianza storico-psicologica.

In Matteo si incontrano con una certa frequenza particolari, o addirittura intere pericopi, che non trovano riscontro negli altri vangeli e che per la loro singolarità danno non poco filo da torcere agli esegeti: tali il terremoto alla risurrezione di Gesù, le guardie al sepolcro, e soprattutto i “risorti” usciti dalla tomba al momento della morte di Cristo, che a tutt’oggi costituiscono un enigma per la Chiesa (v. su questo “I presunti prodigi alla morte di Cristo”). L’episodio dei Magi, con quelli ad esso legati della Strage degli innocenti e della fuga in Egitto, si inserisce perfettamente in questa serie.

Segnaliamo alcune delle inverosimiglianze che ci sembrano più notevoli.

L’incredibile ottusità dei Magi

Tutti i guai capitati alla Sacra Famiglia e ai poveri innocenti vittime della strage di Erode sono in definitiva da attribuire all’incredibile sconsideratezza di questi saggi venuti dal misterioso Oriente.

Matteo non dice che si siano rivolti direttamente al re per chiedere informazioni sul bambino che cercavano; ma il collegamento tra i vv. 2 e 3 fa capire che essi non presero neppure la minima precauzione per impedire che la loro domanda arrivasse immediatamente proprio alle orecchie di colui che non sarebbe mai dovuto venire al corrente della cosa.

Se Erode aveva la fama di crudeltà che gli si attribuisce (ed era al potere da trent’anni!), come mai i Magi non ne sapevano nulla? Si tratta di un’ignoranza inverosimile, e in ogni caso colpevole.

Del resto, anche se non sapevano nulla del carattere sospettoso e crudele del re, un minimo di buon senso avrebbe dovuto suggerir loro che non potevano andare di propria iniziativa in Giudea a chiedere “Dov’è il re dei Giudei che è nato?”, a meno che non sapessero con certezza che tale nascita fosse stata accolta con giubilo, o almeno con serenità, da chi deteneva il potere.

Una domanda simile merita l’Oscar dell’ottusità: era facilmente prevedibile che il re, come si dice subito dopo, restasse “turbato”! Difficile immaginare gente più sprovveduta di questi supersapienti. Se è vero quel che ci racconta Matteo, s’intende.

L’inverosimile ingenuità di Erode

Ma anche il grande antagonista dei tre saggi non è da meno. Come fanno notare Gnilka e molti altri commentatori, è inverosimile che Erode, tanto sospettoso, non abbia fatto scortare i Magi da uomini di sua fiducia.

Risibile l’argomentazione del Ricciotti, secondo cui il re avrebbe rinunciato a tale soluzione per non esporsi al ridicolo, dato il carattere vistoso e pittoresco del corteo di quei “buffi orientali”. Uno spietato tiranno, ossessionato dall’idea di perdere il trono, spaventatissimo dalla prospettiva del Messia (specie dopo il responso dei sacerdoti precipitosamente convocati), avendo per di più ai suoi ordini un apparato poliziesco efficientissimo, avrebbe chiesto cortesemente ai Magi di tornare ad avvisarlo quando avessero trovato quel bambino che gli era stato presentato come “re dei Giudei”, ossia come suo diretto rivale! Tra le innumerevoli inverosimiglianze dei racconti biblici, questa è certo una delle più grosse.

Nel suo volume “I Vangeli dell’infanzia di Cristo”, R. Laurentin su questo punto svicola: si limita a dire che è stato osservato che Erode poteva far pedinare i Magi. Ricciotti non c’era arrivato: se il re avesse predisposto un pedinamento, ossia una procedura per definizione clandestina, chi se ne sarebbe accorto? Tanto più che, proprio perché i tre col loro corteggio erano così vistosi, si poteva seguirli anche molto discretamente, tenendosi nascosti, senza per questo perderli di vista.

Ma c’è di più: poiché il pedinamento avrebbe anche potuto non dare risultati, giacché i Magi non sapevano dove trovare Gesù, andava in ogni caso affiancato da una ricerca diretta da parte degli uomini di Erode, ricerca che aveva tutte le probabilità di riuscire meglio di quella dei Magi, nuovi del paese e dimostratisi tanto disorientati.

Si può obiettare che i tre avevano il vantaggio dell’assistenza divina, a cominciare dalla stella. Ma, in primo luogo, questo il re non poteva saperlo; in secondo luogo, si dovrebbe spiegare come mai tale assistenza non abbia consentito ai Magi di evitare addirittura di assumere informazioni, correndo un gravissimo rischio: proprio la presenza della stella avrebbe dovuto rendere superflua la loro inchiesta.

Resta il fatto che se i Magi avessero reperito Gesù prima degli sgherri di Erode, sarebbero tornati utili i pedinatori, che avrebbero potuto informare immediatamente il re.

L’improbabile stella

Qualche commentatore, come J. Schmid, insiste sul fatto che i Magi iniziarono il viaggio per aver visto la stella, simbolo regale, ma non ne furono guidati: la strada la trovarono da soli. Può essere; Matteo però dice che la stella poi li guidò da Gerusalemme a Betlemme sino alla casa della Sacra Famiglia, e che essi si rallegrarono nel vederla ricomparire.

In ogni caso, è chiaro che se fosse rimasta sempre visibile, o fosse almeno ricomparsa all’arrivo dei Magi a Gerusalemme, si sarebbe evitata la Strage degli innocenti.

È ridicolo che i Magi creino tutta quella tensione (mettendo sciaguratamente Erode sul chi vive) solo per venire a sapere che il neonato si trova probabilmente a Betlemme, quando poi tale informazione risulta del tutto inutile in quanto la stella, comparsa o ricomparsa che sia, li guida addirittura fino alla casa cercata.

La regìa divina non si mostra dunque particolarmente sapiente: i tre saggi avrebbero potuto tranquillamente arrivare fino a Gesù senza chiedere nulla a nessuno! Certo, visto che davano nell’occhio, qualcuno li avrebbe interrogati sullo scopo del loro viaggio; ma, con un minimo di intuito, avrebbero potuto dare una risposta evasiva, evitando comunque di dichiarare proprio che cercavano un neonato “re dei Giudei”, ossia un potenziale rivale diretto del sospettosissimo Erode.

Impossibile poi non notare l’assurdità della circostanza per cui un luogo così specifico e minuscolo quale è una casa, presumibilmente posta in mezzo a tante altre, viene “indicato” da una stella: dovrebbe essersi fermata al massimo a qualche decina di metri dal tetto. Vien da pensare a una stella di cartone fosforescente.

Stando così le cose, sembra decisamente superfluo affannarsi a ricordare che Betlemme è all’incirca a sud di Gerusalemme, e che nessuna stella va verso sud; e vana è ogni elucubrazione per dare al nostro astro uno statuto astronomico, come molti hanno invece cercato di fare, da Keplero in poi. Si può senz’altro sottoscrivere la conclusione di Schmid, secondo cui siamo di fronte a “una raffigurazione puramente poetica e popolareggiante”.

Altre circostanze inverosimili

Se i Magi col loro pittoresco corteggio erano tanto vistosi, è inevitabile che prima la loro ricerca tanto determinata della casa di Gesù e poi la loro presenza sul luogo abbiano attirato sulla Sacra Famiglia l’attenzione di molti, anche semplici popolani curiosi.

Impossibile che la gente non si sia chiesta che cosa avessero di speciale quella famiglia e quel bambino per essere oggetto di una particolarissima attenzione da parte di persone tanto importanti e venute da tanto lontano. Non poteva poi non suscitare una pericolosa curiosità il fatto che la stella si fosse fermata proprio sopra quella casa.

E il corollario che se ne trae è immediato: a parte ogni altra conseguenza (soprattutto domande insistenti e imbarazzanti), non si vede come i tre di Nazaret possano poi essersela svignata alla chetichella, senza attirare ancor più l’attenzione su di sé.

Gioverà notare, a questo proposito, che la “fuga” in Egitto non poteva attuarsi se non con ritmi piuttosto lenti: Giuseppe e Maria avranno avuto a disposizione, al massimo, l’asinello che la tradizione iconografica gli ha sempre attribuito, non certo i destrieri superveloci di cui disponeva la polizia di Erode.

Se comunque ci poniamo nella prospettiva dell’evangelista, per il quale la folla, e in genere il contesto ambientale risultano assenti (proprio come nel vangelo dell’infanzia di Luca), non possiamo fare a meno di notare che se la Sacra Famiglia era passata inosservata non le sarebbe stato necessario fuggire sino in Egitto: bastava allontanarsi da Betlemme, dato che la furia di Erode si accaniva solo contro questa località.

Anzi, secondo la logica più elementare, sarebbe bastato che i tre, evitando ovviamente di passare da Gerusalemme, si recassero (ovvero tornassero) direttamente a Nazaret.

A parte infatti la circostanza che, a quanto sembra, il viaggio dalla Palestina all’Egitto si svolgeva in condizioni terribili, è impossibile non vedere che proprio l’uscita dal regno per recarsi in un paese straniero costituiva obiettivamente una manovra tale da attirare sui protagonisti i peggiori sospetti.

Per quanto riguarda poi la “fuga” dei Magi, poiché nel loro caso è certo che avevano ormai attirato l’attenzione generale, sembra oltremodo improbabile che possano essersi dileguati passando tranquillamente “per un’altra strada”. Se “tutta Gerusalemme” fu messa a rumore dal loro arrivo e dalla loro domanda (cfr. Mt 2, 3), dovevano avere addosso gli occhi di tutti.

Ancora: si pone il problema dei testimoni della richiesta di Erode ai Magi di tornare ad informarlo circa il bambino. Si potrebbe fare l’ipotesi che i Magi stessi l’abbiano riferita ai genitori. Ma così non fu: la visione avuta in sogno dai tre visitatori dimostra che Maria e Giuseppe non li avevano messi sul chi vive.

Incredibile ingenuità, poiché loro dovevano sapere che Erode non avrebbe tollerato la concorrenza di quel “re dei Giudei” che i Magi asserivano di aver individuato in Gesù. Ovvero dovremo supporre che tra i due sposi e i saggi dell’Oriente non vi sia stato alcuno scambio di idee circa Erode e il suo atteggiamento.

In ogni caso, il testo fa chiaramente capire che fu solo l’avvertimento ricevuto dal Cielo a far prendere ai Magi un’altra strada per il ritorno, al momento di lasciare Betlemme.

E qui sorge un ennesimo problema: anche questo annuncio celeste non si capisce come sia poi venuto a conoscenza dell’evangelista.

Per finire, ancora un piccolo particolare che dimostra la scarsissima aderenza del racconto al contesto storico-psicologico.

Matteo scrive che, saputo dei Magi in cerca del neonato re dei Giudei, “il re Erode restò turbato, e con lui tutta Gerusalemme”. J. Gnilka fa notare l’assurdità della cosa, dato che Erode era odiato, e il popolo avrebbe semmai avuto di che rallegrarsi per la comparsa di un nuovo re.

Conclusione

Riprendiamo la definizione usata da Schmid per parlare della stella che avrebbe guidato i Magi: “raffigurazione puramente poetica e popolareggiante”. Non ci pare fuori luogo applicare tale definizione a tutto l’episodio della visita, con le sue ineliminabili appendici della Fuga in Egitto e della Strage degli innocenti. Tutta la narrazione risponde chiaramente all’intento teologico di mostrare l’ossequio prestato al Messia da genti straniere e pagane.

Sembra pure che sullo sfondo vi sia un parallelismo tra Gesù e Mosè, entrambi salvati da morte certa nella primissima infanzia ed entrambi venuti dall’Egitto. Secondo tarde accuse mosse alla veridicità dei racconti evangelici, Matteo avrebbe adombrato nel suo Vangelo un periodo effettivamente passato da Gesù in terra egiziana, dove avrebbe appreso le arti magiche poi impiegate nel compimento dei miracoli.

Non entriamo nel merito di queste ipotesi; ma la struttura stessa della narrazione ci impedisce di considerarla un resoconto sostanzialmente fedele di fatti realmente accaduti.

Basterebbe vedere del resto con quale imbarazzo tratta il problema della sua “storicità” P. Grelot, che pure, grazie alla sua distinzione tra valore “istoriale” (relativo al significato teologico profondo) e valore “storico” (relativo alla possibilità di inserimento nelle coordinate della storia profana), può muoversi con una certa libertà su questo terreno che scotta.

Egli non scarta a priori l’idea che possa trattarsi di “un’elaborazione destinata a illustrare un insegnamento catechetico”; e riferisce con rispetto l’opinione dell’insigne biblista e poi cardinale Danielou, secondo il quale il racconto “potrebbe essere una creazione di Matteo, ispirata a un’alta idea teologica”.

Il che corrisponde esattamente a quanto si suole indicare con l’aborrito termine di theologúmeno.

Delizia dei bambini impegnati a creare ed abbellire il presepio, la storia “dei tre Re Magi” ha lasciato innumerevoli tracce nell’immaginario collettivo e nell’arte figurativa del mondo cristiano.

Ma le sue contraddizioni intrinseche fanno pensare che, anziché storia, non sia altro che una bella storia.

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