controapologetica le bugie della fede

‘Non la conobbe finché non partorì un figlio’

Metodo dell’indagine

“E non la conobbe finché non partorì un figlio; e chiamò il suo nome Gesù” (Mt 1, 25).

Questo versetto è uno dei più classici terreni di scontro fra i negatori e i fautori della perpetua verginità di Maria.

Se Matteo, dicono i primi, scrive che Giuseppe si astenne da ogni contatto con la sposa “finché [questa] non partorì un figlio”, si deve intendere che dopo il parto i contatti vi furono.

Per l’apologetica invece la proposizione temporale introdotta dalla congiunzione greca héôs (o héôs hoû, come recano alcuni manoscritti) ci informa esclusivamente su quanto accadde prima del parto, e non ci autorizza a congetturare nulla su quel che accadde dopo.

La strategia difensiva dell’esegesi ortodossa punta sostanzialmente sulla citazione di esempi tratti dal Nuovo Testamento e dalla versione dei Settanta per mostrare che il valore di héôs (o héôs hoû) è quello che essa sostiene, privo cioè di implicazioni con quanto accade dopo il limite temporale indicato dalla congiunzione.

In realtà, però, qui non si tratta tanto di inventariare veri o presunti valori d’uso di héôs nella sua specificità di lemma del greco ellenistico, quanto di analizzare le strutture di pensiero che soggiacciono a costrutti del genere, e che sono in larga misura comuni al greco, al latino e alle principali lingue moderne dell’Europa occidentale.

Il terreno su cui è più opportuno muoversi è quindi quello della linguistica testuale, e il discorso può benissimo venire condotto su esempi italiani.

In effetti, per l’analisi dei diversi impieghi di héôs occorrerebbe in primo luogo una griglia piuttosto articolata e sottile. In genere invece gli esegeti (ho presenti soprattutto Serra, Laurentin, Blinzler) non fanno ricorso a griglia alcuna. Qui si cerca di fornirne almeno un abbozzo, abbozzo comunque tale da eliminare dalla considerazione, in quanto non pertinenti, la maggior parte degli esempi comunemente addotti.

In primo luogo è opportuno procedere a una definizione del costrutto in esame e stabilire qualche convenzione terminologica.

Definizione e tassonomia

Il costrutto che qui si studia è costituito da una principale (in ogni caso una reggente) e una subordinata temporale introdotta da héôs, equivalente a ‘finché’, ‘fino a che’ (in italiano può aversi nella subordinata un “non” puramente pleonastico).

Chiamiamo A (ovvero “antecedente”) la prima frase; B (ovvero “conseguente”) la seconda.

È importante precisare che il senso di “finché” che è qui in gioco non è quello di ‘per tutto il tempo che’ (ingl. as long as), bensì quello di ‘fino al momento che’ (ingl. till, until).

In italiano l’ambivalenza consente di dire ad esempio “ti starò accanto finchè vivrò” e “ti starò accanto finché morrò” senza apprezzabile differenza di significato. Il senso che a noi interessa, ripetiamo, è il secondo (‘fino al momento che’).

Va notato che l’apologetica, per aumentare il numero degli esempi che ritiene depongano a favore della sua tesi, prende in considerazione anche gli enunciati in cui, anziché una proposizione temporale introdotta da “finché”, figura un sintagma preposizionale introdotto da “fino a”. Tali ad esempio i casi di Mt 28, 20 (“fino alla fine del mondo”) e di Dt 34, 6 (“fino ad oggi”).

A noi basta considerare che tali sintagmi si possono sviluppare in proposizioni equivalenti dalle quali si può ricavare il tempo verbale soggiacente, così da poter procedere per operare le suddivisioni che seguono.

Prima suddivisione

Nell’insieme dei costrutti con héôs è di fondamentale importanza distinguere quelli in cui il predicato di B (e di conseguenza anche quello di A) è al passato da quelli in cui esso è al presente o al futuro.

La ragione dell’importanza di tale distinzione sta nel fatto che la presenza, in B, di un verbo al passato implica che il momento dell’enunciazione è successivo al limite temporale indicato da héôs, il che rende possibile che l’emittente conosca quanto è accaduto dopo tale limite.

Questo è appunto il caso del versetto di Matteo, il quale scrive dopo la nascita di Gesù; sicché potremo d’ora in poi tralasciare di prendere in considerazione tutti gli esempi in cui B ha il predicato al presente o al futuro, a cominciare da quello citatisssimo di Sal 110, 1: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”.

Seconda suddivisione

Una seconda fondamentale suddivisione tra i costrutti contenenti héôs va fatta sulla base seguente:

1) costrutti nei quali B contiene un’informazione che ci permette di escludere che dopo il termine temporale indicato da héôs accada - o accada ancora - ciò che viene negato (o, secondo i casi, affermato) in A;

2) costrutti in cui non compare alcuna informazione di tal genere.

Ad esempio, appartiene al primo gruppo un costrutto con antecedente negativo del tipo “Non risparmiò il motore, finché si ruppe”: l’informazione circa l’avvenuta rottura ci consente di escludere che dopo questo momento (indicato appunto da héôs) sia accaduto quel che non era accaduto prima, ossia che il motore sia stato risparmiato.

Altro esempio del primo gruppo è “strapazzò il motore finché si ruppe”: la differenza rispetto a quello appena visto sta nel fatto che qui l’antecedente è affermativo. Poiché comunque ci viene detto che il motore si ruppe, anche in questo caso abbiamo una certezza: siamo certi che non continuò ad accadere dopo il termine temporale quel che era accaduto prima, siamo certi cioè che il motore non fu più strapazzato.

Tra gli esempi allegati dall’apologetica, presenta questa caratteristica 2Sam 6, 33: “Mikal figlia di Saul non ebbe figli fino alla morte”. Poiché il termine temporale è costituito dalla morte della protagonista, è escluso che quel che non era accaduto prima di tale termine sia potuto accadere dopo.

Il costrutto che figura in Mt 1, 25 appartiene invece al secondo gruppo, in quanto non contiene alcuna indicazione che ci consenta di escludere, per motivi puramente fisici, che dopo il termine indicato da héôs (ossia il momento del parto) si sia verificato quel che non si era verificato prima di esso, ossia che vi siano stati rapporti sessuali tra i due coniugi; il parto infatti non presenta alcuna incompatibilità fisica (più precisamente: fisiologica) con tali successivi rapporti.

Si tratta in sostanza di un costrutto analogo a “Non ebbero figli finché (non) si trasferirono a Firenze”. Se si considera questo enunciato come prelevato casualmente da un’opera biografica, prescindendo da qualsiasi contesto, si deve ammettere che, benché esso non affermi che dopo il cambio di residenza siano arrivati dei figli, questa è proprio l’informazione che noi spontaneamente ricaviamo da una lettura non prevenuta.

La stessa cosa, ripetiamo, accade per la frase di Matteo: “ed egli non la conobbe (lett. ‘non la conosceva’) finché partorì un figlio”.

Si ha un bel dire che essa lascia impregiudicato quel che accadde dopo il parto; e in particolare è vano appellarsi, per sostenere tale tesi, ai supposti usi di héôs, accumulando esempi assolutamente non pertinenti.

L’enunciato infatti appartiene al primo dei due gruppi individuati dalla prima suddivisione che abbiamo operato tra i costrutti con héos, ha cioè entrambi i predicati al passato: ciò significa che l’evangelista nel momento in cui scrive sa, o comunque può sapere, che cosa avvenne dopo il parto.

Ed appartiene al secondo dei due gruppi definiti con la seconda suddivisione, non contiene cioè alcuna informazione che ci permetta di escludere che quel che non è accaduto prima del parto sia accaduto poi.

È dunque assodato che, come nel caso di “Non ebbero figli finché (non) si trasferirono a Firenze”, una lettura sgombra di preconcetti, non diciamo teologici, ma anche semplicemente “testuali”, ci suggerisce che la situazione sia cambiata dopo il termine temporale indicato da “finché”, e che quindi i rapporti tra Giuseppe e Maria dopo il parto vi siano stati.

Ma a rendercene pressoché certi vi è un’altra serie di considerazioni che vengono generalmente trascurate.

“Senza che la conoscesse”

Comprendendo che la formulazione scelta da Matteo avalla le peggiori congetture circa la perpetua verginità di Maria, l’apologetica ha deciso di giocare la carta della traduzione truccata.

Quello che non si è mai osato fare con i “fratelli” di Gesù, che sono sempre stati designati in questo modo, delegando all’esegesi devota il compito di spiegare che si tratta in realtà di cugini; quello che tra mille perplessità ci si è decisi solo ora a fare col “non ci indurre in tentazione” del Padre Nostro; si è osato invece farlo con la frase di Matteo, che nella traduzione CEI, fin dalla prima edizione del 1974, suona così: “senza che egli la conoscesse, partorì un figlio …”.

In questo modo ogni pericolo di congetture su possibili rapporti coniugali successivi alla nascita di Gesù è scongiurato; e infatti questa è la traduzione che caldeggiano ad esempio Blinzler e Tentori.

La giustificazione addotta, come si è detto, è che héôs non corrisponderebbe esattamente all’italiano “finché”: mentre quest’ultimo legittima l’ipotesi di contatti sessuali dopo il parto, héôs, si sostiene, per sua natura non suggerisce assolutamente nulla circa quel che avvenne dopo la nascita del bambino (e a supporto, abbiamo visto, si citano numerosi costrutti con héôs reperibili nella Bibbia greca, ma nella quasi totalità irrilevanti perché non provvisti delle caratteristiche proprie di quell’unico che ci interessa).

In realtà, la traduzione CEI è in primo luogo decisamente scorretta dal punto di vista strettamente linguistico, ossia sintattico-semantico, in quanto trasforma una proposizione temporale in una modale-causale.

Da essa si ricava insomma che il parto non fu causato da un rapporto tra Maria e Giuseppe. È dunque sbagliata sia secondo la lettera che secondo lo spirito.

Ma, oltre ad essere linguisticamente scorretta, la traduzione è anche insostenibile sotto il profilo della struttura dell’informazione, ossia delle modalità comunicative.

La negazione che essa contiene (esclude in sostanza che il bambino sia stato concepito in seguito a un rapporto sessuale), è un’informazione che Matteo ci ha già ampiamente fornito, per di più con la solenne sottolineatura di una comunicazione angelica e la conferma costituita dal repentino mutamento intervenuto nell’atteggiamento di Giuseppe: proprio questo è il nocciolo del suo racconto. Ed è evidente che, una volta iniziata la gestazione, la presenza o assenza di rapporti è del tutto ininfluente sulla paternità del bambino.

Quindi, voler far dire all’evangelista, a questo punto della narrazione, che il parto non fu frutto di un contatto sessuale successivo all’inizio della coabitazione, significa fargli dire un’incredibile banalità, se non addirittura una sciocchezza.

Quel che Matteo ci vuole dire, e in effetti ci dice, è che Giuseppe non conobbe la sua sposa “finché essa ebbe nel grembo il divino bambino”. Questa sì che è effettivamente un’informazione nuova: degna di venir fornita al lettore, dunque, sotto il profilo della strategia comunicativa, e tutt’altro che insignificante dal punto di vista teologico e psicologico.

Maria, vuol dirci Matteo, giunse al parto vergine perché Giuseppe non osò toccare quel grembo che ospitava il figlio dell’Altissimo.

Ma ora ciascuno si chieda se la formulazione qui suggerita induca a pensare ad un’astensione dai rapporti coniugali perdurante anche dopo il parto: formalmente la cosa non viene esclusa, certo, ma di fatto lo è, in quanto la motivazione soggiacente al comportamento “riguardoso” di Giuseppe (l’unica che dia senso alla frase in questione, come s’è detto) cessa di sussistere proprio con la nascita di Gesù.

Va notato che questa interpretazione collima perfettamente con quanto afferma l’esegesi circa l’interesse cristologico anziché mariologico del racconto di Matteo: all’evangelista preme in primo luogo eliminare ogni sospetto di nascita illegittima, e soprattutto presentare Gesù come figlio di Dio fin dalla nascita (e non più solo a partire dal Battesimo nel Giordano, o addirittura dalla Risurrezione, come nel primo kérygma). Logico quindi che il rispetto di Giuseppe sia rivolto in primo luogo al nascituro custodito nel grembo di Maria, anziché alla madre.

Blinzler accenna a un’obiezione del genere avanzata da H. Koch, ma non prende posizione, evidentemente perché non è in grado di controbattere. Si limita a ripetere che a Matteo preme sottolineare la verginità di Maria (quantunque sposa) al momento del parto, senza dir nulla su quel che avvenne poi.

Ma la prospettiva cambia completamente, come si è visto, se si cerca di individuare l’intenzione comunicativa dell’evangelista, ossia la funzione della frase sotto il profilo dell’informazione. Tale funzione è quella di introdurre le ragioni del rispetto di Giuseppe per la sposa; ragioni che dopo il parto non sussistevano più.

Concludendo: è assurdo che Matteo voglia ripeterci ancora una volta che Giuseppe non è il padre del bambino: ce l’ha già detto abbastanza. Vuole dirci invece che, fino a quando Maria partorì, lo sposo non ebbe alcun rapporto con lei.

In mancanza di una precisazione esplicita, la formulazione usata dall’evangelista lascia quindi supporre, come cosa normale, che i rapporti in seguito vi siano stati.

E vale quanto diciamo altrove per i “fratelli di Gesù” e per altri passi analoghi, vere e proprie “croci” della mariologia: se era importante stornare ogni sospetto circa la perpetua verginità di Maria, chi ha diretto le operazioni di redazione del testo biblico ha dimostrato una singolare insipienza.

C’erano mille altri modi per dire quanto si voleva dire senza suscitare imbarazzanti equivoci; anzi, come si è visto, la soluzione migliore per Matteo sarebbe stata quella di non dir nulla, poiché egli aveva già informato a sufficienza i suoi lettori circa la reale paternità di Gesù.

Chi, leggendo Mt 1, 25 nel testo greco o in una sua traduzione fedele, capisce che dopo il parto Maria ebbe normali rapporti coniugali con Giuseppe, può dunque sentirsi in pace con la propria coscienza. Non occorre essere miscredenti per interpretare un enunciato secondo le normali convenzioni che regolano la comunicazione verbale.

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