controapologetica le bugie della fede

Lc 2, 7: ‘Il suo figlio primogenito’

Raccontandoci la nascita di Gesù, Luca scrive che Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia …” (Lc 2, 7).

“Il suo figlio primogenito” (prôtótokos): ciò significa dunque che Gesù fu il primo di più figli, ossia che ebbe poi dei fratelli? Se è così (come si ricava del resto dai vangeli stessi, che ci parlano a più riprese, come è noto, dei “fratelli di Gesù”), dobbiamo concludere che Maria non rimase sempre vergine, poiché è ovvio che gli altri figli, se vi furono, non vennero certo concepiti e partoriti in modo soprannaturale come il primo.

Ma tale conclusione, essendo inaccettabile per la fede cattolica, è combattuta con tutte le forze dall’apologetica. Vediamo dunque gli argomenti messi in campo, per poterli poi opportunamente confutare.

1) L’uso di “primogenito”, si sostiene, indica che non vi sono stati altri figli prima di questo, ma non implica affatto che ve ne siano stati dopo. Il primo nato viene chiamato “primogenito” al momento stesso della nascita, quando cioè ancora non si sa se sarà seguito da altri. Qualcuno arriva addirittura a dire che “primogenito” equivale a “unigenito” (R. Brown e Fitzmyer citano un paio di esempi tratti da apocrifi dell’Antico Testamento).

Bene. Il fatto è però che queste considerazioni sono validissime nel caso di una prospettiva ex ante (quale si ha appunto al momento della nascita), ma sono inapplicabili nel caso di una prospettiva ex post, quando cioè chi parla o scrive conosce già come sono andate le cose dopo la nascita del primogenito.

Facciamo un esempio. Un medico che accorre al capezzale di un paziente sconosciuto colpito da infarto chiede ai famigliari se egli ha già subito altri infarti. Rispondendo “No, è la prima volta”, i parenti non intendono certo dire che ve ne saranno altri; anzi, si augurano che, una volta superato questo, il loro caro di infarti non ne abbia più. Ciò è ovvio, in quanto essi possono prendere in considerazione solo il presente e il passato.

Ma immaginiamo ora il caso della biografia di un uomo ormai defunto, del quale non sappiamo nulla. Se in essa, aprendo il libro a caso, leggiamo ad esempio: “Nella primavera del 1937 ebbe il suo primo infarto”, non possiamo avere il minimo dubbio circa il fatto che di infarti ve ne furono altri, o quanto meno un altro.

Questo perché sappiamo che l’autore scrive dopo la morte del protagonista, ed è quindi al corrente di tutti gli eventi importanti della sua vita; per cui, se quell’infarto fosse stato l’unico, avrebbe scritto “Nella primavera del 1937 ebbe un infarto” (o eventualmente, se si tratta di circostanza a cui già si è accennato o ritenuta comunque nota, “ebbe l’infarto”, o “il famoso infarto”).

Ciò, ripeto, in virtù di alcuni principi fondamentali di linguistica testuale, di logica della comunicazione, validi per tutte le lingue e tutte le culture in cui vi sia univocità nell’uso del concetto di “primo”, ossia dell’aggettivo ordinale del numero 1.

Concludendo: Luca, scrivendo ex post, cioè come narratore a conoscenza degli sviluppi successivi della vita di Gesù e di Maria (lo dimostra il resto del Vangelo, nonché il fatto che Luca stesso presenta la sua opera come “biografia” di un defunto), quando usa “primogenito” non può non alludere alla presenza di altri figli.

Ovvero, diciamo che non poteva non pensare che i suoi lettori, sapendo che egli scriveva sessanta o settant’anni dopo la nascita di Gesù, avrebbero visto in “primogenito” un’allusione ad altri figli di Maria.

Ciò anche per un altro fondamentale motivo. Che Gesù è il primo figlio di Maria, Luca ce l’ha già detto in mille modi: chi ha seguito il racconto dell’Annunciazione, della Visitazione e del viaggio a Betlemme dovrebbe essere un mentecatto per pensare che Maria abbia già qualche altro bebè.

Del tutto superflua sarebbe quindi l’indicazione dell’evangelista se egli intendesse riferirsi solo al fatto che Gesù non è stato preceduto da alcun fratello.

2) Più o meno consapevole della situazione che abbiamo qui delineato, l’esegesi gioca un’altra carta, quella della obiettiva importanza della qualifica di “primogenito”: Luca, si dice, vorrebbe sottolineare i “diritti della primogenitura”. Ad esempio, secondo Schürmann il termine indica che Gesù “come primo nato risultava consacrato a Dio”.

Ma ci sembra affermazione banale: proprio perché qualunque primogenito nasceva ipso iure già consacrato a Dio, l’unica informazione importante da fornire al lettore sarebbe che Gesù è primogenito; senonché a questo punto, ripetiamo, si tratta di un’informazione ormai del tutto superflua.

E a poco serve anche aggiungere, secondo una variante di tale tesi, che “in quanto davidida primogenito, il bimbo viene caratterizzato come possibile pretendente messianico”: si tratta di sottolineature inutli, poiché noi già sappiamo pure che egli è discendente davidico (il che del resto non viene certo richiamato da prôtótokos; senza contare che proprio Davide, dal canto suo, era l’ultimo di otto fratelli, e che spesso il favore divino, come mostrano i casi di Abele, di Giacobbe e di Efraim, privilegiò proprio il secondogenito). La discendenza davidica di Gesù è già stata esplicitamente affermata da Luca nell’Annunciazione (1, 32: “il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”) e verrà infine ribadita nella genealogia (3, 23 ss.).

Insostenibile pertanto la tesi di prôtótokos impiegato per sottolineare lo status giuridico-teologico del divino bambino.

3) Altra risorsa dell’apologetica è l’argomento secondo cui l’evangelista, usando “primogenito”, intenderebbe introdurre e anticipare la tematica che toccherà qualche versetto più avanti (2, 23 ss.), quando parlerà della presentazione di Gesù al tempio per essere riscattato in quanto appunto primogenito.

Anche questo è però un argomento debolissimo, poiché non si vede proprio il motivo di tale “preparazione”, dato che al luogo opportuno Luca dovrà per forza di cose tornare a ripeterci che Gesù è primogenito, e addirittura lo dirà citando la norma legale veterotestamentaria, in cui il primogenito stesso viene presentato come “maschio che apre la vulva” (su questo punto, considerato da un’angolazione diversa, torneremo nel P.S. al termine dell’articolo).

Non vi era dunque nessunissima buona ragione per cui l’evangelista dovesse darci qui informazioni che già possedevamo e che egli stesso ci avrebbe dato nuovamente, con opportuna sottolineatura teologica, pochi versetti dopo.

4) L’asso nella manica dell’apologetica è comunque costituito da un reperto archeologico, un’iscrizione sepolcrale scoperta nel 1922 e datata 28 gennaio 5 a. C. (quasi l’anno stesso della nascita di Gesù). In essa si immagina che la defunta parli e dica queste parole: “Nelle doglie del parto di un figlio primogenito il destino mi condusse alla fine della vita”.

Ecco dunque, proclamano trionfanti gli esegeti cattolici: il figlio di questa donna viene definito “primogenito” benché sia certo, dato che la madre è morta nel darlo alla luce, che non fu seguito da altri.

È strano che anche esegeti della massima autorevolezza accettino senza alcuno spirito critico una conclusione del genere. L’argomento infatti avrebbe una indubbia consistenza se la notizia della morte di parto della donna noi la ricavassimo da una fonte diversa dall’iscrizione. Ma perde ogni forza per il fatto che tale informazione ci viene fornita dall’iscrizione stessa, fa cioè parte del contesto in cui è inserita la menzione del “primogenito”.

In altre parole: chi ha scritto, sapendo che l’ “unicità” di quel figlio era già chiaramente indicata dal fatto stesso della morte della madre, non aveva nessun motivo di ribadirla con la qualifica di “unigenito”, che sarebbe risultata ridondante. Poteva quindi definire quel figlio “primogenito”, sfruttando così l’intensa carica emotiva del termine.

Possiamo immaginare una situazione simile: quella di un giovane pilota che trova la morte nel primo gran premio che disputa. Dire “morì nella prima gara che disputò” è senz’altro più espressivo che dire “morì nell’unica gara che disputò”.

Quest’ultima formulazione è denotativa, ci dà un’informazione obiettiva; l’altra ha un forte valore connotativo, ci suggerisce con quale emozione il giovane doveva aver affrontato quell’evento tanto a lungo sognato e che, nella sua prospettiva, avrebbe dovuto essere il primo di una lunga serie.

Allo stesso modo, la menzione del primogenito nella stele funeraria accresce il pathos della vicenda che ha portato alla morte della madre. Il segreto della sua espressività sta in sostanza nel restituirci la prospettiva ex ante, secondo la quale il bimbo che stava per nascere era il primogenito, a prescindere dal fatto che fosse seguito o meno da altri.

I quali altri probabilmente erano pure attesi: quel primo nato non veniva salutato come un unigenito. E in quanto primogenito, e per di più maschio, dava una gioia immensa, purtroppo presto brutalmente troncata dal destino crudele.

Ma il caso di Maria, come sappiamo, è completamente diverso. Qui il contesto non ci fornisce alcuna informazione che ci faccia escludere l’arrivo di altri figli in futuro, così che “primogenito” e “unigenito” possano risultare di fatto equivalenti.

Qui la differenza tra l’uno e l’altro termine è decisiva: se a Luca, nella sua prospettiva ex post, risultava che Gesù non aveva avuto fratelli, doveva scrivere “unigenito”, o quanto meno usare entrambi i termini. La scelta che ha fatto rende non solo plausibile, ma addirittura probabile che per lui Gesù fosse un primogenito nel senso corrente del termine, ossia il primo nato di una pluralità di figli.

5) Ma c’è di più. Traducendo l’iscrizione funeraria abbiamo parlato del “parto di un figlio primogenito”. È questa la traduzione corretta, riportata anche da R. Brown e da Fitzmyer; scorretta è quella di Blinzler, che scrive “del suo figlio primogenito”. Nel testo greco infatti non figurano né l’articolo determinativo né il possessivo.

Non è pignoleria segnalare questa scorrettezza: la versione di Blinzler la troviamo di regola quando il documento viene citato dagli apologeti. E non per caso.

Il motivo appare chiaramente conducendo un’indagine un po’ più attenta sul testo di Luca; indagine che consente di scoprire un dettaglio per nulla trascurabile, ma che l’esegesi stranamente trascura, anche nei suoi studi più accurati e prestigiosi, quali ad esempio quelli di Schürmann, Fitzmyer, Marshall, Nolland, Bock, Ernst, Bovon, Rossé (parliamo naturalmente degli studi di sintesi, quali sono i grandi commentari biblici, nei quali dovrebbero confluire gli apporti contenuti in saggi più mirati, dove è certo possibile che quanto stiamo per illustrare sia stato rilevato).

Si tratta del fatto che Luca scrive “éteken tòn huiòn autês tòn prôtótokon”, ossia, letteralmente, “partorì il figlio di lei il primogenito”.

Chiarito che “il figlio di lei” significa ovviamente “il suo figlio”, resta il fatto importantissimo che l’evangelista ha collocato davanti all’aggettivo un articolo determinativo (tón), secondo uno dei due possibili modi con cui in greco si configura la cosiddetta “posizione attributiva” dell’aggettivo, contrapposta alla “posizione predicativa”.

Ora, chiunque abbia un minimo di familiarità col greco antico sa che la posizione attributiva serve proprio a mettere in evidenza l’aggettivo contrapponendo il sostantivo cui esso si riferisce ad altri elementi dello stesso insieme: nel nostro caso, contrapponendo implicitamente quel figlio, in quanto primogenito, ad altri figli. Per dare un’idea, è un po’ come se Luca avesse scritto “partorì il suo figlio, quello primogenito”.*

{*L’articolo determinativo, come dimostrano sia l’uso che l’etimologia, ha un valore fondamentalmente dimostrativo anche nelle lingue moderne, sia romanze che germaniche. Per dare qualche esempio: 1) l’articolo italiano il/la e il dimostrativo quello/a derivano entrambi dal dimostrativo latino ille/a; e si può dire ad esempio “la civiltà antica e la medievale” anziché “quella medievale”; 2) in inglese, il radicale th- accomuna l’articolo the ai dimostrativi this e that ; 3) in tedesco, der, die, das è tanto articolo quanto aggettivo e pronome dimostrativo (oltre che relativo).}

A questo punto risulterà chiaro il motivo per cui abbiamo voluto sottolineare che, nell’iscrizione funeraria di cui si è detto, non solo l’articolo determinativo non precede l’aggettivo, ma non figura neppure.

Ciò differenzia ancor meglio i due testi, che riflettono due situazioni completamente diverse: nell’uno si tratta solo di indicare la “qualità” di quel figlio – che era un primogenito - considerato in sé, a prescindere da altri, che, come ci dice il contesto stesso, non vi furono; nel testo di Luca invece la scelta linguistica dell’evangelista contrappone implicitamente Gesù, in quanto primogenito, ad altri figli di Maria, ovviamente venuti dopo di lui.

È questa una prova decisiva che il terzo vangelo ci attesta l’esistenza di fratelli carnali di Gesù? Non possiamo affermarlo con certezza assoluta, in quanto l’evangelista potrebbe semplicemente essersi espresso in modo infelice.

Sta di fatto che egli, tra le varie possibilità che la lingua gli metteva a disposizione, ha scelto proprio quella che più sarebbe stata opportuna qualora a lui fosse risultato che Maria, dopo Gesù, aveva avuto altri figli.

Serve a poco dunque dire che egli non era interessato a precisare quel che accadde sucessivamente alla Vergine Maria, se cioè ebbe o non ebbe altre gravidanze e altri parti. Su questo si può convenire; ma è indiscutibile che egli scelse un’espressione tale da indurre il lettore non prevenuto a ipotizzare l’esistenza di fratelli di Gesù.

Siamo pertanto alle solite: per salvare certi contenuti dogmatici si fa fare cattiva figura allo scrittore sacro, che non solo ci avrebbe detto inutilmente quello che già sapevamo, ossia che per Maria Gesù era il primo figlio, ma si sarebbe anche espresso in modo ambiguo e quindi infelice.

Infelice dal punto di vista letterario, in quanto non avrebbe utilizzato convenientemente la lingua; infelicissimo dal punto di vista teologico, perché avrebbe propiziato il sorgere di sospetti ingiuriosi sulla Vergine Maria.

Luca in sostanza, secondo l’esegesi devota, si sarebbe preoccupato di ripetere quanto già ci aveva detto, nonché di anticipare quello che ci avrebbe poi ripetuto qualche versetto più avanti; e per raggiungere questi due obiettivi, che ognun vede quanto fossero importanti, avrebbe impiegato un termine pericoloso, compromettente: destinato, come non era difficile prevedere, a suscitare uno spiacevolissimo equivoco.

Se in luogo di “primogenito”, o accanto ad esso, egli avesse usato “unigenito” (monoghenês in greco; R. Brown segnala che questa accoppiata compare un paio di volte in apocrifi dell’Antico Testamento), tutto sarebbe stato chiaro, e si sarebbe evitata alla mariologia una delle gatte da pelare più rognose. Ma evidentemente chi ha guidato la sua penna dal Cielo ha disposto diversamente.

Stando così le cose, possiamo concludere che intendendo il termine “primogenito” (prôtótokos) di Lc 2, 7 nel senso più ovvio di “primo nato tra due o più figli” non si fa che aderire all’ipotesi interpretativa di gran lunga più plausibile.

P. S. Il maschio “che apre il grembo”

Introducendo l’episodio della presentazione di Gesù al tempio in quanto primogenito da riscattare, Luca cita la norma di Es 13, 2.12.15, scrivendo che sarà sacro al Signore “ogni maschio che apre il grembo materno”.

Ora, se Gesù il grembo materno non l’aveva aperto, preservando così la virginitas in partu della madre, la citazione, pur non smentendo formalmente la conservazione dell’integrità anatomica da parte di Maria, risulta oltremodo inopportuna.

È chiaro che la Vergine non poteva sottrarsi all’adempimento rituale (così come a quello della propria purificazione), non potendo dichiarare pubblicamente le modalità prodigiose del parto; ma la precisazione di Luca è fuorviante: nulla costringeva l’evangelista a giustificare formalmente con l’apertura del grembo materno il riscatto di un primogenito che non aveva aperto nulla.

Senza contare che l’occasione era addirittura propizia per precisare che nel caso di Gesù il riscatto non sarebbe stato necessario, ma lo si compiva ugualmente per salvare la forma (qualcosa di simile fanno Gesù e il Battista al Giordano, secondo Mt 3,14-15). È questa del resto l’interpretazione ufficiale della Chiesa.

Ciò è tanto ovvio che anche un esegeta come Schürmann non esita a scrivere che “il narratore non avrebbe certo citato la prescrizione di Ex. se per lui fosse stato importante il partus clauso utero”.

Parole sante. Pur con l’attenuazione costituita dal “se per lui fosse stato importante” (mentre sarebbe stato più onesto dire “se egli fosse stato a conoscenza del parto verginale”), esprimono quello che pensa ogni persona sensata. Se l’evangelista si fosse espresso come si è espresso pur sapendo delle modalità soprannaturali del parto, dovremmo concludere che era un minus habens (e lo Spirito Santo non ci farebbe miglior figura).

Ancora una volta, dunque, per salvare il personaggio e il punto di fede, le tesi dell’apologetica fanno torto all’evangelista (e a chi l’ha ispirato).

Va tra l’altro notato che non si capisce in che modo sia poi stata tramandata la notizia della verginità nel parto, dato che essa non poteva ovviamente avere altra origine che la Vergine stessa, della quale Luca si sostiene fosse un confidente privilegiato; mentre l’evangelista dà la netta impressione di non saperne niente.

A poco serve dire che “aprire il grembo” era espressione corrente, in certo senso desemantizzata, per significare “rendere feconda (la madre)” (e in qualche caso equivaleva addirittura a “nascere”); sicché noi, traducendo ora con “primogenito” non faremmo che adeguarci all’effettivo uso linguistico del tempo.

Questo argomento, basato sull’equivalenza delle due situazioni (il primogenito, aprendo il grembo della madre, la rende feconda), non può infatti valere per un caso assolutamente unico in cui tale equivalenza non sussiste: il primogenito di Maria non apre il suo grembo.

Un minimo di sensibilità, nonché di rispetto per i futuri destinatari della Rivelazione, costretti a vivere in un mondo in cui quell’uso linguistico è sconosciuto, avrebbe dovuto suggerire a Luca (e prima ancora, ripetiamo, a chi l’ha ispirato) di evitare una formulazione tale da ingenerare incresciosi equivoci.

Nei confronti della citazione di Es 13, 12 la Chiesa ha assunto un atteggiamento deciso: l’ha emendata, per non dire censurata, sostituendo, nelle sue traduzioni ufficiali o ufficiose, “che apre il grembo” con il più asettico “primogenito”. Ciò tanto nei passi di Es 13, 2.12.15 quanto in Lc 2, 23.

I passi dell’Esodo, nella versione greca dei Settanta che normalmente fa testo nelle citazioni neotestamentarie, presentano le due espressioni affiancate, con significativa ridondanza. Per quanto riguarda il passo di Luca, è da notare che la Vulgata, che ha fatto testo per più di mille anni, parlava di “omne masculinum adaperiens vulvam”; ora dunque è stato archiviato anche san Gerolamo.

Al pari della CEI, ripiegava già sul “promogenito” la traduzione del Martini; la stessa cosa fa il Ghidelli nella “Nuovissima versione” delle Paoline.

Presso i protestanti troviamo “maschio primogenito” nella Nuova Diodati e nella Luzzi, ma “maschio che apre la matrice” nella vecchia versione Diodati. E questa è la regola nelle versioni protestanti tedesche e inglesi, fedeli a quelle che sono le loro capostipiti, ossia, rispettivamente, la Bibbia di Lutero e quella di Re Giacomo.

È chiaro quindi che è il pregiudizio dogmatico della “verginità nel parto” a indurre la Chiesa a nascondere al fedele che l’evangelista ha parlato senza mezzi termini di “maschio che apre il grembo”. Il che indirettamente conferma che nella prospettiva del parto verginale l’espressione impiegata da Luca viene giudicata dalla Chiesa stessa quanto mai inopportuna.

Ed è pure chiaro che se Luca in 2, 23 avesse citato Es 13, 12 sostituendo dianoîgon mêtran con prôtótokon, tutti i commentatori in coro avrebbero detto che l’evangelista con grande precisione di lunguaggio e finezza d’animo aveva espresso la realtà della virginitas in partu.

Il che non significa altro se non che Luca aveva qui una magnifica occasione per esprimere o almeno adombrare tale concetto, se veramente avesse voluto farlo (ovvero: se avesse avuto qualche informazione in proposito).

Ma non l’ha fatto, e per di più ha citato espressamente una frase che afferma proprio l’opposto della verginità nel parto, senza minimamente accennare a un’eccezione per Maria. Del cui parto clauso utero evidentemente non aveva la più pallida idea.

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