controapologetica le bugie della fede

Lc 1, 35: ‘Ciò che nascerà santo’

Poiché la virginitas in partu di Maria, a differenza di quella ante partum, non risulta avere alcun fondamento biblico, è normale che l’ “esegesi d’assalto” si impegni in ogni modo, dando corpo alle ombre, per reperire tale fondamento, o quanto meno per suscitare il sospetto che alcune espressioni normalmente interpretate in un certo modo possano venire intese in modo diverso, e precisamente come coperte allusioni al parto verginale.

Un posto d’onore in questa esegesi “creativa” spetta senz’altro a Ignace de la Pottery. Egli ritiene di aver individuato un riferimento al parto clauso utero in due passi evangelici: Gv 1, 13 e Lc 1, 35.

Nel primo passo, l’allusione sarebbe contenuta nell’espressione che dice il Cristo “non nato da sangui”. Premesso che tutta la dimostrazione poggia sul presupposto - difficile da accettare, per ragioni di filologia testuale - che si debba leggere hòs ouk egennéthe (singolare: “[egli] che non è nato”) anziché hòi ouk egennéthesan (plurale: “che non sono nati”, con riferimento a coloro che credono nel nome di Dio), non procediamo a confutare la sua tesi in quanto ciò è già stato fatto in modo autorevole e convincente da vari biblisti, e in primo luogo da Jean Galot.

Questi ha contestato che “sangui” possa riferirsi al sangue puerperale, sangue che Maria, dice de la Pottery, non avrebbe versato in virtù delle modalità prodigiose del suo parto; ha ribadito che l’espressione “da sangui” non fa per nulla pensare al sangue del parto, nel quale il neonato si trova immerso, bensì ai sangui dei due genitori, sicché si avrebbe semmai un’allusione al concepimento verginale; e ha fatto notare la stranezza per cui la menzione delle modalità soprannaturali del parto precederebbe quella del concepimento senza seme (che sarebbe indicata, secondo la lettura con verbo al singolare di de la Pottery, dalla definizione del Cristo come non nato “né da un volere di carne né da un volere di uomo, ma generato da Dio”).

In effetti, una volta accettata l’improbabile lezione con verbo al singolare, la tesi che in Gv 1, 13 sia menzionato il concepimento verginale può considerarsi senz’altro degna di considerazione. La stessa cosa non si può dire invece per la pretesa di scorgere nel versetto un’allusione al parto senza effusione di sangue.

Noi quindi ci limitiamo alla confutazione della tesi di de la Pottery relativa a Lc 1, 35b, che nella versione della CEI suona così: “Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”.

Riassumiano la posizione dell’autore con le parole di A. Serra (“Nuovo Dizionario di Mariologia”, s. v. Vergine; il saggio di de la Pottery è "L'annuncio a Maria", in "Maria nel mistero dell'alleanza", Marietti 1992):

“Questo semiversetto ha conosciuto quattro tipi di lettura: 1) ‘Il Santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio’; 2) ‘Ciò che nascerà santo, sarà chiamato Figlio di Dio’; 3) ‘Ciò che nascerà, sarà (è) santo e chiamato Figlio di Dio’; 4) ‘Ciò che nascerà, sarà chiamato Santo, Figlio di Dio’. Dei suddetti quattro modi di versione, il 2° è quello che risponde meglio all’economia intrinseca del testo lucano” (corsivi nel testo).

Si tratta precisamente dell’interpretazione di de la Pottery: “santo” in sostanza viene inteso come complemento predicativo del soggetto con riferimento al predicato "nascerà".

La tesi si può senz’altro accogliere; del resto, è questa anche l’interpretazione che ci fornisce S. Gerolamo nella Vulgata.

Senonché, posto che “santo” sia veramente da intendersi come complemento predicativo del soggetto del verbo “nascere”, la congettura di de la Pottery urta contro due altri insormontabili ostacoli.

1) “Santo” non equivale a “in modo santo”

L’aggettivo o il sostantivo che - anche in italiano e in altre lingue, come giustamente ricorda Serra – accompagnano “nascere” indicano di regola caratteristiche proprie del soggetto che nasce, non le modalità della nascita. Uno può nascere cieco, sordo, ricco, povero, artista … Con queste espressioni si intende dire che quel tale è cieco (o sordo, ricco, ecc.) sin dalla nascita: si tratta in genere di qualità permanenti, stabili.

È vero che si possono incontrare anche indicazioni di qualità più o meno temporanee: ognuno - tanto per restare in tema - nasce bagnato del liquido amniotico, e vi è chi nasce paonazzo par carenza di ossigeno; e, del resto, chi nasce povero può poi divenire ricco, e viceversa.

Ma in nessun caso si potrà dire che uno nasce in modo cieco, o in modo sordo, o in modo ricco, o in modo bagnato o paonazzo. Ha torto perciò de la Pottery quando scrive che “la parola "santo", in questo caso, ci informa sul modo in cui il bambino nascerà, cioè in un modo "santo"”.

Volendo sottilizzare, si potrebbe osservare che una frase come “egli corre veloce” equivale in effetti a “egli corre velocemente”, ossia “in modo veloce”. Ma quello che vale per “correre” non vale per un verbo come “nascere” o “morire”. Probabilmente la differenza si situa a un livello semantico profondo.

Si può congetturare che l’equivalenza tra predicativo (“veloce”, nel nostro esempio) e avverbio modale (“velocemente”) si abbia solo coi verbi indicanti un comportamento attivo del soggetto, meglio ancora un movimento. E questo non è certo il caso di “nascere”.

2) “Santo” non equivale a “puro”

La seconda circostanza che inficia la tesi di de la Pottery è di natura squisitamente lessicale. Egli scrive che in Lc 1, 35b “non si tratta della santità futura di Gesù: questa si trova totalmente fuori dalla prospettiva dell’Annunciazione e della missione del bambino. Il figlio di Maria ‘nascerà santo’ nel senso della tradizione levitica: è la nascita di Gesù che sarà ‘santa’, senza macchia, intatta, cioè ‘pura’ nel senso rituale del termine”.

Francamente si rimane sconcertati.

Aristide Serra, esponendo la tesi di de la Pottery, precisa che “la natura di questa ‘santità’ […] va ricercata nel Levitico, specialmente nella sezione del ‘codice di santità’ (Lv 17-26). Ivi il termine ‘santo’ comporta l’assenza di contaminazione, anche di quella contaminazione che derivava dal sangue sparso durante il ciclo mestruale o in occasione del parto (Lv 12, 2.5; 18, 19 …)”.

Ancora più sconcertante: chiunque può vedere che il primo riscontro suggerito non appartiene ai capp. 17-26; e quanto al secondo (“non ti accosterai a donna per scoprire la sua nudità durante l’immondezza mestruale”), si tratta di un versetto del tutto isolato in un complesso di prescrizioni che penalizzano determinati comportamenti sessuali, dalle più svariate forme di incesto all’omosessualità.

Il fatto è che, come insegnano anche i sottotitoli delle bibbie destinate alla divulgazione, i capp. 17-26 costituiscono il cosiddetto “codice di santità”, mentre i capp. 11-16 formano il “codice di purità”.

La differenza, almeno in via di principio, è chiarissima.

La santità riguarda comportamenti che toccano la fede, il culto e soprattutto la morale, anche nei suoi risvolti sociali.

La purità invece inerisce in primo luogo a situazioni interamente sottratte alla volontà dell’individuo, dalle mestruazioni all’effusione del sangue puerperale, dalle polluzioni alle secrezioni gonorroiche, fino alla lebbra e alle altre malattie della pelle, nonché alla morte (ogni cadavere è “impuro”); in secondo luogo impone al fedele di guardarsi dai contatti con le persone o le cose impure (ivi compresi determinati animali) e di purificarsi nei dovuti modi in caso di contaminazione, naturale o prodotta appunto da un contatto immondo.

Ora, il sangue del puerperio, ossia l’elemento che a noi interessa in quanto de la Pottery scorge un’allusione ad esso in Lc 1, 35b, è causa di impurità cultuale (ovvero rituale), e ad esso è dedicato l’intero cap. 12, appartenente al “codice di purità” anziché a quello “di santità”.

E a chi obiettasse che il monito divino “Siate santi, perché io sono santo” risuona, oltre che nel codice di santità, anche nel codice di purità (Lv 11, 44.45), è facile ribattere che ciò non implica contraddizione alcuna: santo è colui che fa il volere di Dio evitando anche, per quanto gli è possibile, di rendersi impuro, e provvedendo a purificarsi qualora sia caduto nell’impurità.

La santità insomma ha sempre una valenza etica, mentre la purità si colloca in una dimensione legalistica, quella dimensione che proprio Gesù (ed è di lui nascituro che stiamo parlando!) ammoniva di non sopravvalutare; tanto che egli non considerava affatto un ostacolo al conseguimento della santità trascurare di lavarsi le mani prima di prendere cibo, cosa che costituiva, se non una violazione formale del codice di purità, certo una “trasgressione alla tradizione degli antichi”.

Del resto, è evidente che la “santità” di Dio non può consistere nel fatto di non essere contaminato da sangue mestruale o da sperma, o di non essere coperto di lebbra.

Chiarita dunque la distinzione tra purità e santità sotto il profilo concettuale, non resta che vedere come essa si esprima linguisticamente.

“Santo” in greco è hágios, “puro” è katharós ; e “impuro” è ákarthos, mentre kathársis indica la purificazione, e i verbi katháiro e katharízo valgono “purificare”: la radice è dunque kathar-, mentre hag- è la radice della famiglia di termini relativi alla santità.

A ulteriore comprova di ciò, diremo che il “Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento” di Coenen, Beyreuther e Bietenhard non include neppure hágios tra i termini dell’area semantica della purità: “Il greco per indicare la purità si serve di due gruppi di vocaboli: aghnós [peraltro usato rarissimamente] e katharós”.

È chiaro quindi che in Lc 1, 35b tò ghennómenon hágion non può significare altro che “ciò che nascerà santo”, e non già “puro”.

Si diceva sopra dello sconcerto suscitato dal fatto che due biblisti del calibro di de la Pottery e Serra non abbiano neppure avvertito il bisogno di considerare l’aspetto lessicale della questione e abbiano corrivamente assimilato la santità alla purità. Qualunque tesi si voglia sostenere al riguardo, la questione andrebbe quanto meno affrontata.

E in assenza di argomentazioni convincenti che dimostrino l’equivalenza di hágios e katharós, rimane assodato che hágion nel versetto lucano indica proprio - contro l’opinione di de la Pottery - la santità che il nascituro possiederà sin dalla nascita in quanto concepito per opera dello Spirito Santo.

È dunque fuori luogo vedere in Lc 1, 35b un’allusione all’asserito parto verginale, che rimane quindi privo di qualsiasi fondamento biblico.

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