Radio Maria e la gerarchia ecclesiastica
Il tabù di Medjugorje
Vi è un grave “danno collaterale” che Medjugorje procura alla Chiesa, quasi una sorta di “frutto pastorale” a rovescio: impedisce la piena valorizzazione di Radio Maria da parte della gerarchia ecclesiastica, intendendo come tale in primo luogo la S. Sede e la Conferenza episcopale italiana (fatta salva ovviamente la collaborazione a titolo personale di singoli vescovi).
Radio Maria ha un’audience altissima, un’efficacia pastorale straordinaria (programmi 24 ore su 24, un terzo delle quali di preghiera), una linea teologica di provata ortodossia (“dicono che siamo integralisti, papisti e mariani ”, ricorda compiaciuto padre Livio, che per Giovanni Paolo II e per il suo successsore ha una vera e propria venerazione: fedele perinde ac cadaver).
La teologia di Radio Maria è, dichiaratamente, quella del Catechismo della Chiesa Cattolica (salvo, s’intende, che per il capitolo “apparizioni e rivelazioni private”, di cui Medjugorje rappresenta il caso più scottante; in generale, si può dire che si tende ad affiancare al CCC, accettato nella sua integralità, tutta la dimensione che abbiamo definito “carismatica”; non trascurabili anche certe esasperazioni mariologiche).
Tra gli altri pregi, l’emittente ha una diffusione capillare, tale da far invidia alla stessa RAI, e fuori d’Italia vanta già quasi una cinquantina di “filiali” in altrettanti paesi sparsi in tutto il mondo; è insomma un miracolo scaturito da un felicissimo incontro di devozione e spirito imprenditoriale.
Senza contare poi che, grazie anche a un efficientissimo volontariato, riesce a sostenersi (e a sostenere i nuovi virgulti nati in paesi poverissimi) esclusivamente con i generosi sacrifici dei suoi ascoltatori, moltissimi dei quali le esprimono in tal modo la propria gratitudine per l’insostituibile conforto che fornisce loro.
Un simile prodigio di radio cattolica dovrebbe perciò ricevere l’alto apprezzamento di chi ha il compito istituzionale di diffondere la parola di Dio, ossia di evangelizzare. Accade invece precisamente l’opposto: l’emittente viene ignorata, snobbata, trattata con sufficienza e distacco, in ogni caso con freddezza.
Col Vaticano, e in particolare con la Radio Vaticana, vi sono accordi di collaborazione sul piano strettamente tecnico: collegamenti in occasione dell’Udienza del mercoledì e dell’Angelus domenicale, nonché messa in onda del Notiziario in differita.
Ma sul piano pastorale è meticolosa la cura con cui da parte della Curia si provvede ad evitare non solo un’effettiva sinergia, ma persino eventuali sospetti in tal senso.
Il motivo di tutto questo è fondamentalmente uno, ossia il fatto che dire Radio Maria è dire padre Livio, e dire padre Livio è dire Medjugorje. Se non che Medjugorje è parola da non dire, praticamente sconosciuta al sito internet della S. Sede.
Il fatto che padre Livio sia, come abbiamo or ora ricordato, uno dei principali esponenti di quel “cattolicesimo delle apparizioni” che tende ad affiancare una rilevante dimensione carismatica a quella scritturale e magisteriale, fa pensare che la posizione della nostra radio sarebbe comunque considerata con cautela dai responsabili del Magistero.
Ma probabilmente la circostanza non verrebbe giudicata preclusiva di una più stretta collaborazione se al vertice assoluto delle mariofanie esaltate dal direttore di Radio Maria non vi fosse proprio la temutissima Medjugorje.
A scusante di tale atteggiamento di chiusura sta il fatto che, anche se la Chiesa, come padre Livio ripete ossessivamente, lascia liberi di credere o non credere alle apparizioni sulle quali non si è ancora definitivamente pronunciata, questo non autorizza certo a impostare tutta la catechesi su rivelazioni private non riconosciute.
Non autorizza cioè a procedere a quello che abbiamo a suo luogo definito come “riconoscimento selvaggio”.
Il che in effetti è proprio quel che avviene a Radio Maria. Dove nessuno è autorizzato a parlare di Medjugorje salvo il direttore, il quale però ne parla in continuazione, non riuscendo a snocciolare una dozzina di frasi senza citare almeno qualche parola della “Regina della pace”.
Negli ultimi anni poi padre Livio è persino venuto meno a una norma di comportamento a cui ancora nel ’96 affermava di essersi sempre attenuto: non invitare a parlare i veggenti di Medjugorje.
Almeno cinque di loro si sono ripetutamente espressi ai microfoni della radio. Qualcuno si può dire che sia quasi di casa.
È chiaro che una simile strettissima identificazione tra Radio Maria e Medjugorje non può non causare una tendenziale marginalizzazione della prima da parte di chi è ben deciso ad ignorare la seconda.
Padre Livio se ne rende perfettamente conto, ma evita il più possibile di affrontare simili argomenti. Si limita a ricordare, di tanto in tanto, che lui non ha mai cercato di ingraziarsi chi ha le leve del potere.
Come invece fa con successo, sembra insinuare, qualcuno che ha meno meriti di Radio Maria.
Un casus belli
La piccola guerra sotterranea tra Radio Maria e la Santa Sede ha vissuto recentemente un episodio che ha fatto rumore, assumendo le dimensioni di uno scontro dichiarato. Senza voler rigirare il coltello nella piaga, dobbiamo ricordare alcune circostanze obiettive.
Nel febbraio del 2005 il card. Tarcisio Bertone, vescovo di Genova, ebbe modo di esprimere, nel salotto di Bruno Vespa “Porta a porta”, giudizi poco lusinghieri su certi pellegrinaggi organizzati aventi per meta Medjugorje, in quanto a chi prenotava il viaggio si prometteva un pacchetto comprendente, tra l’altro, la possibilità di assistere ad un’apparizione in data e ora determinate.
Oltre a ciò, naturalmente, il porporato ricordò quello che è lo status “ufficiale” del dossier Medjugorje per la Santa Sede, status riassumibile nel verdetto della Dichiarazione di Zara, ossia nel “non constat de supernaturalitate”.
Padre Livio reagì duramente, confutando punto per punto le affermazioni del cardinale, senza farne il nome; e a dargli manforte provvidero frotte di fedeli, che riversarono sulla radio nugoli di telefonate ed e-mail di sostegno, non trascurando di indirizzarne altre, naturalmente di tono indignato, direttamente a mons. Bertone.
Questi reagì a sua volta pubblicamente, parlando di “reazioni scomposte e offensive di fedeli e sacerdoti che si definiscono "medjugoriani"”, nonché di attacchi inaccettabili “anche da Radio Maria, attacchi non certo compatibili con i fautori di un’autentica devozione mariana”.
Poteva trattarsi di uno scontro come se ne vedono molti in un tempo in cui i mass media soffiano spesso sul fuoco per amor di audience.
Ma a conferirgli un particolare significato vi era la circostanza che Bertone era da ben dieci anni il braccio destro di Joseph Ratzinger alla testa della Congregazione per la dottrina della fede, e in tale veste aveva firmato due documenti – da noi citati ne “I problemi pratici del discernimento” - non certo teneri nei confronti delle apparizioni bosniache, qualificate con gli aggettivi “cosiddette” e “presunte”.
A rendere più delicata la situazione è poi sopraggiunta, due soli mesi più tardi, l’elezione di Ratzinger a pontefice.
E se è vero che a capo della Congregazione è stato poi posto un vescovo americano, è pure vero che per mons. Bertone la perdita del ruolo ha significato la nomina, da parte di Benedetto XVI, a segretario di stato, ossia all’ufficio curiale più importante dopo quello del papa.
ll binomio Ratzinger-Bertone si è pertanto ricostituito al vertice assoluto della gerarchia, circostanza obiettivamente di pessimo auspicio per la causa di Medjugorje.
A questo punto comunque padre Livio si è naturalmente sentito in dovere di fare pubblica professione di stima per il cardinale.
Ha detto che la Chiesa distingue tra l’evento di luce che illumina il mondo rinnovando la Chiesa stessa da Medjugorje e il giudizio sulla veridicità delle apparizioni, che richiederà tempo. Questo è l’atteggiamento che fu a suo tempo del card. Ratzinger, ed egli non crede che sia cambiato; anzi, ha aggiunto, probabilmente ci sarà una nuova commissione internazionale, “perché è giusto che la Chiesa valuti”.
D’altra parte, i risultati delle commissioni scientifiche che sono sul tavolo del Vaticano e della Congregazione per la dottrina della fede inducono la Chiesa alla prudenza; quindi, ha concluso in modo stupefacente, “per quanto riguarda Medjugorje, ce lo fa capire Bertone, si continuerà come si è continuato finora” (!).
Noi possiamo chiederci per quanti decenni ancora si continuerà; e non pensiamo che sia eccesso di malizia dedurre da queste parole che, data la nuova situazione al vertice della Chiesa, per il Nostro sarebbe già positivo che si protraesse l’attuale situazione di stallo.
Padre Livio ha infine ricordato l’incidente di un anno e mezzo prima, dicendo che in quella occasione mons. Bertone aveva praticamente riferito sulla base di quel che aveva sottomano, cioè i rapporti del vescovo locale, che sono estremamente discutibili …
E gli va dato atto di aver avuto, anche in questo intervento “di riconciliazione”, la fermezza di ribadire che per parlare di Medjugorje bisognerebbe aver constatato in loco i frutti spirituali che essa produce: “io mi permetto di dire, insomma, che bisogna andare a Medjugorje, perché se no non si è in grado di dare giudizi”.
Nella chiusa torna ovviamente l’ossequio alla nuova gerarchia della Chiesa e la promessa di fedeltà: “Io mi sono felicitato per questa nomina perché so il valore di quest’uomo, e Radio Maria non mancherà assolutamente di collaborare col segretario di stato e col papa. Questo è nel nostro DNA: l’abbiamo fatto, lo facciamo e lo faremo ancora di più”.
Ma per concludere su questo tema vorremmo ancora riportare testualmente le espressioni quanto mai significative con cui padre Livio aveva chiuso la famosa Catechesi giovanile del 18 febbraio 2005:
“Le cose van dette perché se no non si esercita più né la verità né la carità nella Chiesa. Io amo la mia Chiesa e voglio difendere la mia Chiesa. […] Come si fa a parlare di un fenomeno quando uno o due o tre o quattro o cinque non sono mai stati a Medjugorje, non hanno mai visto un’apparizione, parlato con i veggenti? Mi dispiace dirlo, se m’impiccano li ringrazio.
"L’autorità ecclesiastica – e per autorità ecclesiastica intendo il vescovo locale, la commissione episcopale della Jugoslavia e poi sopra sopra fino a Roma – nessuno ha mai parlato con un veggente in 24 anni: nessuno ha mai parlato con un veggente in 24 anni. Giudicate voi. Giudicate voi. È possibile una cosa del genere? Io dico: è possibile una cosa del genere? Non so. Non dico altro.
"Bene. Ho terminato. Quel che dovevo dire l’ho detto. Ringrazio Dio che mi ha dato la forza di dirlo.”
Abbiamo voluto trascrivere il più fedelmente possibile le parole di padre Livio, con tutte le ridondanze e tutta l’enfasi proprie del discorso improvvisato, per suggerire in qualche modo il clima di queste catechesi giovanili in cui il catechista assume spesso un ruolo “profetico” nel senso biblico del termine.
Quanto alla sostanza del discorso, è chiaro che esso conferma in pieno quanto da noi detto ne “La querelle di Medjugorje” circa l’indiscutibile responsabilità di papa Wojtyla sia nel lasciar incancrenire la disputa tra i vescovi di Mostar e i frati francescani, sia nel perpetuare la situazione di stallo in cui la vicenda di Medjugorje si trova da ormai tre lustri.
E indirettamente suona accusa a chi ora, subentrato a Wojtyla, non dà il minimo segno di voler mutare strategia.
I contatti ufficiali
Padre Livio ha sempre enfatizzato al massimo le rare espressioni ufficiali di attenzione verso la sua radio da parte della curia vaticana.
Si tratta in sostanza di due contatti:
la presentazione di lui stesso e del presidente Emanuele Ferrario a Giovanni Paolo II da parte di mons. Fitzgerald, collaboratore fisso di Radio Maria: avvenne il 1° ottobre 2003 al termine di un’udienza generale, nell’arco di qualche secondo, con scambio di pochissime parole di circostanza;
l’indirizzo di saluto di Benedetto XVI al termine di un’altra udienza generale, il 4 ottobre 2006:
“Saluto inoltre i partecipanti al convegno delle associazioni Radio Maria e vi incoraggio a continuare nell’impegno di diffondere via etere l’inesauribile messaggio della salvezza di Cristo.”
Come si vede, l’unica parola connotata positivamente è “inesauribile”, che è però riferito al messaggio di Cristo, non all’azione di Radio Maria. Per il resto, tutto è puramente denotativo, pur nel riconoscimento dell’impegno, che certo è fatto positivo in sé, ma accomuna indistintamente tutti gli operatori attivi nel campo pastorale.
Parole assai più convinte e lusinghiere aveva invece riservato in più occasioni Giovanni Paolo II alla “filiale” polacca di Radio Maria, che ogni anno mandava all’udienza generale uno stuolo di pellegrini guidati da una folta rappresentanza di vescovi, arcivescovi e sacerdoti. Padre Livio le aveva recepite come se fossero implicitamente dirette anche alla sua Radio, e se ne era compiaciuto.
Purtroppo tutto questo non è più d’attualità: la radio polacca è ormai un ramo staccatosi dalla pianta madre, una sorta di creatura degenere con cui la Word Family of Radio Maria ci tiene a precisare di non aver più nulla in comune.
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