controapologetica le bugie della fede

La querelle di Medjugorje

La questione erzegovinese

Abbiamo più volte accennato al fatto che Medjugorje, assieme ad altre parrocchie circostanti, si trova al centro di una secolare contesa tra l’ordine dei francescani e la Chiesa gerarchica rappresentante l’autorità di Roma. Si tratta della cosiddetta “questione erzegovinese”.

Le sue origini risalgono al 1474, quando i Turchi occuparono la regione iniziando una persecuzione contro i cristiani. Il clero secolare, col vescovo in testa, migrò per rifugiarsi nei territori dell’impero asburgico, mentre i francescani eroicamente rimasero, sopravvivendo in una condizione di rischiosa clandestinità e mantenendo viva tra il popolo la fiamma della fede di Cristo.

Quando, dopo oltre quattro secoli, al cessare dell’occupazione ottomana, la Chiesa con Leone XIII rivendicò la restituzione delle parrocchie al clero secolare per inquadrarle nelle ripristinate diocesi, il popolo dei fedeli, legato ai frati da vincoli di consuetudine e di riconoscenza, iniziò a manifestare una decisa opposizione, sicché la “restaurazione” voluta da Roma è tuttora incompiuta.

La contestazione, manifestatasi talora con iniziative clamorose, si acuì nel 1942, quando la curia romana sottrasse al clero regolare la diocesi di Mostar, cui appartiene appunto Mediugorje, che però “era (e sembra resterà) una parrocchia affidata ai francescani” (cfr. MATM 331-32).

Parrocchia in mano ai frati, dunque, e diocesi in mano al vescovo: ecco la ragione prima del contendere. Questo ovviamente non poteva essere di buon auspicio per un’accoglienza favorevole e concorde delle apparizioni.

I francescani se ne sono fatti ben presto convinti sostenitori, mentre il vescovo mons. Zanic, dopo avere in un primo tempo lodevolmente difeso i veggenti contro la brutalità inquisitoria della polizia di regime, ha assunto un atteggiamento sempre più ostile, accusando i frati stessi di aver organizzato una vergognosa messinscena.

Abbiamo già visto il ruolo svolto in veste ufficiale dal vescovo nella procedura di riconoscimento. Qui cerchiamo di mettere a fuoco qualche aspetto più “nascosto” di quella che ha tutti i caratteri di una faida.

Da un lato mons. Zanic e poi il suo successore mons. Peric, dall’altro i francescani e non pochi altri religiosi, tra cui spicca René Laurentin, medjugoriano della prima ora, assiduo nel far conoscere fin dall’inizio i fatti e i messaggi riguardanti le apparizioni. Sullo sfondo la presenza ambigua dell’autorità romana.

L’ultima opera di Laurentin sul tema, “Medjugorje. Testamento”, del 1998, si presta assai bene ad illustrare i momenti salienti del conflitto, offrendo lo spunto per qualche considerazione critica. Leggendo il volume si rimane sgradevolmente colpiti dalla quantità di polemiche, intrighi, colpi bassi, risentimenti, veleni di varia natura che ammorbano l’aria di Medjugorje.

Non si può che lodare quindi la decisione dell’autore di metter fine, per quanto lo riguarda, a questo jeu de massacre, nello spirito dell’adagio tedesco “der Gescheitere gibt nach”: chi ha più buon senso desiste e si ritira.

Pur non dimenticando che si dovrebbe sempre sentire anche l’altra campana, è impossibile sottrarsi all’impressione che Laurentin abbia una buona fetta di ragione, nella polemica che l’ha successivamente opposto a mons. Zanic e a mons. Peric, quando denuncia la pretestuosità di certi attacchi ad personam, il disinvolto ricorso alla diffamazione, le ripetute violazioni del diritto canonico, la cavillosità burocratica che soffoca lo spirito.

Ma come non andare subito col pensiero a chi è molto più in alto di mons. Peric, e di tutti questi veleni un qualche sentore, in tanti anni, dovrebbe pur averlo avuto? In effetti, chi c’è a spalleggiare il vescovo incredulo e accusatore? C’è “Roma”, dice Laurentin.

L’ambiguo ruolo di Roma

Anche noi abbiamo talora scritto “Roma” per indicare il governo della Chiesa, la curia, i vertici della gerarchia; ma per Laurentin la metonimia ha una funzione specifica: è carica di una connotazione negativa e, soprattutto, serve ad evitare una precisa attribuzione di responsabilità. Pur se in qualche caso l’autore afferma di conoscere la persona o le persone che procurano tanti guai a lui, ai francescani e alla causa di Medjugorje, preferisce non far nomi.

Questo può fargli onore; ma non gli fa onore la manichea distinzione che egli opera tra una “Roma” cattiva e un Papa buono, che sarebbe chiaramente dalla parte di Medjugorje; un Papa che evidentemente non appartiene a “Roma”, e par quasi vivere in una sede dotata di una sorta di extraterritorialità.

Pretendere di scagionare interamente i pontefici per tutto ciò che riguarda la gestione della controversia tra Roma e i francescani è o ingenuo o tendenzioso.

Fu Paolo VI che, dice lo stesso Laurentin, “decise il trasferimento ai preti Secolari di otto parrocchie”; ed è impossibile che lo stesso Paolo VI prima e il Giovanni Paolo II poi non abbiano seguito la vicenda vigilando sulle modalità di attuazione di tale trasferimento: come si può credere che non sia giunta loro notizia della “ribellione” dei fedeli, della difficoltà di far loro accettare una decisione che lacerava profondamente il tessuto ecclesiale?

Se si fossero disinteressati della cosa al punto di delegare interamente ad altri la conduzione della pratica avrebbero mancato gravemente al loro ufficio.

Ovvio quindi che se “le misure autoritarie sono state assunte senza un vero dialogo” (MT 96); se “da anni i giovani francescani non ottengono la missione canonica del vescovo di Mostar e quelli che restano nella diocesi sono quindi più o meno irregolari”; se “il seminario è stato soppresso”, per cui addirittura “si intravede … un progetto volto all’estinzione dei francescani di Erzegovina” (!); se tutto questo è stato fatto all’insegna della più indisponente insensibilità burocratica, via, una qualche responsabilità devono pur averla anche i pontefici.

Quanto meno, diciamo che non hanno fatto nulla per evitare che le cose andassero nel modo disastroso in cui sono andate. E chi, potendo impedire un male, non fa nulla per impedirlo, se ne rende corresponsabile.

Altra questione spinosa: la sospensione a divinis di due frati senza che fosse loro neppure concesso di difendersi davanti a un organo giudicante.

Se l’iniquo provvedimento fu cassato solo dopo 11 anni perché a Roma il funzionamento della giustizia venne tanto a lungo bloccato da un’autorità amministrativa di alto livello, è impossibile che in tutto questo tempo Giovanni Paolo II non ne abbia saputo nulla.

Si badi: nessuno pretende che il papa invada la giurisdizione e disconosca le competenze dei suoi sottoposti per far prevalere il proprio punto di vista; ma qui si trattava, a detta di Laurentin, proprio di rimuovere un ostacolo al funzionamento della giustizia ordinaria, di porre cioè termine a una flagrante violazione di norme del diritto canonico.

Non vi sarebbe stata dunque prevaricazione alcuna; anzi, sarebbe stato preciso dovere del pontefice intervenire in tal senso.

Eppure Giovanni Paolo II non ha mosso un dito; o, se l’ha mosso, ha agito con deplorevole ritardo, contribuendo al degradarsi della situazione.

E veniamo alla questione più spinosa di tutte: chi ha voluto mons. Peric quale successore di mons. Zanic?

L’art. 377, § 1, del Codice di diritto canonico è chiaro: “Il Sommo Pontefice nomina liberamente i Vescovi, oppure conferma quelli che sono stati legittimamente eletti”. Non so quale di queste due procedure sia stata seguita per la nomina di mons. Peric, ma in ogni caso la responsabilità di papa Wojtyla nella sua designazione non può venir messa in dubbio.

Dobbiamo allora pensare che il nuovo vescovo non fosse ben noto all’autorità di nomina, e che una volta in carica abbia tradito le attese? Nemmeno per idea. Scrivono Caniato e Sansonetti:

Il nuovo pastore, giovane – non ancora cinquantenne – e già coadiutore da circa un anno nella diocesi, aveva insegnato un tempo presso l’Università Gregoriana di Roma, restando poi nella Città Eterna come rettore, fin dal 1979, del Collegio croato di San Girolamo. Intimo di Zanic, aveva avuto spesso occasione di incontrarlo proprio a Roma dove, si dice, il vecchio vescovo di Mostar si è molto adoperato per garantirgli la successione. Durante gli anni della guerra, Zanic passò moltissimo tempo nella Città dei papi. (MATM 341)

Dunque: nessun voltafaccia di un prelato non ben conosciuto, bensì la coerente continuazione dell’opera di mons. Zanic da parte di qualcuno che questi già considerava proprio delfino.

Se pertanto mons. Peric è divenuto vescovo di Mostar, lo è divenuto col beneplacito di Giovanni Paolo II, il quale nominandolo sapeva benissimo (e sarebbe grave se non l’avesse saputo!) come si sarebbe comportato riguardo a Medjugorje; e sapeva anche che proprio Medjugorje era, per la Chiesa universale, il dossier di gran lunga più importante di cui si sarebbe dovuto occupare il nuovo eletto, il quale quindi andava scelto tenendo conto delle sue idee in proposito.

Assurdo pertanto contrapporre la figura “buona” del Papa a quella “cattiva” del vescovo e di tutta la “Roma” che boicotta Medjugorje e i francescani.

Vale la pena di ricordare che anche padre Livio, a proposito del vescovo che, al pari del predecessore, nega la realtà delle apparizioni, minimizza dicendo che il caso è paragonabile a quello di chi in pieno giorno nega che vi sia il sole: dovrebbe urgentemente farsi curare la vista, il problema è solo suo (RM 30.12.06).

Ma incredibilmente dimentica che a questo minorato della vista qualcuno ha non solo dato la patente, ma ha addirittura affidato i comandi dell’autobus - o dell’aereo - su cui sono imbarcate le anime da guidare alla vita eterna!

E se anche vogliamo restare nella metafora evangelica delle pecore, come negare la responsabilità di chi le affida a un pastore cieco?

Tornando a Laurentin, il Papa, egli dice, “ha manifestato senza ambiguità la sua benevolenza per Medjugorje, la sua certezza dei buoni frutti”.

Prendiamo pure per vere le confidenze in tal senso che gli vengono attribuite; ma abbiamo visto che, salvo un paio d’eccezioni, si riducono a quel riconoscimento dei frutti spirituali a cui in sostanza arriva implicitamente la stessa “Dichiarazione di Zara”, in quanto parla di pellegrini che “richiedono l’attenzione e la cura pastorale … in modo che a Medjugorje e con Medjugorje si promuova una devozione verso la Beata Vergine Maria in armonia con l’insegnamento della Chiesa”.

Riconoscendo che a Medjugorje si prega e si fa la comunione assai più che altrove non ci si compromette minimamente.

È chiaro che Laurentin, scrivendo nel ’91 che “l’opposizione di mons. Zanic resta certamente il maggiore se non l’ultimo ostacolo” (VAM 123), mostrava implicitamente di ritenere che, al pensionamento del vescovo, un papa così ben disposto verso Medjugorje avrebbe senz’altro provveduto a sostituirlo in modo … opportuno. I fatti l’hanno clamorosamente smentito e deluso.

Per scusare il Papa del suo comportamento estremamente distaccato nei confronti di Medjugorje si è affermato talora che egli non poteva manifestare la sua benevolenza e simpatia perché impedito, quasi boicottato, da esponenti del suo entourage schierati sull’altro fronte.

È una tesi insostenibile. L’uomo che ha fatto tutte le visite pastorali che ha voluto, spesso contro il parere dei medici e dei consiglieri diplomatici; l’uomo che ha preso un’iniziativa di grande rilievo ecclesiale e teologico come quella della “purificazione della memoria”, incurante di quanti tra i teologi e i cardinali non condividevano le sue idee; quest’uomo si sarebbe lasciato tenere al guinzaglio da qualche collaboratore contrario a un suo viaggio a Medjugorje?

Ben altri sono i motivi che l’hanno sempre trattenuto dal recarsi sul luogo delle apparizioni.

Una variante rispetto alla tesi del Papa che non poteva, perché impedito da qualcuno, esprimersi pubblicamente in favore di Medjugorje è quella secondo cui egli non voleva farlo perché rispettoso dei suoi collaboratori. Nel nostro caso, in particolare, il Papa non avrebbe voluto dare uno schiaffo a mons. Peric sconfessandolo con un gesto clamoroso.

Laurentin dice che Giovanni Paolo II “ha sempre rispettato per una questione di principio i suoi ministri, anche laddove agiscono in direzione diversa dalla sua, ad eccezione di casi gravi ed importanti (come il licenziamento in tronco del direttore dell’Osservatore Romano in seguito ad un articolo contro Lech Valesa)”.

Ma se anche tutto questo rispondesse a verità, non dovrebbe essere chiaro a tutti che la posta in gioco a Medjugorje è di gran lunga più importante per la Chiesa di una valutazione politica circa Lech Valesa?

Per rispetto a un mons. Peric il Papa si sarebbe sempre astenuto dal dare una mano a Maria impegnata nel compito drammatico di assicurare un futuro al mondo e di riportarlo a Dio? Se così fosse, il comportamento del Pontefice sarebbe letteralmente inqualificabile.

D’altra parte, che la situazione fosse grave e che il piano di Maria fosse in pericolo ce lo dice lo stesso Laurentin: “L’azione dura ed abile del vescovo, di cui il papa si rammarica [questo andrebbe per la verità dimostrato!], pur rispettandola, sarà forse fatale a Medjugorje” (MT 70).

E altrove: “Nel 1998, come nel 1995, tutto lascia prevedere che Medjugorje verrà soffocata dal pesante apparato giuridico e dei mass-media, ben orchestrati dal vescovo del luogo appoggiato da Roma e che dice di non aver ricevuto alcuna dissuasione da parte del Papa” (p. 108).

Non so se in questi ultimi anni Laurentin abbia cambiato parere. So comunque che il ventennale delle apparizioni, che qualcuno sperava costituisse il colpo d’ala capace di far volare Medjugorje, ha dato voce al coro più che mai insistente e compatto dei detrattori. E la ricorrenza del venticinquennio non ha mutato di molto la situazione.

Del resto, a indurre il Papa ad usare tanti riguardi verso mons. Peric potrebbe essere stato solo un rispetto puramente personale, umano, in quanto già negli anni Ottanta la causa del riconoscimento era stata sottratta al vescovo locale, nella persona di mons. Zanic.

Il Papa pertanto non era affatto tenuto a vedere in Ratko Peric il titolare canonico della procedura e a sentirsi vincolato dalle sue decisioni.

Dopo quanto abbiamo detto, mi pare si possa proporre un’interpretazione ben diversa delle ambiguità papali circa Medjugorje.

Il Pontefice, non volendo impegnare la Chiesa in un riconoscimento, sia pure solo de facto, che giudicava altamente rischioso, e non volendo d’altra parte assumere agli occhi dei fedeli il ruolo del negatore, ha provveduto a piazzare in posizione strategica – seppur non rilevante sotto il profilo strettamente giuridico – un uomo che egli sapeva fortemente contrario al fenomeno Medjugorje.

Poi, “per rispetto al vescovo”, si è sempre guardato bene dal contraddirlo o contrariarlo in qualsiasi modo, limitandosi a far circolare voci ufficiose di una sua simpatia e alta considerazione per quanto avviene in quel di Medjugorje.

In tal modo, con un sapiente gioco delle parti, ed evitando di compiere la minima mossa (ad esempio la nomina di una nuova commissione d’indagine) che potesse sbloccare la perdurante situazione di stallo, ha guadagnato tempo, in attesa degli eventi o di qualche (improbabile) illuminazione dall’alto.

In tale ottica mons. Peric diviene una sorta di testa di turco o, se si preferisce, un parafulmine destinato ad attirare su di sé l’indignazione di tutte le anime belle che, come Laurentin, non riescono assolutamente a capire il comportamento della Chiesa ma al tempo stesso vogliono tenere il Papa al di fuori e al di sopra di ogni sospetto.

Dovremo dunque commiserare mons. Peric in quanto capro espiatorio? Non direi proprio, poiché, se egli è tale, è comunque un capro fortemente convinto, per non dire entusiasta, della propria missione.

Il ruolo della Madonna

Se è impossibile considerare il Papa estraneo all’impasse in cui versa Medjugorje (quando non si voglia addirittura, come noi abbiamo proposto, attribuirgli una responsabilità più diretta), proviamo a mettere sotto la lente il ruolo dell’altro, o meglio dell’altra, protagonista dell’operazione Medjugorje: Maria.

La domanda è questa: la Madonna avrebbe potuto, e potrebbe tuttora, fare qualcosa per impedire o far cessare la deplorevole situazione che Laurentin e tanti altri denunciano con toni così appassionati?

La risposta mi pare debba essere affermativa: sì, la Madonna avrebbe potuto evitare, e potrebbe tuttora comporre, la guerra che divampa attorno a Medjugorje lacerando la Chiesa.

Dicendo questo non penso a una soluzione “banale” all’insegna del “niente è impossibile a Dio”: ad esempio, a una folgorazione dall’alto - come quella che colpì Paolo sulla via di Damasco - che dall’oggi al domani faccia di mons. Peric un ardente sostenitore delle apparizioni.

Penso ad accorgimenti puramente umani, che possono comprendere un’opera di “persuasione” quale è concessa ai comuni mortali.

In primo luogo, abbiamo visto, la Madonna avrebbe potuto evitare di scegliere la sua parrocchia proprio in una regione così singolare (probabilmente unica) per quanto riguarda la giurisdizione ecclesiastica.

In secondo luogo, avrebbe potuto ad esempio ispirare al Papa l’idea di vegliare affinché il Tribunale della Segnatura che doveva giudicare i due frati renitenti non rimanesse “bloccato per lunghi anni a causa di un intervento amministrativo di alto livello”.

In terzo luogo, avrebbe potuto evitare di farsi coinvolgere in modo diretto nella disputa con un’incauta presa di posizione a favore dei due frati inquisiti e contro mons. Zanic (da lei accusato di aver agito “troppo affrettatamente”, MATM 332): non avrebbe dovuto lasciarsi porre “delle domande indiscrete” (sic) e consentire che le fossero “strappate” (sic) delle risposte che l’interessato ha sfruttato abilmente, raccogliendo “i messaggi che lo riguardavano secondo le versioni più dure [“le risposte di Vicka, più perentorie delle altre”], per meglio dimostrare l’inattendibilità di una Madonna che si mette contro il vescovo” (VAM 122-23).

Infine, avrebbe potuto provvedere affinché alla morte di mons. Zanic gli succedesse un prelato di orientamento diverso da mons. Peric.

Ancora oggi, senza ricorrere a comunicazioni di carattere soprannaturale, potrebbe ispirare al suo figlio terreno più amato - ora incarnato da Benedetto XVI - di fare quello che una logica elementare suggerisce: nominare una commissione che riprenda l’esame dei fatti di Medjugorje.

Ciò darebbe attuazione a una promessa della Dichiarazione di Zara, emanata da quella Conferenza episcopale iugoslava che poi si sciolse in seguito alla guerra e al dissolversi della Confederazione.

La Madonna potrebbe anche suggerire al Papa di prendere posizione, dichiarando apertamente quali sono i motivi che inducono la Chiesa a soprassedere al riconoscimento e dando atto, in forma ufficiale, della bontà dei frutti spirituali di Medjugorje.

Smettendola insomma di recitare la parte della sfinge, per troncare almeno parte delle congetture e delle illazioni malevole.

Questi sono solo alcuni dei provvedimenti che alla sapienza umana appaiono idonei, prima ad evitare la disputa fratricida e poi a gettare almeno un po’ d’acqua sul fuoco della polemica.

Perché va detto chiaramente: se la Madonna non riesce neppure a ottenere dalle punte di diamante del suo esercito, e in primis da un Papa proclamantesi “tutto suo”, almeno il compimento del loro dovere - ossia che facciano quel che richiedono la giustizia e, come dice Laurentin, la carità –, allora c’è veramente da disperarsi.

Che credito si può dare alle sue promesse di sradicare l’odio dal mondo, sia pure con la collaborazione dei parrocchiani e dei pellegrini, e di assicurare il Trionfo del suo Cuore immacolato?

Se non riesce nemmeno a fare in modo che il suo collaboratore più fidato le dia una mano, evitando almeno di gettare discredito sulla sua iniziativa, come potrà portare alla conversione i cinesi, gli islamici e gli indù?

Potrà forse sembrare impietoso, ma vorrei a questo punto aprire una parentesi per far notare che l’operato della Madonna appare gravemente autolesionistico, e quindi incomprensibile, anche al di fuori della prospettiva dell’operazione Medjugorje: è autolesionistico in quanto lesivo dell’immagine della Chiesa, in un’ottica più generale.

In primo luogo, scegliendo la sua parrocchia in una sede tanto difficile, Maria ha messo sotto gli occhi di tutti quale nido di vipere si nascondesse nel seno della Chiesa di Bosnia. Venendo meno al salutare principio secondo cui i panni sporchi vanno lavati in famiglia, ha deciso di lavarli al cospetto del mondo; con quali effetti di edificazione è facile vedere.

Inutile obiettare che la Regina della pace ha voluto appunto recare un messaggio di pacificazione dove vi era contesa: se è così, diciamo che il rimedio è stato peggiore del male, poiché dopo venticinque anni constatiamo la presenza di un muro-contro-muro peggio che all’inizio.

In secondo luogo, la Madonna, se veramente voleva portare la pace anziché la spada, ha gravemente mancato sotto il profilo del tatto, della sensibilità.

Padre Livio si compiace di ripetere che Maria ha fatto di Medjugorje la sua personale parrocchia; già, ma come l’ha fatto? Mediante una sorta di esproprio forzoso, d’autorità, e senza neppure avvertire (non diciamo interpellare!) i titolari legittimi, parroco e vescovo.

Il suo primo messaggio settimanale è esplicito: “Cari figli, io ho scelto in modo speciale questa parrocchia ed è mio desiderio guidarla”. Non ci si può meravigliare se mons. Zanic non ha “gradito”.

Tornando a considerare la domanda imbarazzante circa l’apparente impotenza della Madonna a zittire il coro di voci malevole attorno a Medjugorje: l’unica risposta sensata è che Maria possa farlo, ma non voglia.

Vedremo in un prossimo capitolo la bizzarra sortita di padre Livio secondo cui “la Madonna non è affatto preoccupata per questo tipo di problemi”, ossia per i problemi dell’approvazione, e in genere dell’atteggiamento dell’autorità ecclesiastica nei confronti di Medjugorje; e non potremo fare a meno di giudicare autolesionistico tale comportamento della Vergine per quanto riguarda l’efficacia della diffusione del messaggio.

Ora lo valutiamo nella prospettiva più ristretta della querelle in corso e del discredito che ne deriva a Medjugorje e alla Chiesa intera.

Anche sotto tale profilo, non è superfluo dirlo, la sovrana nonchalance di Maria che “de minimis non curat” appare ad occhio umano incomprensibile.

Quando la schiera dei negatori è capeggiata dal vescovo del luogo, che riprende pari pari gli argomenti del suo predecessore, aggiungendovi di suo un’animosità e una determinazione senza confronti; quando il papa tace e volta la testa dall’altra parte per non vedere e non sentire; quando i più autorevoli organi di stampa del mondo cattolico, dal quotidiano della CEI ai periodici della San Paolo, o glissano quanto più possono su Medjugorje o sparano decisamente contro; quando un convertito della prima ora, poi apostata (e proprio per influsso di mons. Peric!), arriva a scrivere che “Medjugorje è senza dubbio la più grande truffa del XX secolo: È lo stesso Satana a mascherarsi da angelo di luce (2Cor 11, 14-15) […]. Tutto si fonda sul potere, i soldi e persino il sesso, e ha condotto alla disobbedienza, alla menzogna e alla ribellione da Roma” (MT 77); quando lo stesso mons. Peric avalla o addirittura promuove filmati in cui si parla di “truffa, mistificazione, cupidigia, menzogna e manipolazione della fede” (ivi, 216); quando accade tutto questo, be’, a noi pare che ci sarebbe da preoccuparsi, eccome. Non si tratta proprio di quisquilie.

Del resto, la pensa così anche Laurentin, che imposta il problema esattamente come l’abbiamo impostato noi: “… solo Dio e la Madonna potranno placare la lotta ingaggiata contro Medjugorje, che sarà dura. Ma è questa la loro volontà?” Ossia: la Madonna può, ma forse non vuole.

Senonché poi, stranamente, il Nostro aggiunge: “Maria non ha potuto salvare il Figlio dalla morte nonostante i desideri del suo cuore di Madre ed il Cielo non ha potuto salvare Giovanna d’Arco nel 1431 contro l’apparato ecclesiastico, che è sempre temibile quando sbaglia mira” (ivi, 76). Dobbiamo allora concludere che la Madonna vuole ma non può?

Sul Calvario, dice infatti Laurentin, voleva ma non poté. Forse qui il teologo non considera che Gesù doveva morire per riscattarci; senza contare che secondo certi antichi Padri la determinazione di Maria di offrire il Figlio in olocausto redentivo era tale che se non l’avessero messo a morte i Giudei e i Romani l’avrebbe immolato lei stessa con le sue mani.

Ma quel che importa notare qui è un’altra cosa: la contraddizione di Laurentin è rivelatrice. Gli appare impossibile che Maria non possa intervenire a Medjugorje, ma parimenti impossibile gli appare che non voglia farlo; d’altra parte deve prendere atto che non interviene.

Di qui il suo saltabeccare dall’una all’altra ipotesi. Un modo come un altro per dire che il comportamento del Cielo è assolutamente incomprensibile. (Lo era anche per Dante: “E se licito m’è, o sommo Giove …”)

Altrove Laurentin torna sul tema: “La Vergine non ha potuto impedire la condanna e la morte di suo Figlio, punito efficacemente dalle autorità religiose ufficiali dell’epoca […]. Lei e suo Figlio saranno più fortunati questa volta? Sarebbe imprudente presumerlo” (ivi, 108). Giudizio profondamente pessimistico; ma disperare della Grazia, nonché dubitare dell’onnipotenza divina, è peccato contro lo Spirito Santo.

E sembra sottilmente blasfemo insinuare che Cristo sia morto sulla croce solo perché non è stato “fortunato”. Gli sarebbe andata male, insomma. Ed ora lui e sua madre spererebbero di avere più fortuna nella vicenda di Medjugorje; ma secondo Laurentin non devono farsi illusioni, come non dobbiamo farcele noi.

Il Cielo perdonerà certamente al suo ministro tanta disinvoltura di pensiero e di linguaggio: nelle parole dell’abate vibra l’indignazione della coscienza onesta, congiunta a un’amarezza infinita.

Il ruolo di Satana

Accanto al Papa e alla Madonna vi sarebbe da segnalare la presenza di un terzo personaggio in grado di influire da protagonista sulla disputa di Medjugorje: Satana, il principe delle tenebre, che cerca di sabotare in ogni modo i piani di Maria.

Vedremo meglio nel prossimo capitolo qualche aspetto del complesso gioco in atto tra il Demonio e la Vergine, per cui il primo si impadronisce dei piani divini (“Satana si è impossessato di una parte del mio progetto e vuole farlo suo”, 01.08.85) e Maria risponde con pari astuzia (“La Madonna salvò il Papa e si servì del piano del maligno per realizzare i suoi progetti lungamente preparati”) (PCM 165).

Si ha l’impressione di essere in una guerra di servizi segreti o in un giallo di spionaggio industriale. Comunque è chiaro che se Maria vuole impedire a Satana di sabotare i suoi piani, deve innanzitutto eliminare ciò che alimenta la querelle di Medjugorje.

E quanto al Demonio, la mossa più facile che può fare per trionfare nella disputa è certo impossessarsi di qualche uomo chiave, in grado di tenere in scacco i piani celesti. “Satana entrò in lui”, è scritto di Giuda; che ora nella parte di Giuda vi sia mons. Peric?

È la prima ipotesi che si può fare. Ma non potrebbe essere caduto sotto l’influsso del Maligno anche qualcuno di “Roma”? E chi può metter la mano sul fuoco che non si tratti addirittura di qualcuno che sta molto molto in alto? Qualcuno che sia arrivato “fino a sedere nel tempio di Dio”, come scrive Paolo (e come si dice nel messaggio di La Salette dato dalla Vergine a Melania)?

Sull’Anticristo si sono fatte le ipotesi più inquietanti. E se niente è impossibile a Dio, è altrettanto vero che Satana è capace di tutto, specie quando Dio, come ora, lo lascia amabilmente slegato. È un fatto che tra mons. Peric e il Papa (sia Wojtyla che il sucessore) non pare proprio vi siano rapporti molto tesi.

Comunque sia, il ruolo preciso di Satana nella querelle di Medjugorje lo stabiliranno i futuri storici delle apparizioni.

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