I problemi pratici del discernimento
Sommario:
- Le basi teologiche del riconoscimento
- Statuto delle apparizioni non riconosciute
- Il discernimento “fai da te”
- Il riconoscimento provvisorio accelerato
- Casi particolari. Le altre rivelazioni private. Le lacrimazioni
- Un caso speculare: la possessione diabolica
- I criteri empirici per il discernimento: veggenti, messaggi, frutti pastorali
- Il disorientamento della Chiesa
- L’enorme difficoltà di riconoscere i segni … “inconfondibili”
- Minimalisti e massimalisti del discernimento
- La prassi comunemente seguita
Passiamo ora ad esaminare in modo sistematico il comportamento della Chiesa di fronte ai gravi problemi che le pone una comunicazione divina di così ardua decifrazione.
In questo esame ritroveremo molte questioni toccate nel capitolo precedente, ma considereremo le cose dal punto di vista di chi riceve il messaggio (la Chiesa, appunto) anziché da quello di chi lo invia.
L’autorità ecclesiastica è chiamata a “discernere” le rivelazioni private – e in particolare le apparizioni – autentiche dalle sospette allucinazioni o mistificazioni (di possibile ispirazione satanica).
Poiché queste ultime, stando alle conclusioni cui giunge la Chiesa stessa, sono più numerose delle rivelazioni sicuramente genuine nel rapporto di almeno mille a uno, si comprende che l’esercizio pratico del discernimento, ossia dello sceverare il grano dal loglio, è assai difficile.
Il Cielo, abbiamo visto, ha lasciato la sua Chiesa senza bussola, sia nella decisione sui casi singoli sia nella definizione di regole generali.
E se è vero che non possiamo impedire a Dio e alla Madonna di parlare agli uomini, ciò vale solo se si tratta veramente di Dio e della Madonna; poiché, se si tratta di un falso Dio e di una falsa Madonna, dobbiamo anzi impedirglielo, smascherandone la falsità.
Sta di fatto che, poiché il Codice di diritto canonico e, in pratica, il Catechismo della Chiesa Cattolica tacciono su questo argomento, un fenomeno che attualmente convoglia ed esprime una parte assai importante della vita religiosa è in larga misura lasciato all’improvvisazione di chi vi si trova di volta in volta implicato, mentre le supreme gerarchie badano il più possibile a non farsi coinvolgere.
La Chiesa ha sempre avuto nella religiosità popolare – intendendo il termine nella sua accezione più ampia – un alleato piuttosto scomodo, difficile da controllare e regolamentare. E di fronte alle manifestazioni carismatiche ha spesso fatto buon viso a cattivo gioco.
Sicché anche certe adesioni in apparenza entusiastiche, con tanto di approvazione ufficiale e vistose manifestazioni di ossequio, lasciano qualche dubbio circa l’effettiva accettazione a livello profondo.
“Non è vero ma ci credo”: così si sintetizza l’essenza della superstizione spicciola, come conflitto tra quel che dice la ragione e quel che suggerisce un istinto profondo, irreprimibile. Orbene, per i Papi, e la Chiesa in generale, potrebbe valere, a proposito della reale presenza della Madonna nelle apparizioni ufficialmente riconosciute, un bell’ “È vero ma non ci credo”.
Ma è mai possibile, ad esempio, che un papa il quale crede veramente, nel profondo dell’anima, che a Fatima è apparsa la Madonna, viva e presente, non apra neppure la busta contenente un messaggio che la Madonna stessa gli ha fatto pervenire?
Ed è credibile che fosse sincero Giovanni XXIII quando scriveva: “Che cosa aspettano quei di Bergamo a fare il trionfo delle apparizioni della Madonna delle Ghiaie?”? E che lo fosse quando precisava: “Ciò che vale in subiecta materia è la testimonianza della veggente; e la fondatezza di quanto ancora asserisce a ventun anni e in conformità alla sua prima asserzione a sette anni e ritirata in seguito alle minacce, alle paure dell’inferno fattele da qualcuno”? (MGB 30, 32)
È vero che poteva causargli un certo imbarazzo il fatto che la veggente era una sua nipote. Ma l’assistenza dello Spirito (il quale certo, quando aveva scelto la veggente, sapeva che era la nipote del futuro papa!) dovrebbe avergli suggerito di non venir meno, comunque, al suo compito.
Se egli veramente pensava che alle Ghiaie la Madonna in persona avesse parlato agli uomini, avrebbe dovuto gridarlo: avrebbe dovuto accorrere, baciare quella terra, decretare immediatamente il riconoscimento avocando alla S. Sede la decisione (cosa che la prassi corrente gli consentiva).
Se poi riteneva che un messaggio della Madonna al mondo (e su un tema importantissimo, la famiglia) fosse stato fraudolentemente cestinato, doveva provvedere a ridar voce alla Vergine, per non mancare gravemente ai suoi doveri pastorali.
E se era convinto che vi fossero state minacce indebite alla veggente, era suo preciso dovere intervenire disciplinarmente, sia pure attraverso la diocesi. Perché il boicottaggio del Cielo è il massimo peccato concepibile contro lo Spirito Santo.
Tutto ciò, si torna a ripetere, sarebbe dovuto avvenire se il Papa avesse creduto veramente, “di quella fede che vince ogni errore”; ma evidentemente così non era.
A. M. Tentori, a proposito di questa “testimonianza” del Papa, così si esprime: “Non [la] vogliamo spiegare e commentare perché preferiamo sottacere il più possibile queste cose”. È chiaro che spiegare e commentare simili testimonianze, traendone le debite conclusioni, è non poco imbarazzante: meglio “sottacere”.
Le basi teologiche del riconoscimento
Come giustifica la Chiesa l’imbarazzo in cui si trova quando deve esercitare il discernimento? Ne “La Vergine appare a Medjugorje?” René Laurentin ci fornisce una sorta di piccola “teologia del discernimento”.
Il punto di partenza è una professione di umiltà:
Il discernimento è un compito lungo e per vari aspetti difficile. Ed è un compito umile. La Chiesa, così sicura quando insegna il Credo, diventa modesta quando deve discernere un’apparizione (p. 97).
È sorprendente che un teologo tanto autorevole e navigato si lasci andare a un’ammissione così rivelatrice senza cogliere, a quanto sembra, il veleno che contiene.
La Chiesa è sicura quando può proclamarsi infallibile; ma, come già abbiamo osservato, la sua infallibilità, garantita dall’assistenza dello Spirito Santo, è rigorosamente limitata a quei settori in cui non sussiste alcuna possibilità di verifica, e quindi di smentita; quei settori cioè in cui, per dirla con Karl Popper, non vi è “falsificabilità”.
Così, quando enuncia le verità del Credo o formula una definizione dogmatica, la Chiesa si sente sicura perché non deve temere che qualcuno possa dimostrare con prove inoppugnabili che lo Spirito Santo non procede dal Padre e dal Figlio o che Maria non fu immacolata sin dall’istante del concepimento. Quando invece deve pronunciarsi su qualcosa in cui potrebbe venire in seguito smentita, allora lo Spirito Santo improvvisamente l’abbandona.
Laurentin definisce il discernimento un compito umile. La qualifica è quanto mai discutibile, poiché un compito è umile quando è alla portata di tutti e poco gratificante, non quando “è lungo e difficile”.
Ma l’etichetta di ‘umile’ serve al nostro teologo per dire che la Chiesa quando si accinge ad esercitare il discernimento diventa “modesta”: patetico tentativo di far passare per modestia - che è una virtù - quel che in realtà è disorientamento, o meglio un brancolare nel buio.
La Chiesa diventa di colpo “modesta” perché non sa a che santo votarsi, benché ne abbia tanti a disposizione e ne possa fabbricare a volontà.
L’autore cerca poi appoggi biblici al suo argomentare, ma adduce asserti per nulla pertinenti. Cita un versetto della “Lettera agli Ebrei” (11, 1: “La fede è conoscenza delle realtà invisibili”) per accreditare la tesi che la Chiesa è sicura nel discernere le realtà invisibili, che sono appunto oggetto di fede; ma è evidente che la definizione della fede non ci dice proprio nulla circa i problemi del discernimento.
Altrettanto pretestuoso il ricorso a Cristo stesso, il quale, sostiene Laurentin, avrebbe “puntualizzato lo statuto mediocre delle visioni” quando ha detto “Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto!”
Questo è uno stravolgimento bello e buono delle parole di Gesù: egli non ha affatto inteso dire che la fede senza visione è più certa di quella basata sulla verifica visiva, bensì che è più meritoria; il che ovviamente è tutt’altra cosa.
Del resto, non è il “vedere” che offusca il discernimento della Chiesa, tanto brava, a sentir lei, nel riconoscere le realtà invisibili; e ciò per il semplice fatto che la Chiesa non “vede” proprio nulla: il suo problema è solo quello di decidere se credere o non credere a qualcuno che asserisce di aver veduto.
Il che, ancora una volta, è tutt’altra cosa.
Laurentin cerca poi di dare a tali bei criteri fondamento teologico più solido chiamando in causa il deteriorarsi del soprannaturale quando “si trova incarnato nella natura”. Il discernimento in materia di rivelazioni private viene così a beneficiare delle stesse attenuanti invocate dall’esegesi biblica quando si trova di fronte a testi scomodi.
Come infatti in tali casi tutto ciò che è teologicamente ineccepibile appartiene all’autore principale, che è Dio, mentre ciò che è imbarazzante viene attribuito ai limiti dell’autore umano; così nelle apparizioni il fatto in sé, coi frutti pastorali che produce, viene ascritto all’iniziativa divina, mentre tutto ciò che disturba e lascia perplessi sarà inevitabilmente da addebitare ai veggenti, che “si trovano implicati nel dono che ricevono; e rischiano sempre di metterci del proprio, e di interpretarlo a modo loro”.
È in sostanza una tesi che abbiamo già incontrato - e confutato - parlando della natura delle rivelazioni private; era logico ritrovarla parlando dei problemi del discernimento, in quanto costituisce un alibi eccellente.
Con essa infatti si spiega magistralmente perché la Chiesa di fronte alle apparizioni vada sempre coi piedi di piombo; o, per variare la metafora deambulatoria, dia l’impressione di camminare sulle uova.
Lo sforzo di approfondimento teologico porta poi Laurentin a fare un’affermazione piuttosto ardita: “Quando le realtà invisibili si fanno visibili non si è nella visione beatifica, ossia nella conoscenza assoluta”. Allora, par di capire, quando la Chiesa fa affermazioni di portata dogmatica circa le realtà invisibili, le fa in virtù della visione beatifica, di cui dunque si deve ritenere che disponga.
Quella visione beatifica che consente di leggere ogni cosa in Dio, che fa di un viator un comprehensor, e della quale i teologi disputano se ne fosse provvisto fin dalla nascita Cristo stesso, sarebbe a disposizione della Chiesa per proclamare i suoi dogmi. Pare francamente un po’ troppo.
Ma le sorprese non finiscono qui. Per giustificare la strategia della Chiesa che non impone ai fedeli di credere alle apparizioni, neppure a quelle da lei stessa riconosciute, Laurentin fa un magniloquente elogio della libertà: “La Chiesa è uno spazio di libertà. Lo Spirito Santo ‘ci rende liberi’, come afferma san Paolo. Le apparizioni ne sono un ambito privilegiato. Questo campo, benché minore, è un campo aperto in maniera sorprendente all’iniziativa di Dio e alla libertà dell’uomo” (VAM 99; e altrove parla della “generosa libertà alla quale la Chiesa ci invita in materia di apparizioni: AV 59).
Par di sognare: lo Spirito Santo, si sarebbe premurato di comunicarci san Paolo, “ci rende liberi” non tanto dalla schiavitù della Legge, dell’errore e del peccato, quanto dall’obbligo di credere alle visioni di Rosa Quattrini o di Pierina Gilli o di Maria Valtorta: il che, come ognun vede, è una libertà di enorme portata spirituale, vera e propria rigenerazione dell’anima, per cui valeva veramente la pena che Cristo spargesse il suo sangue.
La verità che Laurentin cerca maldestramente di mascherare è molto più terra terra: la Chiesa, consapevole di essere totalmente priva di bussola per discernere le apparizioni autentiche da quelle fasulle (al punto che, abbiamo visto, anche in caso di approvazione “non garantisce la verità del fatto”), sente di non poter imporre un obbligo di fede.
Così facendo, ottiene due risultati:
1) in primo luogo si scarica di una responsabilità. Sarebbe infatti gravissimo se un’apparizione o una visione si rivelasse non autentica dopo che la Chiesa avesse imposto di credervi, e quindi sanzionato, anche in sede penitenziale, l’inosservanza di tale obbligo.
La Chiesa, insomma, non sapendo che pesci pigliare, gioca la carta della magnanimità, facendo passare per omaggio alla libertà del fedele la propria incapacità di discernimento. Come il pastore che, non sapendo che via scegliere, lasciasse magnanimamente libero il gregge di andare a destra oppure a sinistra;
2) in secondo luogo, la Chiesa in tal modo ridimensiona le apparizioni, ne riduce per quanto possibile l’importanza nella considerazione dei fedeli. Presentandole come non vincolanti, come una sorta di optional, si premunisce contro i pericoli e la concorrenza delle mariofanie assegnando loro una statuto teologico di seconda o terza categoria.
Il che non le impedisce, come vedremo, di cercare di ricavarne il più possibile in termini di frutti spirituali.
Statuto delle apparizioni non riconosciute
Il fatto è che alla Chiesa, oltre che un preciso statuto teologico delle apparizioni autentiche, manca anche uno statuto delle apparizioni che essa si rifiuta di riconoscere: tutto questo mondo resta per lei un pianeta inesplorato su cui dà l’impressione di non avere alcuna idea.
S’intende che nella marea di apparizioni presunte vanno scartate preliminarmente quelle in cui non si abbia la presenza indiscutibile di fenomeni assolutamente non spiegabili con gli strumenti della scienza.
Ma anche dopo questa prima importantissima scrematura, resta un gran numero di “eventi”, che possiamo chiamare “preternaturali”, per i quali esistono solo due possibili interpretazioni: o quella della parapsicologia, del paranormale, o quella del “soprannaturale”.
La spiegazione che chiama in causa il paranormale non si pronuncia sull’origine ultima dei fenomeni, sull’esistenza di una realtà trascendente di cui essi potrebbero essere indizi. Si limita a inquadrarli con categorie provvisorie che non hanno l’attendibilità di collaudate leggi fisiche ma potrebbero acquisirla in futuro grazie a nuovi sviluppi della scienza.
Tale spiegazione presenta però un grave inconveniente per la Chiesa: toglie ogni aureola di origine divina anche alle poche apparizioni a cui essa ha deciso di accordare il proprio consenso ufficiale e “caloroso”, in primis Lourdes e Fatima. Se infatti accettiamo il principio che ciò che oggi ci appare inspiegabile potrebbe risultare spiegabile domani, non vi è più alcuna garanzia che quel che ci appare oggi divino non ci appaia “umano” in futuro.
L’altra spiegazione, quella del “soprannaturale”, pone all’origine dei fenomeni in questione forze esterne all’uomo e alla natura. Senonché tali forze, come indica chiaramente il vangelo stesso (cfr. Mt 12, 27), possono avere provenienza assai diversa: divina o demoniaca.
Ne consegue che tutte le manifestazioni indiscutibilmente preternaturali in cui la Chiesa si rifiuta di riconoscere la presenza del divino, dovrebbero coerentemente venire dichiarate di origine satanica.
È qui che la Chiesa pecca gravemente di coerenza: quando è fuori discussione che ci si trova di fronte a fenomeni preternaturali, la gerarchia ecclesiastica, se non vuole ricorrere al pericoloso criterio del paranormale (e fatti salvi i pochissimi casi “approvati”), dovrebbe avere il coraggio di dichiarare il carattere diabolico delle apparizioni.
In concreto, invece, cosa fa? Anziché operare preliminarmente, secondo lo schema che si è illustrato, la scelta tra la spiegazione paranormale e quella soprannaturale per poi distinguere, quando abbia accettato quest’ultima, tra soprannaturale satanico e soprannaturale divino, si comporta come se esistessero tre gruppi di fenomeni per così dire paralleli, ossia di pari livello gerarchico: fenomeni paranormali, fenomeni diabolici e fenomeni divini.
Sicché si limita ad autenticare i pochissimi che ritiene di origine divina e a respingere decisamente quelli che veicolano messaggi troppo imbarazzanti, evitando di sceverare, nella congerie dei rimanenti, ciò che rientra nell’ambito del paranormale da ciò che è invece di natura demoniaca.
Così facendo la Chiesa viene meno a un suo preciso dovere: in quanto depositaria del “discernimento degli spiriti” (in ciò assistita dallo SS.), essa non può sottrarsi al compito di segnalare ai fedeli la presenza insidiosa del demonio.
Direi anzi che tale segnalazione è addirittura più importante, e comunque più urgente, del riconoscimento del divino, così come la denuncia del peccato è prioritaria rispetto all’esaltazione della virtù. Se in tanta parte di ciò che si presenta come soprannaturale si cela Satana, sarebbe dovere grave della Chiesa metterne in guardia i fedeli.
E metterli in guardia, si badi, non ammonendoli genericamente del pericolo e rimettendosi poi al discernimento personale del singolo credente, come di fatto fa, ma indicando concretamente dove Satana si nasconde.
In effetti, lo stesso padre Livio, che di tanto in tanto denuncia l’attività del “cornuto” (sic), che inscenerebbe una quantità di false apparizioni per assecondare la smodata voglia di soprannaturale, di filo diretto, di religione spettacolo; lo stesso padre Livio, dico, una volta esaurito lo sfogo, si guarda bene dal precisare dove si annidi Satana.
Come potrebbe invece fare dichiarando ad esempio una volta per tutte che tra le apparizioni “inspiegabili” non riconosciute dalla Chiesa non ve n’è una che non sia satanica all’infuori di Medjugorje.
L’unico bersaglio contro cui non perde mai occasione di scagliare i suoi strali è Vassula Ryden (con Laurentin suo sfortunato mentore). Per il resto, tutto rimane nel vago.
Il discernimento “fai da te”
Ma la Chiesa non si limita ad abbandonare di fatto al discernimento del singolo credente la decisione circa il carattere divino o satanico di un evento che si presenta come prodigioso.
Nell’attuale boom di apparizioni e fenomeni carismatici vari, si fanno sempre più frequenti gli appelli espliciti ai fedeli perché usino il proprio discernimento.
S’intende che il riconoscimento da un lato e la sconfessione aperta dall’altro, ossia l’esigua minoranza di casi in cui la Chiesa riesce a farsi un’idea abbastanza chiara del problema, restano riservati alla Chiesa stessa; ma nella miriade dei rimanenti, e comunque finché la Chiesa non si sia pronunciata, i fedeli sono chiamati a ‘discernere’.
Il che, in termini pratici, significa che devono aprire bene gli occhi, andarci piano col soprannaturale a buon mercato, guardarsi dal “turismo delle apparizioni”, e così via; in caso contrario, si ammonisce, porteranno la responsabilità dei guasti spirituali che ne deriveranno a loro e ad altre anime.
Morale: se il “discernimento” li porterà a rinunciare del tutto alla ricerca di carismi per dedicarsi interamente alla pratica religiosa istituzionale, faranno la cosa migliore.
Naturalmente, resta la singolarità di questo appello al discernimento proprio da parte di chi il discernimento dovrebbe esercitarlo ma si dimostra inadeguato al compito.
È un po’ come se il micologo, incapace di individuare i funghi velenosi, si limitasse a consigliare prudenza, suggerendo magari di ricorrere all’assaggio da parte del gatto.
Sul piano teologico, questo invito, o monito, ai fedeli perché passino al “fai da te” non è che un’attuazione di quel principio già citato del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo cui “il sensus fidelium sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa”.
Ed è una esplicitazione di quell’ “assenso di fede umana” che abbiamo visto raccomandato dalle direttive di Benedetto XIV. La fides humana - che così viene pomposamente ad affiancarsi alle “qualificazioni teologiche” della fides divina, fides catholica, fides divina et catholica, fides ecclesiastica, nonché alle verità fidei proximae e theologice certae - non è, in pratica, se non quanto dovrebbe suggerire il buon senso, ossia il personale fiuto del fedele sensibile al fascino dei carismi ma poco propenso a farsi abbindolare.
Ed è l’ultima carta che la Chiesa può giocare per districarsi tra le insidie del discernimento.
Padre Livio ama ripetere che il sensus fidelium, come ha più volte intuito una verità di fede prima dei teologi (caso clamoroso l’Immacolata concezione), allo stesso modo sa spesso riconoscere il carisma autentico prima della Chiesa stessa, come è avvenuto con padre Pio.
È vero. Il guaio è che ancora più spesso lo “riconosce” anche dove non c’è.
Il riconoscimento provvisorio accelerato
Laurentin non rinuncia a proporre una conclusione operativa al problema del riconoscimento delle apparizioni, con l’occhio attento soprattutto al caso che più scotta e che più gli preme, quello di Medjugorje.
Egli afferma che, come nessuno è tenuto a credere alle apparizioni, pur se approvate, “correlativamente, nulla impedisce ai fedeli di aderire alle apparizioni prima del giudizio ufficiale della Chiesa. Essi sono liberi.” Il discorso è chiaro: visto che la Chiesa, sbalestrata com’è di fronte alle apparizioni, impiega un’eternità a decidere, e per di più in ogni caso non garantisce la veridicità degli eventi, tanto vale che il fedele decida per conto proprio.
Si tratta di un’affermazione grave, su cui torneremo.
Il teologo ricorda poi la prassi ufficiale (o perlomeno ufficiosa: sono le già citate direttive del card. Seper) per il riconoscimento delle apparizioni: se vi sono le debite garanzie di serietà (fondatezza dei segni, ortodossia del messaggio, ineccepibilità dei veggenti) “e si constatano dei ‘frutti buoni’, il vescovo può autorizzare delle manifestazioni pubbliche”. E “tutto può fermarsi anche lì”, dice, “visto che un giudizio della Chiesa sulle apparizioni non è necessario. […] Il discernimento vivo basta, senza che sia necessario dargli una forma giuridica”.
E fa l’esempio del santuario delle apparizioni di rue du Bac, “visitato con tanto fervore da Giovanni Paolo II” e che “ha una fama equivalente a quella di Lourdes e di Fatima, senza che la Chiesa si sia mai pronunciata sulle apparizioni. […] Eccezionalmente, in un terzo tempo, il vescovo procede a un giudizio ufficiale, che riconosce le stesse apparizioni (e non solo il culto)”.
Secondo Laurentin, a Medjugorje sussistono le condizioni per un riconoscimento de jure del culto, riconoscimento che di fatto è già stato concesso (la sua tesi merita considerazione perché, mutatis mutandis - in primo luogo dimensione e notorietà del fenomeno -, può applicarsi a un buon numero delle centinaia o migliaia di apparizioni attualmente in corso nel mondo).
È realistica la proposta del mariologo? La nostra risposta è decisa: no.
Innanzitutto, è improponibile il confronto con Rue du Bac, dove una sola veggente ebbe in tutto tre apparizioni, e la Vergine non comunicò alcun messaggio, ma si limitò a chiedere la coniazione di una medaglia: a Medjugorje i veggenti sono sei, le apparizioni forse diecimila in una decina d’anni (ossia già nel ’91, data del volume di Laurentin), i messaggi varie centinaia; senza contare le bombe ad orologeria costituite dai “segreti” e dalla “vita di Maria”.
Inoltre, il culto del santuario parigino si stabilì in tempi nei quali si era lontanissimi dal frenetico selvaggio moltiplicarsi di apparizioni che si verifica oggi un po’ in ogni parte del globo, e che raddoppia la diffidenza della Chiesa.
Infine, come abbiamo già ricordato, “il giudizio della sede apostolica si rende particolarmente necessario quando il fenomeno assume vaste proporzioni o ci siano giudizi contrastanti” (MMG 352).
Ora, se vi è un caso in cui il fenomeno è di vaste proporzioni e i giudizi sono contrastanti, questo è proprio Medjugorje. E quando la questione del riconoscimento non può venir liquidata dal vescovo, ma richiede l’intervento delle alte sfere vaticane, inevitabilmente tutto si fa lento e difficile, perché i pezzi grossi devono stare ancor più attenti, di fronte al rischio di cattive figure.
Per di più, non si vede come si possa puntare su un riconoscimento provvisorio, con riconoscimento del culto, da parte del vescovo, dal momento che a Medjugorje il vescovo è proprio il più deciso avversario delle apparizioni.
La procedura “accelerata”, mirante al riconoscimento parziale provvisorio, suggerita da Laurentin, è dunque inapplicabile al caso di Medjugorje, ossia proprio alle apparizioni che più stanno a cuore al nostro mariologo.
L’approvazione del culto
L’escamotage cui Laurentin vorrebbe si ricorresse nel caso di Medjugorje, ossia l’approvazione ufficiale del culto, almeno in via provvisoria, è stato in effetti usato, tra l’altro, per l’apparizione della Madonna alle Tre Fontane di Roma: la Chiesa ha autorizzato il culto sul luogo della presunta manifestazione soprannaturale, senza pronunciarsi sulla sua veridicità.
Qui si vorrebbe far presente che tale prassi, apparentemente “neutra” sotto il profilo teologico, ha in realtà un carattere sottilmente idolatrico.
Si può senz’altro ammettere che venerare una statua (o qualsiasi altra immagine) non è idolatria, almeno finché si sia consapevoli che, attraverso la statua che ne è “segno”, la venerazione va alla persona raffigurata. Ciò in quanto tra statua e persona vi è (o comunque si suppone vi sia) un rapporto di somiglianza che aiuta a dirigere la mente ed il cuore verso tale persona.
Ma diverso è ad esempio il caso di una reliquia: una ciocca di capelli di santa Chiara non vale nulla se, anziché essere realmente di santa Chiara, è appartenuta a un’altra donna. Così, mentre nel caso della statua la venerazione passa attraverso il simulacro per raggiungere il vero oggetto della devozione, nel caso di una reliquia che non abbia alcun rapporto con la persona cui la si attribuisce, l’atto di culto non può passare su quest’ultima, ma rimane nell’oggetto materiale a cui è rivolto, che scade al rango di feticcio.
Pertanto, se la reliquia non è autentica, la sua venerazione è oggettivamente un atto idolatrico, a prescindere dalla buona fede dei devoti.*
{*Al fondo della questione sta ovviamente il fatto che la somiglianza è una proprietà “continua”, sicché non si potrà mai dimostrare un’assoluta dissimiglianza tra l’immagine e, poniamo, la vergine Maria; inoltre essa si sottrae a qualsiasi possibilità di verifica fattuale. L’appartenenza è invece una proprietà “discreta”: o quei capelli sono di santa Chiara o non lo sono, non può esistere alcuna via di mezzo. Ed è sempre possibile che la circostanza venga storicamente accertata o smentita: oggi, ad esempio, anche con l’analisi del DNA.}
Ora, il caso del luogo di una presunta apparizione è analogo a quello della reliquia, non a quello della statua: il valore cultuale sussiste se e solo se la Madonna o Gesù o un santo sono realmente stati presenti in quel luogo.
Le pietre del Foro romano possono dare un’emozione a chi pensa che forse dove egli posa ora la mano l’aveva posata duemila anni fa Cesare o Cicerone; in tutti i musei storici i cimeli derivano la propria forza di suggestione da questo legame con persone e realtà cui sono appartenuti. Ma se questo legame non sussiste, l’oggetto museale si riduce a un falso.
Pertanto la Chiesa, autorizzando il culto dove non è certa che sia apparsa la Madonna, autorizza una pratica che può essere intrinsecamente idolatrica, feticistica.
Non serve dire che alle Tre Fontane i fedeli si trovano davanti una statua raffigurante la Vergine, e che è ad essa che s’indirizza la loro devozione. Non serve in quanto la medesima statua, posta altrove, perderebbe gran parte del suo significato, perderebbe tutto il “valore aggiunto” che le proviene dal fatto di trovarsi sul luogo di un’apparizione della Vergine. Per la pietà dei devoti è essenziale recarsi dove si è manifestata la presenza di Maria.
Del resto, la Madonna stessa in innumerevoli occasioni ha chiesto l’erezione di una cappella o di un santuario sul luogo stesso in cui lei si rendeva visibile. Nell’economia dell’apparizione ciò si giustifica pienamente: se lì è la Madonna che parla (e lei ovviamente non può dubitarne!), quel luogo acquista un valore incomparabile, diventa a tutti gli effetti un luogo santo.
Pio X, nell’enciclica Pascendi (1907), equipara apparizioni e reliquie distinguendo due aspetti del culto, uno “assoluto” e uno “relativo”: mentre il primo “ha sempre implicita la condizione della verità del fatto”, ossia sussiste solo se l’apparizione o la reliquia sono autentiche, il secondo “si fonda sempre nella verità, giacché si dirige alle persone stesse dei santi che si onorano”.
Come dire che, se anche l’apparizione o la reliquia sono false, non per questo l’atto di culto resta privo di valore. È una soluzione decisamente semplicistica, che taglia il nodo anziché scioglierlo.
Come sempre avviene, del resto, quando la Chiesa cerca di dare qualche fondamento teorico alle sue direttive empiriche in materia di discernimento.
Il riconoscimento selvaggio
Torniamo a considerare l’affermazione dell’abbé Laurentin secondo cui “nulla impedisce ai fedeli di aderire alle apparizioni prima del giudizio ufficiale della Chiesa. Essi sono liberi”.
Abbiamo detto che si tratta di un’affermazione grave. Lo sa anche l’autore, che la correda della postilla d’uso in simili casi: “Devono soltanto farlo ordinatamente, in modo ragionevole e discreto, rispettoso dell’autorità”.
Ecco: purché non si agisca con l’intenzione di fare un dispetto alla Chiesa, purché non ci si abbandoni a manifestazioni vistose di irriverenza, purché ci si proclami ad ogni piè sospinto pronti a sottomettersi al verdetto definitivo dell’autorità ecclesiastica; purché si osservino queste regole di prudenza e di rispetto, allora il giudizio “provvisorio” della Chiesa può anche venire tranquillamente ignorato.
Nessuna mariofania meglio di quella di Medjugorje si presta a illustrare questa prassi. Qui infatti abbiamo la seguente situazione:
1) il vescovo, sia nella persona di mons. Zanic che in quella del suo successore mons. Peric, si è sempre pronunciato in modo assolutamente negativo;
2) la conferenza episcopale investita dell’indagine dall’autorità romana ha dichiarato, a dieci anni di distanza dall’inizio delle apparizioni, di non ravvisare nei fenomeni di Medjugorje alcunché di soprannaturale, pur non considerando chiuso il caso (cosa ovvia, dal momento che le apparizioni erano ancora in corso, come del resto sono tuttora);
3) dopo d’allora la Chiesa non ha assunto altre iniziative, tanto che ancora oggi non risulta sia al lavoro alcuna nuova commissione incaricata di riesaminare la vicenda (nel luglio 2006, al termine della Conferenza dei vescovi della Bosnia, secondo il sito web “Holy Queen” è stato annunciato che una nuova commissione sarà nominata dalla Congregazione per la dottrina della fede, ma al sito del Vaticano la circostanza risulta del tutto sconosciuta);
4) riconfermando il giudizio della conferenza episcopale, mons. Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede di cui era prefetto il card. Ratzinger, ha in due occasioni, nel 1996 e nel 1998, etichettato i fenomeni di Medjugorje come ‘"cosiddette apparizioni"’ e ‘presunte "apparizioni"’ (sostantivo virgolettato nel testo).
Situazione chiarissima, dunque: al momento (ossia dopo venticinque anni), alla Chiesa non risulta che a Medjugorje sia mai apparsa la Madonna.
Non è che ignori il caso: l’ha studiato mediante un suo organo appositamente incaricato e si è formata tale convinzione. A questo punto, l’unica conclusione onesta che un osservatore imparziale può trarre è che chi afferma la realtà delle mariofanie e ritiene di provenienza celeste i messaggi trasmessi nelle “presunte” apparizioni si pone oggettivamente contro la Chiesa.
Si badi: non si pone contro la Chiesa chi crede, a titolo personale, alla realtà delle apparizioni; ciò in quanto la Chiesa stessa, abbiamo visto, lascia liberi di credere o non credere, salvo quando vi siano fondati sospetti di ciarlataneria o di satanismo (e non è questo il caso di Medjugorje).
E non si pone contro la Chiesa neppure chi si reca a Medjugorje fruendo di quell’assistenza pastorale che è stata anche ufficialmente auspicata: pregare la Vergine, confessarsi, comunicarsi a Medjugorje è senz’altro ottima cosa.
Ma è oggettivamente un porsi contro la Chiesa, da parte dei pastori, a tutti i livelli, usare abitualmente termini, come ad esempio ‘santuario’, che, in assenza di reliquie o altre memorie storiche, presuppongono un’approvazione quanto meno ufficiosa; e più ancora, s’intende, utilizzare sistematicamente, nella catechesi e nell’omiletica, i messaggi trasmessi ai veggenti.
I quali ultimi, a loro volta, se per la Chiesa le apparizioni sono “presunte”, non possono essere altro che sedicenti veggenti.
Onestamente, dunque, è difficile dar torto a mons. Peric, che nel 1995 scriveva: “Né il vescovo della diocesi, come rappresentante della comunità e della Chiesa di Mostar-Duvno né altra persona competente ha sinora dichiarato la chiesa parrocchiale di san Giacomo a Medjugorje santuario mariano, né ha approvato il ‘culto’ della Vergine in base a presunte apparizioni”.
E dopo aver ricordato le proibizioni di parlare di soprannaturalità delle apparizioni stesse e di organizzare pellegrinaggi ufficiali, proibizioni pronunciate “anche dalla precedente Conferenza episcopale e persino dalla S. Sede”, concludeva: “Chi si comporta diversamente, agisce in contrapposizione con le posizioni ufficiali della Chiesa, che anche dopo 14 anni di presunte apparizioni e di diffusa propaganda, sono ancora valide”.
Parole ineccepibili, secondo la logica e l’onestà intellettuale.
Ma qui la confusione è veramente babelica, se si pensa che nel sito ufficiale della Chiesa cattolica italiana la chiesa di san Giacomo è ripetutamente definita “santuario”, e Medjugorje viene tranquillamente affiancata a Lourdes e a Fatima; questo mentre, se si cerca ‘Medjugorje’ nel sito della S. Sede, sino a qualche anno fa si veniva invitati a controllare l’ortografia perché la parola risultava addirittura sconosciuta (e attualmente si registra una sola menzione, del tutto occasionale, in un elenco di nomi di santuari visitati nel 2001-02 dai membri della Pontificia Accademia dell’Immacolata).
Sicché ci si chiede: la Chiesa non si autodefinisce una, oltre che santa, cattolica e apostolica? L’incredibile sdoppiamento qui segnalato riguarda solo il web o ha radici più profonde e ramificate?
In effetti, dai fautori di Medjugorje (come dai veggenti di innumerevoli altre Madonne sparse per il mondo) sale un coro compatto di assicurazioni della più piena disponibilità a sottomettersi all’autorità della Chiesa qualora questa dovesse negare il riconoscimento. Ossia: mentre dichiarano di essere assolutamente convinti che la Madonna appare a Medjugorje, promettono che, qualora la Chiesa dovesse pronunciarsi negativamente, si comporteranno come se non vi fosse mai apparsa.
Il che equivale a dire che, per obbligo di fede, faranno il “sacrificium inellectus” e saranno assolutamente convinti (la fede è certa, pur se oscura!) che non vi è mai apparsa.
Insondabili misteri del cuore umano.
“L’autore non intende in alcun modo prevenire il giudizio sull’autenticità soprannaturale dei fatti e dei messaggi di cui si fa cenno. Tale giudizio compete alla Chiesa a cui l’autore si sottomette pienamente. Le parole ‘apparizioni miracoli, messaggi’ e simili, hanno qui semplice valore di testimonianza umana”.
Così si esprime il responsabile del sito ufficiale della parrocchia di Medjugorje.
Appena ritoccata, tale formula compare in “Maria, alba del terzo millennio”. E nei volumi dedicati a Medjugorje dalla casa editrice Shalom figura, a detta di Caniato e Sansonetti (a noi non è riuscito di verificarlo), la seguente nota: “Shalom pubblica questo libro allo scopo di informare e si impegna a non ristamparlo più qualora la S. Sede stabilisse la non veridicità di queste apparizioni” (ATM 286).
Inutile dire poi che padre Livio, il quale ormai da tempo non fa una catechesi senza citare qualche insegnamento della Regina della pace, protesta continuamente di volersi sottomettere alle future decisioni della Chiesa.
Va detto che per lui manca solo il riconoscimento ufficiale (“la Chiesa non si è ancora pronunciata definitivamente”), che egli mostra comunque di ritenere scontato, quasi fosse una semplice formalità che tarda a compiersi per ragioni puramente burocratiche.
In pratica, dunque, tutti parlano liberamente delle apparizioni come di cosa fuori discussione: badano solo a ripetere, a intervalli regolari, che comunque il giudizio finale spetta alla Chiesa. Con questa elementare precauzione si può dire tutto quel che si vuole.
Tale situazione, che ovviamente si verifica tante volte in occasione di apparizioni”minori”, nel caso di Medjugorje, date le dimensioni e la durata del fenomeno, configura una vera e propria schizofrenia.
Vale la pena di citare quanto scrive C. I. Gonzalez, già docente di dogmatica alla Gregoriana, nel suo corso di Mariologia: “Non di rado vengono pubblicati libri sulle apparizioni ancora non approvate dalla Chiesa, a volte con vere aberrazioni teologiche, con l’alibi di qualche nota di questo genere: ‘Senza voler predeterminare il giudizio della Chiesa’. Certo, in questo modo si possono evitare gli effetti canonici, ma se eventualmente le pretese apparizioni risultassero false, chi toglie lo sconcerto (e a volte gli errori) nei fedeli poco istruiti teologicamente, che hanno creduto a queste predicazioni o pubblicazioni?” (MA 306)
Parole sacrosante. Nel caso di Medjuorje, la divaricazione tra la pletora di manifestazioni “ufficiose” di consenso e un’eventuale futura sconfessione ufficiale è tanto clamorosa che Radio Maria, nata proprio per diffondere correttamente i messaggi di Medjugorje, per coerenza dovrebbe ripiegare le antenne e chiudere i battenti.
Casi particolari. Le altre rivelazioni private. Le lacrimazioni
Il discernimento tra il sedicente soprannaturale e il soprannaturale autentico pone problemi alla Chiesa anche in settori diversi dalle apparizioni.
In primo luogo abbiamo ovviamente tutti gli altri tipi di rivelazioni private, ossia le visioni interiori e le “locuzioni”, tra cui occupano il primo posto, per numero e importanza, le locuzioni interiori, ossia quei messaggi di presunta origine celeste che vengono captati da determinate persone come fenomeni acustici non provenienti dal mondo esterno e non accompagnati da alcuna percezione visiva.
Come padre Livio non si stanca di ripetere (soprattutto per negare qualsiasi attenzione al caso di Jelena Vasilj e di Marijana Vasilj di Medjugorje), delle locuzioni interiori la Chiesa non si occupa neppure, quindi per esse non è prevista alcuna forma di riconoscimento ufficiale.
Sotto il profilo pratico, la cosa è pienamente comprensibile, se si pensa che si tratta di un fenomeno ancora più inflazionato delle apparizioni, e per di più tale da sottrarsi quasi a ogni verifica, in quanto attuantesi di regola in forma strettamente privata, per lo più nel chiuso di una stanza, e comunque al riparo da occhi e orecchi indiscreti. Inoltre le locuzioni interiori, più ancora delle apparizioni, sono costituite essenzialmente da messaggi, spesso ampi e complessi, suscettibili di integrare il deposito della fede.
Esse riuniscono quindi in sé due caratteri che le rendono quanto mai scomode per la Chiesa: scarsa verificabilità e alta pericolosità. Logico quindi che la Chiesa rifiuti di esercitare su di esse il proprio discernimento, già messo a dura prova dalle apparizioni.
Sotto il profilo teorico, tale atteggiamento è invece difficilmente giustificabile, in quanto una comunicazione divina non cessa di essere tale per il fatto di rivolgersi alla mente e all’udito anziché allo sguardo del ricevente, pur se talora la “traduzione” in parole di determinati contenuti concettuali può costituire un’ulteriore difficoltà.
Quando i veggenti fruiscono di locuzioni interiori accanto alle apparizioni (è accaduto a suor Lucia di Fatima - che forse ne ha ricevuto per tutta la vita - e alle ragazze di Garabandal), essi concordano infatti nel dire che il messaggio veicolato dalle locuzioni interiori è di più ardua decifrazione rispetto a quello comunicato verbalmente nelle apparizioni.
Iutile dire che la “mescolanza” di visioni e locuzioni interiori non fa che complicare, in tutti i sensi, sia la decriptazione del messaggio sia la procedura d’esame e di approvazione da parte della Chiesa.
Di passaggio, osserviamo che le “vite di Maria” delle grandi mistiche sono per lo più frutto di locuzioni interiori.
Radicalmente diverso è però il caso della “vita” consegnata a Vicka dalla Madonna di Medjugorje: Vicka ha da venticinque anni vere e proprie apparizioni della Vergine, ed è quindi “veggente” a pieno titolo.
E poiché Maria le parla “faccia a faccia”, come Dio a Mosè, non sussiste il problema di tradurre in parole contenuti non verbali o comunque non percepiti sensorialmente.
Questo rende obiettivamente più difficile ridimensionare l’importanza dell’autobiografia custodita da Vicka.
Ci torneremo nella monografia dedicata al fenomeno Medjugorje, così come torneremo più ampiamente sulle “vite di Maria” a proposito delle valutazioni disparate che ricevono all’interno della Chiesa.
Un caso a sé, nel quadro dei “segni” con cui il Cielo suscita l’attenzione dei mortali, è costituito dalle lacrimazioni di statue ed icone varie (soprattutto di Madonne) e da prodigiosi fenomeni affini (ad esempio statue trasudanti olio).
Per il fatto di restarsene muti, questi “oggetti” pongono meno problemi delle apparizioni veicolanti un messaggio esplicito. Il compito della Chiesa si riduce all’accertamento di dati oggettivi non spiegabili secondo le leggi naturali.
La sua responsabilità è obiettivamente diminuita dal fatto che essa in certo senso si rimette al giudizio di estranei (esperti consultati ad hoc, credenti e non credenti), i quali si assumono l’onere dell’accertamento fattuale degli eventi in esame.
Il caso dei santi
All’infuori delle rivelazioni private, il caso più noto e più importante che impegna la Chiesa nell’esercizio del discernimento è costituito dai processi di beatificazione e canonizzazione.
Il problema qui si presenta in genere più semplice, in quanto di regola si tratta di certificare dei miracoli (per lo più guarigioni miracolose) e l’esercizio delle virtù in grado eroico. In altre parole, finché non sono in gioco “messaggi” di presunta origine divina, non vi è alcuna concorrenza col magistero ecclesiale.
La Chiesa pertanto rischia ben poco: non corre il pericolo di avallare asserzioni successivamente smentite dai fatti, salvo che nel caso di un’indagine affrettata che non abbia messo in luce tutti gli eventuali aspetti negativi della personalità del canonizzando; ma tale evenienza è pressoché esclusa dall’accuratezza con cui la Chiesa procede.
A volte però anche i santi possono costituire una spina per la Chiesa: ciò accade quando sono proclamati santi dalla vox populi mentre ancora sono in vita.
In questi casi, anche qualora non vi sia concorrenza sul piano dottrinale, ve n’è però sul piano del carisma: chi è in odore di santità opera miracoli, come Gesù e gli apostoli, e magari ha le stimmate; mentre i successori “ufficiali” di Gesù e degli apostoli di regola sono sprovvisti sia delle stimmate che di poteri taumaturgici.
È senz’altro teologicamente corretto certificare la santità di un cristiano solo dopo la sua morte, in quanto solo i miracoli compiuti post mortem ci assicurano della sua presenza tra i beati. Ma questo non giustifica l’ostilità che la Chiesa riserva a numerosissimi portatori di carismi, poi beatificati o canonizzati una volta defunti.
Il fatto è che per il ministro di Dio è imbarazzante convivere col carismatico, dalla cui presenza non può non sentirsi in qualche misura delegittimato.
Il carismatico stigmatizzato e/o taumaturgo, poi, oltre ad essere scomodo per i “poteri” di cui è dotato, è non di rado anche destinatario di rivelazioni private veicolanti messaggi: è il caso di coloro che vengono generalmente definiti “mistici”.
Poiché però in genere tali messaggi non provengono da pubbliche apparizioni, ma da visioni e soprattutto da locuzioni interiori, la Chiesa rifiuta di prenderli in considerazione, eliminando così ogni problema di concorrenza col suo magistero.
In altri termini: Bernadette e i fanciulli di Fatima non venivano considerati “santi” dai fedeli che li circondavano durante le apparizioni, ma il loro messaggio era considerato di provenienza divina; viceversa, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux sono ufficialmente sante, ma il contenuto dei loro colloqui soprannaturali viene accolto come un’esperienza di alta spiritualità (tanto che ha fruttato loro il titolo di “dottore della Chiesa”) più che come comunicazione del Cielo agli uomini.
Insomma, una cosa è il santo (che spesso non è veggente) e altra cosa il veggente (che di regola non è santo).
Un caso attualissimo e clamoroso di “mistico” è ovviamente quello di padre Pio, ora san Pio da Pietrelcina.
Questi, salvo occasionali ufficiose esternazioni, non ha trasmesso messaggi suscettibili di accrescere o modificare il deposito della fede, e d’altro canto i suoi spettacolari carismi ormai non danno più fastidio a nessuno; sicché la Chiesa, con una delle sue abituali “fughe in avanti”, ha potuto procedere a spron battuto a beatificazione e canonizzazione.
Ma, mentre era in vita, il frate di fastidio ne ha dato parecchio all’establishment ecclesiale, che l’ha in tutti i modi osteggiato, combattuto, umiliato (come aveva fatto a suo tempo con san Giovanni Bosco). E l’acme della persecuzione coincise proprio, teste Alessandro Pronzato, col pontificato del “Papa buono”.
Il quale del resto è pure stato beatificato, quasi contemporaneamente; e per di più insieme ad un suo predecessore al quale, a dispetto dell’ammirazione dichiarata, si ispirò assai poco nel governo della Chiesa: a distanza di decenni o di secoli molte tensioni si allentano, e la Chiesa dà mirabile applicazione al dogma della … comunione dei santi.
Beatificazioni e canonizzazioni sono il campo in cui la Chiesa può permettersi di far concorrenza al “carisma selvaggio” di apparizioni e locuzioni interiori conservando la propria autorevolezza e il proprio prestigio. I veggenti fan paura perché son vivi, i santi no perché sono morti.
E se da vivi, come abbiamo visto, posson far paura quelli in fama di santità, il sensus fidelium sa che tutt’al più si dovrà attenderne la scomparsa perché si abbia il riconoscimento ufficiale del carisma. È per questo che la Chiesa si avvale delle beatificazioni in dosi sempre più massicce.
Vorrei ricordare qui un caso attuale di difficile discernimento, di beatificazione contestata: quello del Savonarola.
Lo stesso card. Ratzinger ha raccomandato prudenza, dato che si tratta di un uomo che la Chiesa ha fatto bruciare sulla pubblica piazza. Il Savonarola fu condannato come eretico. Se tale era veramente, è assurdo proporlo alla venerazione dei fedeli; se invece non lo era (nel qual caso la sua provata virtù rende proponibile la beatificazione), risulta mostruoso, nonché squalificante per il Magistero, averlo condannato – a morte! – come eretico.
In effetti, egli non faceva che ripetere al Papa (pur se non solo a lui) quel “Non ti è lecito” con cui il Battista fustigava Erode.
Questione dunque delicatissima, e dietro la quale se ne cela un’altra, pure assai delicata. Chi spinge per la beatificazione del Savonarola? I domenicani, suoi confratelli. Ecco dunque comparire un’altra variabile nel complesso gioco dei riconoscimenti: lo spirito di corpo degli ordini religiosi.
Tradizionale l’antagonismo, sia sul piano teologico che su quello pastorale, tra domenicani e francescani, tra tomismo e scotismo (anche a proposito dell’Immacolata concezione); e poi tra domenicani e gesuiti (basta pensare alla cinquecentesca “controversia de auxiliis” sui rapporti tra grazia e libero arbitrio).
E ancora oggi, dopo tanti secoli, in un mondo a cui certe problematiche risultano pressoché totalmente estranee, non è raro sentire puntigliose difese delle posizioni tradizionali del proprio ordine. Per cui può accadere che la “Civiltà cattolica” non si trovi in sintonia con lo Studio Domenicano di Bologna, o che il domenicano padre Zoffoli disputi aspramente col francescano padre Cantalamessa.
Ho toccato questo tema per ricordare che nell’atteggiamento dell’autorità ecclesiastica verso le presunte manifestazioni del soprannaturale può giocare anche l’ “appartenenza” di coloro che sono candidati al riconoscimento.
Nel caso di Medjugorje, vedremo che la particolare situazione della parrocchia, gestita dai francescani (tradizionali paladini dei “diritti” della Vergine), ha un’importanza tutt’altro che trascurabile.
Si tratta dunque in sostanza di un ulteriore motivo di divisione all’interno della Chiesa.
A volte la via al riconoscimento dei carismi può venire spianata da circostanze ancora più “umane”.
Ad esempio, a suor Faustina Kowalska e alla sua devozione della Divina misericordia, a suo tempo sconfessate dal Santo Uffizio, si è aperta un’autostrada per iniziativa del conterraneo Karol Wojtyla (prima arcivescovo di Cracovia e poi papa), con canonizzazione, intitolazione di un’enciclica, istituzione di una festa ed erezione di un santuario.
Come dire che, se per i mortali è importante avere santi in paradiso, per i santi stessi, o aspiranti tali, può essere importante averne sulla terra.
Un ultimo caso di “discernimento difficile” con cui la Chiesa si trova a dover fare i conti è quello dei movimenti. Un’analogia con le apparizioni è costituita dal fatto che anche i movimenti convogliano una parte notevole della religiosità contemporanea; ma “sollevano anche qualche problema; comportano anche, in misura maggiore o minore, dei pericoli”, come riconosce il card. Ratzinger, che pur ne parla con simpatia (RSF 42).
Recentemente si è avuta, dopo lunghissime esitazioni, l’approvazione ufficiale dello statuto del Movimento neocatecumenale. Tra i più tenaci contestatori del movimento - sul piano dottrinale in primo luogo, e secondariamente su quello pastorale -, quel padre Zoffoli, domenicano, che abbiamo or ora ricordato.
È evidente che un ordine che si considera un poco il custode di quell’impianto dottrinale di stampo tomistico cui si è sostanzialmente attenuto il Magistero da Leone XIII a Pio XII, trova difficile accettare certe rotture di schemi che, in senso lato, si possono far risalire al Concilio Vaticano II.
Sul finire del 2005, dopo solo pochi mesi di pontificato, Benedetto XVI ha imposto ai neocatecumenali di abbandonare, entro due anni, le innovazioni da loro introdotte nella celebrazione eucaristica, e in particolare nel rito della comunione, che essi prendono seduti. La risposta degli interessati, benché deferente, non contiene un impegno preciso ad “allinearsi” su tutti i punti contestati. Chi vivrà vedrà.
Un caso speculare: la possessione diabolica
Il discernimento della Chiesa ha modo di applicarsi anche a un fenomeno che si può considerare specularmente simmetrico alle comparse di Gesù e di Maria sulla terra: la possessione diabolica.
Quando una persona è posseduta dal Demonio, la Chiesa può provvedere a liberarla mediante un esorcismo; ma, naturalmente, prima di ricorrere a tale pratica occorre “discernere” se la possessione diabolica è veramente in atto.
Il cristianesimo, in via di principio, non è una religione dualistica, in cui cioè si contrappongano un principio del bene e uno del male: vi è un solo Signore, un Dio buono, che consente al Maligno di operare solo entro certi limiti (vedi il caso di Giobbe), e alla fine dei tempi lo rinchiuderà definitivamente nello stagno di fuoco e di zolfo; il manicheismo fu a suo tempo condannato dalla Chiesa come grave eresia.
Ma di fatto il cristianesimo funziona come una religione dualistica: senza Satana, principio personalizzato del male, sarebbe inconcepibile.
A partire dallo sfortunato incontro fra Eva e il serpente, l’uomo è continuamente dibattuto e conteso tra Grazia e peccato, tra il diavolo e l’angelo custode. Logico quindi che anche il Demonio faccia di tanto in tanto delle puntate sulla terra per far sentire a qualcuno la sua presenza per così dire fisica, proprio come Gesù e Maria la fanno sentire ai veggenti e ai mistici.
Di qui la fondamentale analogia tra i due fenomeni.
Una seconda analogia è costituita dalla relativa rarità delle reali possessioni diaboliche: in molti casi si tratta di patologie psichiatriche o psicosomatiche, di competenza del medico anziché dell’esorcista. Purtroppo anche qui, come per le rivelazioni private, la Chiesa, chiamata a discernere l’autentico dall’inautentico, si mostra assai poco assistita dallo Spirito Santo.
Sicché – ulteriore analogia – diffida di tutto ciò che si muove intorno al pianeta della possessione demoniaca, e cancellerebbe volentieri dai suoi compiti le pratiche esorcistiche. I fenomeni di possessione diabolica infatti, pur non attentando all’intangibilità del depositum fidei, mettono anch’essi in crisi, e gravemente, le gerarchie ecclesiastiche che devono operare il discernimento.
Se non che a questo punto, dopo tante analogie, incontriamo una differenza importante rispetto all’atteggiamento tenuto verso le apparizioni e i fenomeni consimili: la Chiesa non può permettersi di marginalizzare, sotto il profilo teorico, la possessione diabolica e i relativi esorcismi come fa con le rivelazioni private.
Non può per il semplice fatto che Gesù stesso guarì innumerevoli ossessi cacciando i demòni che li tormentavano. Si potrebbe anzi dire che Gesù fu proprio in primo luogo uno straordinario esorcista; e provvide a conferire ufficialmente tale carisma ai suoi discepoli e continuatori.
Pertanto gli esorcismi, a differenza delle apparizioni, figurano con il loro nome nel Catechismo della Chiesa Cattolica: al n. 1673, pur raccomandando cautela e un rigoroso accertamento della presenza del Maligno, si parla esplicitamente del “grande esorcismo”.
Ma se sul piano teorico la Chiesa dà alla possessione diabolica uno statuto ufficiale, di fatto cerca di scoraggiare (meglio sarebbe dire “boicottare”) la pratica esorcistica, giusto a somiglianza di quanto fa con le rivelazioni private.
Don Gabriele Amorth, principe degli esorcisti italiani, non perde occasione per denunciare la negligenza con cui la Chiesa si occupa della problematica della possessione: spesso il vescovo tralascia persino di nominare l’esorcista, tanto che intere regioni italiane, e addirittura alcuni paesi cattolici come Austria, Spagna e Portogallo, ne sono privi (cfr. "... e liberaci dal maligno". Intervista con padre Gabriele Amorth, in “30 giorni”, n° 6 del 2001).
In particolare, don Amorth denuncia con eccezionale veemenza il “Rituale per gli esorcisti” di recente pubblicazione. Nessuno dei membri delle due commissioni che l’hanno elaborato, dice, “ha mai fatto esorcismi né ha mai assistito ad esorcismi né ha mai avuto la più pallida idea di cosa sono gli esorcismi” (!!).
Peggio ancora: con il nuovo “Rituale” si è voluto consegnare agli esorcisti “un’arma spuntata, inefficace” (ecco il boicottaggio).
Del resto, se la Chiesa è spaccata sul tema della possessione diabolica, non sarà inutile sapere che “il più noto esorcista francese”, Isidoro Froc, ha scritto un libro intitolato “Gli esorcisti” in cui “non si dice mai che gli esorcisti, in certi casi, fanno esorcismi. E l’autore ha più volte dichiarato alla televisione francese di non avere mai fatto esorcismi e che mai li farà. Su un centinaio di esorcisti francesi, solo cinque credono al demonio”.
Difficile immaginare una situazione più schizofrenica all’interno della Chiesa.
Ma in tanta babele dottrinale brilla come sempre la stella del Papa. Neppure Amorth infatti si sottrae al rituale omaggio al pontefice, che di tutto questo non avrebbe colpa alcuna.
Ricorda che quando un suo collega disse a Giovanni Paolo II “C’è un esorcista, qui a Roma, padre Amorth, che se venisse da lei le direbbe che conosce troppi vescovi che non credono nel demonio”, il Papa rispose secco: “Chi non crede nel demonio non crede nel Vangelo”.
Bella frase, degna di venire immortalata nel bronzo. Ma al Papa sarebbero dovuti correre i brividi per la schiena al pensiero che “troppi vescovi” non credono nel Vangelo. E invece di cavarsela con una battuta lapidaria, avrebbe dovuto cercare di saperne di più, di andare un po’ più a fondo circa la denuncia di padre Amorth: ad esempio, tanto per cominciare, concedendogli un colloquio.
Ed è ipocrita fingere che il Papa ignori il ruolo di cenerentola che la pastorale riserva agli esorcismi, e in genere alla tematica della possessione diabolica.
Ma vedremo che lo stesso accade a Medjugorje e persino nelle apparizioni di terzo e quart’ordine di cui rigurgita Internet: la colpa della “tiepidezza” verso i carismi (non importa se positivi oppure negativi, quali sono quelli demoniaci) è sempre dell’entourage pontificio - comprendente magari fior di vescovi e di cardinali -, mai del papa, che verrebbe tenuto all’oscuro delle iniziative del Cielo e dei problemi della Chiesa.
Sicché l’ossequio rituale alla persona del pontefice assume quasi la funzione di un salvacondotto per dire impunemente peste e corna della Chiesa stessa: una volta operato il distinguo tra il papa buono, ma tenuto all’oscuro e ingannato, e i collaboratori che lo ingannano, si può tranquillamente dire quel che si vuole.
Il gioco ovviamente è riuscito tanto più facile negli anni in cui la crescente debolezza fisica di Giovanni Paolo II lo costringeva a dipendere sempre più da chi gli stava intorno.
I criteri empirici per il discernimento: veggenti, messaggi, frutti pastorali
Torniamo ora alle apparizioni. Abbiamo già elencato i tre punti qualificanti per giudicare dell’autenticità di un’apparizione: ineccepibilità dei veggenti, dei messaggi e dei frutti pastorali (sempre fatta salva, come sappiamo, la possibilità teorica di un inganno di Satana, che potrebbe produrre manifestazioni “buone” per tendere al momento opportuno le sue reti).
Sui veggenti non vi è molto da dire: nella grande maggioranza dei casi in cui si può concretamente porre il problema del riconoscimento, non è in questione la personalità dei veggenti, per lo più equilibrati, rispettabili e buoni credenti.
A Medjugorje abbiamo sei persone che si sono mantenute irreprensibili durante oltre un ventennio nonostante la pressione enorme che han dovuto sopportare, e ora sono tutte madri o padri di famiglia esemplari. A Fatima colpisce la spontanea dedizione dei pastorelli, specialmente di Giacinta e Francesco; a Lourdes abbiamo l’incantevole figura di Bernadette, d’una semplicità e soavità che conquistano, sia nel periodo “pirenaico” sia negli anni trascorsi poi a Nevers.
Per quanto riguarda i messaggi, va ribadito che la loro ineccepibilità non dice nulla circa l’autenticità del fenomeno che li origina.
Essa può quindi esser condizione necessaria per l’approvazione, ma in nessun caso condizione sufficiente: è evidente che chiunque abbia buone conoscenze teologiche può stilare messaggi ineccepibili sotto il profilo dottrinale.
E se partiamo dall’idea che Satana possa giocare un ruolo in tutto questo, quello dei messaggi è certo il campo in cui può operare più facilmente: dobbiamo supporre che egli sia piuttosto ferrato in teologia, sicché la confezione di messaggi ineccepibili dovrebbe risultargli anche più agevole delle spettacolari messe in scena delle apparizioni.
Dal punto di vista pratico, i problemi per la Chiesa nascono da due tipi di contenuti:
1) preannunzi di tipo apocalittico, che espongono la Chiesa stessa, in caso di approvazione, all’accusa di creare allarmismo; più in generale, tutte le profezie, che corron sempre il rischio di venire smentite dai fatti, e in modo particolarissimo, ovviamente, i “segreti” di ogni genere;
2) aggiunte al deposito della fede; sappiamo che in via di principio sono escluse, ma nella pratica è spesso difficile dare una valutazione univoca.
A Medjugorje si hanno entrambi i tipi di problemi.
Abbiamo detto che non costituiscono invece problema i messaggi che contengono critiche alle gerarchie ecclesiastiche, in quanto vengono automaticamente interpretati come segno di inautenticità; ma naturalmente la Chiesa, quando ricorre a tale criterio, non può sottrarsi al sospetto di agire pro domo sua, in uno spirito di difesa corporativa.
Va ancora ricordato che certi settori della Chiesa sono particolarmente restii ad accettare messaggi improntati a una prospettiva ecumenica: considerandoli una sorta di tradimento dell’ortodossia, propendono per una sconfessione automatica di chi li ha recati.
Tale è ad esempio il caso dei lefebvriani nei confronti di Medjugorje.
La valutazione dei frutti spirituali come criterio per il discernimento merita un discorso assai più approfondito.
La base biblica è ovviamente Mt 7, 16-18: “Dai loro frutti li riconoscerete. […] Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”.
Se dunque alcune presunte apparizioni producono frutti buoni, ossia un sensibile risveglio della devozione (preghiere, digiuni, conversioni, apostolato) e non ne producono di cattivi (ad esempio manifestazioni di fanatismo o di superstizione, e soprattutto comportamenti contrari all’ortodossia), si può ragionevolmente supporre che tali apparizioni siano “buone”.
Ma abbiamo così risolto il problema del discernimento? Concretamente, che significa affermare che una determinata apparizione è “buona”? Potrà forse voler dire che non è di ispirazione satanica; ma dovremo per questo concludere che è “vera”? Sarebbe una deduzione assolutamente arbitraria.
La differenza rispetto al caso dell’albero sta in primo luogo nel fatto che per l’albero non si pone un problema di accertamento preliminare dell’esistenza: se vi sono frutti, nessuno può sospettare che l’albero che li ha prodotti sia il prodotto di allucinazioni.
In secondo luogo, i frutti buoni si producono in virtù di leggi biologiche, ossia senza l’intervento di una volontà umana; nel caso delle apparizioni, invece, condizione necessaria e sufficiente perché i frutti siano buoni è che le apparizioni stesse vengano ritenute autentiche (non, dunque, che lo siano in effetti) e che chi le ritiene tali voglia produrre frutti buoni.
Nel caso dell’albero abbiamo quindi un determinismo fisico, in quello delle apparizioni un momento di valutazione da parte dell’intelletto e un momento di decisione da parte della volontà. La conclusione è che nel primo caso si può risalire con sicurezza dall’effetto (la qualità dei frutti) alla causa (la qualità dell’albero), nel secondo non si può.
Morale: ottimi frutti spirituali possono scaturire anche da fenomeni falsamente ritenuti soprannaturali.
Sono tutt’altro che rari i casi di autentico fervore devozionale suscitato da epifanie su cui in seguito la Chiesa ha emesso un giudizio negativo, in forma esplicita o anche solo implicita, rinviando sine die il riconoscimento: tali ad esempio le apparizioni di Garabandal (che in un primo tempo Paolo VI aveva definito “il secondo soggiorno di Maria sullaTerra”!) e di Ghiaie di Bonate.
Si vede pertanto quanto sia fragile l’argomento della “bontà dei frutti” per decidere dell’autenticità di determinate apparizioni o di altri presunti fenomeni soprannaturali.
Ma tale argomento viene spesso sfruttato dalla catechesi e dalla pastorale in modo decisamente pragmatico: “Per Medjugorje, non è poi tanto importante il riconoscimento, al limite neppure se le apparizioni ci siano o no [!]; l’importante è che la Madonna la si abbia nel cuore, che si torni da Medjugorje arricchiti spiritualmente …” (don Giovanni Ercole a RM, 28.06.96).
Quindi, al solito: l’importante non è che le cose stiano (o siano avvenute) in un certo modo; l’importante è crederci. Esattamente come per la risurrezione di Gesù.
E il card. Ratzinger, con grande franchezza: “Uno dei nostri criteri è separare l’aspetto della vera o presunta ‘soprannaturalità’ dell’apparizione da quello dei suoi frutti spirituali”.
Come dire che se vi sono vantaggi sul piano pastorale non si guarda tanto per il sottile, tutto fa brodo. È la versione ecclesiale del “non olet” di vespasiana memoria.
Come esempio dell’applicazione pratica del principio enunciato, lo stesso Ratzinger cita Pio XII, che si sarebbe così espresso a proposito dei fatti delle Tre Fontane di Roma: “Ma che cosa dobbiamo decidere? Non si fa del bene? Non si prega? Non si accomodano matrimoni?”
Senonché poi un sussulto di coerenza morale, congiunto a una grave incoerenza logica, fa trarre al Pontefice questa conclusione: “E allora lasciamo che la Madonna faccia quello che noi non sappiamo fare”.
Con clamorosa petizione di principio il Papa dà dunque per scontato che si tratti proprio della Madonna, col che il discorso viene spostato dal problema del discernimento (spinoso, irrrisolvibile) a quello del “non possiamo impedire a Dio di parlare agli uomini”, sul quale, come sappiamo, tutti felicemente concordano.
Marco Tosatti definisce ricca di humour la risposta data da un vescovo italiano interpellato circa la possibile origine soprannaturale di un fenomeno accaduto nella sua diocesi: “Se la Vergine vuole apparire, non deve certo chiedere il permesso a me” (NA 39).
Ma in realtà si tratta, al di là della specifica formulazione verbale, di una risposta quasi di routine, con cui chi è chiamato ad esercitare il riconoscimento tenta di aggirare la difficoltà cambiando i termini del problema.
Anche Stefano De Fiores, ad esempio, ricorda che non si può “impedire a Dio di inviare la Madre di Gesù per lanciare agli uomini messaggi importanti. Maria è libera di intervenire nel mondo” (citato da V. Sansonetti, “Il Timone” n. 32).
Questa è un’ovvietà. Il problema è stabilire se ad apparire è veramente Maria: si tratta dell’accertamento di una realtà fattuale, non di una presa di posizione teologica.
(Quando a suo tempo abbiamo parlato di un diritto di censura che la Chiesa di fatto si arroga in questo campo, abbiamo detto che essa lo esercita dichiarando inautentiche tutte le apparizioni veicolanti messaggi ad essa per qualunque motivo sgraditi, e non certo negando in via di principio la legittimità di eventuali comunicazioni divine.)
Al fondo di tutti questi atteggiamenti sta un profondo disprezzo per la verità. Nel passo già in parte citato, J. Ratzinger dice che “i pellegrinaggi della cristianità antica si dirigevano verso luoghi a proposito dei quali il nostro spirito critico di moderni sarebbe talvolta perplesso quanto alla ‘verità scientifica’ della tradizione che vi è legata”.
La virgolettatura (presente nell’originale) vuole accentuare la connotazione negativa dell’aggettivo “scientifica”, quasi ci si trovasse di fronte all’assurda pretesa di applicare a fenomeni spirituali criteri di verifica propri della scienza empirica (e qualche riga più sotto si rincara la dose parlando di “ipercritica moderna”).
Ma la realtà è molto più semplice e, vorrei dire, più onesta: quel che è in questione qui non è una fantomatica “verità scientifica”, ma la pura e semplice verità, senza aggettivi né altre complicazioni, ossia senza cortine fumogene evocanti un presunto scientismo da esorcizzare.
Quel che si dovrebbe stabilire è se nei luoghi meta di quei pellegrinaggi la Vergine era veramente apparsa o no, tertium non datur: niente di più e niente di meno.
Perché, se in certi casi non era apparsa (e Ratzinger sembra avere più di un dubbio in proposito), il fatto che tali pellegrinaggi fossero “fruttuosi, benefici, importanti per la vita del popolo cristiano” non toglie che fossero fondati su una pia illusione, ossia su una convinzione erronea, su una falsificazione della realtà.
Potremo sempre consolarci salmodiando “O felix culpa”, potremo ricordare che Dio sa trarre il bene dal male, che sa volgere a suo vantaggio i piani di Satana, ecc. ecc.; ma il vero resta vero e il falso falso.
In applicazione di simili bei princìpi, che sottoscrive senza riserve, Laurentin propone non solo di separare radicalmente il giudizio sulle apparizioni dall’azione pastorale (è quel che abbiamo già visto parlando del “riconoscimento selvaggio”), ma di procedere a una sorta di presa in cura, da parte della Chiesa, di certi fenomeni in cui si ha una vistosa presenza del paranormale purtroppo associata a sviluppi dottrinali inaccettabili.
Parlando di Little Pebble e di Veronica Leuken (veggenti che hanno denunciato l’uno l’imminente presenza di un antipapa – mons. Casaroli - sul soglio di Pietro e l’altra l’avvenuta sostituzione di Paolo VI con un sosia!), scrive: “Se Little Pebble e la veggente di Bayside fossero stati sotto la guida di un direttore spirituale accorto, sicuramente avrebbero distinto il soffio dello Spirito che opera in loro dalle loro pulsioni immaginarie. E sarebbe stato un gran beneficio” (AV 61).
Cioè: anziché chiedersi da dove venga il “soffio dello Spirito” (ossia l’imput preternaturale che ha dato origine alle visioni) e come mai questo Spirito permetta ai veggenti di abbandonarsi a esternazioni tanto aberranti da potersi considerare demoniache, si pensa di sfruttare tale imput per volgere gli sviluppi verso mete edificanti.
Il che, in altri termini, significa far dire ai veggenti quel che la Chiesa vuole che dicano, gestire il fenomeno sino a “confiscarlo”. Ad maiorem gloriam Dei, s’intende.
Dove la disinvoltura sconfina nella spregiudicatezza truffaldina.
Per concludere la rassegna dei criteri utilizzati per il discernimento, vorrei ancora segnalare che per Laurentin “la brevità [delle apparizioni] è spesso un buon critero di autenticità” (NDM 134-35).
Il che, è appena il caso di ricordarlo, non gioca certo a favore di Medjugorje, dove la Madonna appare da venticinque anni.
Il disorientamento della Chiesa
Occorrerebbe il dis-cernimento, in suo luogo c’è il dis-orientamento. Poi si instaura un circolo vizioso: mancando il filtro del discernimento, le supposte apparizioni si moltiplicano, e questo accresce il disorientamento.
Il discernimento dovrebbe venire assicurato dal dono soprannaturale del Consiglio; ma la Chiesa, e il Papa in particolare, risultano dotati solo della virtù cardinale della Prudenza (o meglio, di una prudenza, ovvero cautela, tutta umana e terrena).
Nel migliore dei casi, si può dire che il Papa è provvisto del carisma del discernimento ritardato.
Laurentin è categorico circa il soprannaturale di cui si dovrebbe accertare la presenza: “Dio non ha dato alla Chiesa un infallibile carisma per riconoscerlo” (AP 46).
La verità è che la Chiesa, chiamata ad esercitare il discernimento, si trova bene con tutto ciò che è “morto”, passato, archiviato, ciò su cui può imprimere il proprio timbro di convalida a scopo di museificazione, di celebrazione postuma, come avviene ad esempio nelle canonizzazioni; si trova invece terribilmente a disagio quando ha a che fare con una Madonna viva, presente e dialogante, e perciò imprevedibile.
E lo sbalestramento è tale che, come abbiamo visto, non sa neppure dirci se si tratta di Maria o di Satana! Come uno Stato che non sapesse distinguere le proprie monete buone da quelle false; che sarebbe uno Stato allo sfascio, almeno nella funzione di regolatore dell’economia.
La Chiesa si comporta con la Madonna come certi dotti d’altri tempi, che sapevano – o asserivano di sapere – tutto su certi animali esotici per averlo appreso dalla scuola, ma non avrebbero saputo riconoscerli se se li fossero trovati davanti.
Papa Wojtyla, ci assicura padre Livio, possedeva il carisma di comporre bellissime preghiere, e ne compose qualcuna per la Vergine, che lesse in Piazza di Spagna (e ora Benedetto XVI pare incamminato sulla stessa strada).
Qui prorompe allora spontanea una domanda, irriverente ma irreprimibile. Parafrasando le parole di Gesù: è più facile comporre preghiere alla Madonna o riconoscerla quando si muove dal cielo per parlare agli uomini?
E soprattutto: quale delle due cose è più importante per la salvezza delle anime?
Comunque sia, è evidente che Dio non istituisce alcun filo diretto con il suo Vicario, nessuna linea riservata per le “comunicazioni di servizio”; neppure per avvertirlo, a posteriori, del contatto stabilito con i veggenti di turno.
Sicché il filo diretto è in tutto e per tutto diretto … contro la Chiesa.
Padre Livio si diverte ad ironizzare su “certi cosiddetti esperti del riconoscimento” che hanno preso solenni cantonate, avallando come soprannaturali fenomeni che poi la Chiesa ha sconfessato (il suo bersaglio preferito, sappiamo, è Laurentin, compromessosi con l’appoggio a Vassula Ryden).
Ma, se fosse obiettivo, dovrebbe riconoscere che la medesima ironia potrebbe e dovrebbe investire in primo luogo i titolari di quella cattedra da cui i fedeli attendono la parola illuminante che distingua inequivocabilmente il vero dal falso.
Laurentin infatti ci informa che “in questo campo anche il papa, con i suoi lumi e la consulenza degli esperti, si trova, talvolta, in difficoltà” (AV 62; si noti l’eufemistico “talvolta”: diciamo almeno novantanove volte su cento).
Sta di fatto comunque che se il Papa avesse la granitica certezza soggettiva che ha padre Livio, non avrebbe alcun timore di vedersi clamorosamente smentito dai fatti dopo aver concesso il riconoscimento.
L’enorme difficoltà di riconoscere i segni … “inconfondibili”
L’impasse in cui viene di fatto a trovarsi la Chiesa in tema di riconoscimento delle apparizioni non può non venire di tanto in tanto avvertita come imbarazzante, o addirittura umiliante.
Si cerca perciò di mettere in evidenza l’obiettiva difficoltà dell’operazione; ma al tempo stesso si deve provvedere a scagionare il Cielo dall’accusa di suscitare tali difficoltà con la propria condotta enigmatica e con il permesso accordato a Satana di ingannare a tutto spiano sia i fedeli che i pastori.
I due obiettivi sono manifestamente in contraddizione.
Lo mostra in modo inequivocabile quella che potremmo chiamare una serie di “variazioni sul tema” dovute alla penna di padre Livio e tratte da alcune delle sue opere più recenti (“Il falsario”, “Il discernimento spirituale”, “Satana nei messaggi di Medjugorje”; i corsivi sono nostri).
Vediamo prima di tutto un florilegio di affermazioni circa il carattere del soprannaturale divino:
“I segni che vengono da Dio […] sono improntati alla sobrietà e alla chiarezza evangeliche.”
“Il soprannaturale autentico ha sempre una bellezza, una dignità, una semplicità di chiara marca evangelica”. (IF 166)
“Le cose di Dio, nella loro semplicità, non scadono mai nel banale, ma conservano sempre una dignità e una luce inconfondibili.”
“Le opere di Dio […], per quanto il falsario cerchi di imitarle, hanno una loro carta di identità inconfondibile.”
Non basta. Anche se “Satana è straordinariamente attivo nell’imitare i segni del soprannaturale autentico” (così che egli “anche in questo si conferma la scimmia di Dio”), resta il fatto che “il demonio […], come dice il detto popolare, non si maschera mai così bene da non lasciare spuntare la punta delle orecchie.”
Per questo, “i segni che provengono dal maligno, per quanto cerchino di imitare le manifestazioni divine, portano il sigillo del loro autore.” (DS 206)
Ricapitoliamo: i segni che provengono dal Cielo hanno caratteristiche inconfondibili che li qualificano appunto come divini, mentre quelli provenienti dal maligno non possono evitare di tradire la propria origine demoniaca.
A questo punto chiunque concluderebbe che distinguere gli uni dagli altri è facilissimo.
Ce lo conferma lo stesso padre Livio:
“I segni che vengono da Dio, in definitiva, hanno sempre delle caratteristiche che permettono di risalire al loro autore.”
“l’occhio limpido del discernimento nota la presenza della santità, della verità e della bellezza”.
“Chi è da Dio e ha il cuore puro li sa vedere e li distingue con sicurezza dalle contraffazioni, non di rado grottesche, stravaganti e ridicole del demonio.”
Tutto chiaro, dunque, tutto semplice, par di capire. L’imbarazzante sospetto viene respinto: Dio lascia agire Satana, ma non gli permette di mimetizzarsi al punto di venir scambiato per Dio stesso.
Senonché, incredibilmente, padre Livio sembra non domandarsi neppure come mai, stando così le cose, la Chiesa non provveda sollecitamente a distinguere, nella miriadi di apparizioni e di fenomeni simili, quel che viene da Dio da quel che viene da Satana!
Anzi, passa addirittura a dirci - negli stessi passi, e con affermazioni inestricabilmente legate alle precedenti – che “quando gli è utile, il maligno non esita a indossare i panni religiosi, ben sapendo che con essi riesce ad attirare quelle persone sulle quali non potrebbe aver successo in altri modi. Di qui il delicatisssismo problema del discernimento fra il vero e il falso soprannaturale”.
E, per essere ancora più chiaro, ribadisce che “per cogliere l’inganno bisogna avere un cuore molto puro e il dono del discernimento”.
Affermazioni sconfortanti; ma qualcuno potrebbe tentare di consolarsi pensando che la Chiesa, o quanto meno i suoi vertici - e in ogni caso il Santo Padre -, hanno senza dubbio “un cuore molto puro e il dono del discernimento”.
Ahimè, non è vero neppure questo: la necessità di tali requisiti viene affermata con riferimento al fedele, che deve provvedere a sbrigarsela da solo!
Infatti, ci informa padre Livio, la pratica del discernimento è “un compito in gran parte affidato al magistero ecclesiastico, ma in questo campo anche i fedeli devono affinare la capacità di giudizio, perché le possibilità di inganno oggi sono più numerose che mai”.
E per chi non avesse ancora capito: “La Chiesa non può pronunciarsi su tutto, per cui il fedele deve valutare con grande prudenza a chi dà credito”.
Dunque:
1) non si deve far conto che nella Chiesa gerarchica siano presenti “un cuore molto puro e il dono del discernimento”; anzi, è lecito presumere che essi non siano affatto presenti, dato che in caso contrario non si vede perché i pastori non adempiano al loro primo compito, quello di mostrare alle pecore loro affidate dove si nasconde l’inganno satanico;
2) non si capisce che cosa si intenda quando si dice che il compito del discernimento è “in gran parte” affidato all’autorità ecclesiastica: si allude a una parte del lavoro di ogni singola pratica o al disbrigo della maggior parte delle pratiche?
È evidente comunque che nessuna delle due ipotesi corrisponde al vero; tanto che risulta quasi umoristica l’affermazione che “la Chiesa non può pronunciarsi su tutto”: in effetti essa si pronuncia su quasi nulla, ossia su una percentuale irrisoria dei casi di presunto soprannaturale che le vengono segnalati.
Sicché, alla fine, la soluzione più saggia, per tutti questi casi, sembra essere quella accennata da san Giovanni della Croce a proposito delle locuzioni interiori e citata da padre Livio in queste stesse pagine: “Consigliando di rifiutarle tutte, è detto a sufficienza quanto basta per non cadere in errore.”
Soluzione radicale, dunque, che non a caso coincide con quella implicitamente suggerita dal § 67 del CCC da noi riportato integralmente nel nostro primo capitolo: il fedele deve guardare con estrema diffidenza a tutta quella costellazione di fenomeni che vanno sotto il nome di “rivelazioni private” e tra i quali, in mancanza di una trattazione specifica, vanno incluse, abbiamo detto, anche le apparizioni di qualsiasi tipo.
Questa conclusione di per sé non è sorprendente: siamo nel solco della più perfetta ortodossia cattolica.
Ma è sorprendente che ad essa si pervenga esaminando la parole di un religioso che ad una dichiarata e costante fedeltà al CCC unisce però una sconfinata fiducia in alcune mariofanie, e in primo luogo in quelle di Medjugorje, tanto da impostare su di esse buona parte della sua catechesi.
Circostanza rivelatrice di una sotterranea schizofrenia.
Minimalisti e massimalisti del discernimento
È lecito chiedersi a questo punto qual è, al di là della posizione del magistero ecclesiastico, l’atteggiamento della maggioranza del clero, dei teologi, degli intellettuali che a vario titolo seguono da vicino la vita della Chiesa, e in particolare il fenomeno delle rivelazioni private.
Come a proposito dello statuto teorico delle apparizioni abbiamo visto delinearsi una tendenza, sia pure minoritaria, favorevole a una certa rivalutazione del fenomeno, così anche a proposito del problema pratico del discernimento non manca chi vorrebbe una maggiore disponibilità a concedere l’approvazione ecclesiastica.
La gerarchia, come si è detto, si arrocca di regola su posizioni difensive, cercando di dare al fenomeno il profilo più basso possibile e mostrandosi quanto mai avara nell’accordare il riconoscimento; ma non pochi pastori, insieme a intellettuali credenti che si fanno portavoce del “sensus fidelium”, vorrebbero un atteggiamento più generoso.
Secondo il Gonzales, non tutto è limpido in tali posizioni che egli definisce “massimaliste”: accanto al fascino irresistibile della profezia, vi scorge bisogno di rassicurazione dei fedeli ansiosi, leggerezza di giornalisti senza scrupoli, sfruttamento del miracoloso a scopo di proselitismo; per finire addirittura con la speculazione in chiave turistica, poiché spesso i luoghi sede di fenomeni soprannaturali diventano una miniera d’oro grazie all’afflusso di pellegrini da ogni parte del mondo.
Tutte motivazioni che determinano una pressione, per il Gonzales sostanzialmente malsana, in favore di una maggiore “apertura”.
In linea di principio, il criterio a cui tutti consigliano di attenersi è quello dell’equilibrio. Ma tra l’enunciazione del principio e la sua applicazione concreta vi è un abisso.
S. De Fiores nel paragrafo dedicato all’ “atteggiamento di fronte alle apparizioni” inanella una serie impressionante di truismi: “non vana credulità né fanatismo”, raccomanda, “non indifferenza né passività” ; “non correre al miracolo non significa restare indifferenti. Tra la corsa e la passività si pone il discernimento”.
Già, appunto: il problema è riuscire a discernere in modo corretto (nonché rapido e sicuro) tra il divino e il ciarlatanesco.
Prosegue De Fiores: “Una volta appurata la serietà del fenomeno attraverso i criteri sopra enunciati, non resta che accogliere con riconoscenza le apparizioni di Maria …”; ma il problema è proprio “appurare la serietà del fenomeno”; e i “criteri sopra enunciati”, da noi pure ricordati or ora, nella pratica si rivelano di assai difficile applicazione.
Ancora: “L’incontro con la memoria dell’apparizione, cioè con il santuario, può divenire un provvidenziale ambiente per riscoprire l’autentica figura […] di Maria …”; sì, ma solo se Maria è veramente apparsa in quel luogo.
E per finire: “Ogni apparizione mariana che si presenta con i caratteri dell’autenticità, esprime e rafforza l’intimo legame con la Madre di Dio …” . Già, questo è il busillis: stabilire se “si presenta con i caratteri dell’autenticità”.
Alla radice di tutte queste ottimistiche “ricette” sta ovviamente quella di san Paolo (1Ts 5, 21): “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. Ecco, appunto: il difficile è individuare il “buono”.
A monte della contrapposizione tra massimalismo e minimalismo, termini che il Gonzales usa appunto per indicare posizioni estreme da evitare, stanno indubbiamente due diversi modi di “sentirsi Chiesa”.
Schematizzando, dato che nella realtà sussistono innumerevoli gradazioni intermedie giustapposte senza soluzione di continuità, potremmo presentare la situazione nei termini seguenti.
Da un lato vi è chi avverte, almeno a livello profondo, che la Rivelazione biblica è “datata”, presenta lacune e contraddizioni (gli apporti della Tradizione e dell’elaborazione teologica non han fatto altro che spingere in una direzione “medievale”). Di conseguenza, non appare più adatta per parlare all’uomo d’oggi, né per portare avanti l’evangelizzazione né per impedire la scristianizzazione del mondo evangelizzato.
Si sente perciò l’urgenza di un filo diretto con un Dio che finalmente si sveli, dopo tanto ri-velarsi; perché è assurdo che non vi sia filo diretto tra un padre e i suoi figli.
Dall’altro lato vi è chi invece capisce che il filo diretto - facendo giustizia del principio della “Rivelazione ormai definitivamente compiuta” e del monopolio assoluto della Chiesa (gerarchica) in materia di interpretazione, nonché dell’immodificabilità di tale interpretazione – pone le premesse di una diaspora, o meglio di una babele, dottrinale ed ecclesiale.
A ciò si deve aggiungere l’ovvio umanissimo impegno delle gerarchie ecclesiastiche per difendere il proprio ruolo di diffusori autorizzati del verbo cristiano e quindi, in fondo, la propria ragione di esistere.
La prassi comunemente seguita
In concreto, di fronte al profluvio di rivelazioni private, e in particolare di mariofanie, la Chiesa si comporta come segue:
1) ignora tutto quanto è possibile ignorare, nella misura in cui si possa farlo senza suscitare reazioni troppo vivaci da parte dei fedeli coinvolti nell’evento;
2) rifiuta decisamente le apparizioni in cui appaia evidente che non sono soddisfatti tutti i requisiti sopra elencati riguardanti la qualità di segni, veggenti, messaggi e frutti pastorali (la ricusazione è particolarmente sollecita quando i messaggi contengono attacchi alla Chiesa, e soprattutto al papa);
3) approva, almeno ufficiosamente o parzialmente (e in genere dopo essersi concessa un lungo periodo di riflessione), quelle poche apparizioni che abbiano la duplice qualità di venir richieste a furor di popolo (in linguaggio teologico: dal “sensus fidelium”) e di apparire poco “pericolose”.
La pericolosità scaturisce dalla natura dei messaggi (pericolosi al massimo quelli contenenti profezie apocalittiche, segreti, vite della Vergine);
dalla quantità e durata delle ierofanie;
dal numero e dalla loquacità attuale e futura (per quanto è dato prevedere) dei veggenti;
dal rapporto che le apparizioni istituiscono tra il Cielo e la Chiesa (istruzioni di comportamento, messaggi da divulgare, compiti da eseguire).
Quanto più un ciclo di apparizioni appare “innocuo”, tanto maggiori sono le probabilità che esso venga riconosciuto.
Quindi, in pratica: la probabilità che il riconoscimento arrivi è direttamente proporzionale alla pressione “popolare” e inversamente proporzionale alla “pericolosità” delle apparizioni (pericolosità, s’intende, misurata secondo la valutazione puramente umana della Chiesa, che può anche sbagliarsi, ma che preferisce comunque sbagliare per sopravvalutazione piuttosto che per sottovalutazione dei pericoli).
Nel caso di Medjugorje entrambi i fattori si presentano in grado assai elevato: fortissima la pressione della “base”, altissimi i rischi connessi all’approvazione. L’esito è quindi più che mai incerto.
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