controapologetica le bugie della fede

Le acrobazie di padre Livio

Giunti a questo punto del nostro cammino attraverso il pianeta Medjugorje, dobbiamo dare risposta a una domanda non più eludibile: come giustificano la pervicace ostilità della Chiesa coloro che credono fermamente alle apparizioni e al tempo stesso si proclamano assolutamente ossequenti alle decisioni del Magistero, giurando per di più su una straordinaria sintonia tra la Madonna di Medjugorje e il Papa?

Inutile dire che il campione di tale atteggiamento è il direttore di Radio Maria, padre Livio Fanzaga; ed è pertanto dalle sue dichiarazioni in proposito che attingeremo gli argomenti a sostegno di una posizione che appare difficilissima da mantenere.

La difesa d’ufficio dell’autorità ecclesiastica

A conclusione di “Perché credo a Medjugorje” (del 1998) padre Livio scrive:

"L’autorità competente della Chiesa si è mossa nei confronti delle apparizioni di Medjugorje nel più prudente e saggio dei modi. In questo campo ognuno può esprimere opinioni personali, anche autorevoli, come quelle del vescovo del luogo. I fedeli però sono vincolati ai pronunciamenti ufficiali della Chiesa. Essi lasciano liberi i fedeli di credere o di non credere e di recarsi a Medjugorje in pellegrinaggi organizzati privatamente. La Chiesa inoltre con i suoi organismi continua a seguire gli avvenimenti, vigilando perché la pastorale del luogo sia sempre conforme al vero spirito mariano."

Tutto a posto, dunque. A diciassette anni dall’inizio delle apparizioni, padre Livio assegna alla Chiesa un trenta e lode per l’atteggiamento tenuto verso Medjugorje. E aggiunge:

"Di più la Chiesa non potrebbe fare. Chiedere un’approvazione prima che le apparizioni siano terminate significherebbe andare contro le più elementari regole della prudenza. Lasciamo che l’autorità ecclesiastica competente faccia il suo lavoro, senza forzature e senza alimentare inutili polemiche. La Madonna non è affatto preoccupata per questo tipo di problemi. A lei interessa il nostro cammino spirituale. A che servirebbe un’approvazione ecclesiastica senza la nostra conversione? Ma se ci sarà la risposta alla chiamata a suo tempo verrà anche l’approvazione."

Padre Livio dunque ammette che sarebbe rischiosissimo “approvare” prima della fine delle apparizioni. Questo significa, al di là di ogni dubbio, che la Chiesa non si fida della sedicente Madonna che apparirebbe a Medjugorje, ed egli le riconosce il diritto di non fidarsi.

Ma sugli sviluppi della vicenda si fa parecchie illusioni: il lavoro dell’ “autorità ecclesiastica competente”, in cui egli ripone tanta fiducia, consiste in realtà nel non fare assolutamente nulla, in attesa che il fenomeno “si sgonfi” (cosa quanto mai improbabile) o che il Cielo si decida a mandare qualche lume (evenienza non meno improbabile).

Quanto poi alla sovrana indifferenza della Madonna di fronte a “questo tipo di problemi”, se la cosa fosse vera, tenuto conto dell’asserita urgenza dell’intervento divino si dovrebbe parlare di irresponsabilità da parte della Vergine.

Dire che l’approvazione non serve a nulla se non vi è la conversione dei cuori equivale a stravolgere i termini del problema: è ovvio che l’approvazione non è il fine; è però un mezzo efficacissimo per diffondere il messaggio e quindi propiziare un numero assai più grande di conversioni.

Inutile sottolineare poi l’impossibilità di attribuire un significato a quella “risposta alla chiamata” che dovrebbe costituire la premessa del riconoscimento, dato che non si sa né in che debba consistere la risposta (“conversione” è concetto estremamente generico, e sappiamo che occorre addirittura una conversione quotidiana) né chi debba rispondere: i parrocchiani, il “popolo di Medjugorje”, i cattolici, i cristiani, il mondo intero?

In quest’ultima ipotesi (cfr. “Se il mondo non si convertirà” …) possiamo tranquillamente dire che l’approvazione non arriverà mai; e qualora arrivasse, sarebbe ormai un lusso superfluo, in un mondo già “convertito”.

A questo punto vale la pena di esaminare più a fondo l’affermazione di padre Livio secondo cui su Medjugorje la Chiesa non si sarebbe ancora pronunciata (a volte precisa: “non si è ancora pronunciata definitivamente”, dando quasi ad intendere che manchi solo il timbro ufficiale, nella sostanza essendo già un riconoscimento l’autorizzazione dei pellegrinaggi “privati”).

A sostegno di tale affermazione egli in genere ricorda che la Chiesa non si pronuncia mai fino a che le apparizioni non siano terminate.

È facile dimostrare che entrambe le affermazioni non corrispondono al vero: su Medjugorje la Chiesa si è pronunciata, e ovviamente si è pronunciata ad apparizioni in corso.

Investendo della questione la Conferenza episcopale jugoslava, che aveva il compito di emettere o un “constat” o un “non constat”, essa in effetti ha affrontato il problema del riconoscimento.

Sappiamo come è finita: pur se il “non constat de supernaturalitate” è cosa diversa dal “constat de non supernaturalitate”, è innegabile che il giudizio emesso, se non radicalmente negativo, è comunque non positivo, non favorevole.

La Chiesa dunque nel 1991, dopo cinque anni di esame del fenomeno, si è pronunciata, con la “Dichiarazione di Zara”, in termini non positivi; e a tale verdetto si è poi sempre ufficialmente richiamata nella rare occasioni in cui è stata interpellata in proposito.

In via di principio, quindi, si deve supporre che il giudizio avrebbe anche potuto essere favorevole, e che quando fu conferito l’incarico alla Conferenza episcopale nessuno potesse sapere come questa si sarebbe pronunciata.

Chi vuole può certo insinuare che i giochi in realtà erano già fatti in partenza, che si trattò di una messinscena per legittimare l’insabbiamento della pratica. Se padre Livio pensa questo, deve avere il coraggio di dirlo; se non lo pensa, deve riconoscere che sui fatti di Medjugorje la Chiesa si è pronunciata – e, ripetiamo, mentre ancora le apparizioni erano in corso e nessuno sapeva quando sarebbero terminate – con tutti i crismi dell’ufficialità e della correttezza.

Altra affermazione frequente ma infondata di padre Livio è quella secondo cui la Chiesa avrebbe avocato a sé la pratica del riconoscimento, sottraendola alla giurisdizione della diocesi di Mostar.

Sulla base di informazioni riservate che egli afferma di avere, gli studi delle comissioni mediche italiane e francesi non sarebbero stati inutili: pervenuti alla Santa Sede, avrebbero appunto indotto la Congregazione per la dottrina della fede ad avocare a sé il giudizio.

A noi tale avocazione non risulta (anche se in effetti sarebbe doverosa, trattandosi di un caso di particolare risonanza).

È vero che la Chiesa ha a suo tempo sottratto la decisione al vescovo di Mostar, ma ciò solo in quanto l’ha demandata alla conferenza episcopale jugoslava. Scioltasi quest’ultima in seguito alla guerra interetnica, la procedura dell’eventuale riconoscimento è rimasta per così dire adespota, essendo vacante l’autorità incaricata di pronunciarsi.

Ma di tale “vacanza” la Santa Sede (ossia “l’autorità ecclesiastica competente” di cui abbiamo or ora detto) pare felicissima; e, lungi dall’avocare a sé la decisione, non muove un dito per evitare che essa venga rinviata sine die.

Da qualche tempo viene sempre più spesso seguita anche un’altra linea di difesa. Proprio il carattere anomalo delle apparizioni sbandierato per bollare la pervicace cecità degli increduli viene paradossalmente invocato per giustificare la diffidenza della Chiesa.

In sostanza, mentre da un lato si dice che bisogna essere ciechi per non cogliere il significato di apparizioni quali non se ne sono mai viste, dall’altro si afferma che proprio questi “elementi che segnano una radicale novità rispetto al passato … mantengono la Chiesa in un atteggiamento di grande prudenza”!

Quello che negli uni è ottusità, nella Chiesa (s’intende nella S. Sede, in pratica nel Papa) è nientemeno che una virtù cardinale!

Di più: presentando alla radio la procedura di rivelazione dei segreti, padre Livio sottolinea che tutto questo è certo una cosa seria, una cosa che “va presa seriamente anche dalla Chiesa; però la Chiesa non può farsi coinvolgere da cose di questo genere, capite?” (sic; CM 6.12.02).

No, caro padre, non capiamo; anzi, ci rifiutiamo di capire. Ma come! La Madonna, sceltasi personalmente il Papa per questi tempi decisivi, viene sulla terra per oltre vent’anni di seguito allo scopo di salvare l’umanità, e la Chiesa non può lasciarsi coinvolgere in “cose di questo genere”! Si tratta forse di cose oscene?

E conta poco la precisazione successiva: “però nel medesimo tempo [la Chiesa] non può neanche lavarsene le mani. Dovrà in quel tempo essere attenta e vigilante, come d’altra parte è sempre stata nei confronti delle apparizioni di Medjugorje”.

Certo, la Chiesa è bravissima nell’attendere e vigilare; nel caso di Ghiaie di Bonate, abbiamo visto, è attenta e vigilante da sessant’anni. Attenta e vigilante a che tutto resti in letargo. Per la Chiesa, attendere e vigilare significa continuare indefinitamente a fare lo gnorri.

E se c’è una differenza tra Bonate e Medjugorje, sta solo nel fatto che quest’ultima le dà grattacapi assai più grossi.

Per padre Livio comunque la Chiesa, pur senza lasciarsi coinvolgere, “ha sempre protetto Medjugorje”; e fin qui passi. Ma il Nostro arriva a trovare consolante addirittura il fatto che gli eventi dell’Erzegovina essa, anche se non li approva, … “non li snobba” (sic).

Questo è veramente un grande successo per la Vergine impegnata a salvare il mondo: è riuscita a ottenere che la Chiesa non la snobbi!

Le sollecitazioni alla gerarchia

Ma simili affermazioni sono ben lungi dal rappresentare compiutamente l’atteggiamento di padre Livio in materia di riconoscimento delle apparizioni che tanto gli stanno a cuore.

Egli si dibatte infatti in una contraddizione fondamentale: se da un lato si impegna a giustificare la Chiesa per il suo non far nulla - sostenendo per di più che l’approvazione non può avvenire ad apparizioni in corso -, dall’altro non perde occasione per stimolarla a muoversi, a fare qualche passo nella direzione del riconoscimento (rimproverandole quindi più o meno apertamente il suo immobilismo).

Il primo e forse più importante tentativo di smuovere le acque si è avuto appena dopo il giro di boa del millennio con la presentazione di un ingegnoso argomento.

In una nota de “La Donna e il drago”, e successivamente in un’intervista concessa a “Excalibur”, padre Livio fa presente (in primis alla curia vaticana, sperando che qualcuno lo ascolti) che due dei tre veggenti che ancora hanno le apparizioni quotidiane vivono da tempo lontani da Medjugorje (Ivan, cittadino americano, a Boston; Marija, cittadina italiana, a Monza); entrambi quindi appartengono ormai a un’altra chiesa, rispettivamente a quella americana e a quella italiana.

Di conseguenza, argomenta padre Livio, le apparizioni sono da considerare “globalizzate”, sicché il diritto di pronunciarsi su di esse non compete più alla diocesi di Mostar né alla Conferenza episcopale regionale, bensì alla Santa Sede.

Ma padre Livio si sbaglia, anche sul piano strettamente giuridico. Infatti:

1) egli stesso ha ripetutamente affermato che i messaggi, dovunque vengano recapitati ai veggenti, si intendono sempre dati dalla Madonna alla parrocchia di Medjugorje.

Ciò è del resto in armonia con quanto si legge nel messaggio del 6 febbraio 1986: “Cari figli, io do i messaggi prima ai parrocchiani e poi a tutti gli altri”.

E Caniato e Sansonetti precisano: “ … è sempre alla comunità cristiana di Medjugorje che la Madonna si rivolge. Non a caso Marija, che vive in Italia e che qui generalmente riceve il messaggio, si premura di comunicarlo a San Giacomo, a cui è diretto; dove, simultaneamente, viene tradotto e offerto tramite i media all’osservanza di tutti” (p. 226);

2) se dovessero far testo la diocesi di appartenenza dei veggenti e il luogo delle apparizioni, si dovrebbe semmai affidare la procedura di appovazione ai vescovi di Boston e di Milano (oltre che a quello di Mostar, per Vicka; la quale peraltro riceve le apparizioni in privato, sicché la Chiesa potrebbe sentirsi autorizzata a non occuparsene).

Inoltre le apparizioni andrebbero considerate in via di principio indipendenti, e nulla garantirebbe che si tratti della medesima Madonna che porta avanti il medesimo discorso.

Ciò che assicura l’unità delle varie apparizioni in luoghi diversi non può essere altro che la comune matrice medjugoriana: i messaggi mensili ricevuti da Marija traggono il loro significato e la loro autorevolezza dal fatto di essere la continuazione di quelli che a partire dal 1981 la Vergine ha dato a Medjugorje al gruppo dei sei veggenti.

La competenza quindi non può essere che del vescovo di Mostar.

E se c’è qualcuno che non può rifiutarsi di ammetterlo, questi è padre Livio, il quale insiste moltissimo sulla garanzia di serietà che deriva ai messaggi proprio dal fatto di passare attraverso la parrocchia; ma tutti sanno che ogni parrocchia appartiene a una diocesi, e che la parrocchia di Medjugorje appartiene alla diocesi di Mostar, di cui si dà il caso che sia titolare mons. Peric.

E’ ancora a lui quindi che in via di principio compete il diritto di pronunciarsi, confermando o riformando il verdetto emesso a suo tempo dalla Conferenza episcopale jugoslava su quelle apparizioni di cui quelle attuali non sono che la stanca prosecuzione.

La puntigliosa puntualizzazione di padre Livio è comunque rivelatrice.

In primo luogo conferma che quanto egli va da tempo ripetendo, che la Santa Sede cioè avrebbe avocato a sé il giudizio su Medjugorje, non ha alcun fondamento, come abbiamo or ora dimostrato; egli infatti chiede, oggi, che essa faccia tale passo.

In secondo luogo dimostra quanto siano insincere le disinvolte affermazioni secondo cui la questione del riconoscimento da parte della Chiesa ha ben poca importanza, e che la Madonna non se ne preoccupa minimamente.

In realtà egli si rende conto (e certo non da oggi!) che il mancato riconoscimento e, ancor più, l’ostinato assoluto silenzio ufficiale su Medjugorje costituiscono una pesantissima palla al piede per il progetto di rigenerazione planetaria solennemente annunciato dalla Vergine.

Particolarmente interessante su questa tematica è quel che padre Livio ha detto a Radio Maria, in risposta a una domanda, il mattino del 21.08.02.

Dopo aver illustrato brevemente i fatti che hanno opposto i francescani ai vescovi in Erzegovina, nonché i tentativi di strumentalizzazione delle apparizioni da parte dei filofrancescani (tentativi che a suo dire giustificano in qualche modo la diffidenza delle gerarchie ecclesiastiche), ha presentato la sua tesi del mutamento sostanziale intervenuto nella situazione giuridica relativa all’approvazione in seguito al trasferimento di Ivan e Marja lontano da Medjugorje.

E ha concluso che “la Madonna si è emancipata, si è tolta dalla situazione locale …”, non mancando di precisare a mezza bocca che tra i destinatari di questa sua osservazione c’è anche la Santa Sede. Qui habet aures audiendi …

Benissimo. Questo si chiama parlar chiaro. Ma allora vengono spontanee le seguenti conclusioni:

1) evidentemente la Madonna si è resa conto, sia pur con grande ritardo, della gaffe commessa “scegliendosi la parrocchia” in un posto così infelice, nel mezzo di una disputa feroce tra clero secolare e clero regolare; e adesso cerca di rimediare “emancipandosi”, “togliendosi dalla situazione locale”.

Ciò fa pensare che lei stessa non sia più così sovranamente indifferente alla questione del riconoscimento come la dipingeva padre Livio in “Perché credo a Medjugorje”: adesso pare che un poco ci tenga, e cerchi di rimuovere almeno un primo ostacolo;

2) è padre Livio che fa da mediatore tra Madonna e Santa Sede; quindi implicitamente ammette che tra la Vergine e il Papa non vi è alcuna comunicazione diretta.

Egli ha capito che la Madonna ha aggiustato il tiro e che ancora una volta si è ben guardata dall’avvisare il Papa; e ha pure capito che il Papa, da solo, non arriverebbe mai a quella conclusione operativa che lui si premura di suggerirgli;

3) in questo modo padre Livio si ritaglia un ruolo nella vicenda, assume l’iniziativa, diviene una sorta di co-veggente. Si sente investito di una responsabilità, prende iniziative che altrimenti nessuno prenderebbe ma che secondo lui vanno assolutamente prese.

Egli se ne autoincarica, non essendo stato sollecitato né dalla Madonna (per quanto si sappia: lui non ne ha mai detto nulla), né, a titolo personale, da qualche veggente.

Con “L’avvenimento del secolo”, uscito nel 2004, padre Livio sembra aggiustare di nuovo il tiro. Forse per la frustrazione prodotta dall’ostinato immobilismo delle gerarchie ecclesiastiche, sorde ai suoi garbati suggerimenti, commentando il testo alla radio afferma che a suo parere non ci sarà mai un pronunciamento favorevole da parte della Chiesa, poiché saranno gli avvenimenti stessi - il segno di credibilità lasciato sul Podbrdo e l’adempimento delle profezie - a garantire l’autenticità delle apparizioni.

E aggiunge che ormai nessuna commissione potrebbe vagliare tutto il materiale che si è accumulato nel frattempo: in suo luogo vi sarà “il grido dei salvati dal Mar Rosso, che canteranno l’inno al Signore, come gli Ebrei”.

Per di più, dice che il trascorrere del tempo ha semmai giovato alla credibilità delle apparizioni, perché 1) non si può continuare a dire che sono i frati a fare i messaggi; 2) non si può più parlare di allucinazioni; 3) il comportamento dei veggenti si è mantenuto per oltre vent’anni irreprensibile.

In ”Medjugorje. In attesa del segno”, del 2005, il cerchio sembra chiudersi. Invitato a pronunciarsi sugli sviluppi che si prospettano per le apparizioni con l’avvento di Benedetto XVI, ha l’ardire di rispondere: “Non tocca a me dare suggerimenti alla Curia vaticana” (!).

Ma si smentisce immediatamente aggiungendo qualcosa che è più di un suggerimento: “L’unica cosa che mi sento di sottolineare è che si abbia di Medjugorje una conoscenza non soltanto burocratica, tratta da rapporti non basati sull’esperienza dei fatti”.

Dopodiché, afferma di credere che “nella attuale situazione la cosa migliore sia che l’autorità ecclesiastica continui a vigilare affinché non ci siano deviazioni e tutto sia conforme alla fede e allo spirito della Chiesa”, lasciando però liberi i fedeli di “vivere l’esperienza di Medjugorje” (p. 61).

Ed ecco la stupefacente conclusione: “Poi, quando giungerà il tempo dei dieci segreti, sarà chiara a tutti l’autenticità delle apparizioni. Per questo motivo ritengo che qualsiasi approvazione anticipata sarebbe un errore [sic!]. Si devono lasciar andare le cose come sono”.

Con una spettacolare fuga in avanti, il povero padre Livio, ridotto a disperare che possano mai venire ascoltati i suoi appelli più o meno coperti perché a Roma ci si decida ad aprire gli occhi su Medjugorje, arriva addirittura a “frenare”, raccomandando di non essere precipitosi, di non lasciarsi prendere la mano dalla fretta di procedere al riconoscimento!

E chiude il discorso riaffermando quanto aveva scritto nel ’98, ossia che la Madonna “ha detto, chiaro e tondo, che l’unica cosa importante è che noi ci convertiamo. Punto e basta, perché poi – se la Chiesa vedrà le conversioni – possiamo star tranquilli che approverà ogni cosa, dato che la Chiesa sa ascoltare e sa comprendere la voce di Maria” (!).

Tant’è vero che di tanto in tanto affaccia la strana idea che al momento della rivelazione dei segreti vi sarà già comunque una sorta di approvazione, sicché tutto avverrà in ambiente ecclesiastico.

Ciò perché padre Petar, dice, per poter procedere alla rivelazione dei segreti, dovrà chiedere l’autorizzazione ai superiori del suo ordine, e questi a loro volta dovranno chiedere il benestare della Santa Sede.

Inutile dire che questo suscita una miriade di interrogativi:

- l’autorizzazione non dovrebbe essere stata chiesta preventivamente?

- si rischia che venga negata all’ultimo momento?

- sarà globale o subordinata alla valutazione di ogni singolo annuncio?

Meraviglioso groviglio di problemi che sorgono ogni volta che viene presentata una nuova soluzione – o, meglio, una nuova ipotesi – sulla spinosa questione del riconoscimento ecclesiastico delle apparizioni.

La spina nel fianco della mancata approvazione

Ma - a dispetto di tutte le ipotesi ottimistiche con cui padre Livio cerca di ridimensionare il problema costituito dall’ostinata “sordità” della Chiesa - circa il fatto che per lui l’approvazione di Medjugorje sarebbe senza alcun dubbio un’evenienza da salutare con giubilo è illuminante una sua affermazione da noi già citata parlando di Fatima.

È l’affermazione secondo cui dobbiamo tutti augurarci che la Chiesa non ripeta con Medjugorje l’errore commesso appunto con Fatima, “quando poteva fare quel che chiedeva la Madonna, ma non l’ha fatto”.

Ciò inoppugnabilmente significa che anche a Medjugorje la Chiesa non fa qualcosa che la Madonna chiede.

Ed è chiaro di che si tratta: si tratta di quello che, in luogo della Chiesa, fa appunto padre Livio, ossia dell’annuncio, su scala planetaria, dei messaggi di Medjugorje e dei dieci segreti.

La Madonna non l’ha formalmente chiesto alla Chiesa; ma non l’ha chiesto neppure a lui, che tuttavia si sente indiscutibilmente chiamato a portare al mondo la buona novella.

Questo dimostra che, nonostante le reiterate affermazioni in contrario, egli trova che sarebbe giusto che la Chiesa provvedesse direttamente a fare quel che si sforza di fare lui.

Del resto, sono innumerevoli le esternazioni che tradiscono la sua delusione, per non dire frustrazione.

In primo luogo egli deve ammettere (CG del 18.02.05) che anche nella Chiesa vi sono tante persone rispettabilissime che non credono a Medjugorje.

Tra di esse anche dei collaboratori di Radio Maria, fra cui ricorda mons. Maggiolini, il quale, ogni volta che egli cercava di parlare di Medjugorje, lo interrompeva dicendo: “Ma lasciamo perdere le apparizioni”.

In secondo luogo il Nostro trova di tanto in tanto il coraggio di deplorare che, dal vescovo alla Conferenza episcopale iugoslava, “su su fino a Roma”, nessuno abbia mai avuto un solo colloquio con un veggente.

Sicché non possiamo che tornare a quanto si è detto a proposito della querelle di Medjugorje e chiederci: è mai possibile che in tutto questo il Papa “totus tuus” non abbia avuto la minima responsabilità?

Del resto, l’affermazione stessa di padre Livio è discutibile, se pensiamo al colloquio avuto dal Papa con Mirjana nel 1987.

Nella risposta radiofonica di cui abbiamo detto sopra, padre Livio, dopo aver ripetuto che la Chiesa fa benissimo a limitarsi a vigilare - il che ricorda tanto la favola della volpe e dell’uva -, ha aggiunto che si tratta solo di avere un po’ di pazienza, da parte di tutti: anche i nemici di Medjugorje devono averne, dice; poi tutto si chiarirà.

Ma anche qui il Nostro si sbaglia: i nemici di Medjugorje di pazienza ne hanno da vendere. Anzi, presumibilmente si augurano che per un tempo indefinito non succeda proprio nulla che possa turbare la stasi attuale.

Chi di pazienza ne ha sempre meno sono invece i sostenitori delle apparizioni, che non ne possono più di questa situazione di stallo e scalpitano perché la Chiesa si decida a prendere posizione (in senso positivo, s’intende). O, in alternativa, vorrebbero vedere la Madonna passare all’azione autorizzando l’annuncio dei “segreti”.

Inutile dire che uno dei più impazienti, benché impegnatissimo a racccomandare la calma, è proprio padre Livio.

Fatte le debite proporzioni, direi che la situazione attuale, e in particolare l’attesa della rivelazione dei segreti, richiama l’attesa della parusia da parte delle prime generazioni di cristiani.

Quell’attesa andò delusa. Questa si vedrà.

Il Papa al di sopra di ogni sospetto

Se lo sforzo di giustificare l’ostilità della Chiesa è notevole, addirittura imponente è l’apparato mistificatorio predisposto per scagionare interamente chi della Chiesa è a capo.

Abbiamo visto che talora si arriva a chiamare in causa “Roma”, ovvero la burocrazia romana (abbiamo già citato la richiesta “che di Medjugorje si abbia una conoscenza non soltanto burocratica”). Ma il pontefice rimane sempre inattingibile nel suo iperuranio, al di sopra di ogni sospetto.

Padre Livio si trova in una situazione obiettivamente difficile, al limite della schizofrenia.

Egli è ipermariano e ipermedjugoriano (Radio Maria è nata con lo scopo istituzionale di diffondere i messaggi di Medjugorje); al tempo stesso però è iperpapista, e in particolare iperdevoto di Giovanni Paolo II, che di Medjugorje non ha mai voluto sentir parlare (in sede pubblica, s’intende).

Cerca perciò in ogni modo di valorizzare, di enfatizzare ogni possibile consonanza tra quel che dicono il papa e la Madonna di Medjugorje, fingendo di non vedere che si tratta di cose che, in determinate circostanze, direbbero o farebbero qualsiasi papa e qualsiasi madonna.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II sono stati continui i patetici tentativi di padre Livio e dei veggenti di accreditare il Papa di una straordinaria sintonia con la Vergine di Medjugorje, quale oggettivo riscontro della “scelta personale” operata dalla Madonna; e a tutt’oggi le lodi non sono cessate.

Si sottolineano i frequenti inviti alla preghiera da parte del papa polacco, l’indizione della giornata ecumenica di digiuno, i moniti circa i pericoli che sovrastano l’umanità (il “mondo al bivio”), i ripetuti appelli alla pace (quella pace di cui la Gospa si definisce Regina), essi pure sostenuti da precise richieste di preghiere e digiuni, nonché una particolare attenzione per i giovani e per le famiglie.

Evidentemente è impensabile che il Papa potesse arrivarci da solo, sia pure assistito dallo Spirito Santo!

Dal canto suo, a queste “consonanze” padre Livio aggiunge la comune provenienza slava (per cui “il Papa e la Madonna parlano la stessa lingua”), nonché il fatto che il pontificato di Wojtyla sarebbe stato “unico e irripetibile” proprio come lo sono le apparizioni in Erzegovina.

Ma è chiaro che si tratta di elementi assolutamente generici, che non significano nulla circa un supposto “coordinamento” tra il papa e la Madonna di Medjugorje.

Questo è il punto: checché pensasse Giovanni Paolo II della Madonna e quali che siano stati i rapporti tra i due, è lampante che il Pontefice non intratteneva alcun rapporto con la Madonna di Medjugorje, anzi non risulta neppure che fosse certo della sua esistenza.

E quanto alla pastorale, non si vede che altro avrebbe potuto fare e dire, in quanto papa, se non quello che faceva e che diceva: come avrebbe potuto non esortare appassionatamente gli uomini alla pace?

E come avrebbe potuto non indicar loro - quali armi per lottare contro il male - la preghiera e il digiuno? Sono le armi della profetessa Anna, le stesse che già impiegò Gesù contro le tentazioni di Satana; e sono pratica corrente nella Chiesa fin dai tempi dei Padri del deserto.

La determinazione a sottolineare la “naturale consonanza” di linguaggio tra il papa e la Madonna di Medjugorje spinge padre Livio anche ad asserzioni di assai dubbia utilità per la causa che difende.

Ad esempio, nella Catechesi Giovanile del 16.12.05 egli afferma che Benedetto XVI dice le stesse cose della Madonna a Medj “anche senza leggere i messaggi, forse non li ha mai letti”.

No comment. Bisogna ridere per non piangere. E dobbiamo pensare che fosse così anche per il totus tuus?

Negli ultimi tempi del pontificato Wojtyla si era aggiunto un nuovo elemento alla serie di iniziative del papa polacco avvertite come “consonanti” con i messaggi della Gospa: la proclamazione, il 16 ottobre 2002, dell’Anno del rosario.

Ciò merita un paio di osservazioni.

Innanzitutto, se veramente tale gesto intendeva riaffermare che il mondo non può salvarsi da solo dall’estremo pericolo in cui versa, e se esiste una sintonia con la problematica dei segreti, allora si dovrebbe concludere che questi erano destinati a venir rivelati al più tardi al termine dell’anno consacrato al rosario, il quale andava quindi inteso come preparatorio al momento cruciale della “rivelazione”.

Oggi, trascorso ormai da tempo tale anno senza alcun apprezzabile miglioramento dell’umanità, quale altra carta resta da giocare ai papi?

In secondo luogo va sottolineato che il Santo Padre pose il Rosarium Virginis Mariae sotto il patrocinio della Madonna di Pompei, non già di quella di Medjugorje (nella bolla di indizione viene ricordato il beato Bartolo Longo, fondatore appunto del santuario campano).

Comunque sia, il papa viene sempre considerato incolpevole delle eventuali malefatte della sua Curia, determinata a ignorare tutto quanto si riferisce a Medjugorje.

In particolare, Giovanni Paolo II era dotato, dice padre Livio, di uno speciale carisma che lo metteva in grado di “discernere i segni dei tempi”.

Il che in pratica significa semplicemente che vedeva alquanto nero circa le sorti del mondo; convinzione peraltro condivisa da una quantità di persone, tra cui politologi e barboni, filosofi e massaie (e, almeno quanto ai politologi, lo stesso padre Livio non si stanca di ricordarlo).

Purtroppo, precisiamo noi, non era dotato del carisma del discernimento della Madonna; certo non di quello necessario per riconoscere la Madonna di Medjugorje.

La quale per padre Livio ovviamente non esiste in quanto tale: lui di regola non parla della Madonna di Medjugorje, ma della Madonna tout court, che ora da venticinque anni appare a Medjugorje.

Insomma: la Madonna, a suo dire, si era scelta quel papa; ma purtroppo, diciamo noi, il Papa non si era scelto quella Madonna.

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