Monday, 24 June 2019
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                      Sorte degli innocenti morti senza battesimo  

 

 

IL PROBLEMA

 

La sciagurata iniziativa di Eva di mangiare il frutto proibito - iniziativa non meno sciaguratamente avallata da Adamo - ha regalato all’umanità, come è arcinoto, quello che si chiama il “peccato originale”. Il quale peccato, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica (= CCC) al n. 404, si è trasmesso e viene tuttora “trasmesso per propagazione a tutta l’umanità” (anche se, bontà loro, i benemeriti compilatori ammettono che tale trasmissione “è un mistero che non possiamo comprendere appieno”).

Ciò significa che quando un bambino viene al mondo ha già la fedina penale macchiata; e per togliere la macchia è necessario il battesimo. Sicché, se il poveretto muore prima di venir battezzato, si trova a fare i conti con la giustizia divina in una condizione che non si può certo definire rassicurante.

 

La Chiesa non ci sa dire quale sarà il giudizio (se il piccolo cioè andrà in paradiso o all’inferno); ma, ad esempio, per sant’Agostino (seguito poi da san Tommaso) non vi era il minimo dubbio: a un’anima così nera non può competere che la dannazione eterna.

 

Dai tempi di Agostino è passata molta acqua sotto i ponti. Tra l’altro:

 

1) La scienza ci ha informato in modo esauriente circa i meccanismi fisiologici della riproduzione. Ci ha ad esempio insegnato che la donna, contrariamente a quanto si pensava un tempo, concorre al 50% a formare la struttura biologica della nuova creatura; e soprattutto ci ha rivelato l’iter del nascituro dalla formazione dell’embrione fino al momento del parto.

Al tempo stesso, i progressi della ginecologia hanno reso più facile e sicura la pratica dell’aborto (oltre che della contraccezione), mentre le scoperte della genetica consentono ormai di formare embrioni al di fuori del grembo materno.

 

2) La Chiesa dal canto suo ha creduto di vedere in queste nuove acquisizioni della scienza la conferma della posizione che intorno al problema dell’origine della vita era andata assumendo negli ultimi tempi (staccandosi con ciò dall’opinione di san Tommaso): a suo modo di vedere, l’anima (senza distinzione alcuna tra anima vegetativa, sensitiva e intellettiva) viene infusa da Dio nel nuovo essere al momento del concepimento, ossia al formarsi dell’embrione.

 

3) La mutata sensibilità collettiva, ovvero, se si vuole, l’ossessione del politically correct, ha progressivamente reso inaccettabili alla coscienza dell’uomo d’oggi soluzioni del tipo di quella ipotizzata da sant’Agostino per i bambini morti senza battesimo.

 

In tali condizioni, si presenta alla Chiesa la necessità di definire il destino oltremondano di una categoria assai vasta di esseri viventi e a suo giudizio dotati di anima immortale: non più, cioè, solo il destino dei bambini morti prima di venir battezzati, ma anche quello dei feti abortiti (nella maggior parte dei casi per aborto procurato) e degli embrioni soppressi per vari motivi nei laboratori, nonché di quelli, che oggi sappiamo essere numerosi, destinati a morte precoce, in regime naturale, per non essere riusciti ad annidarsi nell’utero.

Lasciata a quanto sembra senza bussola dallo Spirito Santo, la Chiesa, decisissima ad equiparare all’omicidio ogni soppressione di quelle che essa considera persone umane a tutti gli effetti sin dal concepimento, non sa pronunciarsi circa la sorte eterna di tali anime.

 

A questo punto è opportuno introdurre una convenzione terminologica: chiameremo tutti gli innocenti morti senza battesimo “peccatori prerazionali”, in quanto accomunati dal fatto di essere morti prima di raggiungere l’ “età della ragione” (i cinque o sei anni, dice la Chiesa), a partire dalla quale si ha l’imputabilità di fronte alla giustizia divina, come conseguenza della capacità di peccare con “piena avvertenza e deliberato consenso”.

Ripetiamo che si tratta degli embrioni e dei feti soppressi o estintisi per cause naturali, nonché dei bambini morti senza battesimo prima di raggiungere l’età critica (quanto ai loro coetanei battezzati, è di fede che vadano direttamente in paradiso).

 

Avvertenza importante: il termine “peccatori” è stato scelto per ragioni di economia verbale; in realtà, dato che simili soggetti non possono, per definizione, commettere peccati “personali”, “individuali” - ossia peccati veri e propri -, “peccatori” significa qui “portatori di peccato”, con ovvio riferimento al peccato originale.

Si tratta quindi di una brachilogia: “peccatori prerazionali” equivale a “portatori di peccato che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione”.

 

 

LA POSIZIONE DELLA CHIESA

 

Sino a qualche decennio fa, per i peccatori prerazionali era ancora in uso il ricorso alla soluzione rappresentata dal limbo, luogo in certo senso intermedio tra l’inferno e il paradiso, e tra l’altro “consacrato” dalla menzione dantesca.

 Collocato al margine dell’inferno, di cui costituiva appunto un “lembo”, esso ospitava anime prive di peccati personali ma non legittimate ad andare in paradiso in quanto non battezzate. Vivevano una vita priva di dolori fisici o morali, in uno stato di “felicità naturale”, a parte una certa “tristezza” prodotta dall’eterna privazione della visione di Dio.

In particolare, i piccoli morti senza battesimo erano ospiti di una sezione speciale comunemente chiamata “limbo dei bambini”.

 

Senonché l’esistenza del limbo non è mai formalmente assurta a dignità dogmatica, non è mai entrata, cioè, a fare stabilmente parte del deposito della fede. È senz’altro falso che, come sostiene ora buona parte della catechesi e dell’apologetica, si sia sempre trattato di una semplice “ipotesi teologica”: almeno per quanto riguarda il limbo dei bambini, vi sono pronunciamenti del Magistero che non lasciano dubbi circa la sua esistenza (v. a questo proposito il capitolo La questione del limbo).

Sta di fatto comunque che, benché anche teologi di peso si rammarichino della sua “scomparsa”, il Concilio Vaticano II ha praticamente cancellato il limbo dal depositum fidei; di conseguenza, il Catechismo della Chiesa Cattolica lo ignora, non facendo neppure cenno della fortuna di cui ha goduto in passato. Sicché per i nostri peccatori prerazionali restano solo due possibili destinazioni: il paradiso e l’inferno.

 

A questo punto è inevitabile chiedersi: quale di queste due ipotesi è stata fatta propria dalla Chiesa? Premesso che tutti i pronunciamenti magisteriali hanno sempre preso in considerazione esclusivamente il caso dei bambini nati vivi e successivamente morti senza battesimo, senza menzione di tutti gli altri peccatori prerazionali, va detto che il documento più autorevole in proposito privilegia la soluzione “agostiniana”, ossia quella che prevede la dannazione eterna per tutte queste anime.

 

Si tratta del “Catechismo tridentino”, promulgato dal papa san Pio V nel 1566, a soli tre anni dalla chiusura del Concilio di Trento, del quale presentava sistematicamente gli insegnamenti. Va sottolineato che tale concilio è senz’altro uno dei più importanti concili “dogmatici” della storia della Chiesa; parliamo quindi di un documento della massima autorevolezza.

In esso, al n. 177, si legge che “i bambini devono assolutamente essere battezzati” perché “ai piccoli non è lasciata alcuna possibilità di guadagnare la salvezza, se non è loro impartito il Battesimo.” E si ricorda “quanto grave è la colpa di coloro che li lasciano privi di questa grazia più del necessario, mentre la debolezza dell’età li espone a innumerevoli pericoli di morte”.

Il discorso dunque è chiarissimo: all’innocente non battezzato non possono che spalancarsi le porte dell’inferno.

 

Il “Catechismo breve” di san Pio X (del 1905, poi ripubblicato come “Catechismo della dottrina cristiana”) adotta per i bambini morti senza battesimo la soluzione del limbo, sicché non ce ne occupiamo qui, in quanto abbiamo visto che tale soluzione non è più attuale per la Chiesa.

Ma il “Catechismo maggiore”, promulgato dal pontefice insieme al precedente, non fa menzione del limbo, e per di più ammonisce che “il Battesimo è assolutamente necessario per salvarsi, avendo detto espressamente il Signore: ‘Chi non rinascerà nell’acqua e nello Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei cieli’”. E non accenna ad alcun trattamento speciale per i piccoli morti prima di venir battezzati.

 

Da ultimo ricorderemo l’istruzione “Pastoralis actio”, emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1980, in cui si afferma che “mediante la sua dottrina e la sua prassi, la chiesa ha dimostrato di non conoscere altro mezzo, al di fuori del battesimo, per assicurare ai bambini l’accesso alla beatitudine eterna” (DS 4671; cfr CCC 1257).

 

Ve n’è dunque più che a sufficienza per affermare che la Chiesa, quando non ha ripiegato sull’escamotage del limbo, ha considerato inevitabile la dannazione dei bambini morti senza battesimo (e quindi, possiamo noi dire adesso, di tutti i “peccatori prerazionali”).

 

Senonché, come si è detto all’inizio del capitolo, una simile evenienza urta troppo violentemente contro la sensibilità dell’uomo d’oggi. La Chiesa, soprattutto dopo aver messo in soffitta la soluzione del limbo, si rende conto dell’estrema impopolarità di un “regolamento” che attribuisce alla giustizia divina un’iniquità di tale portata: la condanna alla dannazione eterna di una miriade di anime per definizione “innocenti”, in quanto assolutamente prive di colpe personali.

Allora, messa alle strette, fa tre cose:

 

1) nega di essersi mai pronunciata autorevolmente in proposito (il che, come abbiamo visto, è falso);

2) afferma di non avere lumi per poter decidere se quelle anime vanno in cielo o all’inferno;

3) esprime la speranza che la loro destinazione sia il paradiso.

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorre a una formula ipocrita: “Quanto ai bambini morti senza battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come fa appunto nel rito dei funerali per loro” (n. 1261).

Splendido: come se, in assenza di questo affidamento, Dio non sapesse come comportarsi, e non potesse manifestare la sua misericordia (senza contare che sarebbe da chiarire come si sia regolato prima che la Chiesa procedesse a questo affidamento).

Inoltre l’espressione lascia trasparire l’idea che Dio decida caso per caso, a sua discrezione, in funzione delle preghiere che riceve; mentre il minimo che si possa richiedere è che il destino di queste anime dipenda da una norma stabilita una volta per tutte.

 

Il testo ricorda poi “la grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini e la tenerezza di Gesù verso i bambini”, e cita il “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite” di Mc 10, 14; sicché considera legittimo “sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo”.

Ma a questo punto inopinatamente conclude: “Tanto più pressante è perciò l’invito della Chiesa a non impedire che i bambini vengano a Cristo mediante il dono del santo Battesimo”. Strano questo “perciò” dove ci si aspetterebbe un “tuttavia”: pare che i redattori abbiano perso un poco la bussola, forse per un fondo di scarsa convinzione nelle ipotesi che stavano snocciolando.

 

La Chiesa ha comunque provveduto da tempo a escogitare dei surrogati al battesimo sacramentale: il battesimo di sangue, proprio dei màrtiri, e il battesimo di desiderio. Di conseguenza, ai teologi si pone il problema di vedere se sia possibile trovare cavilli per far beneficiare di tali forme battesimali i nostri poveri infelici.

 

Qualcuno ha pensato di individuare nella soppressione di feti ed embrioni una sorta di martirio; il che comporterebbe l’applicazione automatica dei frutti del battesimo di sangue, e quindi la salvezza. Ma l’idea appare decisamente stravagante: martire è chi testimonia deliberatamente la fede a prezzo della vita, non qualunque innocente che venga ucciso. Lo conferma indirettamente il Catechismo stesso, riservando il battesimo di sangue a “quanti subiscono la morte a motivo della fede” (n. 1258).  

 

Col battesimo di desiderio entriamo in un ambito in cui è possibile muoversi con maggior libertà. Può ad esempio fruirne non solo chi effettivamente desidera il sacramento (cosa che i peccatori prerazionali ovviamente non possono fare), ma anche chi, “pur ignorando il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, cerca la verità e compie la volontà di Dio come la conosce”, meritando con ciò la salvezza; sicché “è lecito supporre che tali persone avrebbero desiderato esplicitamente il Battesimo, se ne avessero conosciuta la necessità” (n. 1260). Potremmo parlare di un … “battesimo per congettura”.

Ma sfortunatamente neppure questa variante è applicabile ai nostri peccatori prerazionali, i quali senza dubbio non hanno in alcun modo cercato la verità né compiuto la volontà di Dio.

 

Ecco allora un’altra forma del battesimo di desiderio, non menzionata dal CCC ma largamente utilizzata nella catechesi: il battesimo che si attua per desiderio non dell’interessato, ma di qualcuno vicino a lui, in primis naturalmente i genitori.

Poiché però anche questa variante risulta difficilmente applicabile ai feti abortiti e soprattutto agli embrioni soppressi o estintisi per il mancato annidamento nell’utero, ecco padre Livio formulare l’ipotesi che il desiderio necessario a “produrre” virtualmente l’effetto sacramentale possa essere il desiderio stesso della Chiesa, oppure di Gesù o di Maria.

 

La soluzione è molto ingegnosa, ed è auspicabile che venga prima o poi recepita dal Magistero: grazie ad essa, se Gesù, giudice escatologico, vuole salvare - contro il regolamento “agostiniano” che preclude ai non battezzati l’accesso al paradiso - l’anima di un bambino morto senza battesimo (ovvero di un feto o di un embrione), ha finalmente a disposizione un escamotage burocratico che gli consente di raggiungere lo scopo senza violare formalmente quel regolamento.

Basta che egli stesso, Gesù, desideri che quell’anima riceva il battesimo; diviene allora applicabile e operativo il meccanismo del battesimo di desiderio, e il gioco è fatto: la norma preclusiva viene brillantemente aggirata. Poi, è sufficiente moltiplicare tale escamotage per qualche miliardo di soggetti, ed ecco che il problema dei morti senza battesimo è risolto. I teologi ne sanno una più del diavolo.

 

Da notare che una simile applicazione del battesimo di desiderio, per lo meno quando il desiderio è quello della Chiesa, viola anche il principio della “nominatività”, della personalizzazione della procedura: siamo in presenza di un desiderio espresso una volta per tutte e per un’intera categoria di persone.

Una sorta di sanatoria collettiva, generalizzata, in cui il concetto di desiderio si stempera fino a vanificarsi, in quanto diviene fatto automatico e di routine.

 

 

COROLLARI: UNA SERIE DI APORIE

 

Questa è dunque la posizione della Chiesa: la questione non è mai stata risolta, a tutt’oggi il Magistero non sa pronunciarsi. Ma tale situazione, unita alla convinzione della Chiesa stessa che l’anima viene infusa da Dio nell’istante stesso del formarsi dell’embrione, dà luogo, anche in virtù della “cancellazione” del limbo, a tutta una serie di aporie, ossia di difficoltà insolubili, di contraddizioni al limite del grottesco in cui si incaglia l’argomentazione teologica. Vediamo le più importanti.

 

1)  La prima considerazione che viene spontanea compare anche in alcuni interventi di ascoltatori di Radio Maria: perché, essi chiedono, la Chiesa non provvede a battezzare i feti e gli embrioni?

 

Padre Livio appare colto alla sprovvista da una simile domanda all’inizio del ’99: sa dire solo che esiste una messa per i bambini non nati e che la Chiesa si batte per la salvezza degli embrioni. Tanto che ancora tre anni più tardi un ascoltatore sacerdote può lanciare un’accusa: “Nessuno dice mai che l’embrione ha il peccato originale. Anche voi di questo non avete detto niente”.  

 

Parole sacrosante. Se infatti si sostiene, come fa la Chiesa, che il feto ha un’anima fin dal concepimento, ossia da quando si forma l’embrione; se si è convinti - e la Chiesa ne è convintissima - che la vita eterna è infinitamente più importante di quella terrena; e se non si è certi, come in effetti non si è, che tutte le anime degli innocenti morti senza battesimo scampino all’inferno; allora è letteralmente criminale che la Chiesa non proclami l’assoluta necessità di somministrare il battesimo quanto prima possibile dopo il concepimento.

 

Qualora non vi sia certezza circa la presenza di una nuova vita si battezzerà con riserva, sub conditione; ma è assurdo che ci si batta tanto strenuamente per salvare la vita biologica degli embrioni e dei feti e nel contempo ci si disinteressi totalmente della loro anima.

 

In altri termini, è indifendibile l’atteggiamento della Chiesa che, mentre insiste nel proclamare senza esitazioni l’assoluta continuità del processo di sviluppo che porta dal formarsi dell’embrione al parto, poi, quando è in gioco la cosa più importante, ossia la salvezza dell’anima, è la prima a trattare in modo radicalmente diverso la creatura partorita rispetto a quella stessa creatura – e quindi a quella stessa anima – nelle fasi precedenti al parto.

Il fatto di venire materialmente alla luce dovrebbe essere irrilevante ai fini della considerazione del destino eterno di quell’essere che si pretende sia già “persona” al momento del concepimento.

 

Questo è dunque una chiara spia del fatto che, nonostante tutto l’impegno profuso nella battaglia ideologica, la Chiesa non crede realmente nell’equiparazione dell’aborto all’omicidio, ossia alla realtà dell’embrione e del feto quali soggetti di diritti a tutti gli effetti.

Non può essere altrimenti, visto che non si preoccupa minimamente di assicurargli il godimento di quel diritto che, nella prospettiva della Chiesa stessa, è il diritto più fondamentale di tutti: il diritto di venir battezzato, e con ciò di avere la certezza di evitare la dannazione eterna.

Si ha tanta cura dell’anima della Vergine Maria, che si vuole escludere sia stata anche per un solo istante in potere di Satana, e non ci si preoccupa delle innumerevoli anime che, per essere state magari per pochi istanti sotto tale potere, rischiano un’eternità di tormenti!

 

Non dovrebbe essere impossibile adeguare la prassi sacramentale alle mutate conoscenze, alle quali del resto è stata per certi aspetti adeguata la dottrina. Si battezza l’anima, non il corpo. Il corpo deve solo ricevere l’acqua: si potrà versarla sul grembo della madre, basterebbe fare una convenzione ad hoc. A dispetto dell'opinione di san Tommaso (S. T., III, 68, 11), la formula verbale raggiungerà senza problemi l’anima destinataria.

In tal modo si potrebbe anche dare concretezza simbolica al “battesimo per desiderio dei genitori”.

La procedura si potrebbe applicare senz’altro a tutti i casi di gravidanza accertata. E coerenza vorrebbe che la si impiegasse anche – sub conditione, come si è detto, a scopo cautelativo – anche in tutti i casi di concepimento presunto.

 

Superfluo poi aggiungere che nessun problema “tecnico” può sussistere nel caso degli embrioni conservati in laboratorio. Eppure, incredibilmente, se un religioso vedesse degli embrioni avviati alla distruzione, si straccerebbe certo le vesti, ma non si premurerebbe di provvedere a battezzarli prima che vengano soppressi. Mai si è sentito parlare di una simile pratica.

 

Ripetiamo: è assurdo proclamare enfaticamente che Cristo si sarebbe immolato anche per salvare una sola anima e poi chiudere gli occhi, senza prendere alcuna iniziativa, di fronte al rischio mortale che corrono milioni o miliardi di anime innocenti.

 

L’inerzia della Chiesa di fronte a questo problema è ancora più sorprendente se si pensa che in alcune città si fanno funerali ai feti defunti, e che tale pratica è prevista dalla legge italiana e suggerita dal Magistero stesso: un documento della Congregazione per la dottrina della fede del febbraio del 1987 ammonisce che “i cadaveri di embrioni e feti umani volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani”.

Sicché ci si chiede: è più importante la sepoltura del corpo o la certezza della salvazione dell’anima?  

 

In concreto, sembra però poco probabile che la Chiesa prenda iniziative in questo senso.

In primo luogo, si nota un’insistenza sempre meno viva per il battesimo tempestivo degli stessi neonati. Certo, come nel caso degli adulti impegnati nel catecumenato, si può sempre supporre che in caso di morte improvvisa si attivi il meccanismo del battesimo di desiderio, desiderio che nel caso dei bambini dovrebbe essere quello dei genitori, se essi avevano l’intenzione di battezzare prima o poi la loro creatura.

Ma, data la crescente tiepidezza della fede di tanti padri e tante madri  (senza contare l’irregolarità dei nuclei famigliari in cui oggi viene al mondo un gran numero di bambini), pare che la cura pastorale di procedere al battesimo il più presto possibile dovrebbe essere più viva.

 

Si ha l’impressione che anche qui giochi surrettiziamente un certo allentarsi, presso i religiosi stessi, di quella tensione che spingeva alla denuncia del peccato; più specificamente, una diminuita convinzione degli effetti fatali di un peccato – il peccato originale – che, come si è detto, è divenuto quanto mai “impopolare” presso i fedeli, in quanto avvertito come punizione sommamente iniqua, del tutto indegna di un Dio che si vuole infinitamente giusto, e per di più misericordioso.

 

In secondo luogo, è possibile che la Chiesa non voglia neppure sentir parlare di proposte simili nel timore che attenuando il trauma psicologico di tante donne si finisca oggettivamente per contribuire a un’intensificazione della pratica abortiva.

In tal caso però essa si assumerebbe la responsabilità di non fare nulla per queste donne spesso angosciate, e soprattutto di esporre al rischio della dannazione tante anime innocenti che avrebbe invece potuto salvare.

 

2)  Di fronte al problema, che angustia tante madri, del destino eterno di tutti i concepiti morti senza battesimo, la Chiesa non può ovviamente rinunciare a quella che è l’arma più usata per cercare e offrire consolazione: la preghiera. “Preghiamo per tutti questi milioni di creature che ogni anno vengono sacrificate in nome del controllo delle nascite o per motivi ancora più frivoli”, si sente ripetere continuamente.

E pare che nessuno si accorga che parlare di preghiera per i peccatori prerazionali è una clamorosa manifestazione di analfabetismo teologico.

In effetti:

a) ha senso pregare solo per le anime del purgatorio;

b) il purgatorio è proprio l’unica sede in cui le anime di cui stiamo parlando non possono trovarsi.

 

Circa il primo punto, non occorre dilungarsi: per le anime del paradiso pregare è inutile nel senso che è superfluo, mentre per i dannati è inutile nel senso che è vano, in quanto dall’inferno non si esce per le preghiere di chicchessia.

 

Circa il secondo punto, basta ricordare che al purgatorio va chi ha peccati veniali oppure, a causa della morte, non ha terminato di espiare la pena di uno o più peccati mortali già rimessi quanto alla colpa. In ogni caso, si tratta di peccati personali, che i peccatori prerazionali non possono avere.

Il peccato originale da cui essi sono gravati non è certo un peccato veniale, e non è neppure un peccato mortale che sia già stato rimesso: ciò avrebbe dovuto appunto avvenire col battesimo, al quale non hanno avuto la fortuna di giungere.

Di conseguenza, non possono in nessun caso trovarsi in purgatorio; sicché le preghiere di suffragio a loro dedicate non hanno alcun significato.

 

Tutte le promesse e le sollecitazioni di preghiere che si sentono spesso formulare per consolare le madri angosciate per la perdita di un bambino non nato o morto prematuramente, così come per offrire una sorta di risarcimento agli embrioni soppressi, sono dunque, a prescindere dalle ottime intenzioni di chi le fa, pura vendita di fumo.

Conseguenza e spia al tempo stesso del disorientamento che regna in questo campo anche ai più alti livelli della dottrina.

 

3)  Possiamo avvicinarci ancor più al cuore del nostro problema chiedendoci come sia possibile che la Chiesa non sappia dirci nulla di certo circa il destino eterno che attende un così gran numero di anime. “Dio non ha voluto rivelarcelo”, è la risposta di prammatica; eppure ci si ripete sempre, quando si vuole giustificare la mancanza di informazioni fornite dalla Bibbia su certi argomenti (su san Giuseppe, ad esempio), che Dio nella Scrittura ha voluto comunicarci solo le cose necessarie alla nostra salvezza.

Ora, nel testo sacro vi sono innumerevoli pagine che alla salvezza delle anime non possono contribuire in alcun modo; mentre, nel caso che ci interessa, proprio di salvezza si tratta, e per di più della salvezza di un numero sterminato di anime: forse addirittura della maggioranza, se si considerano tutti gli embrioni che per cause naturali non vanno a buon fine.

 

E tanto più incredibile appare il fatto che la Chiesa non abbia lumi in proposito se si considera che i due destini che possono toccare a tali anime sono l’uno diametralmente opposto all’altro: il massimo della beatitudine e il massimo dei tormenti.

 

4)  Ma l’aspetto più critico della posizione della Chiesa appare in clamorosa evidenza quando si considerano le due possibilità che restano concretamente aperte circa il destino degli embrioni e degli altri peccatori prerazionali, e soprattutto le conseguenze che da queste derivano.

 

a) Prima possibilità: Tutte queste anime vanno direttamente in paradiso.

 

In tal caso ci troviamo di fronte a una patente e colossale ingiustizia: un numero enorme di individui - forse la maggioranza, come si è detto - risulta di fatto esentato dalla prova che si afferma essere stata stabilita da Dio per tutti gli uomini come condizione per ammetterli alla beatitudine paradisiaca.

 

 Tali anime perdono le gioie della vita terrena, che del resto sono nulla in confronto a quelle oltremondane (“Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” [Mt 16, 26]; e padre Livio, abbiamo visto, non esita a dire che la vita terrena non è che “patatine fritte”); ma in compenso hanno la sicurezza assoluta di sfuggire alla dannazione, senza dover fare i conti con le insidie di Satana, della carne e del mondo.

Hanno avuto una fortuna sfacciata: hanno ricevuto la grazia più grande che si possa avere; e grazia definitiva, irrevocabile, giacché l’hanno avuta senza dover poi “corrispondere” con il proprio “accoglimento”.

C’è quindi anche chi si salva senza averlo voluto, senza aver superato alcuna prova, senza aver collaborato: senza averci messo neppure i fatidici cinque pani e due pesci.

 

Se è così, diventa quasi umoristico, ovvero di pessimo gusto, che per queste anime si facciano preghiere, come noi siamo invece caldamente invitati a fare: chi quaggiù lotta per scampare alle mille occasioni di peccato che possono perderlo eternamente, dovrebbe pregare per chi è già in cielo a godersi la visione di Dio!

Risvolti grotteschi dell’escatologia cristiana.

 

b) Seconda possibilità: Tutte queste anime vanno all’inferno.

 

In questo caso, la figura di Dio che si profila ai nostri occhi è quella di un mostro. Non è possibile esprimersi in altro modo.

 

Questi poveri infelici, messi al mondo senza essere stati consultati; titolari, fin dal primo istante di vita, di un’anima immortale fornita loro dal Cielo nuova di zecca ma già regolarmente marchiata col peccato dei progenitori; strapazzati dalle leggi naturali avverse o dalla volontà di chi li ha procreati; brutalmente esclusi dal banchetto della vita (e si tratti pure solo di patatine fritte); per colmo di sventura si vedono poi “puniti” per la loro condizione di “peccatori” e condannati a un’eternità di tormenti.

 

E chi li condanna è quel Dio infinitamente misericordioso che ha tanto amato il mondo da dare il proprio figlio, l’unigenito … ecc. ecc.; quello stesso che ha detto “sinite parvulos venire ad me”...

Se il destino di queste anime è la dannazione, è assurdo demonizzare chi le ha strappate alla vita terrena: infinitamente più crudele è chi toglie loro ben altra vita, sostituendola, tanto per non lasciarle a bocca asciutta, con una specialissima condizione di sofferenza destinata a durare eternamente.

Trova tragica attuazione il monito di Gesù: “Non temete chi può uccidere il corpo …”

 

 

LA CHIESA NELL’IMBARAZZO

 

Posta di fronte a questi problemi, la Chiesa per lo più reagisce rifiutando una presa di posizione in quanto, dice, “Dio non ha voluto illuminarci su questo punto”. Come dire che, dal momento che non sappiamo dove finiranno tutte queste anime, non è il caso di stare a lambiccarsi il cervello circa le implicazioni teologiche delle due diverse soluzioni.

Il che rappresenta un argomento del tutto inconsistente, in quanto, a prescindere da quale delle due ipotesi sia corretta, entrambe si configurano come teologicamente aberranti. Qualunque scelta si faccia, risulterà indifendibile.

 

Nel caso della destinazione paradiso, giova ripetere, abbiamo infatti una moltitudine di fortunelli che dribblano felicemente le innumerevoli insidie che la vita pone sul cammino dell’anima impegnata a conquistarsi la beatitudine eterna.

Risulta così completamente vanificato l’aureo principio agostiniano, tanto spesso ricordato nella catechesi, secondo cui Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te: Dio, che crea ogni anima senza chiedere la collaborazione dell’interessato, esige però che l’anima stessa cooperi poi alla propria salvezza, che si guadagni in qualche misura il paradiso.

 

Se invece la destinazione è l’inferno, si fa strame di tutti gli sforzi ultimamente compiuti dalla teologia per far apparire la dannazione come una scelta consapevole da parte dell’anima, che per così dire non “viene dannata”, ma sceglie da sé la propria dannazione rifiutando l’amore divino: Paolo VI ha dichiarato, come ama ripetere padre Livio, che all’inferno va solo chi fino all’ultimo dice di no a Dio; e a san Pio da Pietrelcina Dio stesso avrebbe confidato essere decreto della sua misericordia che nessuno vada all’inferno senza saperlo.

Tutto questo è ovviamente assurdo se applicato ai peccatori prerazionali.

 

 

Ancora un paio di considerazioni su questo irresponsabile atteggiamento del Magistero di fronte a un problema tanto grave e riguardante un così gran numero di anime.

 

In primo luogo, come già si accennato, se si pensa alla spaventosa divaricazione esistente tra i due possibili destini di queste creature “mancate” (la beatitudine eterna da un lato, un’eternità di tormenti dall’altro), è incredibile e squalificante che la Chiesa non sappia pronunciarsi. Se infatti uno dei due destini è “giusto”, l’altro non potrà che essere mostruosamente ingiusto.

Esempio clamoroso dell’irriducibile schizofrenia dell’escatologia cristiana.

 

In secondo luogo, la Chiesa stessa, non osando prendere decisamente posizione per l’ipotesi della salvezza di queste anime, rivela di non essere in grado di escludere che Dio sia quel mostro che l’ipotesi della loro dannazione configura.

Cornuti e mazziati, questi poveri infelici sarebbero la testimonianza eterna dell’agire irresponsabile di un Dio sadico e assurdamente vendicativo. La Chiesa spera ardentemente che così non sia, ma finora non se l’è mai sentita di mettere nero su bianco che così non è.

Memore forse che dal Dio del Diluvio ci si può aspettare di tutto.

 

N. B.  Sulla sorte dei bambini morti senza battesimo (e, per estensione, dei feti e degli embrioni) i teologi si sbizzariscono a partorire anche ipotesi decisamente stravaganti. P. Giovanni Cavalcoli, dello Studio domenicano di Bologna, ha presentato a Radio Maria (07.01.01), nel suo corso per catechisti, la congettura secondo cui al momento della morte queste anime riceverebbero una speciale capacità di intendere e di volere, uno sviluppo delle capacità mentali … A ciò seguirebbe un incontro dell’anima con Cristo, il che la metterebbe in grado di operare una scelta: chi accetta Cristo si salva, chi lo rifiuta si danna.

In questo modo, afferma p. Cavalcoli, si salvaguarda l’esercizio del libero arbitrio (evitando la sanatoria generalizzata e il conseguente ingiusto privilegio dell’esenzione dalla prova).

Questa ipotesi teologica sarebbe un’applicazione ed estensione di quella relativa all’anima di chi è in coma, o comunque non in possesso delle facoltà mentali: nell’istante della morte Dio darebbe al morente un surplus di capacità di intendere e di volere.

 

Si tratta chiaramente di una tesi insostenibile. I peccatori prerazionali infatti non possono decidere sulla base di ciò che avrebbero fatto se fossero vissuti sino a raggiungere l’età della ragione, poiché ciò comporta la conoscenza dei “futuribili”, di cui si discute addirittura se la possieda Dio stesso.

D’altra parte, non si vede su quali altre basi possano compiere la loro scelta, dato che non conoscono quella realtà terrena (il “mondo”) che sola potrebbe costituire l’alternativa a Dio. Il che è come dire che, al pari dei progenitori, oltre che con Dio dovrebbero avere un colloquio con Satana, per poter valutare convenientemente le due offerte.

 

La situazione è vagamente comica: è assurdo che l’embrione si trovi a dover scegliere tra Dio e una vita di soddisfazioni terrene che comunque non potrà mai avere (che senso ha “rinunciare al demonio e alle sue vanità” per chi di fatto è già morto?). Sicché, in pratica, dovrà scegliere tra paradiso e inferno: e che cosa mai sceglierà? A questo punto tutto dipenderà dal quoziente di intelligenza (nonché da eventuali propensioni masochistiche) dei singoli embrioni. La dimensione etica risulta completamente vanificata.

 

E non si può aggirare l’ostacolo dicendo che la scelta futura è già potenzialmente contenuta nell’anima dell’embrione, del feto o del lattante, così come in quella del “comatoso” prima dell’entrata nel coma. Non si può perché tale ipotesi configura un determinismo psichico che è proprio la più clamorosa negazione di quel libero arbitrio che con queste congetture si pretenderebbe di salvare.

 

 

LA SVOLTA RECENTISSIMA

 

Doppiato il capo dei venti secoli di storia, la Chiesa ha finalmente avvertito l’esigenza di affrontare il tema spinoso del destino eterno di queste anime, rendendosi evidentemente conto che la vecchia soluzione agostiniana, benché teologicamente ineccepibile, non può venire accettata dalla coscienza dell’uomo d’oggi.

 

Ecco quindi che Giovanni Paolo II, giusto sei mesi prima di morire, ha chiesto ai membri della Commissione teologica internazionale, allora presieduta dal card. Ratzinger, di studiare la “sorte dei bambini morti senza battesimo”.

Tutti i vaticanisti hanno fatto notare che il Papa ha accuratamente evitato di pronunciare la parola tabù, ossia “limbo”; ma il problema è quello, e il Papa stesso lo ha definito “del massimo interesse”.

 

E ha aggiunto: “Non si tratta semplicemente di un problema teologico isolato. Tanti altri temi fondamentali si intrecciano intimamente con questo: la volontà salvifica universale di Dio, la mediazione unica e universale di Gesù Cristo, il ruolo della Chiesa sacramento universale di salvezza, la teologia dei sacramenti, il senso della dottrina sul peccato originale”. I teologi sono chiamati a studiare “il nesso tra tutti questi misteri, in vista di offrire una sintesi teologica che possa servire di aiuto per una prassi pastorale più coerente e illuminata”.

 

Il mandato dunque è chiaro: “prassi pastorale più coerente e illuminata” non significa altro che dare finalmente risposta a una domanda fondamentale e spesso angosciosa; e s’intende che questa risposta sarà tanto più “coerente e illuminata” quanto più sarà rassicurante, atta cioè a placare quell’angoscia.

 

In altri termini, i teologi sono chiamati praticamente ad escludere che le anime dei bambini morti senza battesimo finiscano tra le grinfie di Lucifero. Dovranno trovare i cavilli opportuni per mostrare che tale conclusione non contrasta col deposito della fede. In termini tecnici, si dirà che dovranno “approfondire teologicamente” una quantità di problematiche - già indicate dal Papa - per arrivare alla conclusione voluta.

 

 Il Pontefice dal canto suo ha provveduto a dare dei segnali inequivocabili: ha iniziato l’elenco dei temi con la volontà salvifica di Dio, poi ha parlato della mediazione (ossia dell’opera che propizia la salvezza) compiuta da Cristo, quindi ha definito la Chiesa “sacramento di salvezza”; e in tutt’e tre i casi ha usato l’aggettivo “universale”, per dire che questa volontà e quest’opera di salvazione hanno per oggetto tutti gli uomini, senza eccezioni.

 

Poi ha toccato il tasto di ciò che si oppone alla salvezza, ossia il peccato originale. Ma si è premurato di precisare che i teologi dovranno approfondire “il senso della dottrina” relativa. Non si discute quindi la presenza del peccato originale in queste anime, ma si invita a trovare un particolare “senso” della dottrina che non le condanni automaticamente alla dannazione.

 

Per di più, il Papa, esortando i teologi a “studiare il nesso tra tutti questi misteri”, sembra aver voluto ammonire che quanto non risultasse eventualmente persuasivo nelle loro conclusioni sarà da attribuire alla natura intrinseca di queste problematiche, che oltrepassano i limiti della comprensione umana.

 

È come quando un governo dispotico manda segnali ai giudici di un processo “politico”, avvertendoli circa il verdetto, di assoluzione o di condanna, che dovranno emettere. A loro toccherà poi presentare le cose in modo da rendere plausibile la decisione presa in alto loco.

E anche qualora le istruzioni ai giudici (nel nostro caso ai teologi) siano date - in separata sede - in modo diretto ed esplicito, il discorso alla corte (nel nostro caso alla Commissione teologica) serve per predisporre l’opinione pubblica (ovvero il popolo dei fedeli) a quelle che saranno le conclusioni della procedura.

 

La Chiesa ha più volte seguito questa via per giungere alla definizione di certi dogmi: quando la determinazione del Magistero e la pressione dei fedeli hanno richiesto l’elaborazione degli strumenti dottrinali confacenti allo scopo, i teologi si sono docilmente messi all’opera per fornirli, anche se in molti casi si trattava di argomentazioni teologiche e di conclusioni esegetiche straodinariamente pretestuose e inconsistenti.

Chiari esempi di quella che si potrebbe definire “dogmatopoiesi”, ossia “creazione di dogmi” sapientemente pilotata.

 

Una conferma a quanto stiamo dicendo l’ha data recentemente padre Luis Ladaria, nuovo presidente della Commissione teologica internazionale.

Pur avvertendo che egli non può anticipare il risultato di lavori che dureranno almeno due o tre anni, richiesto di dire qual è l’orientamento prevalente tra i teologi circa il destino eterno dei bambini morti senza battesimo, ha dichiarato: “La linea prevalente apre alla speranza. La misericordia di Dio, come ricorda proprio Dante, ‘ha sì gran braccia’. È un elemento fondamentale della nostra fede, oltre che motivo di consolazione. Ed è questo il tema che dobbiamo studiare.”

Studieranno, i teologi. Ma sarebbe un clamoroso colpo di scena se i risultati del loro studio fossero molto diversi da quelli su cui già oggi si può scommettere.

 

 

MA NON SI PARLA DI EMBRIONI

 

La Chiesa si appresta dunque a risolvere (e, come tutto fa prevedere, in modo positivo) il “classico” problema dei bambini morti senza battesimo.

Ma accanto a questo vi è, come si è detto all’inizio, il problema dei feti abortiti (sempre più numerosi, grazie anche ai progressi della ginecologia e all’uso di anticoncezionali chimici, come la famigerata pillola RU 486) e degli embrioni non giunti a buon fine (sia quelli prodotti in vitro sia quelli formatisi naturalmente e naturalmente estintisi, che ora sappiamo essere assai numerosi).

 

In tutti questi casi, per la Chiesa si tratta di anime portatrici del peccato originale, quindi “in via di principio” destinate alla dannazione.

Sarebbe quindi importante definire la loro condizione, chiarire la sorte che è legittimo attendersi per loro. E direi che ormai, dopo duemila anni di indifferenza a questa problematica, sarebbe, oltre che importante, anche urgente prendere posizione.

 

Si resta perciò di stucco leggendo che il padre Ladaria, chiamato a dire se la “riflessione” della Commissione teologica “riguarderà anche i bambini non nati a causa dell’aborto”, si limita a rispondere: “Ritengo possibile che venga fatto qualche riferimento”.

Incredibile: può darsi, dice il teologo, che in qualche modo vi si accenni. Niente di più.

E questo per un problema come l’aborto, che pure la propaganda martellante della Chiesa non si stanca di denunciare sottolineando in ogni modo l’identità di condizione e di dignità tra il feto e la creatura partorita! Figuriamoci dunque come si pone il problema degli embrioni, semplici microscopici grumi di sostanza vivente, che a quanto pare non sfiorano neppure la mente di padre Ladaria.

 

Sino a nuove svolte, dunque, dobbiamo pensare che quella Chiesa che denuncia a gran voce la nuova “strage degli innocenti” (un miliardo di aborti nel mondo negli ultimi vent’anni, proclama Antonio Socci), in realtà delle anime di questi innocenti (e degli altri, milioni o miliardi, rimasti allo stadio embrionale) si occupa solo molto svogliatamente e distrattamente.

“Sono persone fin dal concepimento”, sostiene quando si tratta di difendere i loro corpi; ma evidentemente le considera persone di serie B, anzi, anime di serie B, della cui sorte eterna non è il caso di preoccuparsi più di tanto.

 

A prescindere  da quello che potrà decidere alla fine la Commissione teologica, l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa sino allo spirare dell’anno 2005 è dunque assolutamente chiaro e irrimediabilmente squalificante.

Esso dimostra in modo inoppugnabile che per essa solo la creatura partorita merita di essere trattata come titolare di un’anima a tutti gli effetti.

Le creature che al parto non giungono non sono altrettanto degne di considerazione per quanto concerne la loro sorte eterna (benché quest’ultima, a detta della Chiesa stessa, sia infinitamente più importante della sopravvivenza materiale).

 

I problemi della vita nascente toccano profondamente la coscienza di ogni uomo, e tutte le posizioni, compresa quindi quella dei cattolici, sono degne del massimo rispetto; ma va decisamente respinta la pretesa della Chiesa di avere titoli particolari (una sorta di investitura divina) per sostenere la completa equiparazione - sotto il profilo etico e giuridico – di tutti i concepiti, dall’embrione al bambino nato vivo.

 

 

RIASSUMENDO:

 

La definitiva cancellazione del limbo dal deposito della fede ha riproposto alla Chiesa un problema antico, reso ora ancor più vasto e scottante dalla decisione del Magistero di insistere sull’ infusione dell’anima nell’embrione al momento stesso del suo formarsi.

Ciò ha numerose conseguenze negative (forse è meglio dire disastrose) per la teologia cattolica:

 

1) rende insostenibile la posizione della Chiesa, incapace di pronunciarsi sulla sorte eterna di tutte queste anime;

2) propizia l’assurda pratica di pregare per chi non può in ogni caso beneficiare delle preghiere;

3) configura una situazione teologicamente aberrante in entrambi i casi che possono verificarsi, quello della beatitudine eterna e quello dell’eterna dannazione: nel primo caso si ha un ingiustificato straordinario privilegio per queste anime, non chiamate a guadagnarsi il paradiso vivendo, nel secondo Dio assume un volto spaventosamente sadico;

4) rende ingiustificabile, per non dire criminale, il fatto che la Chiesa non si adoperi per scongiurare la dannazione di tali anime somministrando loro il battesimo.

 

Altre conseguenze quanto meno stravaganti, per non dire aberranti, che scaturiscono direttamente dall’impostazione data a questa problematica dalla Chiesa sono illustrate nei capitoli Problemi particolari relativi al battesimo, L’infanticidio profilattico e I beati mai vissuti. 

 

 

P. S.   Ai primi d’ottobre del 2006 la vicenda è tornata alla ribalta della cronaca. Preannunziando che il Papa avrebbe ricevuto in udienza i membri della Commissione teologica internazionale, qualche vaticanista ha dato per certa la proclamazione ufficiale della morte del limbo. Invece non è accaduto nulla. Si è saputo addirittura che la Commissione terminerà i suoi lavori solo nel 2008.

Ufficiosamente comunque si è avuta conferma che il limbo è ormai liquidato e che i bambini morti senza battesimo (quelli nati vivi, si presume) si possono già considerare salvi.  

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P. S. maggio 2007.   La Commissione teologica ha bruciato le tappe, le previsioni dei vaticanisti sono state smentite: il testo tanto atteso è già pronto. Redatto originariamente in inglese, è apparso prima in una rivista americana, mentre la versione italiana è stata pubblicata in maggio da “La Civiltà Cattolica”.

 

Dato il carattere assai poco innovativo del documento, ci limitiamo a qualche considerazione di massima.

 

1) Il parto della Commissione teologica ha un carattere decisamente pilatesco. È chiarissima e dichiarata la volontà di stralciare il limbo dal deposito della fede, ma è significativo il fatto che il documento s’intitoli “La speranza di salvezza per i bimbi che muoiono senza battesimo” e affermi che “i molti fattori che abbiamo considerato ... danno serie basi teologiche e liturgiche alla speranza che i bambini morti senza battesimo siano salvi e godano della visione beatifica” (corsivo nostro).

 

Più cauto ancora, se possibile, il sommario che del documento fa “La Civiltà Cattolica”:

“Posto che la salvezza può essere conseguita soltanto in Cristo, si propongono alcune possibili vie per sostenere la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano godere della visione beatifica nella vita eterna”.

 

Dopo aver tanto ponzato, insomma, i soloni della Chiesa hanno scoperto che vi sono buoni motivi per sperare che queste anime vadano in Paradiso.

Ma questo lo sapevamo già da mezzo secolo, poiché l’aveva detto il Concilio: ora si trattava di trasformare la speranza in certezza, definendo formalmente il paradiso come meta designata delle anime in questione.

Evidentemente, il desiderio di salvare le apparenze, ossia il timore di perdere la faccia, ha suggerito agli esperti vaticani di evitare un’asserzione che avrebbe implicitamente sconfessato quel Magistero che per secoli aveva escluso la destinazione paradisiaca dei bambini morti senza battesimo, ovvero aveva finto di non vedere neppure il problema.

 

Mimmo Muolo, giornalista di “Avvenire”, dando la notizia ha inziato il suo resoconto con queste parole: “Ci sono ragioni per sperare che il limbo non esista. E che dunque i bambini morti senza Battesimo possano godere anche loro del paradiso”.

Si tratta di un modo scorretto di impostare il problema: induce a pensare che quelle anime che sino ad ora erano con sicurezza assegnate al limbo adesso vengano “promosse” al paradiso perché il limbo “si può sperare che non esista”, ossia è stato praticamente “soppresso”. Ma in realtà il limbo per la Chiesa è da decenni de facto morto e sepolto, come sappiamo; se adesso la sua morte viene sancita de jure, e contemporaneamente non si afferma però la certezza del paradiso per queste anime innocenti, rimane una probabilità, sia pur esigua quanto si vuole, che esse finiscano all’inferno.

In ogni caso, si ha l’impressione che la Commissione si sia mossa con grande “timidezza”.

 

2) Nel documento figurano alcune espressioni teologicamente piuttosto approssimative: ad esempio, “la Grazia ha la priorità sul peccato”, quasi che Grazia e peccato fossero in concorrenza, dirette verso una meta comune, anziché essere l’una l’opposto dell’altro.

Diverso sarebbe dire che la Grazia prevale sul peccato, lo vince cioè nella considerazione del Dio misericordioso. Si tratta comunque di un’affermazione del tutto generica, che, unita alla ribadita “speranza” – non più che speranza - di salvezza rende il documento alquanto deludente.

 

Noi restiamo convinti che Giovanni Paolo II, quando affidò il delicato incarico alla Commissione, si aspettasse qualcosa di più. Abbiamo parlato di una precisa “consegna” ai membri della Commissione, consegna espressa in termini neppure troppo velati. Ora dobbiamo riconoscere che le nostre previsioni sono state smentite, e ce ne chiediamo il motivo.

È vero che facendo della dietrologia si fa peccato, ma, come è noto, a volte ci si azzecca. Non possiamo quindi tacere il sospetto che alla “frenata” della Commissione non sia estraneo il cambio di pontificato.

Non è un mistero che il cardinal Ratzinger non mostrò alcun entusiasmo per la denuncia delle “colpe” della Chiesa fatta solennemente da papa Wojtyla. Ed è pure chiaro che anche nel nostro caso, come già si è detto, si evidenziano implicitamente errori e colpe del Magistero, errori e colpe protrattisi per secoli e secoli.

 

La conclusione è che i bambini morti senza battesimo, nonostante la cancellazione ufficiale del limbo, rimangono nel … limbo dell’incertezza, sospesi tra inferno e paradiso; e insieme ad essi i loro genitori, se credenti.

 

Inutile dire poi che anche qui, inesplicabilmente e deplorevolmente, degli embrioni e dei feti abortiti non si fa neppure parola. 

 

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