Che cosa fa la Chiesa
Della posizione ufficiale della Chiesa sulle apparizioni di Medjugorje abbiamo già anticipato l’essenziale parlando del “riconoscimento selvaggio” (v. “I problemi pratici del discernimento”, in “Apparizioni e altre rivelazioni private”), di cui esse costituiscono l’esempio di gran lunga più clamoroso.
Qui riprendiamo e discutiamo i punti più importanti della questione.
La “Dichiarazione di Zara”
Il primo dato con cui la Chiesa ha dovuto fare i conti, una volta trovatasi di fronte al dossier Medjugorje, è stata la fiera ostilità del vescovo mons. Zanic, che ha cercato di condizionare in senso negativo l’episcopato iugoslavo (in parte ben disposto verso le apparizioni) e ha diffuso di sua iniziativa documenti di durissima e sprezzante condanna.
La Congregazione per la dottrina della fede nel 1986 ha reagito sottraendo al vescovo e alla commissione diocesana “dei quattordici” da lui presieduta il compito di pronunciarsi e affidandolo a una commissione della Conferenza episcopale iugoslava.
Quest’ultima pubblicava il 10 aprile 1991 la cosiddetta “Dichiarazione di Zara”, in cui pronunciava il seguente verdetto:
“Sulla base delle ricerche finora compiute, non si può affermare che si tratti di apparizioni o di fenomeni soprannaturali.”
Il giudizio di merito sulla questione è tutto in questa frase. Il resto del breve documento è occupato da un banale preambolo:
“I vescovi fin dall’inizio seguono i fatti di Medjugorje tramite il vescovo diocesano, la commissione diocesana e la commissione della Conferenza episcopale iugoslava”;
e da una conclusione in cui si afferma:
“Tuttavia, i numerosi pellegrini che giungono a Medjugorje provenienti da vari luoghi, spinti dalla fede o da altri motivi [sic], richiedono l’attenzione e la cura pastorale, innanzitutto del vescovo diocesano [quindi lo stesso mons. Zanic deve collaborare!] e, con lui, degli altri vescovi, in modo che a Medjugorje e con Medjugorje si promuova una devozione verso la beata Vergine Maria in armonia con l’insegnamento della Chiesa. A tale scopo i vescovi forniranno anche particolari direttive liturgico-pastorali”.
E infine lo zuccherino di una promessa:
“Nello stesso tempo, mediante le loro commissioni, [i vescovi] continueranno a seguire e a esaminare nel loro insieme tutti gli avvenimenti di Medjugorje” (cfr. ATM 338).
Dunque: se da un lato si riconosce che vi è un notevole afflusso di pellegrini (fatto obbiettivo, innegabile) di cui si deve tener conto, anche per prevenire lo svilupparsi di una devozione malsana (e con ciò la Chiesa non fa niente di più del suo dovere pastorale); dall’altro si afferma di non ravvisare nelle apparizioni il crisma della soprannaturalità.
Serve a poco sottolineare che ciò che i vescovi hanno affermato non è un “constat de non supernaturalitate”, bensì un “non constat de supernaturalitate”, formulazione che “non consente un’interpretazione definitiva”, ma “è aperta a ulteriori sviluppi” (così mons. Perko, vescovo di Belgrado; e similmente ad esempio Laurentin, cfr. VAM 238).
Se il testo dicesse che “non si può affermare se si tratta di fenomeni soprannaturali”, potremmo forse pensare che le due ipotesi sono ugualmente probabili; ma dice che “non si può affermare che si tratta …”, e anche il testo inglese ha “it cannot be affirmed that”, non whether o if.
Come dire che, non potendosi affermare la presenza del soprannaturale, s’intende che tale presenza non c’è: l’onere della prova incombe a chi la afferma, non a chi la nega.
Che la questione sia aperta a ulteriori sviluppi è implicito nel “finora” (“sulla base delle ricerche finora compiute …”); ma è altrettanto chiaro che fino a tale momento (ossia fino al 1991, a dieci anni dall’inizio delle apparizioni) non si è trovato niente che possa venir definito soprannaturale.
Quello che importa sottolineare è che dalla formulazione si ricava che eventuali mutamenti di opinione non potranno essere dei ripensamenti circa i fatti già considerati, ma solo eventi nuovi che dovessero verificarsi.
Successivamente, nel 1996 e nel 1998, le apparizioni sono state definite “apparizioni” (tra virgolette) e corredate degli inequivocabili epiteti di “presunte” e “cosiddette” in due lettere della Congregazione della dottrina per la fede in cui il segretario mons. Bertone precisava che “i pellegrinaggi ufficiali a Medjugorje, intesa come luogo di autentiche apparizioni della Vergine, non possono essere organizzati né a livello parrocchiale né diocesano”, poiché questo implicherebbe un riconoscimento di fatto della soprannaturalità delle apparizioni, in contrasto col verdetto della “Dichiarazione di Zara”.
Il portavoce vaticano mons. Navarro-Valls ha poi precisato con squisita delicatezza che la Chiesa non vieta a singoli sacerdoti di guidare viaggi a Medjugorje organizzati da laici, “così come non vieterebbe loro, per esempio, di accompagnare gruppi di cattolici che desiderino visitare la Repubblica Sudafricana” (o, aggiungiamo noi, Las Vegas o l’isola di Bali).
Lusinghiero in particolare il seguente giudizio contenuto nella dichiarazione: “Non si può dire alla gente di non andare fino a quando non si dimostrerà che le apparizioni sono false. Questo non è ancora stato dimostrato e dunque chiunque voglia andare può farlo”.
Non è ancora giunta la prova, insomma, della falsità delle apparizioni: nel frattempo, par quasi si voglia dire, si può ancora andare a Medjugorje senza problemi.
Quanto alla prosecuzione delle indagini, come era fin troppo facile prevedere, a oltre dieci anni dalla “Dichiarazione di Zara”, Caniato e Sansonetti scrivevano: “la prevista commissione di ricerca sugli avvenimenti di Medjugorje non risulta ancora ufficialmente costituita” (ATM 353); e la stessa cosa possiamo tranquillamente dire ora dopo altri cinque anni.
A dire il vero, troviamo in internet, al sito “Holy Queen”, il seguente ragguaglio:
Al termine della conferenza dei vescovi della Bosnia d'inizio luglio 2006 il Presidente Cardinal Vinko Puljic ha dichiarato a sorpresa - dal momento che il caso Medjugorje non era all'ordine del giorno - che ci sarà una nuova commissione internazionale (divisa in due sottocommissioni con specifici compiti), nominata non dalla conferenza episcopale locale ma direttamente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Di tale progetto non abbiamo sentito alcuna eco a Radio Maria. Ma, ad esempio, nel sito della “Vergine della Rivelazione degli ultimi tempi” si precisa non solo che “la commissione resterà sotto la responsabilità dell’episcopato locale” (e allora ci risiamo!), ma anche che il suo compito sarà
“quello di valutare le implicazioni pastorali del fenomeno, studiando i "frutti" delle presunte apparizioni e analizzando le esperienze dei pellegrini, le motivazioni che li spingono a visitare i luoghi coinvolti nei fenomeni, gli effetti dei pellegrinaggio sulla loro vita quotidiana.”
Si ricava insomma l’impressione che tutto debba fare questa fantomatica commissione tranne che entrare nel merito dell’autenticità delle apparizioni.
Se son rose fioriranno. Ma lo scetticismo è più che giustificato.
La decisione più grave presa dalla Chiesa dopo la “dichiarazione di Zara” è comunque costituita dal fatto che, al pensionamento di mons. Zanic, a succedergli è stato chiamato mons. Peric, non meno fiero avversario delle apparizioni.
Ostilità a tutti i livelli
Coerentemente con questo atteggiamento, l’Osservatore Romano evita persino di nominare Medjugorje, che fino a qualche anno fa risultava termine totalmente sconosciuto pure al sito internet della S. Sede (ora – aprile 2006 – il nome figura solo in un paio di articoli, inserito in un elenco di località meta di pellegrinaggi).
Praticamente ignorate risultano le apparizioni dell’Erzegovina da “Avvenire”, il quotidiano che è organo ufficiale della Conferenza episcopale italiana; fa eccezione un’intervista del 2004 ad Alessandro Fo - nipote di Dario Fo – che ha recentemente scoperto Medjugorje.
Ad esempio, in occasione del ventennale, nel giugno del 2001, comparvero solo un trafiletto annunciante la pubblicazione di un dossier dedicato all’evento dalla rivista “Jesus” e poche righe di un’intervista a S. De Fiores, il quale, dopo aver parlato con grande partecipazione delle apparizioni di Kibeho allora appena riconosciute, a proposito di Medjugorje diceva: “Conosco meno il caso di Medjugorje. Bisognerebbe dedicarvi molto tempo, perché c’è chi parla di 7000 apparizioni. È comunque un luogo di preghiera e di riflessione che attrae” (30.06.01).
Veramente un po’ poco, per quelle che si presentano come le ultime apparizioni mariane della Storia, l’ultima carta che la Madonna gioca per trattenere l’umanità sull’orlo dell’abisso!
Il padre carismatico della mariologia italiana dice che, per quel che ne ha sentito (“c’è chi parla …”: dunque gli è almeno arrivato all’orecchio qualcosa), si tratta di un dossier assai voluminoso. Dovrebbe studiare meglio il caso; ma come si fa, bisognerebbe trovare il tempo …
Tra parentesi: “Jesus” appartiene al potentissimo gruppo San Paolo, che si è schierato compatto contro Medjugorje.
Dal canto loro, i due papi finora coinvolti sono sempre stati attentissimi a non lasciarsi sfuggire una sola parola che potesse implicare un loro interessamento ufficiale, e tanto meno una sorta di avallo, alle apparizioni.
Vedremo in un capitolo successivo il problema dei giudizi “privati” su Medjugorje attribuiti a Giovanni Paolo II. Qui consideriamo solo il suo comportamento effettivo e pubblico, che, al pari di quello del suo successore, è sempre stato di totale chiusura verso le mariofanie.
La sua ostentata indifferenza ha toccato il vertice in occasione delle ripetute visite in Croazia ed in Bosnia. Forse talora i pellegrini accorsi a salutarlo sono addirittura passati da Medjugorje, ma egli ha sempre osservato un silenzio di tomba in proposito.
Paradossalmente, si può dire che proprio le occasioni in cui i papi toccano gli stessi temi e usano le stesse parole della Madonna mostrano in modo ancora più crudo la loro volontà di ignorare Medjugorje, in quanto si rivelano occasioni perdute per menzionarla.
Certo è che se dipendesse da loro e dagli organi decisionali e d’informazione ad essi legati (CEI appunto, nonché servizi informatici, radio e stampa vaticani), della Madonna di Medjugorje, e in particolare dei suoi messaggi, nessuno nel mondo saprebbe niente.
Credere alle apparizioni, dice padre Livio, è una grazia; e riconosce che vi sono anche persone di grande statura spirituale che a Medjugorje non credono. Magari la Madonna gli fa altre grazie, suggerisce conciliante.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI devono essere di queste persone: quella grazia essi non l’hanno ricevuta; oppure non vi hanno corrisposto. La Madonna evidentemente ritiene che siano più utili per loro (e per il mondo?) altre grazie che non l’acquisire la certezza che a Medjugorje parla lei.
Padre Livio ama anche dire che le apparizioni sono un grande dono che la Vergine fa alla Chiesa. Sarà. Purtroppo però la Chiesa non solo non ringrazia, ma non apre neanche il pacco. Quasi temesse che possa averlo confezionato qualche Unabomber.
E in effetti quel che la paralizza è proprio il timore di vederselo scoppiare tra le mani: il timore di veder uscire dai messaggi della Vergine, dopo aver approvato - o quanto meno sostenuto in modo compromettente - le apparizioni, qualcosa di teologicamente scorretto, o comunque imbarazzante.
Ciò è pacificamente ammesso dallo stesso padre Livio; ma è chiaro che addurre tale argomento a giustificazione dell’ostinato silenzio della Chiesa, quanto meno in attesa della fine delle apparizioni, equivale ad ammettere che il Papa per primo non crede che a Medjugorje appaia la Madonna; poiché se avesse tale certezza (quella certezza che ha proprio il direttore di Radio Maria, ad esempio), sarebbe da parte sua blasfemo pensare che lei possa dire qualcosa di scorretto.
Quanto all’esplosivo di cui si sospetta la presenza nel pacco, è superfluo ricordare che i maggiori sospetti li suscitano i dieci segreti e la Vita di Maria.
La Chiesa si rifiuta di acquistare a scatola chiusa contenuti di tal genere; e non cambia atteggiamento anche se la confezione le viene offerta in regalo.
Sicché i messaggi periodici della Vergine vengono diffusi mediante il “passaparola” dei devoti, quasi clandestinamente. Il Papa non li annuncia quando parla al mondo (ad esempio ogni domenica all’Angelus in Piazza S. Pietro), né cerca di andare a gridarli dalla tribuna dell’ONU; e, quel che è più grave, nessun organo d’informazione della Chiesa o ad essa vicino ne fa cenno.
Lo stesso discorso vale ovviamente per i media laici. Se Bin Laden - o anche un qualsiasi Leonardo Di Caprio - apre bocca, il giorno dopo tutti i giornali riportano le sue parole; quando parla agli uomini la Regina del cielo, è quasi come se non avesse parlato nessuno.
La giustificazione del mancato riconoscimento con la norma che impedisce alla Chiesa di approvare cicli di apparizioni che non si siano defintivamente conclusi è del resto intrinsecamente fragile, in quanto è difficile avere la garanzia di tale “definitività”.
I veggenti di Medjugorje, ad esempio, avranno un’apparizione all’anno, avrebbe detto la Madonna, vita natural durante: si dovrà allora attendere, per riprendere in mano il dossier, che siano tutti defunti?
E suor Lucia di Fatima, dopo il 1930, data del riconoscimento delle apparizioni del ’17, ebbe a ripetizione altre “soffiate”, riguardanti i “segreti” e la Consacrazione della Russia, sia dalla Vergine che da Nostro Signore.
E anche volendo sostenere che queste non erano più “apparizioni”, bensì semplici “locuzioni” (“interiori” o meno che fossero), resta il fatto che la continuità del discorso con le precedenti mariofanie conferiva ai loro contenuti la medesima attendibilità di quelle.
Responsabilità
Pretendere – o fingere - di giustificare il ritardo del riconoscimento con la “normale prassi della Chiesa”, con la “tradizione della burocrazia vaticana”, quasi si trattasse di pastoie legalistiche, del semplice rispetto di procedure consolidate da parte di chi, nella sostanza, sarebbe in realtà pronto a dare il sospirato assenso, è atteggiamento farisaico, d’un fariseismo della peggior specie, che associa il formalismo legalitario all’ipocrisia.
Di fatto la Chiesa, la quale, se a Medjugorje parla veramente la Madonna, dovrebbe gridare al mondo le sue parole, le spegne addirittura il microfono (sempre in attesa, s’intende, che maturino le “condizioni legali” per il riconoscimento; anche la Vergine, come tutti, deve mettersi in fila e presentarsi con i documenti in regola: non si fanno favoritismi).
E la Madonna – se è lei – sciaguratamente non si accorge di parlare a microfoni spenti.
Tutto questo configura una precisa responsabilità della Chiesa, e dei papi in particolare.
Se veramente la Madonna a Medjugorje, facendosi “maestra d’un’intera generazione”, come dice padre Livio, sta dando agli uomini messaggi drammatici per fermare il mondo sull’orlo dell’abisso, la responsabilità di chi potrebbe diffondere i suoi messaggi e non lo fa è enorme.
Non vale obiettare che il Papa dice tante cose che sono in perfetta sintonia con tali messaggi. Le rivelazioni private infatti, come sappiamo, non veicolano novità di natura teologica, ma hanno proprio la funzione specifica di dare una “scossa”, di far sentire la presenza viva del divino in un mondo che tende ad obliarlo.
È appunto tale presenza che la Chiesa dovrebbe segnalare e valorizzare per quanto le è possibile; al contrario, si ingegna ad occultarla, ad esorcizzarla, a negarla.
Quando Giovanni Paolo II negli ultimi tempi del suo pontificato ha parlato del “silenzio di Dio” (il quale sarebbe disgustato del mondo), tra i tanti commenti che si sono levati, anche dalla stampa laica, non ne abbiamo trovato uno che sottolineasse come con tale sortita il Pontefice abbia di fatto cassato con un sol tratto di penna tutte le mariofanie e le cristofanie in corso di svolgimento, e in primis ovviamente quelle di Medjugorje.
Mentre per padre Livio apparizioni tanto lunghe indicano chiaramente che la Madonna, per incarico di Dio, vuole prendere per mano l’umanità e guidarla in un passaggio drammatico della sua storia, il Papa ha implicitamente dichiarato che tra questa Madonna e Dio egli non scorge alcuna parentela.
Altrimenti, non già di silenzio di Dio si dovrebbe parlare, ma di cicaleccio incessante, se non addirittura di logorrea.
Padre Livio ci ricorda che “saremo giudicati per quante anime avremo salvato”. Ma io preciserei: “… per quante anime avremo salvato in rapporto a quante ne avremmo potuto salvare”.
Si deve tener presente che il “ritardo nel riconoscimento” di apparizioni autentiche non è “neutro”, indolore, senza conseguenze: se partiamo – come dobbiamo fare - dal principio che quelle apparizioni possano contribuire a riportare sulla via del cielo anime che si erano smarrite, ogni istante di ritardo costa qualche vittima.
Conclusioni
1) La formula con cui la “Dichiarazione di Zara” afferma di non aver riscontrato la presenza di fenomeni soprannaturali a Medjugorje (a ben dieci anni dall’inizio della vicenda, ossia quando già si erano avute tutte le manifestazioni più significative del presunto soprannaturale) rende praticamente impossibile che vi sia un ripensamento prodotto da eventi verificatisi successivamente.
Se ripensamento ci sarà, sarà unicamente dovuto a considerazioni di politica ecclesiastica e pastorale, a meno che nel prossimo futuro accadano cose straordinarie (o almeno tali da poter venire addotte come pretesto, col che si ricade nell’ipotesi dell’opportunità).
Nell’improbabile evenienza di un riconoscimento, apparirà quindi evidente a tutti che i vescovi a suo tempo espressisi negativamente erano sordi e ciechi, e il Papa risulterà essere stato eccezionalmente “duro di cuore” e “tardo a credere”, al limite di un vero e proprio peccato contro lo Spirito Santo.
La contrapposizione si è comunque a tal punto radicalizzata che, essendo impossibile considerare credibili al tempo stesso e il Papa e la Madonna di Medjugorje, per la Chiesa e la fede è meglio in fondo che risulti “falsa” Medjugorje.
Sarà una delle tante apparizioni fasulle, e sia pure il caso più clamoroso.
Ma se Medjugorje risultasse autentica, la delegittimazione che ne deriverebbe al Papa e alla Chiesa sarebbe irrimediabile (benché, paradossalmente, la qualifica di autenticità debba venire concessa proprio dalla Chiesa, qualora fosse costretta a capitolare).
In altri termini, il ritardato riconoscimento non è “neutro” neppure per quanto riguarda la delegittimazione del Magistero ecclesiale.
2) Quanto al Papa (il discorso vale sia per Giovanni Paolo II che per il suo successore), i casi sono due: o egli ha le idee chiare su quanto avviene da vent’anni in Bosnia o brancola nel buio.
Nel caso che ignori se le apparizioni sono vere o false, non occorre ripetere che si tratta di cosa assai grave, in quanto rivelante l’assoluta mancanza di comunicazione e di coordinamento tra il Cielo e la Chiesa.
Nel caso che il Papa invece sappia come stanno le cose, abbiamo due possibilità:
a) egli sa che ad apparire è veramente Maria; e allora è grave che non lo comunichi alla sua Chiesa.
Si possono ipotizzare diverse motivazioni: o il Papa boicotta la Madonna; o giudica i messaggi insignificanti; o li giudica superflui, in quanto le stesse cose le dice lui, e lei si limita a ripeterle; oppure, se è lui che “copia” lei, si fa bello di cose non sue;
b) il Papa sa che a Medjugorje non appare la Vergine; e allora direi che il fatto di starsene zitto è, se possibile, ancora più grave: in tal modo si renderebbe letteralmente complice di Satana, vero artefice della messinscena.
3) In ogni caso, la Chiesa riconoscerà Medjugorje solo se e quando giudicherà che i danni derivanti alla sua immagine dal mancato riconoscimento superino i rischi (cioè i danni ipotizzabili) connessi al riconoscimento. Sarà un puro calcolo (congetturale) di profitti e perdite.
Di conseguenza, quanto abbiamo qui scritto sull’atteggiamento della Chiesa di fronte a Medjugorje conserva tutta la sua validità, quale che essa sia, anche se le apparizioni dovessero venir riconosciute domani stesso.
Nulla potrà far sì che quel che è stato non sia stato e non significhi quel che significa.
Anche se il papa di turno dovesse chiedere, per il ritardo nel riconoscimento, l’ennesimo perdono.
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