Una genealogia infamante? Amenità apologetiche
Abbiamo considerato in un altro articolo (“La mistificazione pura: le genealogie di Gesù”) la questione delle due diverse e inconciliabili genealogie del Cristo forniteci dai vangeli di Matteo e di Luca.
Qui consideriamo un particolare aspetto della prima genealogia, per mostrare con quanta ingegnosità l’apologetica si sforza di reperire ovunque arcani motivi di esaltazione del piano divino che avrebbe presieduto alla missione redentiva del Cristo.
Il problema
La genealogia di Gesù che Matteo ci presenta in apertura del suo vangelo – genealogia, come si è visto, praticamente priva di attendibilità - è tradizionalmente oggetto di una particolare considerazione da parte dell’apologetica per il fatto di contenere i nomi di ben quattro donne.
Ora, la cosa in sé è indubbiamente strana, dato che la discendenza si stabiliva per via patrilineare, ossia seguendo il filone maschile delle generazioni. Ma diventa ancora più strana se si considera che queste donne erano - si sostiene - donne di cattivi costumi, ossia emerite peccatrici. Su questo l’apologetica si basa per costruire una tesi edificante ma decisamente mistificatoria.
La presentiamo con le parole di Vittorio Messori:
“Lo scandalo diventa intollerabile per il pio israelita (e incomprensibile per lo studioso) se si va a vedere a chi corrispondono quei quattro nomi di donne tratti dalle antiche scritture di Israele. Sono Tamar, la nuora di Giuda, figlio di Giacobbe, che si prostituì a lui; Raab, una meretrice di Gerico che tradì la sua città; Rut, una pagana (già grosso titolo di colpa in Israele) che si offrì a Booz e lo costrinse a sposarla; la moglie di Uria, Betsabea, l’adultera che divenne amante di Davide che per lei uccise a tradimento il marito che lo aveva fedelmente servito. Infine, si parla di Maria, la madre di Gesù” (“Ipotesi su Gesù”, p. 190).
Il fatto che l’evangelista non abbia esitato a mettere in piazza queste vergogne presenti nella genealogia del Cristo starebbe a dimostrare, secondo l’autore, che egli non cercò affatto di edulcorare la spiacevole realtà che presentava, cosa che avrebbe invece fatto se avesse lavorato di fantasia.
Le ragioni del buon senso
Ora, già questa conclusione lascia perplessi, perché in questo segmento della genealogia, chiaramente delineato nella Scrittura, Matteo non avrebbe potuto inventare nulla. Ma quel che più conta è che la “tesi della vergogna” urta contro il più elementare buon senso.
a) Matteo vuole dimostrarci che Gesù è discendente di Davide, e sappiamo che lo fa perché evidentemente, nella sua prospettiva, questa era l’attesa che si aveva del Messia. Ora, se discendere da Davide era titolo sommamente onorifico, ossia credenziale prestigiosa per avvalorare le proprie pretese messianiche, che importanza poteva avere la condotta degli antenati più o meno remoti del figlio di Jesse?
Nessuna, ci pare: in ogni caso, tutta la pretesa vergogna era ormai “riassorbita”, cancellata, riscattata in Davide stesso. Semmai, avrebbe dovuto gravare, a suo tempo, sulla onorabilità del re cantore; ma se, nonostante tutto, egli era un personaggio prestigioso, carismatico al massimo grado, i suoi discendenti non potevano che ereditare un riflesso del suo carisma, non certo l’eventuale infamia dei suoi antenati…
In effetti, se le cose stessero come dicono tanti apologeti, Davide sarebbe dovuto andare sempre in giro col capo cosparso di cenere; tanto più che per lui quelle antenate erano di gran lunga più vicine, e quindi più dirette, che per Gesù.
In altri termini: se esse dovevano considerarsi figure moralmente tanto negative da infangare irrimediabilmente il nome dei propri discendenti, allora, dato che le loro gesta erano note a tutti (e addirittura scritte nei testi sacri!), il fatto stesso di discendere da Davide avrebbe dovuto automaticamente venir considerato infamante per chiunque.
La realtà biblica ci mostra invece esattamente il contrario: Davide, già si è detto, ha un carisma eccezionale. È senz’altro - accanto ad Abramo, Giacobbe, Mosè ed Elia - la più prestigiosa figura della storia di Israele; e al pari degli altri quattro è stato scelto personalmente da Dio.
In effetti, noi vediamo che egli è proprio “l’uomo di Dio” più protetto e “coccolato” da Dio stesso (non solo rispetto al reietto Saul, ma anche rispetto a Salomone, benché per l’età ormai avanzata non riceva la missione di costruire il tempio); in particolare, viene non solo perdonato ma addirittura premiato dopo l’adulterio con Betsabea e l’indiretto omicidio di Uria: successore designato e costruttore del tempio sarà proprio un figlio dell’adultera, non uno degli altri - numerosi - nati “regolarmente” da mogli e concubine ufficiali.
Quindi, se vi è motivo di vergogna, questa non può che investire direttamente quel Dio: il Dio dell’Antico Testamento, il dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il quale, peraltro, in quanto ho theós, è sia il Padre trinitario che la Trinità stessa, e quindi anche il cosiddetto “Dio di Gesù Cristo” (come prudentemente si esprimono quegli apologeti che vorrebbero in qualche modo prendere le distanze dagli atteggiamenti e dall’operato di Yahweh).
In ogni caso, va ribadito, le antenate “irregolari” di Davide non sono una scoperta di Matteo: si tratta di cose che tutti conoscevano, in quanto consegnate ai sacri testi; di fatti noti da vari secoli, non certo di uno scoop.
Semmai, l’ardire di scrivere queste storie vergognose l’avevano avuto - ben prima di Matteo - Mosè e gli autori dei libri di Giosuè e di Samuele.
b) Altra obiezione che nasce spontanea: chi ci dice che i non davididi fossero migliori? Ne abbiamo forse, per poter fare un confronto, le genealogie complete, debitamente corredate di notizie sul comportamento dei singoli antenati?
In ogni caso, per quanto riguarda i capostipiti delle tribù, era forse migliore di Giuda Ruben, reo d’incesto con la concubina del padre? O erano migliori Simeone e Levi, maledetti da Giacobbe stesso in punto di morte perché “strumenti di violenza” che “con ira hanno ucciso gli uomini”, tanto da meritare di venire “dispersi in Israele”? O magari i figli delle schiave, come Issacar e compagni, figure insignificanti, di cui il padre morente non sa indicare praticamente alcuna reale virtù?
E la tribù di Beniamino non era forse la tribù di Saul, il re “rifiutato” da Dio? E non era forse stata protagonista della macabra e grottesca vicenda della concubina del levita di Efraim, con tutti i suoi luttuosi postumi coinvolgenti l’intero Israele?
Poi: se le cose stavano così, allora, calcolando anche che la tribù di Giuda era tra le più numerose (e si badi che qui si risale, per i peccati delle donne, proprio fino al capostipite, Giuda stesso, per cui tutti i discendenti di Tamar vengono toccati dalla taccia peccaminosa), doveva esservi una gran quantità di gente in Israele che aveva quelle antenate di così cattiva fama; non si poteva quindi considerare il fatto come un marchio straordinariamente negativo.
E se, rimanendo nella tribù di Giuda, invece di Davide si fosse preso qualcun altro, sarebbe forse stata più pulita la genealogia? La storia biblica rigurgita di canaglie, spesso benedette nella loro azione da Dio, che magari per mezzo di loro attua i suoi piani di vendetta. Vi sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.
Del resto, dopo la morte di Saul, lo stesso Davide, che fino a quel momento aveva mostrato nel suo comportamento qualche tratto di grandezza, si comporta da canaglia di prim’ordine.
Per di più, sempre rimanendo nell’albero genealogico di Davide, chi ci dice che altri protagonisti maschili non fossero altrettanto o ancor più coperti di infamia di quanto non lo fossero quelle quattro poverette?
È chiaro infatti che l’operazione di Matteo, se veramente vuole ricordare delle peccatrici, rivela un atteggiamento misogino: i peccati che contano, macchiando la genealogia, sono solo quelli delle donne, legati in qualche modo all’impudicizia.
Son tutti peccati di natura sessuale: la “peccatrice” è tale sempre e solo per quelle colpe; simmetricamente, ciò significa che le virtù che contano nella donna sono solo la castità, la fedeltà, la riservatezza, la verecondia. In sintonia del resto con quanto dice Paolo: l’uomo è capo della donna, dunque questa stia zitta, non si azzardi a parlare in pubblico; “potrà però essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia” (1Tm 2, 15).
Siamo ancora fermi a Gn 3,16: per la donna, parti dolorosi e soggezione all’uomo.
c) Altra considerazione di elementare buon senso: se si va indietro di 1500 anni, chi può affermare di avere una genealogia ineccepibile?
Io non ho dubbi che nella mia ascendenza, risalendo fino a 15 secoli fa, figuri qualche prostituta, o comunque qualche donna di non specchiata moralità. È logico che, se risaliamo fino agli inizi della storia di un popolo, o addirittura della storia umana, qualche macchia la troviamo …
Senza contare poi che, a quanto pare, dopo Davide per mille anni di donne impudiche non ve n’erano più state, fatto in sé altamente positivo.
Ma la cosa più importante è chiedersi che senso può avere vergognarsi dei peccati di antenati vissuti dodici o addirittura quindici secoli prima.
In ogni caso, si tratta di fatti e circostanze che a noi appaiono del tutto irrilevanti ai fini della rivelazione del Regno e della predicazione della Verità e del Bene. Era grave avere un’antenata che 40 o 50 generazioni prima si era comportata male?
Circa l’effettiva gravità delle colpe delle nostre quattro malcapitate, gli apologeti non esitano a calcare la mano. A commento della presentazione del problema da noi riportata all’inizio, Messori scrive:
“L’incesto, la prostituzione mescolata al tradimento, l’adulterio sommato all’assassinio di un fedele servitore: è su questo carnaio che s’innalzerebbe Maria, colei che per lo stesso autore di questa genealogia assurda è la vergine da cui doveva nascere il Cristo”; e poco oltre parla di “nomi di donne che invalidano la discendenza e che per giunta portano su di sé un esplicito odore di sesso e di sangue (IG 190-92; corsivi nostri, come nelle citazioni seguenti).
E Charles Peguy, citato da Tornielli:
“Bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno forse avuto tanti antenati criminali, così carnalmente criminali” (sic; senonché noi ostinatamente ci chiediamo: ma Péguy era sicuro di non averne altrettanti nella propria genealogia, negli ultimi 15 secoli?).
Questa è la conclusione: “È in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità. Tutto il suo furore, tutto il suo carico di umanità.”
Dal canto suo, Tornielli per non essere da meno commenta, citando forse involontariamente da Messori:
“Sembra proprio che fin dalle sue origini ataviche il figlio dell’uomo, il Dio incarnato, abbia voluto mescolarsi con quel peccato umano che avrebbe redento. Incesto, prostituzione mescolata al tradimento, adulterio assommato all’assassinio”.
Eran poi tutte così sgualdrine?
A questo punto si affaccia imperiosamente una domanda: Ma eran proprio tanto scostumate queste donne?
Bene, apriamo la Scrittura e facciamo una verifica.
Per quanto riguarda Tamar, parlare di incesto è assurdo. La legge del levirato dava alla vedova senza figli il diritto/dovere di accoppiarsi con il cognato per dare al defunto una discendenza.
Ora, nel caso di Tamar, dato che il cognato era venuto meno al suo compito (tanto che Dio stesso l’aveva punito facendolo morire!) e il suocero le aveva poi colpevolmente negato il figlio più giovane, diveniva naturale introdurre una variante nel rito pretendendo la prestazione sessuale dal suocero stesso: il rapporto con lui non era più incestuoso di quanto lo fosse quello col cognato.
Lo stesso Giuda infatti, pur sentendosi gabbato, riconosce il buon diritto della nuora a comportarsi in quel modo, arrivando a dire: “Essa è più giusta di me” (letteralmente: “è lei che è giusta, non io”). E così mostra di pensarla Dio stesso, che benedice la donna rendendo fecondo il suo grembo in occasione dell’unico contatto tra i due.
Per concludere, va sottolineato che Tamar, pur essendosi acconciata da prostituta per sedurre il suocero, non risulta abbia avuto rapporti con alcun altro uomo. Non abbiamo quindi alcun diritto di considerarla una prostituta.
Quanto a Rut, altro che donna scostumata! Si tratta di una figura dolcissima, piena di fascino. A suo carico si vorrebbe porre il fatto che - consigliata del resto dalla nuora stessa a cui coraggiosamente ha voluto rimanere accanto accettando lo scomodo ruolo di straniera in Israele - si avvale di una norma del vigente diritto matrimoniale per indurre Booz a sposarla. Questa sarebbe la sua colpa, la sua “sfacciataggine”, la sua impudicizia.
Ma è uno stratagemma di cui lo stesso Booz (che in teoria dovrebbe esserne vittima) la loda, adottandolo - sono sue parole - “per assicurare il nome del defunto sulla sua eredità e perché il nome del defunto non scompaia tra i suoi fratelli e alla porta della sua città" (Rt 4, 10). Si tratta in sostanza, anche qui, di un’applicazione del principio del levirato, dato che Rut è rimasta vedova.
E quanto alla pretesa impudicizia, ecco come si esprime Booz:
“Ora non temere, figlia mia; io farò per te quanto dici, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna virtuosa” (3, 11).
Quando poi il matrimonio è deciso, il popolo esprime la sua più alta approvazione, accostando Rut nientemeno che a due delle più carismatiche figure femminili della storia della salvezza, destinate addirittura a divenire incarnazione emblematica della vita attiva e della contemplativa:
“Gli anziani aggiunsero: "Il Signore renda la donna che entra in casa tua come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa d'Israele. Procurati ricchezze in Efrata, fatti un nome in Betlemme!"”
Come si vede, non manca neppure la menzione della località che allude a Davide e quindi al Messia, destinato a nascere in quella terra.
E l’esternazione benaugurale degli anziani si conclude addirittura associando Tamar al novero di queste donne “che fondarono la casa d’Israele”:
“La tua casa sia come la casa di Perez, che Tamar partorì a Giuda, grazie alla posterità che il Signore ti darà da questa giovane!” (si noti l’ulteriore indiretto riconoscimento del ruolo positivo di Tamar).
A coronamento di simili sviluppi non può mancare l’approvazione solenne di Dio stesso, che provvede a rendere fecondo il grembo della donna:
“Così Booz prese Rut, che divenne sua moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: essa partorì un figlio” (4, 11-13).
Questo è quanto ci dice di Rut la Bibbia. Ci si chiede dunque perché mai se ne dovessero vergognare i suoi discendenti, addirittura oltre mille anni più tardi!
Con Raab siamo veramente di fronte a una prostituta, dichiarata ufficialmente tale. Quello che però impedisce a noi di provare per lei un moto di simpatia non è la sua professione, bensì il tradimento che essa compie nei confronti della sua gente: prevedendo la vittoria del popolo di Yahweh, non esita a precorrere i tempi offrendosi di spalancare le porte della città agli israeliti in cambio della salvezza per sé e per la sua famiglia.
Giusto quindi considerarla una macchia indiscutibile nella genealogia del Messia? Ahimè, neanche per Raab possiamo dare il segnale verde, perché la donna viene espressamente menzionata in due testi biblici, la “Lettera agli Ebrei” e la “Lettera di Giacomo”, come esempio insigne di fede e di salvazione conseguita mediante le opere:
“Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl'increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori” (Eb 11, 31);
“Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via?” (Gm 2, 25).
E l’esaltazione della sua figura prosegue nella tradizione fino a trovare un superbo coronamento nelle quattro terzine che le dedica Dante, presentandola come una della gemme più fulgide del cielo di Venere
“perch’ella favorò la prima gloria
di Iosuè in su la Terra Santa” (Pd IX, 124-25):
il tradimento le viene ascritto a merito perché contribuì a realizzare il disegno divino di far entrare Israele nella Terra Promessa.
Stando così le cose, alzi la mano chi se la sente di considerare questa “gemma” come un’antenata di cui arrossire. E si badi che i criteri in base a cui giudicarla li abbiamo tratti dal Nuovo Testamento e dalla tradizione della Chiesa, ossia dal medesimo contesto di concetti e di valori a cui appartiene la “genealogia” di Matteo.
Non si obietti che, quando scriveva, Matteo presumibilmente non conosceva né la Lettera agli Ebrei né quella di Giacomo; perché chi dal cielo ha ispirato e diretto la redazione della Scrittura doveva pur sapere che a suo tempo la genealogia di Matteo sarebbe stata interpretata alla luce degli altri testi scritturali.
Così del resto ci insegna a fare l’esegesi devota: “la Bibbia si spiega con la Bibbia”.
Resta Betsabea. La moglie di Uria l’Ittita è obiettivamente adultera, ma di fatto è una donna che è stata “sequestrata” e fatta propria dal re, contro la cui volontà non avrebbe comunque potuto far nulla. Inutile dire poi che non ha la minima responsabilità per la morte del marito.
Di quel che abbia pensato della straordinaria avventura in cui fu coinvolta non sappiamo nulla perché la Bibbia non ne fa parola. Se lo vogliamo, siamo perciò liberi di pensare che non sia stata in fondo troppo dispiaciuta della violenza subita, che la rese regina prima e gebirah – ossia potente regina madre – dopo la morte di Davide.
Ma obiettivamente non possiamo esprimere su di lei alcun giudizio di biasimo. E resta il fatto che Dio, scegliendo come erede di Davide - a cui affidare il prestigioso compito di costruire il tempio – proprio un figlio di Betsabea anziché un rampollo di una delle altre mogli e concubine di David, ha di fatto avallato il comportamento dell’ “adultera”.
Vogliamo sottolineare che in questa disamina noi abbiamo fatto ricorso alla Bibbia per tentare di ripercorrere il cammino che potrebbe fare un comune credente nel tentativo di trovare conferme alla “tesi della vergogna” che gli propone l’apologetica.
Anche se è possibile ipotizzare che all’epoca di Gesù nelle scuole rabbiniche corressero altri giudizi sulle donne della nostra genealogia, a noi pare infatti che quel che conta sia ciò che il CUB ha sotto gli occhi oggi, cioè quel che figura nella “parola di Dio” che egli tiene magari sul comodino del letto.
È lì che egli può e deve trovare le informazioni che fanno testo circa le supposte “scostumate”, non in eventuali soffiate degli esegeti devoti.
Comunque, se diamo anche solo un’occhiata alla letteratura critica, troviamo innumerevoli conferme a quanto abbiamo appena appurato sfogliando la Scrittura.
Ci limitiamo a ricordare R. E. Brown, il quale ci informa che per il comune sentimento religioso del tempo di Gesù le donne in questione erano figure positive;
Joseph Schmid, che citando Klostermann scrive: “Per il giudaismo, esse non erano più considerate come disonoranti. Inoltre il richiamo alla colpevolezza di più antenate di Gesù sarebbe stata ‘una dubbia apologia del concepimento verginale’ ”;
e infine Gnilka, il quale, dopo aver ricordato che “Rahab è […] considerata giusta e credente sia nel giudaismo sia nel N. T. (Iac 2, 25; Hebr. 11,31), perché riconobbe il Dio d’Israele”, così conclude: “Non è quindi il peccato che accomuna le donne, né l’evangelista intende sottolineare, mediante i nomi delle donne, il bisogno di salvezza del mondo in cui entra il Messia”.
Quale spiegazione?
A questo punto è comunque legittimo obiettare che l’inclusione delle quattro donne tra gli antenati di Gesù è un dato di fatto, e costituisce un’anomalia che necessita di una spiegazione.
Giusto. E proprio alla ricerca di questa spiegazione, cominciamo con l’osservare che non si comprende l’ironia che Messori riserva a Voltaire, accusandolo di non essersi accorto - nella foga di contestare l’attendibilità delle genealogie evangeliche - della presenza significativa dei quattro nomi femminili. Circostanza che, a suo dire, sarebbe stata invece notata da un intellettuale – nonché religioso domenicano – del Novecento, R. L. Bruckberger. Affermazione sorprendente, dato che in realtà la strana presenza delle donne era già oggetto di discussione ai tempi di san Gerolamo.
Ce lo dice R. E. Brown, il quale ricorda che la strana inclusione dei quattro nomi femminili nella genealogia di Matteo ha avuto nel corso dei secoli tre principali interpretazioni.
La tesi delle peccatrici incluse nell’elenco per sottolineare il ruolo redentivo del Cristo è appunto di san Gerolamo; alcuni vi hanno visto anche l’intento di Matteo di ribattere indirettamente ad insinuazioni giudaiche circa la purezza di Maria.
La tesi - sostenuta tra gli altri da Lutero - delle quattro donne menzionate perché straniere assegna invece ad esse un ruolo addirittura positivo, in quanto presenta il Messia come discendente anche da genti pagane, in conformità al suo ruolo di redentore universale.
Una terza interpretazione vede infine nella presunta irregolarità della situazione di Tamar e compagne l’intento di sottolineare la sovrana capacità di Dio di avvalersi delle lacune umane per realizzare i suoi piani, ossia – per usare un’espressione cara alla catechesi – di trarre un bene dal male (pp. 71-74).
È chiaro che, dato che la critica oggi tende ad escludere che al tempo di Gesù quelle donne fossero viste come delle disonorate tali da macchiare la genealogia, di queste interpretazioni rimane pienamente valida solo la seconda.
Volendo comunque accogliere, come pura ipotesi di lavoro, quella che abbiamo chiamato “la tesi della vergogna”, ci sentiamo ugualmente in dovere di respingere l’interpretazione dell’apologetica ispirata al cosiddetto “criterio dell’imbarazzo”, secondo il quale le affermazioni contropoducenti per la causa di chi le fa devono per ciò stesso essere ritenute vere, e indirettamente confermano la veridicità delle testimonianze in cui sono inserite.
Per Messori e compagni, la presenza nei vangeli di particolari imbarazzanti sarebbe la prova che la Chiesa volle scrupolosamente rispettare i testi originali, rinunciando ad adattarli alle esigenze della predicazione.
Noi invece cerchiamo di dimostrare altrove che una simile operazione di cosmesi non sarebbe stata materialmente possibile, anche qualora si fosse avuta la percezione esatta della sua opportunità nonché la perizia filologica necessaria per compierla (v. il cap. “Come mai non si sono rimaneggiati i testi?”, nella monografia “L’apologetica e i racconti pasquali”).
Ma soprattutto contestiamo l’idea che tante affermazioni in apparenza “autolesionistiche” dei testi evangelici siano effettivamente da interpretare in questo modo. Ci rifiutiamo di considerarle ammissioni fatte a denti stretti, anzi, ne denunciamo la natura di esibizioni orgogliose e provocatorie, fatte in nome di quella sapienza che secondo Paolo paradossalmente è “stoltezza” per il mondo (1Cor 1, 18.21.23.25; 3,19).
Si tratta in sostanza di una compiaciuta ostentazione di negatività a scopo di autoflagellazione.
Di conseguenza, viene a mancare a tali affermazioni il valore di prova della veridicità della testimonianza. Di questo parliamo nella citata monografia [“L’apologetica e i racconti pasquali](http://“L’apologetica e i racconti pasquali)” (capp. “Le donne come testimoni”, “Gli appelli al buon senso” e “Apologia del mistero, del paradosso, dello scandalo”). Ed è lo stesso criterio che abbiamo impiegato nel valutare il suicidio di Giuda e il triplice rinnegamento di Gesù da parte di Pietro, ne “I racconti della Passione”.
Se dunque Matteo dovesse realmente aver considerato peccatrici quelle donne (contrariamente a quanto si pensava al suo tempo), l’avrebbe fatto solo per mostrare il servo di Yahweh gravato delle colpe del suo popolo; e mai e poi mai la Chiesa avrebbe potuto pensare di “censurare” ciò che avvertiva come motivo di orgoglio.
Giusto come Paolo, che, arrivando a scrivere “Quanto a me […] non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14), osava provocatoriamente gloriarsi proprio dell’ignominia inflitta al Dio incarnato. Quell’ignominia il cui solo pensiero fa invece inorridire ad esempio il pio musulmano, che, non avendo la logica “inaudita” del cristianesimo, aborre l’improperium crucis, il manzoniano “disonor del Golgota”.
Quando l’apologetica vuole strafare
In “Ipotesi su Gesù”, a proposito delle genealogie di Matteo e Luca Messori accumula instancabilmente osservazioni del tipo di quella relativa allo “scandalo” delle quattro donne. Elenca cioè altri presunti motivi di “disdoro” per Gesù e la sua famiglia: particolari, ripete, che gli evangelisti avrebbero verosimilmente omesso o alterato se non avessero voluto riportare fedelmente quanto a loro risultava fosse accaduto.
Ora, va considerato che in quest’opera l’autore è impegnato soprattutto a demolire le tesi dei seguaci della scuola critica - per i quali gran parte di quanto si racconta di Gesù è frutto dell’invenzione della chiesa primitiva, che avrebbe progressivamente divinizzato un uomo – e di quelli della scuola mitica, per i quali alla figura di Gesù non corrisponderebbe alcuna realtà storica, trattandosi dell’incarnazione fittizia di un mito preesistente.
In tale contesto si può forse comprendere l’accanimento meticoloso con cui Messori cerca di individuare nei testi elementi di presunta “discontinuità” con gli interessi della comunità nascente, impegnata nelle diffusione del kérygma; ma l’errore di prospettiva - per cui si considerano scomodi, imbarazzanti, elementi che sono invece esibiti con compiacimento, in virtù della nuova inaudita logica cristiana – è a volte veramente clamoroso.
L’autore osserva tra l’altro che la genealogia di Gesù ce lo presenta appartenente “a un ramo decaduto” della discendenza di Davide, aggiungendo che “per gli ebrei, essere di stirpe nobile ma decaduta era ben più squalificante che un’onesta origine proletaria”. Mai quindi gli evangelisti, dice, avrebbero potuto inventare una circostanza così controproducente.
Noi osserviamo in primo luogo che non ricordiamo di aver mai letto tale informazione nei migliori commenti biblici. Pur ammettendo quindi che sia da considerarsi attendibile, dobbiamo constatare che pochissimi la ritengono rilevante ai fini del nostro discorso.
Ma soprattutto ci chiediamo: posto che, in adempimento delle profezie, il Messia dovesse discendere da Davide, che importanza poteva avere l’appartenza a un ramo decaduto? Le profezie non parlavano di una particolare nobiltà del personaggio atteso, ne preannunziavano unicamente la discendenza davidica. Questo soltanto era il requisito che andava verificato per accertare la legittimità delle pretese messianiche.
Non solo: benché Matteo si indirizzasse in primo luogo ai giudei, sembra improbabile che si disinteressasse completamente di tutti gli altri suoi lettori, i quali certo non erano tanto addentro alla mentalità giudaica da poter notare e apprezzare il significato di un simile dettaglio.
È mai pensabile che lo SS abbia escogitato metodi tanto raffinatamente criptici per fornire un elemento di conferma delle informazioni contenute nel testo sacro?
Ma c’è di più: la più famosa delle pofezie, quella del servo sofferente di Yahweh, esibiva proprio una figura esposta al pubblico dileggio:
“Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Is 53, 3).
Chi mai potrebbe pensare che un personaggio del genere potesse risultare e sentirsi in qualche modo “diminuito” dal fatto di discendere da un ramo decaduto della stirpe davidica? E che a tale particolare fossero sensibili coloro che lo sbeffeggiavano e lo percuotevano?
In ogni caso, va ribadito che la logica cristiana della “stultitia” ci costringe proprio a considerare ogni forma di kénosi, di reiezione, di “piccolezza” umana e sociale come elemento altamente qualificante anziché - secondo quanto vorrebbe l’apologetica - come caratteristica negativa da tenere il più possibile nascosta.
Per finire, vogliamo accennare a una tesi stravagante che leggiamo nel volume di Tornielli: “Tommaso Federici ha ricostruito un altro elemento più che scandaloso: un’origine legata addirittura alla figura di Caino”.
Ci viene infatti spiegato che ai Qeniti, qualificati come discendenti di Caino in Nm 24, 21, appartiene quel Caleb “il Qenizzita” (ovvero, appunto, “Qenita”) che fu antenato di Obed, Iesse e Davide. La conclusione è che “il clan di Caino, il primo assassino della storia dell’umanità citato dalla Bibbia, è confluito nella stirpe che darà origine a Gesù”.
Con le parole dello stesso Federici: “[I discendenti di Caino] sono i Qeniti o Cainiti. Si è visto sopra a quale abisso sia disceso l’Immortale Eterno per assumere la carne dei peccatori. Cristo Signore così riassume in sè ogni Caino d’ogni tempo, per salvarlo”.
Vien quasi voglia di battere le mani, di fronte a tanto acume. Ma ahimè, non possiamo esimerci dal ricordare che per rendere plausibile tale congettura occorre nientemeno che eliminare dalla Bibbia la storia del Diluvio universale.
Il Diluvio infatti, come diciamo anche ne “L’incredibile storia di Caino”, spazzò via, tra l’altro, tutti i discendenti del fratricida. Noé e i suoi tre figli con le rispettive consorti, unici sopravvissuti grazie all’arca, sono infatti tutti discendenti di Set, il fratello minore nato dopo la morte di Abele.
Neppure una goccia del sangue di Caino è perciò rimasta nelle stirpi umane vissute dopo il Diluvio, fino al tempo di Gesù e fino ai giorni nostri.
Accettare quel che la Bibbia ci dice circa i Qeniti, considerandoli discendenti di Caino, equivale quindi a respingere come totalmente infondato il racconto del Diluvio.
Viceversa, considerare attendibile quest’ultimo significa rifiutare ogni ipotesi di presenza di discendenti di Caino nel mondo postdiluviano.
Come già abbiamo ricordato, l’apologetica, timorosa di veder misconosciuto il sacro principio dell’analogia fidei, ci ammonisce continuamente che “la Bibbia va spiegata con la Bibbia”.
Per sua sfortuna, però, si dà anche il caso che le contraddizioni presenti nella Scrittura consentano spesso di usare la Bibbia per confutare l’apologetica; o, se si preferisce, di utilizzare certe bizzarre trovate apologetiche per scoprire nel testo sacro delle contraddizioni nascoste.
Nel nostro caso, la fantasiosa congettura dei discendenti di Caino offre l’occasione di mettere a nudo l’incompatibiità sussistente tra il dato di Nm 24,21 (che implica la sopravvivenza di tali discendenti) e il racconto del Diluvio.
Conclusione
Dovendo ora formulare un’ipotesi per spiegare l’accanimento di certa apologetica sul presunto carattere infamante dei quattro nomi femminili presenti nella genealogia riportata da Matteo, possiamo suggerire che si tratti di una strategia, più o meno consapevole, per controbattere l’accusa fin troppo facile di inutilità e inattendibilità delle due genealogie di Gesù.
Abbiamo visto in “La mistificazione pura: le genealogie di Gesù” che l’apologetica cerca in ogni modo di sottolineare l’importanza che tali elenchi di nomi rivestivano nella cultura del tempo e la loro valenza teologica: di qui la serietà dell’operazione degli evangelisti che li riportano.
Ora, con la tesi della “vergogna” legata ai nomi delle quattro donne si arricchisce il significato teologico delle genealogie: non più solo discendenza davidica di Gesù, ma anche enfatizzazione della miseria morale da cui alla fine emerge il Salvatore destinato a redimerla.
Senonché la pretestuosità e l’infondatezza della tesi ci sembra suggerire che l’insistenza su di essa serva all’apologetica più che altro come diversivo per distogliere l’attenzione dalla spinosa questione dell’attendibilità.
Ci pare lo confermi il già ricordato attacco a Voltaire, reo agli occhi di Messori di aver ironizzato sulla inattendibilità delle genealogie di Matteo e di Luca senza notare il presunto sconvolgente messaggio recato dall’inserimento nella prima genealogia delle quattro famigerate donne.
Ma occorre ribadire che, in mancanza dell’attendibilità, tutto il resto non è che flatus vocis.
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