Il triplice rinnegamento
Uno dei momenti più intensi dei racconti della Passione è il cosiddetto “rinnegamento di Pietro”, ossia il rinnegamento di Gesù da parte del principe degli apostoli, la “roccia” su cui il Redentore aveva stabilito di fondare la sua Chiesa.
Sulla storicità dell’episodio la critica razionalistica ha espresso molti dubbi, che l’apologetica ovviamente si sforza di fugare. Messori riesce a rinvenire, come al solito, molti indizi di storicità riguardanti la cornice in cui si inserisce la vicenda dell’apostolo, ma non prende minimamente in considerazione la logica interna degli eventi.
L’argomento fondamentale su cui punta l’apologetica si basa sul “criterio dell’imbarazzo”: per quale ragione, scrive Messori, “per quale gusto della comunità primitiva tutto questo ci sarebbe stato narrato se non perché si era verificato davvero; ed era, dunque, assai meglio – anche se doloroso – il parlarne, piuttosto che aspettare che lo facessero gli avversari?”.
Vediamo fino a che punto siano fondate tali argomentazioni. Per farlo dovremo prima esaminare l’episodio sotto vari aspetti, facendo qualche scoperta interessante: verranno in luce alcuni elementi che generalmente sfuggono all’esegesi, e non solo a quella devota.
La predizione di Gesù
Quando, nell’imminenza dell’arresto, Gesù preannuncia il prossimo sbandarsi delle pecore rimaste prive del pastore (nonché, occorre pur dirlo, la propria successiva risurrezione), Pietro insorge esclamando: “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Al che Gesù: “In verità ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Ma Pietro insiste: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. E l’evangelista aggiunge che “similmente dissero anche tutti gli altri discepoli”.
Abbiamo citato da Matteo (26, 33-35); la versione di Marco differisce solo in un particolare: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte” (14, 30).
Sensibilmente diversa invece la versione di Luca (22, 31-34), che inizia con il preannuncio del ritorno di Simon Pietro al suo ruolo di guida dopo la defezione: “Simone, Simone, ecco, Satana vi ha reclamato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede. E tu, una volta ritornato, corrobora i tuoi fratelli”. Replica Pietro: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte”. Al che Gesù ribatte come sappiamo: “Ti dico, Pietro, non canterà oggi il gallo prima che tu abbia negato tre volte di conoscermi”.
Quanto al quarto vangelo, anche in esso figura, in forma un poco diversa, il botta e risposta tra Pietro e Gesù: "Pietro disse: ‘Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! Rispose Gesù: ‘Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte’" (Gv 13, 37-38).
Rispetto ai Sinottici, manca, in questo passo, il preannunzio della diserzione di tutti i discepoli senza eccezione alcuna. Ciò è comprensibile se si pensa che il quarto evangelista afferma in seguito la presenza del discepolo prediletto ai piedi della croce. Con dubbia coerenza, però, il concetto della diserzione generalizzata viene espresso tre capitoli più avanti: “Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo” (Gv 16, 32; si veda quanto si dice in proposito nel capitolo “L’asserita presenza di Maria sul Calvario”).*
{*Anche se non è pertinente al discorso che qui si sta facendo, va sottolineata una discordanza clamorosa tra gli evangelisti, tipica testimonianza di “non vissuto”, per usare la terminologia di Messori: in Luca e in Giovanni il rinnegamento viene predetto da Gesù nel cenacolo, in Matteo e in Marco durante il trasferimento dal cenacolo al Getsemani.}
Dopo l’arresto di Gesù, già si è visto, le cose vanno in effetti come egli aveva preannunziato: tutti i discepoli si sbandano e fuggono.
Secondo i Sinottici, però, Pietro segue da lontano il maestro fin dentro il palazzo del sommo sacerdote, dove compie il triplice rinnegamento, per poi fuggire a sua volta.
Nel quarto vangelo Pietro appare accompagnato da un “altro discepolo”, presumibilmente Giovanni, il quale gli ottiene addirittura il permesso di entrata nel palazzo. Sempre secondo il quarto vangelo, poi, Giovanni sarà presente, unico fra i discepoli, anche sul Calvario.
Come si vede, qui la contrapposizione tra i Sinottici e il quarto evangelista è netta e qualificante (ovvero, s’intende, squalificante per l’attendibilità dei resoconti evangelici).
La dinamica del rinnegamento
Il triplice rinnegamento di Cristo da parte di Pietro avviene, come si è detto, all’interno del palazzo di Caifa (in un’ala del quale è possibile risiedesse anche Anna), probabilmente in un cortile.
La dinamica della vicenda è, nelle sue linee essenziali, uguale nei quattro testi: per tre volte Pietro viene accusato da qualcuno dei presenti di essere discepolo del Nazareno, e ogni volta nega recisamente. Dopo la terza negazione si ode il canto di un gallo, e alla mente di Pietro tornano immediatamente le parole di Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”.
Prendiamo ora in esame le differenze rilevabili nei vari racconti, iniziando da quelle meno importanti.
Divergenze di minor rilievo
a) Gli accusatori:
a provocare l’apostolo sono, in Matteo, prima due diverse serve, poi “i presenti”;
in Marco i primi due interventi sono attribuiti a una medesima serva del sommo sacerdote;
in Luca abbiamo prima una serva, poi due uomini, indicati genericamente come “un secondo” e “un altro”;
in Giovanni invece troviamo prima la serva portinaia, poi imprecisati presenti e infine “uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva troncato l’orecchio”. Su questo punto dovremo tornare.
b) Le accuse:
l’apostolo viene accusato di far parte del gruppo del nazareno appena catturato; a comprova dell’accusa si adduce il fatto che anch’egli è galileo, come rivela chiaramente la sua parlata.
Nel quarto vangelo si precisa che Pietro è specificamente accusato di essere discepolo di Gesù; e il parente del servo a cui era stato mozzato l’orecchio afferma di averlo visto nel Getsemani.
c) Le reazioni di Pietro (dodici in tutto, tre in ciascuna versione):
si possono raggruppare in quattro tipi: 1) “Non (lo) sono” (non sono cioè un discepolo, un componente del gruppo di Gesù); 2) “Non conosco quest’uomo”; 3) “Non so quello che dici”; 4) semplice sommario: “di nuovo egli negò”.
Le diverse formulazioni sono distribuite in modo del tutto libero; ad esempio, il tipo 3 si trova nella prima negazione in Matteo e nella terza in Luca.
Nella versione di Marco, e in minor misura in quella di Matteo, si nota un marcato crescendo nella violenza delle negazioni: Pietro alla fine giunge a “imprecare e giurare”.
d) Una differenza degna di nota (ma che non figura in tutti i codici) è costituita dal fatto che nella versione di Marco il gallo, conformemente a quanto preannunziato da Gesù nel secondo vangelo, canta una prima volta dopo il primo rinnegamento, e una seconda volta dopo il terzo.
Qui vi è lavoro per i filologi, poiché è incerto se la variante sia stata introdotta per adattare il passo alla predizione di Gesù o, viceversa, sia stata quest’ultima a venir ritoccata perché si accordasse con la conclusione dell’episodio.
In Marco e in Matteo vi è poi un particolare alquanto strano: dopo la prima negazione, Pietro esce dal cortile, anticipando quello che farà al termine della pericope (la quale naturalmente prosegue presupponendo invece l’apostolo sempre all’interno del cortile stesso). Nel testo di Marco l’uscita precede immediatamente il primo canto del gallo (nei manoscritti che lo menzionano, s’intende).
Ciò ha fatto pensare che il testo attuale scaturisca dalla fusione di due o più racconti.
Nonostante ciò, si può dire che le divergenze relative all’indicazione degli accusatori e al tenore dei dialoghi intercorsi tra i protagonisti non sono tali da fare escludere in modo assoluto che possano derivare dal normale processo di trasmissione orale di contenuti narrativi.
Non si può invece dire la stessa cosa per un paio di discordanze di altro genere.
Divergenze di maggior rilievo
a) Come già si è accennato, gli evangelisti non sono concordi nell’informarci circa le modalità di accesso al palazzo da parte dell’apostolo:
per Marco (portavoce del testimone oculare Pietro), così come per Matteo - che lo segue - e per Luca, Pietro è solo, non si fa alcun cenno di altri apostoli. Per il quarto vangelo, invece, insieme a Pietro vi è “un altro discepolo”, che l’esegesi ha sempre pressoché unanimemente identificato con l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo;
per i Sinottici non risulta che vi sia alcuna difficoltà ad entrare; per Giovanni invece Pietro può entrare solo grazie all’intervento dell’ “altro discepolo”, del quale si dice che era noto al sommo sacerdote.
Le due contraddizioni dunque sono sinergicamente aggravate dal fatto che Giovanni dice non solo che c’era anche lui, ma che Pietro poté entrare proprio e solo grazie alla sua “mediazione”.
È impossibile non vedere in questo o l’ennesima vanteria dell’apostolo, che nelle sue integrazioni ai Sinottici si ritaglia sempre ruoli di prestigio, o, viceversa, una vera e propria censura di Giovanni e del suo ruolo da parte della tradizione sinottica, e “petrina” in particolare.
b) Nei Sinottici, al termine dell’episodio, dopo il canto del gallo, Pietro esce piangendo a “dirotto” (in Marco), “amaramente” (in Matteo e in Luca).
Nel quarto vangelo, al contrario, di tale conclusione non vi è traccia.
Il presunto “pentimento” di Pietro
Occorre ora fermarsi a vedere da vicino questa reazione dell’apostolo al termine del triplice rinnegamento. Si tratta, nel testo greco, di quattro sole parole (addirittura due in Marco!) su cui la catechesi ha costruito una montagna di considerazioni edificanti.
Il pianto “dirotto” (ovvero “amaro”) di Pietro al canto del gallo ha tanto commosso, nel corso dei secoli, i pii commentatori, da far sì che esso sia stato inteso ed enfatizzato come pentimento; quel pentimento che, si sostiene, avrebbe meritato all’apostolo il promesso perdono di Gesù e la conseguente reintegrazione nel ruolo di guida della chiesa nascente.
Mentre configura la riabilitazione del principe degli apostoli dopo la momentanea defaillance, questa lettura dell’episodio esalta anche la misericordia divina, pronta sempre a soccorrere all’umana debolezza quando veda un pentimento sincero.
Il ragionamento ha, almeno apparentemente, una certa logica; e potrebbe essere stata proprio una considerazione di questo genere a suggerire a Giovanni, che non perde occasione per far fare brutte figure a Pietro, di tacere del pianto del collega.
Ma riflettiamo un momento: pentirsi significa sì provare dolore per quel che si è fatto, desiderare ardentemente che quel che è accaduto non sia mai accaduto; ma implica anche il fermo proposito di comportarsi in futuro in modo diverso, di non persistere nel peccato, nonché di riparare nei limiti del possibile alle sue conseguenze.
Il ladro può dirsi pentito solo se è deciso a non rubare più e pronto a restituire immediatamente il maltolto: “Va’, e non peccare più” è la formula con cui Gesù impartisce il perdono che accompagna i suoi interventi taumaturgici e assolutòri.
Che cosa fa invece Pietro? Anziché non peccare più, pecca come prima e peggio di prima.
Sembra che nessuno consideri che il suo “amaro pianto”, degno di Lucia di Lammermoor, questo pianto che si vorrebbe essere quasi una sorta di atto di contrizione perfetta, è accompagnato (anzi, secondo la lettera del testo, addirittura preceduto) dall’uscita di Pietro dal palazzo del sommo sacerdote.
Dunque: Pietro si pente di non aver osato, per viltà, dichiararsi discepolo di Gesù, che è sotto processo; ma per non correre rischi decide immediatamente di cambiare aria: se non altro, possiamo aggiungere - maliziosamente ma non troppo -, per non rischiare di doversi pentire un’altra volta.
Va ad imboscarsi con gli altri apostoli, abbandonando definitivamente Gesù al suo destino. Non lo rivedrà più se non dopo la Risurrezione.
Una sfumatura ancora più tragica e grottesca ad un tempo l’abbiamo nel racconto di Luca, dove il pianto di Pietro al cantar del gallo è propiziato addirittura da un’occhiata eloquentissima di Gesù: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro”.
Quest’occhiata lucana è oltremodo improbabile storicamente, date le modalità di svolgimento della vicenda. Ma a noi interessa la conclusione, che è quella che conosciamo: Pietro se ne va fuori a piangere e a rintanarsi, “arricchito” però del ricordo dello sguardo di Gesù.
Alla faccia del pentimento riparatore! Colui che, bene o male, pur tra ipocrisie e rinnegamenti, era comunque rimasto almeno fisicamente vicino all’amato Maestro, una volta pentitosi della sua viltà, che fa? Lo pianta in asso definitivamente scappando il più lontano possibile. Morale: il preteso “pentimento” è una burletta.
Giova ripetere: mentre Pietro aveva inizialmente difeso Gesù con la spada per poi rinnegarlo a parole, rimanendo comunque sul posto nonostante la brutta aria che tirava per lui, adesso lo rinnega proprio coi fatti, standosene alla larga dal palazzo di Pilato e soprattutto dal Calvario; guardandosi bene perfino dall’unirsi alle donne che la domenica mattina vanno al sepolcro (e che pure avrebbero bisogno di qualcuno che le aiuti a rimuovere la pietra).
Lungi dal “non peccare più”, Pietro se ne va ben deciso a peccare più di prima : correre a imboscarsi mentre Gesù viene condotto al processo e poi al supplizio è peccato più grave e “concreto” della negazione puramente verbale del rapporto di discepolato. In sostanza, è proprio dopo il supposto pentimento che l’abbandono di Gesù da parte di Pietro diviene totale e definitivo.
Per un “pentito”, si tratta di un comportamento a dir poco squalificante. Pietro si comporta come un ladro che, una volta ravvedutosi del furto di pochi contanti trovati nella lussuosa villa di cui ha forzato l’ingresso, torna col camion per ripulirla accuratamente di mobili, quadri e tappeti.
L’inverosimiglianza di fondo comune a tutti i racconti
In tutt’e quattro le versioni del Rinnegamento è presente un’inverosimiglianza di fondo che conferisce alla vicenda un carattere in qualche misura fiabesco, di racconto sitlizzato costruito per veicolare un preciso messaggio.
Benché stranamente nessuno lo faccia rilevare, sono assurde almeno due circostanze:
1) nessuno chiede a Pietro, individuato come un “corpo estraneo” tra i presenti (tutti guardie e servi del palazzo), che cosa ci stia a fare lì, a quale titolo e a quale scopo rimanga, visto che dichiara di non avere legami con l’imputato; in particolare, a parte il caso del quarto vangelo su cui torneremo tra poco, nessuno chiede all’apostolo come abbia fatto ad entrare, dato che vi era un controllo all’ingresso per impedire l’entrata di individui pericolosi;
2) benché le repliche di Pietro alle accuse gravide di minaccia non possano certo venir considerate esaurienti e persuasive, nessuno muove un dito non diciamo per aggredirlo, ma almeno per cacciarlo via.
(La terza accusa, nella formulazione di Matteo, menziona la parlata chiaramente galilaica di Pietro; sicché, alla negazione da parte dell’apostolo - cui non segue un passaggio a vie di fatto -, si ha l’impressione di assistere a una disputa accademica, a una discussione … fra dialettologi. Il pensiero corre all’episodio di Gd 12, 5-6, in cui una simile questione di pronuncia difettosa aveva però avuto consegenze ben più spiacevoli.)
In sostanza: tutta l’impostazione psicologica dell’episodio, nonché il suo significato teologico, poggiano sul fatto che le accuse rinnovantisi con ritmo incalzante incutono timore a Pietro, e che le sue repliche testimoniano appunto questo timore; senonché gli eventi smentiscono in modo clamoroso tale impostazione, dimostrando che l’apostolo non ha assolutamente nulla da temere: nessuno accenna minimamente a torcergli un capello.
Di qui la fondamentale schizofrenia della pericope: i fatti smentiscono continuamente le parole. A un’accusa “terrificante” segue una negazione “atterrita”; ma non succede niente. Nuova accusa terrificante e nuova negazione atterrita; ma ancora non succede niente. Idem per la terza volta, e per la terza volta non succede niente.
E questo, come si è detto, non in virtù di repliche “soddisfacenti” da parte di Pietro: il fatto che le singole accuse non siano in realtà che variazioni di una medesima accusa continuamente riproposta ci fa ritenere che le sue smentite non vengano neppure prese in considerazione.
Di tutto questo dovremo tener conto in sede di valutazione della storicità dell’episodio.
Inverosimiglianze proprie del racconto di Giovanni
Nel racconto del quarto vangelo troviamo un importante elemento di novità: accanto a Pietro, come già si è accennato, è presente “un altro discepolo”.
Per i più, e in ogni caso per l’esegesi ufficiale, si tratta dell’evangelista stesso, identificato con l’apostolo figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo; la bimillenaria catechesi ha sempre considerato indiscutibile tale identificazione.
L’ “altro discepolo” viene presentato come conosciuto presso la casa del sommo sacerdote, tanto da poter entrare nel palazzo ottenendo l’accesso anche per il compagno.
Questi elementi, inserendosi nella situazione di inverosimiglianza che abbiamo appena illustrato e che è comune a tutti i testi, danno luogo a un racconto che è un vero e proprio capolavoro di nonsense.
Seguiamolo passo per passo.
a) In primo luogo: come faceva l’apostolo ad essere noto al sommo sacerdote?
Il modo in cui Messori liquida il problema (conosceva qualcuno della casa, dice; la ragazzina che stava alla porta sarà stata sua compaesana) appare troppo sbrigativo. Infatti:
1) se la giovanissima portinaia era compaesana di Giovanni, è probabile che conoscesse anche Pietro, che pare proprio fosse compaesano (e in un piccolo villaggio) dei figli di Zebedeo; addirittura, Pietro, più anziano, doveva a maggior ragione essere conosciuto;
2) se la ragazza aveva un ruolo così importante (cosa peraltro improbabile, come si dirà più avanti), doveva essersi stabilita a Gerusalemme da un certo tempo; e dato che era tanto giovane, in Galilea Giovanni dovrebbe averla conosciuta proprio bambina. Come faceva a riconoscerla ora?
Dobbiamo pensare che venisse soltanto riconosciuto da lei, senza riconoscerla a sua volta? O aveva mantenuto continui contatti nelle sue visite a Gerusalemme al seguito di Gesù? (in ogni caso solo negli ultimi due anni; prima sarà venuto spesso a Gerusalemme?). Tutte circostanze assai poco probabili.
Ricciotti dice che l’agiata famiglia di Giovanni avrà avuto rapporti commerciali col sommo sacerdote: forse gli avrà fornito il pesce fresco, o magari le barche da pesca. Sembrano tutte ipotesi fantastiche, anche se naturalmente non si può escludere in modo assoluto che una conoscenza vi fosse.
È comunque da notare che secondo Messori la portinaia sa che Giovanni è galileo. Questo avrà importanza per i punti successivi.
L’apparente stranezza di una conoscenza diretta tra due personaggi di livello sociale assai diverso quali sono l’apostolo e il sommo sacerdote viene spiegata da Messori col fatto che nel linguaggio semitico “si indica la persona intendendo al contempo anche i suoi (non solo parenti, ma anche schiavi e servi); soprattutto, poi, quando si parla di una persona influente e nota” (173).
Il comune lettore della Bibbia non può non osservare che siamo di fronte all’ennesima particolarità del linguaggio semitico. Si sarebbe tentati di definirla “singolare di categoria”, in quanto speculare al “plurale di categoria”: si usa l’uno per indicare i molti anziché i molti per indicare l’uno. In virtù di tale particolarità, dobbiamo supporre, chiunque poteva dire “ho pranzato col governatore” anche se aveva solo pranzato col fratello di uno sguattero del governatore.
Naturalmente queste “singolarità” della lingua dei vangeli dovute al background aramaico vengono a galla sempre e soltanto quando c’è qualche incaglio per l’esegesi devota.
b) È molto improbabile che una ragazzina avesse un incarico tanto importante, e che in una notte come quella fosse affidata proprio a lei la funzione di filtro di chi entrava.
Brown fa notare che Giuseppe Flavio trova normale la presenza di una portinaia nella casa di Ishboset, figlio di Saul, e che in At 12, 13 c’è una giovane serva “addetta alla porta di una casa privata di notte”.
Il fatto è però che qui non si tratta di una casa privata; e non si tratta di una notte qualsiasi, bensì della notte in cui si è operato l’arresto di un capopopolo ritenuto tanto pericoloso da richiedere (proprio secondo Giovanni) l’impiego di una coorte.
Come minimo, all’ingresso avrebbe dovuto esserci una guardia, se non addirittura un gruppetto di armati. Invece stavano tutti in cortile a scaldarsi!
Ancora più strano (e grave) è che la ragazza lasci passare proprio un discepolo dell’imputato “pericoloso” solo perché lo conosce; e vieppiù strano e grave che poi ne lasci entrare addirittura un secondo che non conosce neppure!
In effetti, proprio Pietro aveva una spada (nessuno ha detto che l’avesse gettata), o quanto meno un coltello per scuoiare l’agnello pasquale, arma con cui aveva troncato l’orecchio al servo del sommo sacerdote. Era dunque un potenziale attentatore.
D’altra parte, che la portinaia sappia che Giovanni, e quindi anche il suo amico, sono galilei e seguaci di Gesù sembra evidente. Lo stesso Messori, come già abbiamo detto, lo dà per scontato, anche in base alla domanda che la ragazza rivolge a Pietro: “Forse, anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?” (Per Ricciotti invece, incredibilmente, la portinaia “permise ad ambedue i discepoli dell’imputato, ignoti come tali [sic!] d’entrare in quella casa”; 652).
In ogni caso, dato che i galilei, e in particolare i discepoli di Gesù, in questo momento sono senz’altro gli elementi più pericolosi, è incredibile che i due apostoli vengano lasciati entrare, irresponsabilmente, proprio da chi li conosce come tali.
c) Dopo aver ottenuto l’ingresso per Pietro, Giovanni misteriosamente scompare. Così facendo, tra l’altro, lascia il compagno in quella situazione difficile che lo indurrà a rinnegare il Maestro.
Dov’è sparito Giovanni? È salito ad assistere all’interrogatorio di Gesù? Ma per questo occorreva certo molto di più che la conoscenza della ragazzina portinaia. Il fatto poi di essere galileo – e la parlata doveva denunciarlo anche per lui, come per Pietro – costituiva senz’altro un handicap gravissimo, per superare il quale occorrevano conoscenze e raccomandazioni di livello assai alto.
Comunque, stando così le cose, v’è da chiedersi perché mai Giovanni abbia fatto entrare il compagno. Nasce il sospetto che tutto sia opera di una regìa che voleva mettere in scena il triplice rinnegamento di Pietro.
d) Se la portinaia, sapendo che Giovanni è galileo e al seguito di Gesù, ha lasciato passare Pietro in quanto suo amico, sembra veramente strano che poi gli domandi “Non sei forse anche tu dei discepoli di quest’uomo?”
Si badi: è strano che glielo domandi se lo fa per avere un’informazione che in realtà già possiede, in quanto è proprio in base ad essa che lo ha fatto entrare; ma è ancora più strano, al limite dell’incredibile, che glielo chieda – e questo sembra proprio essere il caso – con tono ostile, di accusa e minaccia; e Pietro ha indubbiamente mostrato di prendere la domanda proprio in questo senso.
Ma come? L’ha fatto entrare in quanto amico di un suo amico, e adesso lo “incastra” così? Comportamento assurdo.
Tanto assurdo che vi è stato chi, come il Lagrange, ha pensato bene di far rivolgere la domanda a Pietro prima della concessione del lasciapassare: “Se quella notte furono prese precauzioni contro persone sospette, egli, che era entrato prima senza difficoltà, poté intendersela con la portinaia e indurla a lasciar entrare anche Pietro. Ciò avvenne però non senza che essa – e perché no? – lo interpellasse: "Saresti anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?" E se s’indusse a lasciarlo passare dovette essersi accertata [sic!] che non appartenesse a quella fazione. Pietro difatti rispose: "Io non vi appartengo"” (p. 532)
Par di sognare. In primo luogo, sembra logico che la ragazza, anziché fidarsi di uno sconosciuto presumibilmente interessato a mentire, chieda l’informazione a Giovanni stesso, che conosce e in cui mostra di avere fiducia; ma noi sappiamo addirittura che Pietro è stato ammesso proprio perché compagno di Giovanni, quindi verosimilmente galileo come lui e come lui seguace del Nazareno.
Il machiavello che consentirebbe l’ingresso a Pietro perché egli nega di essere seguace di Cristo fa poi un’incredibile violenza al testo, nel quale l’ “introdusse Pietro” (v. 16) precede la domanda della portinaia (v. 17).
In ogni caso, come già si è detto, doveva apprire evidente anche al più sprovveduto portinaio che quei due che cercavano di intrufolarsi al seguito del capopopolo che era appena stato fatto entrare in catene dovevano essere suoi seguaci, tanto più che erano galilei come lui.
Ma le amenità non sono finite, perché il Lagrange, evidentemente per conservare la terna di negazioni da parte di Pietro entrato nel palazzo, fa candidamente apostrofare di nuovo l’apostolo dalla ragazza nel cortile; unico residuo pudore quello di impiegare questa volta la forma asseverativa, nella formulazione di Marco: “Anche tu eri con Gesù Nazareno” (il che in ogni caso dimostra che Pietro, contrariamente a quanto affermato sopra da Lagrange, non è stato per nulla creduto, sicché l’autore dovrebbe chiedersi perché mai allora sia stato fatto entrare).
Miserie dell’esegesi devota (nonché mirabili risorse del vangelo quadriforme)!
e) Se il comportamento di Giovanni e quello della ragazza sono assurdi, quello di Pietro, nella versione giovannea recepita in toto da Messori, è addirittura demenziale.
È appena stato fatto entrare dalla serva portinaia in quanto compagno di quel Giovanni che lei conosce come galileo e seguace di Gesù (così lascia intendere il testo, e così comunque, ripetiamo, pensa Messori stesso); e ora, di fronte alla domanda - certo strana - che lei gli rivolge, nega tutto!
Eppure non abbiamo ancora raggiunto l’acme del nonsense. Vi è nel testo un’inverosimiglianza se possibile ancor più grande, ossia il fatto che la serva non reagisca dando a Pietro del bugiardo o del pazzo.
No: tutto rimane tranquillo, così che possano ordinatamente susseguirsi le tre negazioni, adeguatamente distribuite nel tempo, sino al fatidico canto del gallo.
Tratti tipici del racconto del quarto vangelo
La versione di Giovanni presenta le caratteristiche di tutti gli interventi del quarto evangelista: da un lato aggiunge particolari volti ad esaltare il ruolo dell’ “altro discepolo”, che risulta sempre essere il “primo della classe”; dall’altro descrive una situazione intrinsecamente inverosimile, e per di più in seria contraddizione con i dati forniti dagli altri vangeli.
È precisamente la medesima situazione che si verifica, nei racconti della Risurrezione, con l’episodio che vede protagonista il discepolo prediletto che per primo, a suo dire, “vide e credette”: quell’episodio, e più ancora quello che immediatamente lo segue (la Maddalena al sepolcro), da un lato si contrappongono alla versione dei sinottici (e di Matteo in particolare), dall’altro configurano una storia di nonsense in tutto e per tutto degna di quella che abbiamo evidenziato nella versione giovannea del Rinnegamento.
Anche per quanto riguarda i rapporti tra i due apostoli “rivali”, Pietro e Giovanni, la situazione conferma quanto emerge da altri passi famosi del quarto vangelo (si veda il paragrafo “Il quarto evangelista come testimone estremamente sospetto” nel capitolo “L’asserita presenza di Maria sul Calvario”).
Giovanni, pur scrivendo quando la vicenda era ampiamente nota, e non avendo quindi nessunissimo motivo di tornarci sopra, non vuole (secondo la sua logica, che non è quella dei sinottici e della comunità primitiva) rinunciare a sottolineare le manchevolezze del comportamento di Pietro, esaltando al tempo stesso il proprio ruolo, che mette il compagno in una sorta di dipendenza nei suoi confronti. Tutto questo è tipicamente “giovanneo”.
Una storicità assai dubbia
Possiamo ora cercare di rispondere, sviluppando le considerazioni fatte, alle argomentazioni dell’apologetica volte a provare la “storicità” del Rinnegamento.
1) Non è vero che il triplice rinnegamento verbale da parte di Pietro rappresenti la massima infamia che si potesse attribuire agli annunciatori del Vangelo.
In effetti, qual è oggettivamente la colpa di Pietro, rispetto a quella degli altri apostoli? Certo, dopo le sue vanterie ci si poteva aspettare qualcosa di più, quanto a dedizione al Maestro; certo, il pentimento sbandierato alla fine non è, in realtà, se non l’inizio di una diserzione più ignominiosa. Ma, in fin dei conti, che cosa avevano fatto gli altri discepoli?
Di fronte alla loro fuga subitanea, di fronte al loro KO al primo impatto con la realtà della persecuzione (fatti che dovevano essere universalmente noti, assai più dei dialoghi intercorsi in quella notte tra l’apostolo e i suoi “provocatori”), Pietro restava in fondo l’unico (a parte ovviamente Giovanni nel vangelo di Giovanni) che non si era arreso immediatamente.
Come poteva dunque, agli occhi dei nemici della chiesa primitiva, risultare tanto ingominioso, tanto squalificante per la nuova fede proprio il momento di debolezza di colui che, nella defezione collettiva, qualcosa, bene o male, aveva fatto a favore del suo maestro?
2) È assurdo sostenere che l’episodio non poteva in alcun modo venire taciuto perché, essendo esso avvenuto pubblicamente, sussisteva sempre la possibilità che qualcuno dei testimoni, appartenenti all’ambiente del sommo sacerdote - acerrimo nemico dei cristiani -, si levasse a denunciare quel che era stato passato sotto silenzio o a rettificare quel che era stato edulcorato.
Inanzitutto va detto che, anche ammesso che si dovesse ad ogni costo rivelare quanto era accaduto quella notte nel cortile del palazzo di Caifa, non vi era alcuna necessità di riferirlo, per così dire, stenograficamente: poteva bastare un “sommario”, che informasse in modo sintetico circa il rinnegamento e il compiersi della predizione di Gesù (si pensi ad esempio al modo in cui Marco, a differenza di Matteo e di Luca, ci informa sulle tentazioni di Gesù nel deserto).
Non vi era insomma nessuna necessità di farci la radiocronaca diretta dell’evento, riportando accuratamente battute di dialoghi che non potevano certo essere universalmente note, mentre era senza dubbio nota la diserzione in massa dei discepoli.
Se l’ammissione era veramente imbarazzante, vi erano mille modi di riferire senza tanto spettacolare risalto quanto non si poteva o non si voleva tacere.
Non solo: dal momento che tanto spesso ci viene ricordato che i singoli evangelisti tenevano conto, scrivendo, di ciò che era già stato detto dagli altri, non si vede quale necessità avessero di raccontare tutti quanti, per filo e per segno, i dettagli dei colloqui di Pietro con i suoi improvvisati accusatori.
Persino Giovanni, che scrive a sessant’anni dai fatti, sentirebbe il bisogno, costretto dall’asserita impossibilità di nascondere una verità spiacevole, di tornare sull’argomento con nuovi particolari!
Insomma, quegli evangelisti che sono così avari nel descriverci le apparizioni del Risorto (tanto da arrivare, si sostiene, a riassumerne parecchie in una sola!), qui non avrebbero assolutamente voluto riassumere niente.
Così, mentre risulta quanto mai problematico recuperare gli “ipsissima verba Jesu”, i vangeli concordi ci avrebbero conservato gli “ipsissima verba ancillae”, le precise parole della serva o servetta del sommo sacerdote.
Col sottinteso, poi, che se non le avessero riferite fedelmente, la servetta trent’anni dopo (o addirittura sessanta, nel caso del quarto vangelo) si sarebbe levata a contestare, a smentire, a rettificare.
Vi è qualcosa di umoristico in tutto questo. La verità è chiaramente ben diversa: il triplice rinnegamento di Pietro, sancito (o addirittura scandito, nella versione di Marco) dal canto del gallo, era presumibilmente un pezzo forte della catechesi e delle tradizioni formatesi a ridosso degli eventi pasquali, sicché nessun evangelista ha voluto rinunciarvi, preoccupandosi anzi di dargli il maggior risalto possibile.
Un po’ come accade per quei passi privilegiati delle fiabe che i bambini chiedono continuamente alla nonna di ripetere, anche al di fuori del contesto narrativo, perché ne sono rimasti fortemente impressionati.
Nessuna volontà di nascondere, dunque, nessuna ammissione fatta a denti stretti; ma, al contrario, una precisa volontà di mettere la vicenda in primo piano: una vera e propria esibizione, in analogia con quanto è stato fatto ad esempio per il suicidio di Giuda.
Del resto, qualcosa del genere finisce per ammettere l’apologetica stessa, quando fa notare, con Messori, che in Marco le proteste di fedeltà da parte di Pietro sono particolarmente vibranti proprio perché Marco è il portavoce dell’apostolo, il quale vorrebbe in tal modo “mostrare quanto sia stato grave il suo comportamento successivo, la sua viltà nel rinnegare Gesù”.
Ecco dunque che fa capolino l’idea di una voluta sottolineatura del rinnegamento; anche se, naturalmente, la motivazione addotta è diversa da quella indicata da noi: Pietro l’avrebbe fatto “per umiltà o quasi per espiazione” (PSPP 259).
3) A questo punto ci sembra necessario tornare ad esaminare da vicino la valutazione che del presunto pentimento di Pietro dà l’esegesi, anche attraverso uno dei suoi rappresentanti più prestigiosi e più dotati di spirito critico quale è Raymond Brown.
Ne “La morte del Messia” (p. 690) leggiamo: “Il dramma di Pietro che esce e piange amaramente in Matteo e Luca fa pensare ad un uomo vinto dal rimorso e ormai lontano da ogni possibilità di restare fedele alla sua promessa: "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione o alla morte" (Lc 22, 33), oppure: "anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò" (Mt 26, 35)”.
In questa affermazione di Brown è espresso come meglio non si potrebbe quello che è l’atteggiamento di gran lunga dominante nell’esegesi: Pietro aveva promesso, si era impegnato, ma ha fallito la prova (per la quale Gesù aveva per così dire stabilito le regole e i tempi, con l’accenno al canto del gallo). Il gallo ha cantato dopo che il discepolo ha per tre volte rinnegato il Maestro.
Ora perciò i tempi sono scaduti, la “gara” è chiusa: Pietro ha perso la scommessa. Dal canto suo Gesù ha già magnanimamente perdonato, e Pietro stesso si è “pentito”.
Posta così la parola “fine” all’episodio del rinnegamento, è possibile per l’esegesi (e soprattutto per la catechesi) passare a considerare idealmente la seconda fase della predizione di Gesù, quella dell’apostolo che, essendo “ritornato”, corrobora nella fede i fratelli.
Certo, si tratta di avere un po’ di pazienza: ci sono di mezzo ancora processo e condanna, crocifissione, sepoltura e risurrezione, durante le quali per tre giorni Pietro se ne starà per così dire “ibernato”. O, per usare una metafora più adeguata all’impostazione teatrale della vicenda, diciamo che se ne starà chiuso nel suo camerino in attesa che tocchi a lui rientrare in scena; il copione comunque è questo, non ci sono dubbi.
Brown arriva a chiedersi se il fatto di aver seguito Gesù fin nel palazzo di Caifa non sia già da considerarsi un “ritornare”; comunque per lui il “ritorno” coincide con la presa di coscienza di Pietro e con lo sguardo di Gesù, che “sta conducendo il suo discepolo al pentimento, cosicché, ritornato, possa corroborare altri” (ivi, 707).
Ma questo è fuorviante, in quanto il fuggire è tutt’altro che terminato: anzi, il bello comincia proprio adesso, ossia dopo l’incrociarsi degli sguardi di Gesù e dell’apostolo! Di fatto, il vero rinnegamento inizia all’uscita di Pietro dal palazzo.
È incredibile, dunque: nessuno considera che Gesù è appena stato arrestato, e ora sta subendo il primo processo presso il sinedrio, cui dovrà seguire quello presso Pilato.
Anche ammesso che Pietro non sia bene al corrente delle procedure giuridiche vigenti, nessuno può contestare che egli sa che Gesù è ancora vivo (in Luca, sappiamo, se lo vede addirittura accanto); quindi, se davvero è deciso a seguirlo sia in galera che sul patibolo, è ancora perfettamente in grado di mantenere la promessa fatta; anzi, direi che proprio adesso la situazione si presenta quanto mai propizia, perché Gesù sta proprio andando incontro o alla prigione o alla morte.
Sarebbe dunque il momento di stargli vicino il più possibile, rischiando quel che c’è da rischiare (e alla prova dei fatti si vedrà che si rischiava poco o nulla): esattamente quel che ha fatto Giovanni (a suo dire, naturalmente), e in ogni caso le pie donne.
In altre parole, Pietro sarebbe ancora in tempo ad onorare la sua promessa andando di fronte al “Litostroto” a far sentire almeno una voce di dissenso nei confronti di chi gridava “Crucifige!” e chiedeva che fosse liberato Barabba in luogo di Gesù.
Si constata quindi che l’esegesi cade in pieno nel “tranello” teso dai testi, che manifestamente - e concordi - hanno istituito un legame strettissimo tra la predizione di Gesù relativa al canto del gallo e il suo “adempimento” nel cortile del palazzo di Caifa.
Ma si tratta, come si è detto, di un legame di natura letteraria, operante cioè sul piano della composizione del testo, non su quello della realtà degli eventi che si succedono incalzanti.
Per l’adempimento della profezia occorreva agli evangelisti mettere in scena un Pietro che si pentisse, che “ritornasse” dopo la sbandata, e quindi si doveva presentare tutta la defezione come già compiuta e superata nell’ambito della pericope, formalmente chiusa dal canto del gallo.
Ma ciò è in stridente contrasto con i fatti che si snocciolano davanti ai nostri occhi, mostrandoci che l’angosciosa vicenda della Passione è appena agli inizi, e che il “ritorno” dell’apostolo avverrà solo dopo la visione del Cristo risuscitato (non sarà cioè frutto del pentimento, e non avrà quindi nulla di meritorio).
Pietro dal canto suo trova comodissimo considerare ormai perduta la scommessa, “pentirsi” amaramente e andare a “riposarsi”, come si diceva, in qualche luogo ben nascosto, o quanto meno a porte sbarrate, ben deciso a non uscire dalla tana finché le acque non si siano calmate.
E chissà quanto vi resterebbe se il mattino della domenica non arrivasse la Maddalena a gridare col cuore in gola che il corpo del Signore è stato trafugato.
Così facendo però l’apostolo bara, più o meno consapevolmente: si dichiara sconfitto per potersi ritirare dalla sfida, che potrebbe costargli ancora lacrime e sangue. Fa una sorta di patteggiamento per cavarsela col minimo dei danni, ossia con una figuraccia; e sottoscrive senza esitazioni il compromesso.
Possiamo allora dire che tutto è perduto fuorché l’onore e la vita che è salva? No, l’onore è pure perduto; ma la vita è veramente salva, e questa è la cosa più importante.
E al posto dell’onore c’è comunque il presunto “pentimento”, il che in termini pratici significa il perdono di Gesù, e quindi il diritto di ottenere la reintegrazione nel ruolo di capo e guida dei fratelli.
Carattere letterario dell’episodio
La logica degli avvenimenti appare dunque stravolta per esigenze compositive, in senso lato “letterarie”, che proiettano molti dubbi sulla storicità dell’episodio, quanto meno nei termini in cui ci viene presentato.
Ricapitoliamo i risultati della nostra analisi. Abbiamo visto come in tutt’e quattro le versioni, e in particolare in quella di Giovanni, la vicenda appaia inverosimile tanto per la sua dinamica interna quanto in rapporto al contesto di eventi in cui deve inserirsi.
Per quanto riguarda il primo punto, si è detto dell’inverosimiglianza di fondo per cui il rinnegamento segue una sua trafila, una sua logica, fatta di parole, che entra in conflitto con la logica dei fatti: nessuno accenna a torcere un capello a Pietro, che pure viene accusato di essere seguace del mestatore sotto processo.
A ciò si aggiunge nel quarto vangelo l’obiettiva improbabilità di alcune circostanze: che all’ingresso del palazzo, a filtrare chi entrava, vi fosse una ragazzina, e che Giovanni fosse così conosciuto presso il sommo sacerdote da poter entrare senza problemi, ottenere l’ingresso per Pietro e andarsene poi, a quanto sembra, ad assistere all’interrogatorio di Gesù.
Per quanto riguarda l’inserimento dell’episodio nel contesto degli eventi della Passione, ricordiamo l’assurdità riscontrabile al termine, quando cioè, essendo compiuto il rinnegamento, deve scattare il “lieto fine”, a suo tempo promesso, del perdono di Gesù, mentre i fatti configurano una situazione in cui è assurdo parlare di pentimento e di perdono, poiché il peccato di “diserzione” viene per così dire abbracciato senza più alcun ritegno, e Pietro, fin qui un poco migliore degli altri, si allinea a loro in tutto e per tutto.
Anche l’esame delle minori divergenze che abbiamo segnalato tra i quattro racconti, data la distribuzione delle discordanze tra i vari testi induce a pensare a un complesso lavoro di ricucitura di tradizioni diverse (lo ammette esplicitamente anche P. Benoit , v. “Passione e Risurrezione del Signore”, pp. 107-109).
Gli evangelisti si sono impegnati in un calcolato, sapiente sforzo di costruzione “teatrale”, per la messa in scena di qualcosa che ci si teneva a presentare nel modo più “spettacolare” possibile: non una vicenda raccontata nelle sue linee essenziali solo perché non si poteva tacerla, dunque, ma un episodio da far gustare in tutti i dettagli per poi giungere alla conclusione presentata come edificante (e in realtà mistificatoria).
Con questo ci pronunciamo anche sulla questione della controversa storicità dell’episodio: senza entrare in distinguo e in disquisizioni opinabili, ci pare di poter affermare, al di là di ogni dubbio, che un primitivo nucleo storico è stato enormemente dilatato per esigenze di spettacolarità e di edificazione.
Del resto, anche sotto il profilo puramente estetico, la vicenda in se stessa è intrigante, ricca di suspence, adattissima ad essere raccontata sullo sfondo delle tenebre rotte dal bagliore dei fuochi a cui si scaldano i protagonisti; con la suggestiva aggiunta dell’elemento “audio”, l’ “acuto” finale rappresentato dal canto del gallo che risuona distinto e angosciante nel silenzio della notte (col mirabile tocco, in Luca, dello sguardo di Gesù, esprimente ad un tempo dolore, severità e misericordia).
E ciò mentre si consuma il dramma del Maestro abbandonato - in adempimento della sua facile predizione - da tutti i discepoli.
Un pezzo narrativo da non lasciarsi scappare, insomma. Avvincente, carico di tensione, in virtù di un climax del tutto naturale che porta alla catarsi liberatrice: il “lieto fine” consistente nel “perdono” di Gesù al discepolo “pentito” e riabilitato a far da guida ai fratelli.
In più, la vicenda esalta la sapienza e la misericordia di Cristo, sempre pronto, anche nei momenti del dolore, a soccorrere alla debolezza degli uomini.
Nessuno dei quattro evangelisti, ripetiamo, ha voluto rinunciare a raccontare una simile storia. Anzi, hanno fatto a gara a presentarla nel modo più “coinvolgente”.
P. S. Il segreto circa il nome del soldato ferito
Nell’episodio del Rinnegamento, un piccolo problema a sé è costituito dalla presunta prudenza che indurrebbe i Sinottici a non fare il nome di Malco, il soldato ferito da Pietro nell’Orto degli ulivi.
Si tratta di un’argomentazione che non fa onore a chi la presenta, in quanto i parenti dell’interessato, ossia i potenziali “vendicatori”, ovviamente sanno benissimo chi è la vittima. Potrebbe quindi avere un senso solamente tacere il nome del feritore; ma, anche per questo aspetto, è assurdo che si abbia qualcosa da temere a trenta o quarant’anni di distanza, mentre vediamo che neppure chi riconosce in Pietro il feritore a un’ora o due soltanto dal fatto avverte l’impulso di vendicarsi immediatamente.
Se questo servo del Sommo sacerdote era parente del ferito e si trovava nell’orto (presumibilmente accanto a lui) al momento del ferimento, e sul posto aveva visto Pietro, è estremamente improbabile che non sapesse anche che era proprio lui il feritore.
In ogni caso, dovremmo vederlo iniziare un’indagine serrata per chiarire la cosa: scoperto un “sospettato”, non dovrebbe più mollare l’osso.
E visto che lui invece non muove neppure un dito, è semplicemente assurdo che si dovesse aver cura di tenere nascosta la cosa, per non mettere a rischio la vita del protagonista, la bellezza di trenta o quarant’anni dopo, ossia quando cominciavano a circolare i vangeli: certo, nella migliore delle ipotesi, non prima del 60 d. C. (per lo meno per Luca e Matteo, anche volendo ammettere per Marco una data anteriore).
Di più: a quella data con tutta probabilità Pietro si trovava ormai a Roma (anche se Brown dice che proprio questo avrebbe potuto creargli fastidi!).
Ripetiamo: queste ipotesi apologetiche sono fantaesegesi, al limite del ridicolo. Esattamente come è ridicolo dire che i Sinottici non riferiscono della guarigione di Lazzaro per non mettere a rischio la sua vita: dopo il clamore enorme che il fatto aveva suscitato, e di cui Giovanni ci parla espressamente, tanto che il risuscitato corre grave pericolo subito dopo la risurrezione (“i gran sacerdoti decretarono di uccidere anche Lazzaro, poiché molti giudei per causa sua passavano a credere in Gesù”, Gv 12, 10-11), è mai pensabile che, perdurando nei decenni la tensione coi seguaci di Gesù ormai costituitisi in chiesa, questi sacerdoti dal dente avvelenato non si ricordassero più, se non ne trovavano menzione nei vangeli, di quella risurrezione?
D’altra parte, se nessuno se ne ricordava, che senso aveva, per i sinedriti, temerla a tal punto da volerne per così dire cancellare il ricordo sopprimendo fisicamente il protagonista? A meno che non si voglia dire che ci si ricordava del fatto ma non ci si ricordava chi era stato risuscitato! Saremmo nel ridicolo fino al collo.
Altra circostanza che non viene mai considerata: l’orecchio del servo del sommo sacerdote, secondo Luca, è stato immediatamente risanato da Gesù. Questo rende a priori pressoché immotivata la vendetta, togliendo in partenza ogni senso alla discussione. In ogni caso, va ribadito, se questa un residuo senso lo conserva, lo conserva a ridosso dell’evento, non certo trent’anni dopo.
Tra parentesi, il fatto che si tenda a dimenticare la circostanza, in certo senso decisiva, della reintegrazione dell’orecchio mozzato dimostra indirettamente che la si considera poco attendibile.
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