L’arresto di Gesù
L’episodio dell’arresto di Gesù, narrato da tutti gli evangelisti con le solite modalità (discreto accordo tra i sinottici, ma notevoli discordanze rispetto a Giovanni), si presta particolarmente ad essere esaminato nella prospettiva del “comune utente biblico”, poiché ha una struttura narrativa assai dinamica e presenta notevoli problemi di verosimiglianza interna.
L’arrivo degli armati
I testi ci dicono che si tratta di una folla (“molta folla” per Matteo), armata di spade e bastoni; per Giovanni si tratta addirittura di una coorte di soldati romani (seicento uomini!), oltre a guardie dei gran sacerdoti e dei farisei; per Matteo i mandanti sono i gran sacerdoti e gli anziani, Marco vi aggiunge gli scribi.
Due sono dunque i dati che colpiscono per la loro improbabilità: il numero degli accorsi alla cattura (si deve pensare in ogni caso a varie centinaia di persone) e, in Giovanni, l’intervento della coorte romana.
Quest’ultimo elemento fa sorgere naturalmente una quantità di quesiti circa il ruolo di Pilato: questi risulterebbe aver dato il proprio assenso all’arresto di Gesù e alla sua consegna al sinedrio, mentre nulla di ciò sembra di poter arguire, come vedremo, dai contatti che i due avranno in seguito, in occasione del “processo romano”.
In ogni caso, “il ricorso a seicento soldati per arrestare Gesù sembra per alcuni rendere alquanto implausibile il racconto giovanneo” (Brown, “La morte del Messia”, p. 292).
Il ruolo di Giuda
Su questo tema vi è una netta divergenza tra i sinottici e Giovanni. Diciamo altrove (v. “Il 'tradimento' e la morte di Giuda”) quanto sia inaccettabile, sotto il profilo della verosimiglianza, la descrizione dei rapporti intercorsi tra Giuda, Gesù e gli Undici durante l’ultima cena: è assurdo che questi ultimi non vengano a conoscere l’identità del traditore e non si scaglino contro di lui.
Ma i sinottici non accennano neppure a una partenza dell’Iscariota dal cenacolo, sicché grande è la sorpresa del lettore al ritrovarlo nel Getsemani con un simile corteggio poco dopo che vi sono giunti Gesù e gli altri.
Nel racconto di Giovanni questa difficoltà non sussiste, in quanto il traditore se ne va prima dei discorsi d’addio, seguito dalla raccomandazione di Gesù di “fare presto” quel che deve fare.
Nel quarto vangelo vi è però un diverso motivo di inverosimiglianza, dato che non veniamo minimamente informati circa i contatti fra l’apostolo e i sinedriti, sicché “sorge in noi la curiosità di sapere come, in quella notte, Giuda ottenne subito una coorte romana e alcuni attendenti da parte dei capi dei sacerdoti e dei farisei” (Brown, 287).
Dal punto di vista pratico, riesce poi difficile vedere quale utilità potessero avere i servigi offerti da Giuda ai capi religiosi ebraici. Infatti:
a) Pare improbabile che fosse necessaria la sua collaborazione per sapere dove si trovasse Gesù: un gruppo così numeroso come quello degli apostoli (con eventuali altri discepoli), gruppo che per di più non risulta prendesse alcuna precauzione (né poteva farlo, in quanto nessuno di loro si attendeva quel che stava per accadere, nonostante i ripetuti preannunzi di Gesù) era facilissimo da seguire in tutte le sue mosse, se veramente c’era l’intenzione di procedere alla cattura entro breve tempo.
b) Ancora più improbabile pare l’ipotesi che Giuda fosse necessario per il riconoscimento materiale, personale, di Gesù nel gruppo degli apostoli.
Come si illustra ampiamente nel capitolo sopra citato dedicato a Giuda, anche se i soldati non lo conoscevano, tra i suoi nemici c’erano molti che lo conscevano benissimo: l’avevano visto più volte, e addirittura gli avevano parlato.
Questo a tutti i livelli: a livello dei capi, che avevano discusso con lui; e a livello della folla di Gerusalemme, a cui egli si era ripetutamente rivolto (v. ad es., rispettivamente, Mt 21, 15-16.23 e Gv 7, 43-44). In Gv 7, 45 ss. vediamo addirittura in azione delle guardie, mandate a quanto sembra dai sommi sacerdoti e dai farisei a catturarlo, che affermano di aver desistito perché conquistate dal suo carisma.
Naturalmente occorre basarsi sulla cronologia di Giovanni, che comprende diverse salite a Gerusalemme da parte del Cristo, anziché la sola comparsa finale che figura nei sinottici. Ma questo è del tutto normale, giacché il ministero “triennale” anziché annuale è pacificamente accettato in qualsiasi ricostruzione della vita di Gesù.
Va notato poi che l’utilità di Giuda per l’identificazione di Gesù è formalmente esclusa dal quarto vangelo, in cui il Cristo stesso dichiara spontaneamente la propria identità. Dopodiché, dell’Iscariota l’evangelista si limita a ricordare la pura e semplice presenza: “Vi era là con loro anche Giuda, il traditore”.
c) Non meno debole è l’argomento del bacio di Giuda che si vorrebbe dato per impedire a Gesù di fuggire o ribellarsi insieme ai suoi. È chiaro che di fronte a tante centinaia di armati le possibilità di sfuggire alla cattura erano comunque praticamente nulle.
Logico quindi che siano fiorite altre interpretazioni del bacio stesso: bacio abituale dato in occasione di ogni incontro, bacio di solidarietà in un fantomatico complotto che avrebbe visto Giuda e Gesù alleati, bacio di affetto come prima manifestazione del pentimento che porterà poi il traditore a restituire il denaro “prezzo di sangue”.
Va sottolineato che soltanto Luca 22, 48 (“Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”) dà esplicitamente al bacio quel valore di strumento di inganno, di raffinata perfida ipocrisia che gli è rimasto associato nella lingua e nell’immaginario popolare. E resta il fatto che nella versione di Giovanni Giuda non dà neppure il bacio: il suo contributo si limita al ruolo di guida degli armati fino al Getsemani.
Possiamo quindi riproporre e sottoscrivere il giudizio di Guignebert, citato come plausibile dallo stesso Messori (PSPP 44): “In che cosa l’atto malvagio dell’Iscariota era necessario per l’adempimento del disegno dei Grandi Sacerdoti? Non lo si comprende, questo tradimento resta perfettamente inutile”.
Prima di concludere circa il ruolo di Giuda nell’arresto di Gesù, vorremmo però ancora far notare che alcuni commentatori, per accentuare la demonizzazione del traditore, danno rilievo all’espressione di Gv 18, 3 (“Giuda dunque, presa la coorte e delle guardie fornite dai gran sacerdoti e dai farisei, …) e a quella di Mc 14, 44 (“prendetelo e conducetelo via sotto buona scorta”).
Lo scopo di tali sottolineature è naturalmente quello di evidenziare un’iniziativa da parte di Giuda nella cattura del Maestro. Si vuole in sostanza prospettare un’inversione di ruoli, quasi che l’apostolo perseguisse un proprio personale disegno e per attuarlo avesse chiesto e ottenuto la collaborazione dei romani e delle autorità ebraiche.
L’establishment politico-militare al servizio di Giuda, insomma, anziché Giuda al servizio dell’establishment.
È superfluo dire che si tratta di una tesi inaccettabile, per varie ragioni. Sappiamo infatti dai vangeli stessi come i capi religiosi ebraici fossero ormai determinati, senza bisogno di alcuna sollecitazione esterna, a togliere di mezzo Gesù a qualunque costo; e d’altra parte il prosieguo degli eventi ci mostra Giuda nel ruolo di un insignificante manutengolo.
Ma, soprattutto, vi è da dire che la ricostruzione dei fatti ora prospettata rende grottesca la vicenda dei trenta denari, denari chiesti dall’iscariota e versati dai sinedriti. Se infatti le cose fossero andate come suggeriscono interpretazioni del genere, sarebbe stato Giuda a dover pagare per ottenere l’imponente scorta armata di cui si parla nei testi.
La folla di estranei presente nel Getsemani
A questo punto occorre denunciare una delle più clamorose contraddizioni che viziano i racconti della Passione: i capi religosi ebraici, dopo aver detto e ripetuto che, per timore di una sollevazione popolare, bisognava evitare di catturare Gesù durante le feste, lo arrestano poprio nella notte più santa dell’anno, quando Gerusalemme rigurgita di gente, tra cui anche numerosi pellegrini provenienti dalla Galilea!
D’accordo, il fatto che sia notte può far pensare che il momento sia un po’ meno sfavorevole, per quanto riguarda l’operazione specifica della cattura; ma il processo dovrà poi celebrarsi l’indomani mattina sulla pubblica piazza, sicché i rischi di una violenta reazione popolare permangono tutti.
Torneremo ovviamente sul tema, che è di capitale importanza, parlando del processo davanti a Pilato. Ma già ora dobbiamo rilevare un’altra grave inverosimiglianza dei racconti evangelici: la mancata menzione della presenza, nella zona del Getsemani, di una folla di pellegrini (che non possono certo identificarsi con la folla armata di spade e bastoni ostile a Gesù).
Scrive Messori che “i dintorni [di Gerusalemme], Monte degli Ulivi compreso, tutti gli anni in quei giorni formicolavano di accampamenti” (267). Egli lo ricorda per avvalorare la tesi dell’estensione dei confini legali della zona urbana (“le mura erano idealmente estese dai rabbini sino al crinale del Monte degli Ulivi”); ma non è lecito dimenticarsi poi di questa moltitudine di pellegrini quando si ambientano in quei luoghi gli episodi che ci interessano: è un dato di fatto assolutamente certo che l’orto del Getsemani, che ci piace immaginare avvolto da un silenzio surreale, in cui risuonano le arcane parole sussurrate dal Redentore che si confida angosciosamente col Padre, doveva in realtà essere letteralmente affollato.
Difficile immaginare una proprietà privata recintata, di cui gli apostoli avessero la chiave, e ancor più difficile immaginare, in quelle circostanze, il rispetto della recinzione.
Tutto perciò risulta in qualche misura falsato dalla mancata considerazione delle circostanze reali in cui si svolsero i fatti che ci vengono raccontati: accanto agli apostoli da un lato e agli sbirri e alla plebaglia andati ad arrestare Gesù dall’altro dovette esservi parecchia altra gente involontaria spettatrice, mescolata a loro pur se non direttamente coinvolta nell’evento.
L’autopresentazione di Gesù
Come abbiamo detto, nel quarto vangelo Giuda ha un ruolo di pura presenza: non interviene baciando il Maestro. L’identificazione della persona da catturare nel gruppo degli apostoli avviene in tutt’altro modo, e precisamente mediante un’autopresentazione: “Chi cercate?”, domanda Gesù; e alla risposta “Gesù il Nazoreo”, dichiara apertamente: “Sono io”.
È vano sprecare tesori di acume cercando di dimostrare che la risposta di Gesù ripete quell’ “io sono” (“Prima che Abramo esistesse, io sono”) con cui in Gv 8, 58 egli aveva affermato la propria trascendenza. Nel contesto linguistico in cui è inserito, ossia come integrazione di “Gesù il Nazoreo” dato come risposta dagli interlocutori, “Sono io” non può significare altro che “Io sono Gesù il Nazoreo”.
In altri termini, il verbo ‘essere’ non è qui usato assolutamente, come predicato verbale, per indicare l’esistenza; ma è copula, costituendo con “Gesù il Nazoreo” (da intendersi replicato al nominativo) un predicato nominale. Ponendo l’enfasi sul soggetto, anziché sulla parte nominale che rimane sottintesa, “Sono io” vale dunque come formula di identificazione. E come tale, del resto, mostrano di intenderla sia Gesù che i soldati.
L’autopresentazione viene subito reiterata: “Di nuovo dunque li interrogò: "Chi cercate?" Essi dissero: "Gesù, il Nazoreo". Rispose Gesù: "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate andare costoro"”.
A noi interessa soprattutto quel che avviene tra la prima e la seconda autopresentazione: dopo il primo “Sono io”, gli interroganti (ossia, si deve intendere, gli armati incaricati dell’arresto; quindi anche i soldati della coorte) “andarono indietro e caddero a terra”. Dopodiché, senza por tempo in mezzo, si riparte con le informazioni già citate: “Di nuovo dunque li interrogò …”.
Abbiamo pertanto questo evento straordinario: quando Gesù dice “Sono io”, dobbiamo immaginare una moltitudine di persone (armate, per di più) che contemporaneamente indietreggiano e stramazzano a terra. Il valore simbolico della scena è chiaro: di fronte a Gesù tutti arretrano come annientati.
S’intende che si tratta del Gesù di Giovanni, quello che della sua vita dice “Nessuno me la toglie; ma io la depongo da me stesso. Ho potere di deporla, e ho potere di prenderla di nuovo”. Tutto chiaro sotto il profilo teologico: siamo agli antipodi della prospettiva del Servo sofferente, qui il Cristo conserva intatta anche esteriormente la propria regalità pur mentre cade nelle mani dei nemici.
Ma sotto il profilo della narrazione l’effetto è grottesco: questi soldati che così goffamente sono stramazzati, un istante dopo, senza che ci sia stato detto nulla, li ritroviamo in piedi pronti a rispondere alla nuova domanda di Gesù che ripete la precedente, come se niente fosse successo.
Sono caduti come birilli, per una sorta di effetto domino, ed ora dobbiamo immaginarli mentre, pure coralmente, con movimento perfettamente sincronizzato, si rialzano. Sembra di vedere un film che gira a ritroso, con uno di quegli effetti bizzarri per cui ad esempio il tuffatore balza fuori dall’acqua per andare a sitemarsi ritto sul trampolino.
E se la scena è quanto di meno realistico si possa immaginare, non è migliore la sua verosimiglianza sotto il profilo psicologico: chi, inopinatamente, ha appena sperimentato su di sé la sconvolgente sovrumana potenza dell’uomo che è anche Dio, anziché rimanere stordito, in adorazione di questo Dio rivelatosi in modo così prepotente e inequivocabile, si rialza tranquillamente e tanquillamente procede all’esecuzione del mandato di cattura, con perfetta professionalità.
Se pensiamo che, come si è detto, le guardie mandate ad arrestare Gesù in Gv 7, 45 ss. desistono, conquistate dal suo carisma, solo per averlo sentito parlare, immaginiamo come dovrebbero comportarsi queste, che hanno sperimentato su di sé la sua potenza di miracolo. Sembra invece che – del tutto irrealisticamente – sappiano già che il gesto di potenza di Gesù è puramente dimostrativo e che loro non devono preoccuparsi.
Qualcosa dunque manifestamente non funziona nella scena descrittaci da Giovanni. Le cose non possono essere andate in questo modo.
L’apologetica tenta di attenuare il disagio che pure avverte. Benoit scrive: “Il particolare è verosimile. Non c’è bisogno di esagerare [?!] vedendo in ciò un prodigio e d’immaginare questi uomini che cadono come colonne quando infuria il terremoto. Basta che, impressionati dalla maestà di Gesù, essi retrocedano un poco, urtino nelle radici degli olivi [sic], e che qualcuno di loro [sic!] cada all’indietro”. Pietosi pannicelli caldi per esorcizzare il grottesco della situazione.
Comunque, si aggiunge che “Marco e Matteo non hanno ricordato questo dettaglio anodino”, mentre “Giovanni lo valorizza perché scorge in esso un’espressione simbolica della realtà profonda: […] Gesù si è lasciato arrestare volontariamente […]”
Il motivo della “valorizzazione” da parte di Giovanni è talmente ovvio che l’esegeta poteva rispiarmiarcelo; quello che invece avrebbe dovuto dirci, ma non ci ha detto, è il motivo per cui Marco e Matteo abbiano considerato “dettaglio anodino”, non meritevole di venir riferito, un evento di questa fatta.
Similmente Lagrange: “Sarebbe senza dubbio esagerato [?!] immaginarsi tutti i presenti precipitati al suolo come altrettanti soldatini di piombo. Quelli che si erano messi avanti per prendere la parola, nell’indietreggiare atterriti da tanta maestà, inciamparono [sic!] negli altri; ma si alzarono tosto, e Gesù […] domandò una seconda volta […]”.
Nessuna folgorazione, dunque: solo un maldestro “inciampare” … Forse un problema di scarpe inadatte.
L’orecchio mozzato
Analoga inverosimiglianza troviamo nella scena immediatamente successiva: “Simon Pietro dunque, avendo una spada, la estrasse e percosse il servo del sommo sacerdote, e gli troncò l’orecchio destro”. È questa la versione di Giovanni, l’unica in cui venga precisato il nome del feritore; ma nella sostanza tutte concordano.
Anche qui dunque abbiamo un comportamento che risulta incompatibile con quanto ci vien detto in seguito, ossia col fatto che il gesto di Pietro non ebbe, né per lui né per i suoi, conseguenza alcuna.
La più elementare logica vorrebbe infatti che questo servo, o i compagni accanto a lui, reagissero violentemente, ripagando l’aggressore della stessa moneta, o troncandogli addirittura la testa; non dimentichiamo che la sproporzione delle forze è enorme, e sono presenti uomini d’arme di professione. Invece non risulta che a Pietro o a qualche altro apostolo venga fatto neppure un graffio.
Non serve dire che l’animosità fu tosto sedata dal gesto di Gesù risanante l’orecchio ferito, poiché questo particolare ci viene riferito dal solo Luca, e quindi tutte le altre versioni presentano l’illogica situazione di cui si è detto. Senza contare poi l’intrinseca stravaganza dell’atto compiuto da Pietro.
L’esegesi vuole scagionare l’apostolo da ogni possibile accusa di violenza, e si sforza di presentare il suo gesto come volto non ad uccidere, bensì a sfregiare soltanto, per infliggere una sorta di mutilazione infamante che impedisse alla vittima di continuare a svolgere il suo sacro ufficio (posto che tale fosse). E alcuni adducono esempi di operazioni del genere di cui ci parlano gli autori antichi.
Ma ciò ha un risvolto quasi umoristico, poiché simili procedure presuppongono un’organizzazione, o quanto meno la presenza di qualcuno che immobilizzi la vittima di un intervento che va compiuto con precisione chirurgica. Se non che, nella realtà di una scaramuccia, di fronte a qualcuno che si sa essere armato e quindi pronto a colpire a sua volta, non si vede proprio come si possa agire con tale precisione.
L’unica ipotesi realistica – vorrei dire l’unica seria - è che Pietro abbia menato un fendente sulla testa del malcapitato servo e che sia riuscito a colpirlo solo di striscio, limitandosi così alla recisione dell’orecchio.
Una nota di folclore ce la fornisce Le Camus: “Osservando le enormi proporzioni che spesso assumono le orecchie presso gli orientali e la sporgenza che subiscono sotto il peso dei loro voluminosi turbanti, si comprende come un colpo di spada mal diretto abbia potuto tagliare l’orecchio di Malco senza far danno alla testa”.
Per antropologi e cultori di storia dell’acconciatura. Forse Le Camus, in anticipo sui tempi, aveva in mente Topolino.
Quanto poi all’intervento di Gesù che ripara il guasto prodotto dall’irruenza del discepolo, non si riesce assolutamente a capire il motivo per cui tre evangelisti su quattro lo passino sotto silenzio. I casi sono naturalmente due: o non ne erano al corrente o hanno ritenuto opportuno non farne parola.
La prima ipotesi depone assai male circa l’attendibilità dei resoconti evangelici, e induce a dubitare fortemente della storicità dell’episodio: se esso avvenne realmente, era praticamente impossibile che chi riferiva tanti particolari della scena e, come Giovanni, doveva essere stato testimone oculare, non ne sapesse nulla.
La seconda ipotesi, quella della censura, pone ancor più problemi, e tutto sommato sembra da scartare.
Ovviamente non può essere presa sul serio la spiegazione che vede in Luca il solo a testimoniare l’evento per il fatto che egli era medico: non occorre nessun bagaglio di cognizioni mediche per riferire del ripristino di un organo asportato.
Tanto più poi che non si tratta di un reimpianto, implicante qualche tecnica in senso lato chirurgica, ma di un prodigioso risanamento: “Toccato l’orecchio, lo risanò”.
E risibile è pure la spiegazione proposta da Benoit: “È possibile che [Luca] abbia ricordato un dettaglio trascurato dagli altri evangelisti perché, compassionevole com’è per la sofferenza umana, si compiace di raccontare le guarigioni”. Come se la compassione per la sofferenza umana fosse l’unico motivo che in un contesto simile poteva indurre a riferire un episodio di tal genere! Siamo al limite del ridicolo.
Giovanni ci riferisce il nome di questo servo del Sommo sacerdote: si chiamava Malchos. Torneremo più avanti, nel capitolo dedicato al rinnegamento di Pietro, sul problema dei motivi di prudenza che si vuole abbiano indotto i sinottici a tacere il nome del servo. Qui vogliamo solo far notare come l’apologetica sappia trar partito dai particolari più insignificanti.
Malchos, dice Messori, era un nome “assai diffuso tra i nabatei (molti dei quali, immigrati in Israele, esercitavano spesso, guarda caso!, proprio le funzioni di servo, di poliziotto, di guardia del corpo […])”. In sostanza, viene applicato qui il principio della continuità, o conformità: l’effettiva diffusione del nome tra coloro cui presumibilmente il servo apparteneva depone a favore dell’attendibilità del racconto.
Se questo nome fosse invece stato raro o rarissimo, si sarebbe applicato il principio della discontinuità: proprio l’indicazione di un nome oggettivamente “improbabile” sarebbe stato la spia che si trattava del nome vero, non di uno qualsiasi inventato secondo criteri di verosimiglianza.
In ogni caso, non si capisce proprio come Benoit possa scrivere che l’indicazione del nome costituisce “un particolare difficile da inventare”.
I rimproveri di Gesù
Gesù interviene con grande severità a redarguire, prima l’apostolo feritore del servo, poi “le folle”. Il primo rimprovero (assente in Marco, di difficile decifrazione in Luca) suona condanna della violenza (“quelli che prendono la spada di spada periranno”) e riafferma la necessità del suo sacrificio per l’adempimento delle Scritture.
Lascia perplessi la contraddizione col comando dato in precedenza dallo stesso Gesù di munirsi di una spada, anche vendendo il mantello (Lc 22, 36). Ma persino la comprensione letterale di questi passi è ardua, e le proposte esegetiche sono numerose.
Siamo nel mistero, o quanto meno in un enigma. Non possiamo qui entrare nel merito delle questioni soggiacenti a questi versetti; vogliamo solo ricordare che anch’essi, come se ancora non bastasse, sono fonte di una quantità di problemi interpretativi.
Il secondo rimprovero di Gesù ribadisce che il suo arresto sarebbe potuto avvenire di giorno, quando egli insegnava nel tempio, anziché di notte con l’impiego di un armamentario di spade e bastoni. Gesù sembra non considerare che la notte poteva essere più propizia per chi voleva suscitare il minor clamore possibile.
Il giovane che fugge nudo
Al termine dell’episodio, sono solo Marco e Matteo a informarci della fuga dei discepoli. Anzi, Marco dice solo che “tutti fuggirono”, genericamente, senza accennare ai discepoli.
La loro fuga risulta comunque provata indirettamente dal fatto che da questo momento, a parte l’episodio del triplice rinnegamento di Pietro, non li vedremo più accanto a Gesù fino al giorno di Pasqua (salvo, s’intende, Giovanni nel vangelo di Giovanni).
Il solo Marco ci fornisce alla fine questa informazione: “E un giovanetto lo accompagnava avvolto in un lenzuolo sul (corpo) nudo, e lo prendono; ma egli, abbandonato il lenzuolo, fuggì nudo” (Mc 14, 51-52).
“Questa breve scena, narrata soltanto da Marco, è stata l’oggetto di uno straordinario fiorire di congetture.” Così R. Brown apre la dozzina di pagine che dedica all’episodio.
Il povero CUB si chiede se veramente c’era bisogno, alla fine di un passo tanto doloroso e drammatico, di proporre una sorta di rebus per enigmisti in vena di congetture. È difficile vederne l’utilità in termini di storia della salvezza; mentre è facile capire che il particolare e le fantasticherie a cui ha dato la stura tolgono qualcosa se non altro alla concentrazione del lettore sul dramma del Cristo che viene condotto via legato verso il processo e il supplizio.
Noi ci limitiamo a segnalare che sono fiorite interpretazioni “storiche” e “simboliche”.
Le prime vedono nel giovane un personaggio determinato: per alcuni è l’apostolo Giovanni, per altri Giacomo fratello del Signore, per altri ancora il Giovanni Marco di cui si parla negli “Atti degli apostoli”; e per coloro che identificano quest’ultimo col Marco evangelista, l’episodio avrebbe addirittura la valenza di una “firma” cifrata apposta dall’autore.
Tra le interpretazioni simboliche, alcune puntano su un accostamento tra questo giovane e il “giovane” (comunemente identificato con un angelo) che, sempre nel vangelo di Marco, compare nel sepolcro ormai vuoto di Gesù la domenica di Pasqua.
Altre vedono nel personaggio addirittura una figura di Gesù, che i nemici vogliono catturare, non riuscendo però ad avere tra le mani altro che la “sindone” (l’indumento che copre sia il giovane sia il corpo del Crocifisso nella tomba); oppure Giuseppe figlio di Giacobbe; oppure il “cristiano che si accinge alla iniziazione battesimale nella comunità marciana” (Brown 353).
C’è già da sbizzarrirsi, o da farsi venire il capogiro. Ma va detto che esiste anche un filone di interpretazioni “esoteriche”, legate alla tradizione di un presunto “Vangelo Segreto di Marco” - su cui ci informa Clemente Alessandrino - scritto dall’evangelista stesso ampliando in Alessandria, dopo la morte di Pietro a Roma, il suo vangelo “canonico”.
In un passo di questo “Vangelo segreto” si parla di un giovane resuscitato da Gesù che si accende d’amore per il suo salvatore e comincia a implorare di poter stare con lui, dal quale si reca “vestito di un vestito di lino sulla sua nudità”; dopodiché si aggiunge: “E quella notte rimase con lui, perché Gesù gli insegnò il mistero del regno di Dio”.
Un eretico gnostico, Carpocrate, sfruttò un testo del genere, dice Clemente, per la “sua dottrina blasfema e crudele”; M. Smith ravvisa nel passo citato, per dirla con le parole di R. Brown, “licenziose possibilità”, “con questo giovane quasi nudo che amava Gesù e che giunge da lui di notte per essere edotto sui misteri”.
Una “distorsione sessuale”, certo, un’interpretazione aberrante; e recentemente sarebbe stato dimostrato addirittura che tutta la storia del supposto Vangelo segreto di Marco trae origine da un falso, opera dello stesso Smith.
Ma simili congetture non sarebbero mai nate se il testo canonico non recasse la menzione di quel “giovanetto” che “accompagnava” Gesù “avvolto in un lenzuolo sul (corpo) nudo” e, una volta preso, “abbandonato il lenzuolo, fuggì nudo”. Si tratta di un particolare obiettivamente bizzarro; e, più ancora che enigmatico, ambiguo.
Sicché il comune lettore della Bibbia, cui è stato spiegato che questo episodio sarebbe la firma apposta da Marco al suo vangelo, si domanda se si poteva mai firmare in modo più infelice.
Conclusione
L’episodio dell’arresto di Gesù non pone grandi problemi a livello di macroeventi: non c’è dubbio che Gesù sia stato arrestato, e nulla si oppone al fatto che sia stato arrestato di notte sulle pendici del Monte degli Ulivi, venendo poi consegnato alle autorità religiose ebraiche. La storicità sostanziale del fatto è quindi fuori discussione.
Eppure si è visto quanti siano i dettagli, a volte di notevole rilievo, che risultano inattendibili o perché intrinsecamente inverosimili o perché in contraddizione con altri dati forniti dai vangeli stessi o da altre fonti storiche. Appena si va a scavare un poco per ricavare dai quattro resoconti evangelici una storia coerente e plausibile, nasce sempre una miriade di quesiti e di difficoltà.
Accontentiamoci di averne segnalato un certo numero – fornendo qualche esempio della goffaggine di tanti interventi “chiarificatori” dell’apologetica - e proseguiamo nel nostro itinerario lungo la Passione.
Incontreremo problemi assai più gravi.
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