controapologetica le bugie della fede

La mistificazione pura: le genealogie di Gesù

La discordanza delle due genealogie

Il vangelo di Matteo si apre con una “genealogia di Gesù” che occupa ben diciassette versetti. Insieme a quella altrettanto estesa fornitaci da Luca (3, 23-38), essa ha lo scopo, a quanto sembra, di “dimostrare” che il Salvatore discendeva da Davide, e possedeva quindi un requisito fondamentale per essere considerato il Messia annunciato dai profeti.

Sfortunatamente, secondo quella che è una caratteristica costante dei Vangeli, le informazioni dei due evangelisti non concordano. Il guaio è che in questo caso la discordanza è talmente clamorosa da rendere le informazioni del tutto inattendibili.

Matteo ci fornisce l’albero genealogico di Giuseppe partendo da Abramo; Luca parte addirittura da Adamo, anzi, da Dio suo creatore (o, se si preferisce, giunge sino a Dio, in quanto usa l’ordine ascendente). Sono perciò in via di principio confrontabili i tratti della catena che vanno da Abramo a Gesù.

Seguendo la tripartizione che ne fa Matteo (da Abramo a Davide, da Davide all’esilio, dall’esilio a Cristo), possiamo notare una buona convergenza nel primo segmento (due soli nomi diversi su quattordici), mentre per il resto il confronto è catastrofico: a parte l’ovvia corrispondenza dei nomi di Giuseppe e di Gesù, punti d’arrivo della genealogia, abbiamo due soli nomi uguali (sui ventiquattro elencati da Matteo e i quaranta di Luca).

Va notato che il secondo periodo, quello che va da Davide all’esilio, è “coperto” dai racconti dei libri dei Re e delle Cronache; senonché Matteo omette parecchi nomi della successione, e Luca, anziché partire da Salomone come figlio di Davide, sceglie un altro ramo che ha per capostipite Nathan.

Oltre a ciò, le due genealogie appaiono costruite tenendo presenti certe componenti cabalistiche. La cosa è apertamente dichiarata da Matteo, che invita i lettori a considerare come i tre segmenti comprendano ciascuno quattordici generazioni, per un totale di quarantadue (14 è tra l’altro la somma dei valori numerici delle tre consonanti che in ebraico compongono il nome “Davide”); è probabile in Luca, che annovera settantasette nomi (ossia ancora un multiplo di sette, come quattordici). La genealogia di Matteo appare quindi “artificiale” piuttosto che “strettamente storica” (Brown, “The birth of the Messiah” p. 74).

Per di più, ci si chiede se Matteo sapesse contare (ivi, p. 81), in quanto i pretesi quarantadue nomi, da Abramo fino a Gesù compresi, sono in realtà solo quarantuno; tanto che Laurentin per far quadrare i conti inserisce nel calcolo anche il nome di Maria, col bizzarro risultato che tra Gesù e il suo nonno paterno figurano, anziché uno, ben due anelli generazionali, costituiti l’uno dal presunto padre e l’altro dalla madre!

Sul piano pratico, abbiamo, tanto per cominciare, che il padre di Giuseppe sarebbe un certo Giacobbe secondo Matteo e un certo Eli secondo Luca.

Il più gettonato degli stratagemmi per risolvere il problema è, fin dal terzo secolo, il ricorso all’ipotesi del levirato, quell’usanza dell’antico Israele (cfr. Deut 25, 5-10) per cui, quando un uomo sposato moriva prima di avere figli, un suo fratello doveva unirsi alla vedova per dare una discendenza al defunto. Il bambino ovviamente era figlio dello zio sul piano biologico, ma del padre scomparso sul piano legale.

Nel nostro caso, i due padri - l’uno dunque fratello dell’altro - sarebbero appunto Eli e Giacobbe. I due evangelisti avrebbero privilegiato l’uno la discendenza biologica, l’altro quella legale.

A tale ipotesi si oppone in primo luogo una considerazione “tecnica” elementare: se Giacobbe ed Eli sono fratelli, dovrebbero avere lo stesso padre, mentre le genealogie li fanno figli rispettivamente di Mattan e di Mattat. E anche ammettendo che queste siano varianti di un medesimo nome, sta di fatto che il supposto Mattan/Mattat risulta avere a sua volta due padri diversi, rispettivamente Eleazar e Levi. Sicché il principio del levirato dovrebbe venire applicato a ripetizione, con un procedimento che si ridurrebbe a una burletta.

Per di più, non sappiamo neppure con certezza quanto fosse diffusa tale usanza al tempo di Gesù.

In secondo luogo, non si vede perché presentare come figlio del padre biologico il frutto di un rapporto di levirato, dato che lo scopo dell’istituzione era appunto quello di superare le contingenze naturali dando al marito defunto una discendenza legale a tutti gli effetti.

Menzionare il padre naturale senza precisare che egli era tale in virtù di un rapporto di levirato, senza precisare cioè che il figlio era stato concepito dopo la morte del padre legale, costituiva obiettivamente un’onta per la madre, esposta al sospetto di adulterio col cognato.

Altre scelte discordanti dei due evangelisti non trovano poi alcuna giustificazione: mentre la genealogia di Matteo passa attraverso Abiud figlio di Zorobabel, Luca sceglie un altro figlio, Resa; e la stessa cosa avviene per i due figli di Davide, che, come si è detto, sono Salomone in Matteo e Nathan in Luca.

Qui chiaramente il levirato non ha nulla a che vedere: si tratta di scegliere non fra due padri diversi, ma fra due diversi figli.

Comunque sia, ammesso che il levirato giochi qualche ruolo nella discordanza delle genealogie, rimane inammissibile che la circostanza non venga dichiarata da nessuno dei due evangelisti.

Se infatti vi erano criteri diversi per stilare simili documenti, privilegiando appunto la discendenza legale oppure quella biologica, è assurdo che si potesse esibire un albero genealogico senza specificare, eventualmente per ogni singolo anello della catena, quale criterio era stato adottato.

Anche se, come si sostiene, ai contemporanei degli evangelisti queste problematiche risultavano famigliari, è impensabile che un lettore dei Vangeli potesse, in assenza di precise indicazioni, individuare il criterio seguito.

Senza considerare poi che i destinatari dei Vangeli erano, fin dall’inizio, per la maggior parte persone estranee all’ambiente palestinese; e non parliamo poi dei milioni e miliardi di evangelizzandi che nel corso dei secoli e dei millenni si son trovati posti di fronte alle genealogie di Matteo e di Luca.

Del resto, che si tratti di un rebus insolubile lo dimostra il fatto che la Chiesa stessa si è sempre ben guardata dall’approfondire, e l’apologetica si è sempre mossa a tentoni. Tanto che dopo quindici secoli qualcuno ha persino avanzato la congettura che le due genealogie ci diano l’una la discendenza di Giuseppe, l’altra quella di Maria.

È il partito della disperazione; non si può definirlo diversamente.

Vagamente umoristici appaiono poi i tentativi di trovare una sorta di “compromesso” tra i due elenchi. Si parte dall’ipotesi - del tutto gratuita - che Luca abbia attinto soprattutto a informazioni provenienti da Maria e dal suo entourage, mentre Matteo avrebbe raccolto i suoi dati dall’ambiente di Giuseppe (l’ipotesi si fonda sul fatto banale che i due vangeli dell’infanzia danno spazio soprattutto all’uno o all’altro dei due protagonisti).

E si arriva a scrivere, ad esempio, che la genealogia di Luca “potrebbe contenere elementi più legati alla famiglia della Madonna”. Non si comprende che significhi l’espressione “più legati a”: ci sono o non ci sono, nell’albero genealogico di Giuseppe fornitoci da Matteo, nomi di antenati di Maria?

Ed è mai possibile scrivere l’albero genealogico di una persona intrufolandovi nomi appartenenti alla genealogia di un’altra, quasi si trattasse di una nota di colore particolare, o allo scopo di ingentilirla, o per qualunque altro motivo? Solo una mente alterata potrebbe concepire un’operazione del genere.

Il significato delle genealogie e la loro attendibilità

A questo punto, a prescindere dal clamoroso disaccordo tra i due evangelisti, viene spontaneo chiedersi per quale motivo Matteo e Luca abbiano sciorinato quelle due sequele di nomi.

È evidente che il loro scopo era teologico. Sul problema dell’importanza della discendenza davidica per un aspirante Messia ci fermeremo più avanti. Qui ci limitiamo a ricordare che le genealogie di Gesù presentano l’incarnazione come il punto d’arrivo, previsto dall’eternità, di tutta la storia del mondo (anzi, secondo padre Livio il punto d’arrivo, ossia la “pienezza dei tempi”, sarebbe addirittura da considerare Maria, che è letteralmente, secondo l’espressione dantesca, “termine fisso d’eterno consiglio”).

Senonché la circostanza che per gli evangelisti le genealogie avessero un alto fine teologico non implica che esse siano realmente efficaci per raggiungere tale fine.

Per approfondire questo tema occorre chiarire preliminarmente quali fossero il significato e il valore di una genealogia di famiglia per gli Ebrei del tempo di Gesù e, soprattutto, quale attendibilità le si potesse accordare.

Andrea Tornielli, nella sua “Inchiesta su Gesù Bambino”, operetta divulgativa ma assai accurata, cita l’opinione di vari insigni biblisti, i quali fanno a gara nello snocciolare espressioni ambigue, evasive, che non osano affermare la totale inconsistenza delle due genealogie ma in sostanza chiedono al lettore di accettare senza far troppe meraviglie le loro incredibili contraddizioni.

Scrive ad esempio Gianfranco Ravasi, a proposito del contrasto tra Matteo e Luca circa il nome del nonno di Gesù (Giacobbe per l’uno, Eli per l’altro, come si è visto): “La cosa non ci deve impressionare più di tanto, perché spesso nell’antico Oriente le genealogie, più che documenti anagrafici o atti notarili o testi storico-giuridici, erano schemi generali destinati a celebrare le origini di un clan”.

E adduce a sostegno il fatto da noi già ricordato dell’intento cabalistico con cui Matteo ha redatto il proprio elenco di nomi.

Nelle parole di Ravasi notiamo in primo luogo la tecnica dell’understatement tanto familiare all’apologetica: anziché dire che le genealogie non erano documenti ufficiali né testi giuridici, si dice che “più che documenti … erano schemi generali …”; e le espressioni “documenti anagrafici”, “atti notarili”, “testi storico-giuridici” hanno chiara connotazione negativa, evocando un formalismo burocratico che è agli antipodi della spiritualità evangelica; sicché i testi di Matteo e di Luca, benché non siano che aridi elenchi di nomi, per contrasto acquistano automaticamente connotazione positiva.

È chiaro poi il carattere evasivo della definizione: resta il problema di dare un significato alla formula “schemi generali destinati a celebrare le origini di un clan”. Che si guadagna chiamando “schema generale” una sfilza di nomi ciascuno dei quali indica il padre della persona designata dal nome seguente? L’unica circostanza che dovrebbe interessare è la corrispondenza di questi nomi alla realtà, ossia la loro attendibilità. Che senso avrebbe “celebrare le origini di un clan” mediante una successione di nomi qualsiasi? In questo modo chiunque può “celebrare” quel che vuole.

Il cardinale Van Thuan, vietnamita, testimonia che per lui, asiatico, la memoria degli antenati è importante, e che egli ricorda “i nomi di 15 generazioni” di ascendenti, a partire dal primo che ricevette il battesimo, nel 1698.

Già; ma in primo luogo si tratta di tre soli secoli, non di dieci o quindici; e, soprattutto, il cardinale dovrebbe dirci se per lui sarebbe indifferente sapere che alcuni di quei nomi sono sbagliati sotto il profilo storico, ossia “biologico”, e che quindi la genealogia non riproduce il reale andamento dei fatti.

R. Brown, sempre citato da Tornielli, scrive che “soltanto in casi molto rari le genealogie degli antichi Semiti ci forniscono una lista di antenati consanguinei, un fattore, questo, che non le rende necessariamente imprecise, dal momento che l’intenzione di coloro che le conservano non era strettamente biologica”.

Bene: vorremmo sapere che cosa significa, per una genealogia, non essere “strettamente biologica”. Può solo voler dire, ci sembra, che alcuni anelli della catena indicano legami di sangue ed altri no; ma il valore della genealogia si riduce a zero se non si precisa di quale natura sono i nessi di natura non biologica, poiché in tal caso si cade nell’arbitrarietà più assoluta.

Lo stesso Tornielli, dal canto suo, ci ricorda che “non esistendo il cognome, ma soltanto il nome, nasceva la necessità di ricordare il padre o il nonno per evitare la confusione tra omonimi” (p. 43). Giusto; ma come si poteva soddisfare tale esigenza se poi quel padre o quel nonno venivano indicati in modo così clamorosamente discordante come vediamo avvenire nelle genealogie forniteci da Matteo e da Luca?

E quando l’autore definisce la genealogia matteana “un elenco che non attesta tanto la produzione biologica quanto piuttosto tende a dimostrare [sic!] la provvidenza divina”, è facile ribattere che se i legami fra i personaggi elencati non sono rigorosamente storici (cosa estremamente dubbia, viste le discordanze tra i due evangelisti), la genealogia non dimostra assolutamente nulla.

Come si vede, l’apologetica cerca in genere di enfatizzare il tema dell’importanza delle genealogie per gli interessati mettendo in secondo piano, nella speranza di farlo dimenticare, quello più scottante della loro attendibilità, e quindi della loro “verità”.

Ora, è giusto considerare il significato e il valore che avevano per gli Ebrei le genealogie famigliari; ma va detto senza mezzi termini che se manca l’attendibilità non ha più senso neppure parlare del loro significato.

E occorre pure rendersi conto che nella realtà basta che un solo anello della catena sia sbagliato, che un solo passaggio sia scorretto, per rendere inattendibile tutta la genealogia.

Per quanto riguarda l’origine delle genealogie evangeliche, Raymond E. Brown tende ad escludere che la successione di nomi fornitaci da Matteo sia inventata di sana pianta, così come esclude che, al contrario, sia stata compilata sulla base di documenti autentici della famiglia di Giuseppe.

L’ipotesi che gli sembra più probabile è che l’evangelista si sia limitato ad aggiungere i nomi di Giuseppe e di Gesù a una lista “popolare” di discendenti di Davide circolante ai suoi tempi.

A dir la verità, a noi questo pare un procedimento quanto mai disinvolto, che poteva consentire a chiunque di proclamarsi discendente di Davide: bastava aggiungere il proprio nome e quello del padre a una lista già circolante (da notare che in tal caso il legame abusivo veniva a trovarsi già fra il secondo e il terzo nome della lista, partendo dal basso).

Inoltre, considerata la radicale diversità rispetto alla genealogia di Luca per quanto riguarda l’epoca postesilica, dobbiamo concludere che Matteo, se non ha inventato di sana pianta, si è però probabilmente servito di un “testo inventato” già pronto.

Per quanto poi riguarda Luca, Brown fa un’osservazione che, se possibile, toglie ulteriormente credito alla vantata “acribia” dell’evangelista: “alcuni dei nomi che egli assegna al periodo preesilico (Levi, Simeone, Giuseppe, Giuda) sembrano costituire degli anacronismi, poiché l’uso di dare ai figli nomi di patriarchi si diffuse solo dopo l’Esilio”.

Per di più, lo studioso trova assai sospette due sequenze assai simili di cinque nomi, sicché, scrive, “ci si chiede se i nomi del periodo monarchico non siano stati in parte rimpiazzati da nomi del periodo post-monachico (post-esilico)” (“The birth of the Messiah”, p. 92).

E tralasciamo altri sospetti analoghi, con le congetture che essi rendono necessarie.

Da quanto si è detto sin qui, appare dunque chiaro che l’attendibilità delle genealogie di Gesù è concordemente ritenuta irrisoria.

In effetti, l’apologetica sembra accontentarsi, per usare una metafora processuale, di un’assoluzione col beneficio del dubbio, o addirittura di ... una condanna al minimo della pena, in virtù del riconoscimento di valide attenuanti.

Nelle parole di Tornielli: “[Le genealogie] appare difficile considerarle come il frutto di una mera invenzione, anche se ai fini della nostra inchiesta non ci permettono di approdare ad alcuna certezza”.

Ossia: sono per noi inutilizzabili, ma non si può escludere che tra quelle dozzine di nomi ve ne sia anche qualcuno di giusto.

Le sortite di un esegeta d’assalto

Ma non tutti gli apologeti sono disposti a questa resa quasi incondizionata. Nonostante tutto, vi è ancora chi, come René Laurentin, considera le due genealogie evangeliche cose serie, frutto di ricerche accurate. Le giudica infatti “composte in un ambiente che coltivava quest’arte con scrupolo” e “redatte con serietà sia per quanto riguarda le fonti che per il loro ordinamento.”

E precisa: “Contestarle per la parte recente, per la quale non disponiamo di elementi di raffronto e di controllo, sarebbe assurdo, perché è precisamente la parte più vicina quella per la quale l’ambiente forniva il materiale più abbondante. Ed è in questa sovrabbondanza ch’essi hanno fatto le loro scelte rispettive e coerenti, ciascuno secondo la propria cultura. Le loro divergenze sono di buona lega [sic!], spiegabili secondo le norme vigenti in quell’epoca e conciliabili, come ha dimostrato J. Masson. È secondo queste norme e non secondo quelle della nostra civiltà dei calcolatori che dobbiamo giudicarle” (VIC, 472-73).

C’è da rimanere esterrefatti: attendersi che le due genealogie non sembrino piovute da due pianeti diversi sarebbe pretendere di giudicare secondo la nostra cultura imbevuta di tecnologia informatica! E si scopre che esistono anche discordanze eccellenti, di buona qualità.

I due evangelisti, che avrebbero pescato nel materiale disponibile, “ciascuno secondo la propria cultura”, quel che meglio rispondeva alle loro esigenze, a quanto pare non si sono minimamente preoccupati della cultura dei loro lettori più o meno lontani nel tempo e nello spazio, se non altro per ragguagliarli circa i criteri che avevano guidato la loro “scelta”.

Sicché ora noi dobbiamo prendere per buono quello che ci hanno ammannito.

Almeno finché non riusciremo a dimostrare che si sono sbagliati, s’intende; poiché l’onere della prova, diamine, incombe a chi diffida. Finché non dimostreremo, documenti alla mano, che Eli o Giacobbe non erano nonni paterni di Gesù, resteranno tali sia l’uno che l’altro.

Il bello (o il brutto) è che, dice Laurentin, “queste genealogie avevano una funzione, che non interessa solo la curiosità, ma la fede”. E qual era questa funzione? “Di fronte all’idealismo dei doceti e degli gnostici esse fornivano una garanzia: la realtà umana di Cristo, quella che sarà ben presto detta l’incarnazione (o, meglio, l’umanizzazione) del Figlio di Dio” (ivi).

Sarà colpa della nostra “civiltà dei calcolatori” che ci ha guastato il palato e ci ottunde l’ingegno, ma ancora una volta restiamo interdetti: una sfilza di nomi buttati giù senza alcun criterio dichiarato avrebbe il potere di “dimostrare” che Gesù era, oltre che vero Dio, anche vero uomo, in carne ed ossa!

No, caro Laurentin: come la spiegazione procede dal noto all’ignoto, così la dimostrazione può attingere valenza di prova solo partendo da ciò che già è dimostrato.

Se lo scopo delle genealogie era di inserire Gesù nella storia, esse dovevano fare riferimento a notizie storiche sicure, dovevano intersecare col loro percorso una trama di dati già noti al di là di ogni ragionevole dubbio.

Lo scopo dei dati forniti dovrebbe essere quello di consentire agli eventuali increduli di verificare, di documentarsi. L’operazione compiuta dai due evangelisti assomiglia invece a quella di un ipotetico cronista medievale che avesse preteso di dimostrare la realtà storica del mago Merlino o della fata Morgana fornendoci a mo’ di genealogia un elenco di nomi a noi totalmente sconosciuti e di consistenza storica assolutamente inverificabile; e con questo avesse voluto magari dimostrare la discendenza del mago o della fata da Giulio Cesare.

A poco servirebbe obiettare che forse quei nomi dicevano qualcosa ai contemporanei del cronista: si tratterebbe di una pura congettura. E resterebbe infine da spiegare come mai di quei nomi e di quegli eventi non sia rimasta traccia.

E soprattutto, per completare l’analogia con il nostro caso, si dovrebbe ancora immaginare di disporre, per il medesimo personaggio, di due diverse genealogie clamorosamente discordanti quali sono quelle di Gesù.

Qui tocchiamo il nocciolo del problema: chi, come Laurentin, afferma di trovare nelle genealogie di Matteo e Luca una prova della realtà umana di Gesù, deve ammettere che - almeno per quanto riguarda la sezione non coperta dal racconto biblico - il valore di tale prova sussisterebbe immutato rimescolando in un bussolotto tutti i nomi fornitici dai due evangelisti per disporli in un qualsivoglia altro ordine puramente casuale.

Così come sussisterebbe immutato nel caso che gli evangelisti stessi o i loro “informatori” fossero ricorsi a un procedimento del genere per compilare i loro elenchi. Noi non siamo assolutamente in condizione di attribuire un maggiore o minore grado di attendibilità storica all’una o all’altra delle innumerevoli “genealogie” che si potrebbero così formare.

Sicché il valore di prova di tali “documenti” è semplicemente nullo.

E pressoché nullo doveva essere anche per i contemporanei degli evangelisti: proviamo a chiederci ad esempio quali fossero, per un lettore di Luca, le possibilità concrete di verificare, poniamo, se il nonno di Gesù fosse veramente Eli e il bisnonno di Eli fosse proprio Melchi figlio di Iannai.

Anche ammettendo, secondo una delle ipotesi sopra riferite, che non di invenzioni assolutamente arbitrarie degli evangelisti si tratti, ma di documenti probabilmente inattendibili ma comunque circolanti nella Palestina del tempo, resta il fatto ingiustificabile che la discordanza tra Matteo e Luca riguarda già quello che è in fondo il primo anello della catena, ossia il padre di Giuseppe.

In tanta nebbia, l’ostentazione di una sicurezza che permette di snocciolare un’intera genealogia comprendente varie dozzine di nomi non può essere, oggettivamente, che vendita di fumo.

La discendenza davidica

Prima di concludere, vale la pena di riflettere un momento sul significato della discendenza davidica di Gesù.

L’opinione più comune a questo riguardo è riassunta da Tornielli, secondo il quale Matteo intende “mettere in luce con questa genealogia la discendenza davidica di Gesù, che risulta così l’erede delle promesse fatte da Dio agli ebrei e allo stesso tempo, con il riferimento ad Abramo, rappresentare il Nazareno anche come erede di quella più ampia promessa di benedizione per i Gentili fatta tramite lo stesso Abramo”.

Non entriamo nel merito dell’effettiva diffusione, nella Palestina del primo secolo, del convincimento che il Messia tanto atteso dovesse appartenere alla stirpe di Davide. Non pochi studiosi avanzano riserve a questo proposito. È comunque un dato di fatto che nei Vangeli e in Paolo la discendenza davidica del Nazareno viene ripetutamente affermata.

Partendo da questo dato e dall’ipotesi che l’appartenenza alla stirpe di Davide non fosse condizione necessaria per avvalorare pretese messianiche, vi è chi arriva addirittura a rovesciare la prospettiva, affermando che gli evangelisti affrontano il tema perché era loro impossibile nascondere la circostanza!

E Tornielli precisa: “Se il fatto non avesse avuto un qualche fondamento nella realtà, i primi cristiani, che lo raccontavano ai quattro venti dopo la morte in croce del Nazareno, sarebbero stati esposti al rischio di facili smentite”(!).

Già, diciamo noi. Essendo infatti noto lippis et tonsoribus, in tutta quanta la Palestina nonché fuori dei suoi confini, che Giuseppe discendeva da Davide, gli evangelisti si son visti costretti a sciorinarne la genealogia completa (fino ad Abramo!). E ciò pur arrossendo per le vergogne della famiglia che in tal modo si trovavano costretti a mettere in piazza, secondo quanto afferma certa apologetica (v. su questo “Una genealogia infamante? Amenità apologetiche”).

Ma proviamo a chiederci: chi mai conosceva quel fantasma di Giuseppe, oscuro carpentiere nell’oscura e screditatissima Nazaret? Quanto poteva essere diffusa, nella Palestina del tempo, la conoscenza del fatto che egli era della stirpe di Davide?

Qui il povero CUB si sente veramente preso per il bavero. (Circa l’illusorietà del criterio apologetico della “smentita”, v. in particolare “Gli appelli al buon senso” nella monografia “L’apologetica e i racconti pasquali”.)

È comunque incontestabile che la discendenza davidica di Cristo è un elemento su cui nei Vangeli “si investe” moltissimo, nonostante la circostanza che rende quasi umoristica la vicenda, ossia il fatto che la discendenza passa attraverso qualcuno che in realtà è solo il padre legale (e, si badi, neppure in forza di un istituto di antica e sacra nobiltà come il levirato).

A detta di Laurentin, ad esempio, gli stessi Matteo e Luca sarebbero sconcertati dal concepimento verginale (e tale sconcerto accrescerebbe l’attendibilità della loro testimonianza al riguardo) perché di fatto toglie molto significato alla discendenza davidica di Gesù tramite Giuseppe.

La catechesi ufficiale, peraltro, allo scopo di dimostrare la piena legittimità della procedura con cui Gesù vien fatto discendere da Davide insiste sul fatto che per gli Ebrei la paternità legale era importantissima, addirittura più di quella biologica, come dimostrerebbe appunto la legge stessa del levirato.

Sarà; ma tutto l’Antico Testamento ci fornisce indicazioni in contrario. Se fosse vero che la paternità legale poteva surrogare a pieno titolo quella biologica, non si vede perché la mancanza di prole “biologica”, a cominciare proprio da Abramo, venisse vissuta come un autentico dramma; e, viceversa, l’assicurazione di una prole e di una discendenza numerosa fosse considerata la più grande benedizione che il Cielo potesse concedere.

Del resto, quando si pensa al “virgulto di Iesse” preconizzato dal profeta non si può non rimanere perplessi: “virgulto” è metafora che fa ovviamente pensare a una continuità biologica, non a un cavillo legale, per quanto ineccepibile.

È pertanto assai dubbio che chi per secoli e secoli aveva atteso un Messia figlio di Davide potesse non storcere la bocca di fronte a uno stratagemma formalistico come quello che ci presentano le genealogie di Gesù.

Questo rende ancora più inattuale una problematica che già di per sé è quanto di più lontano si possa immaginare dalla mentalità e dalla sensibilità moderne.

Si provi a immaginare quanto importante deve apparire la discendenza davidica di Gesù – “dimostrata” con tanto puntiglioso accanimento nella Scrittura - ai cinesi del terzo millennio, che pure, si dice, sono in attesa di evangelizzazione e devono quindi poter accedere alla “parola di Dio”.

Il fatto è che la discendenza davidica del Messia aveva un valore notevole, a quanto sembra, per i Giudei del tempo. Era quindi un requisito importante, pur se probabilmente non necessario, per ogni sedicente Messia. Avrebbe dunque potuto rivelarsi utile, se non decisiva, per il riconoscimento delle pretese messianiche di Gesù.

Ma ahimè, secondo il solito procedimento schizofrenico, la genealogia del Cristo è stata divulgata solo a posteriori, e per di più in modo altamente contraddittorio. In ogni caso, è indubbio che la discendenza davidica del Nazareno non venne esibita a coloro che proprio avrebbero potuto e dovuto apprezzarla (ed eventualmente verificarla), ossia i suoi contemporanei, dai quali egli pretendeva di venir riconosciuto come Messia.

Anche la circostanza della nascita a Betlemme, ulteriore strumento di collegamento con Davide e fondamento di pretese messianiche, rimase celata agli interlocutori di Gesù.

Sicché appare decisamente fuori luogo la deplorazione per il mancato riconoscimento: “il mondo non lo riconobbe”, “i suoi non l’hanno accolto”. Come avrebbero potuto?

Ma è probabile che se, mentre Gesù era vivo, si fosse andati ad approfondire la sua ascendenza, e quindi le circostanze della sua nascita, la reputazione del Nazareno avrebbe avuto ben poco da guadagnare, come – sulla base degli stessi testi evangelici - ci proponiamo di dimostrare in altra sede.

Conclusione

Se - accanto all’inutilità delle genealogie a fini di proselitismo nell’ambiente giudaico del tempo - si pensa quanto sia controproducente per la credibilità del testo sacro la loro clamorosa discordanza, si deve concludere che il loro inserimento nei Vangeli va considerato operazione decisamente fallimentare.

Come si è detto, l’apologetica, in grave imbarazzo di fronte a questi strani “documenti”, cerca di ridimensionare la portata della loro manifesta inattendibilità. La tecnica che sopra abbiamo individuato nel commento di G. Ravasi è praticamente la regola: si ammette, con un profluvio di connotazioni negative (“scrupolo notarile”, “irreprensibilità documentale”, “formalismo protocollare” … : questo, si sostiene, è ciò che noi - a torto - pretenderemmo da quegli elenchi di nomi) che dal punto di vista storico le due genealogie non valgono nulla, ma si ripiega sul versante della loro importanza, tanto “sociale” quanto teologica; il che, si pensa, dovrebbe bastare a garantire la serietà dell’operazione compiuta dagli evangelisti.

In “Ipotesi su Gesù” Vittorio Messori, polemizzando con Voltaire, mette le mani avanti:

“Chiariamo subito che nessuno studioso cristiano, anche tra i più tradizionali, tenterebbe di dimostrare che quelle "genealogie" sono da valutare secondo il nostro concetto di storia. Esse hanno una funzione letteraria, simbolica e, soprattutto, teologica. Ci guarderemo bene dall’assurdo tentativo di dimostrare che sono "vere" nel senso storico attuale” (p. 190).

Francamente risulta difficile capire. Pretendere che quando si indica il nome del padre o del nonno di un personaggio si scriva veramente il suo nome e non quello di un Pinco Pallino qualsiasi sarebbe un “valutare secondo il nostro concetto di storia”?

Ed è proprio così chiaro in che consista il “senso storico attuale”?

Dovremmo dunque dedurre che se io - nel caso che mio nonno si chiamasse Giovanni – nel mio albero genealogico scrivo proprio che si chiamava Giovanni, dimostro di aver fatto mio il moderno concetto di storia?

E la “verità” (tra virgolette, come scrive Messori) è forse una verità più alta, più profonda della banale, volgare verità a cui pensano quei “semplici” che sono i primi destinatari della Rivelazione?

Ma c’è di più. A Messori a quanto pare sfugge il fatto che il tanto bistrattato Voltaire diceva proprio quello che adesso dicono tutti gli studiosi cristiani, anche “i più tradizionali”: diceva che è assurdo ogni tentativo di dimostrare che quelle genealogie sono vere.

E, in anticipo sui tempi della Chiesa, lo diceva proprio in polemica con gli studiosi cristiani del suo secolo, che evidentemente non avevano ancora maturato quello che sarebbe poi stato il “concetto di storia” del secolo XX.

Abbiamo sopra parlato di vendita di fumo, di mistificazione sfacciata per la disinvoltura con cui Matteo e Luca esibiscono, quasi fossero documenti ufficiali, elenchi di nomi di scarsa o nulla attendibilità.

Ora, è chiaro che è sempre possibile sostenere la buona fede dei due evangelisti, a patto però di attribuir loro l’ingenuità o la scorrettezza di non aver fornito alcun ragguaglio sul metodo di ricostruzione seguito. Ma in ogni caso non si può fare a meno di chiedersi quale parte abbia avuto in questo pasticcio la regìa divina.

Non doveva sapere lo Spirito Santo, vero autore della Scrittura e pertanto coordinatore del lavoro degli agiografi, che la stragrande maggioranza dei futuri lettori dei Vangeli non avrebbe avuto alcuna possibilità di spiegarsi le clamorose differenze tra le due genealogie? E che quindi questa “stupida” divergenza avrebbe provocato interminabili querelles e gettato - “stupidamente” - un evitabilissimo discredito sui vangeli stessi? Come credere, di fronte a simili fatti, che la Bibbia abbia veramente Dio per autore?

Per queste angosciose domande l’esegesi e l’apologetica, a dispetto della consumata abilità a fabbricare cavilli, non hanno alcuna risposta.

In effetti, un elemento di capitale importanza per valutare il significato delle genealogie di Gesù per il potenziale credente del terzo millennio è la loro collocazione.

Sono poste proprio all’inizio dei vangeli: quella di Matteo è l’incipit assoluto del vangelo quadriforme, quella di Luca si trova all’inizio del vangelo inteso come “buona novella”, ossia all’inizio di quello che è il racconto della predicazione del Regno.

Questo ci fa misurare l’enorme distanza che ci separa da quel mondo, da quel costume, da quei valori. Le genealogie infatti, oltre a conferire un’aura di solennità all’annuncio, vorrebbero essere un’esibizione della cura impiegata dagli autori nell’assumere le informazioni prima di darci la buona, inebriante notizia della venuta del Salvatore.

Bene, il risultato è desolante. Tant’è vero che l’unica soluzione che fin qui ha trovato la Chiesa è quella di ignorare per quanto possibile i versetti delle genealogie, evitando così di rispondere agli interrogativi che suscitano.

L’incipit del Vangelo ha dunque valore emblematico per l’evangelizzazione: sembra dirci che noi siamo out.

Non parliamo più la stessa lingua: a dispetto della quantità di alti insegnamenti di etica e di spiritualità che può ancora darci, la “Buona Novella” è terribilmente datata.

N. B. Nella monografia “Metodi dell’esegesi e della teologia”, sotto il titolo “Un esempio di apologia della mistificazione”, si esamina criticamente il testo di un biblista contemporaneo che presenta la genealogia di Matteo con toni addirittura entusiastici.

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