Un esempio di apologia della mistificazione
Nel capitolo “La mistificazione pura: le genealogie di Gesù” della monografia “I Vangeli dell’infanzia” abbiamo definito mistificatoria l’operazione di Matteo e Luca che sciorinano due genealogie di Gesù clamorosamente discordanti tra loro e di attendibilità praticamente nulla.
Può essere utile vedere qui come un biblista contemporaneo si sforza invece di difendere quella mistificazione presentando la genealogia di Matteo in chiave decisamente positiva; tanto positiva che egli non riesce a nascondere il suo entusiasmo.
Riportiamo alcuni passi della sua esposizione corredandoli di brevi commenti (tutti i corsivi sono nostri).
Molto opportunamente l’autore inizia riconoscendo il carattere anomalo del testo; anzi, calcando la mano scrive:
“Siamo stupiti, quasi ammutoliti, nel leggere un testo sconcertante, monotono, apparentemente insignificante, forse indigesto anche al lettore più volonteroso [sic!]. Una scheletrica lista di nomi dà il benvenuto a chi si avventura nel Vangelo secondo Matteo che, oltre tutto, nella disposizione attuale, inaugura i libri del Nuovo Testamento.
Più che un invito alla lettura, la pagina sembrerebbe scritta per scoraggiare e per indisporre [sic!]. Sono legittime tutte queste reazioni, ma istintive e condite con un pizzico di superficialità.”
Noi sottoscriviamo di tutto cuore, con qualche riserva solo per la presunta superficialità. Senonché a questo punto naturalmente … “arrivano i nostri”, che rovesciano brillantemente la situazione:
“Anche in questo caso, le apparenze ingannano. Matteo non è un ingenuo e tanto meno uno sprovveduto: egli intende aiutare il lettore a prendere coscienza dei segreti incalzanti della storia e avvicinarlo alla persona di Gesù. Per questo ha voluto creare un solenne portale di accesso a colui che la storia giudaica aveva atteso da quasi due millenni. La prima pagina di Matteo serve a creare contorni precisi che aiutano a inserire Gesù nel tessuto della storia e a radicarlo nel suo popolo. Un supplemento di attenzione e il superamento del disagio iniziale aiuteranno a squarciare orizzonti a dir poco entusiasmanti. Dietro la fredda cortina di nomi scorre un rivolo di freschezza e di attualità che saprà apprezzare anche il lettore moderno.”
Qui concordiamo su un punto: Matteo non è un ingenuo e tanto meno uno sprovveduto. Tant’è vero che mette in scena una mistificazione che al Nostro pare addirittura “squarciare orizzonti a dir poco entusiasmanti” (!).
Ma quanto al “solenne portale”, sarà bene ricordare che, se i nomi forniti dall’elenco non corrispondono alla verità, si tratta di un portale di cartapesta.
Prosegue l’autore:
“Il movimento del brano è semplice e robusto allo stesso tempo. Siamo in presenza di un abile e artistico lavoro di cesello, provvisto di una introduzione che funziona da titolo, di uno sviluppo articolato in tre momenti e di una conclusione. L’inizio aiuta il lettore a capire fin dalle prime battute che il soggetto in questione è Gesù [sic!]. Di lui si dà una triplice titolatura che il seguito del Vangelo si impegnerà ad illustrare: “Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo”. In perfetta simmetria con la frase iniziale si colloca la conclusione che ricapitola per sommi capi uno spaccato di storia che riprende i nomi di Abramo, Davide e Cristo presenti nel titolo. L’insistenza è voluta: si parte da Cristo e si arriva a lui.”
Incredibilmente banale l’osservazione secondo cui l’elenco figura incluso tra il nome di Gesù Cristo posto all’inizio (in quanto compreso nel titolo preposto da Matteo alla genealogia) e lo stesso nome che appare – ovviamente - alla fine.
È evidente che questo accadrebbe con la genealogia di qualunque altro individuo, se presentata allo stesso modo.
Senonché all’autore preme offrirci una metafora che a lui deve essere sembrata splendida per elevare il tono dell’esposizione e contribuire a confondere le idee:
“Tra la ripetizione del nome di Cristo, all’inizio e alla fine, danza una serie di nomi che si succedono al ritmo della storia [sic]”.
Ed ecco i “danzatori”:
“tre gruppi di quattordici nomi ciascuno, segmenti di vita di Israele che principiano nel capostipite Abramo, passano attraverso lo splendore del regno di Davide, si affossano nel baratro della deportazione a Babilonia e infine riemergono per puntare diritti su colui che chiude la lista”.
È chiaro che chi, come il Nostro, conosce la storia d’Israele, collega immediatamente certi nomi (almeno quelli citati nei libri di Samuele e dei Re) a determinati episodi di tale storia. Ma, ci scusiamo di doverci ripetere, questo sarebbe possibile con la genealogia di qualunque altro personaggio: non ha proprio nulla a che vedere con una presunta straordinaria espressività e sublimità del testo di Matteo.
Lo sforzo lirico dell’autore culmina nel periodo seguente, che vorrebbe quasi strappare l’applauso:
“La pagina proposta è uno stupendo affresco, ricco di colore, popolato da tanti personaggi. Matteo mostra la linfa vitale che sale dal vecchio tronco della storia. Domina la scena la persona di Gesù, presentato come il Messia (Cristo) atteso; il suo nome apre e chiude il brano, come causa sorgiva e meta finale di tutta la storia di Israele. La genealogia si presenta come una danza di nomi al ritmo della storia [e due!]. Le generazioni si susseguono e scandiscono gli anni e i secoli, eventi gloriosi e tristi si intrecciano, figure illustri e meschine si alternano, la vita sembra scorrere dimentica del passato e ignara del futuro [?], eppure tutto prende senso e valore quando Matteo ricapitola la storia tracciando un diagramma così nitido e preciso che solo la mano di Dio può aver disegnato. Gesù arriva nella famiglia umana preparato e atteso da tutti coloro che lo hanno preceduto perché tutti, ciascuno a proprio modo, nel bene o nel male, hanno contribuito a far fluire il tempo e a vivere al ritmo della storia [e tre!]. Matteo guarda con compiacimento tutto questo, seleziona i numerosi fatti e persone, scegliendo i più espressivi; aiuta a leggere in profondità gli avvenimenti, causati dagli uomini ma determinati da Dio. È Dio a condurre tutto verso la meta, Gesù Cristo. La storia diventa allora il palcoscenico delle rappresentazioni degli uomini, il luogo dove si dispiega l’amorevole provvidenza di Dio, una festa segnata da un primordiale applauso alla vita.”
Sarà bene puntualizzare: nel testo di Matteo in realtà non vi è nulla – e tanto meno un affresco! – che sia “popolato” di personaggi; vi è invece l’elenco nudo e crudo dei nomi di questi personaggi, molti dei quali assolutamente sconosciuti. Stando così le cose, possiamo immaginare quanto alla fantasia trasfiguratrice del Nostro debba apparire “popolato di personaggi” lo smisurato affresco di un elenco telefonico!
Da notare poi il compiacimento delle metafore “vitalizzanti”: la “causa sorgiva” (poco prima abbiamo incontrato un “rivolo di freschezza”), la “linfa vitale”, e soprattutto, ossessionante, la “danza dei nomi al ritmo della storia”.
Quanto al “diagramma così nitido e preciso che solo la mano di Dio [lo] può aver disegnato”, basterà osservare che esso diventa subito sfocato e impreciso – per non dir altro – se confrontato con quello disegnato pure da Dio, ma senza dubbio con un diverso pennello, sulla tela di Luca.
Riproponiamo infine alla lettura il periodo conclusivo, di profondità evidentemente così abissale che a noi riesce arduo spremerne un senso:
“La storia diventa allora il palcoscenico delle rappresentazioni degli uomini, il luogo dove si dispiega l’amorevole provvidenza di Dio, una festa segnata da un primordiale applauso alla vita.”
Ricordiamo, a scanso di equivoci, che tutto questo viene prodigiosamente suggerito all’autore da una lista di quarantun nomi, molti dei quali sconosciuti, separati l’uno dall’altro dalla formula fissa “generò”: “… Abiud generò Eliacim, Eliacim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, …” .
Prodigi, appunto, della fede entusiasta.
Sotto l’urgere di tale fede tutto si trasforma, e l’apologetica può scoprire – o fingere di scoprire – anche nei testi più aridi e prosastici tesori di immaginazione e di poesia, che in realtà esistono solo nella mente dell’esegeta di turno.
Ci si perdoni la banalità dell’esempio: anche leggendo lo scontrino del supermercato si può compiere un viaggio entusiasmante intorno al mondo, sollecitati dalla menzione del formaggio olandese, dei datteri tunisini, del caffè brasiliano, delle banane honduregne, nonché, naturalmente, di una quantità di articoli “made in China”.
Ma è chiaro che il viaggio, se vogliamo farlo, lo facciamo noi con la nostra fantasia, non è nello “scheletrico” elenco di prodotti che abbiamo sotto gli occhi; così come l’evocazione emozionata ed emozionante dei grandi eventi della storia ebraica non è nella lista di nomi fornitaci da Matteo.
In ogni caso, ripetiamo, si deve ammettere che tale evocazione la si avrebbe con la genealogia di qualunque altro personaggio, ammesso di poterla ricostruire.
E, soprattutto, va ribadito che la si avrebbe né più né meno anche nel caso che una ventina di nomi della lista fossero diversi, magari perché tratti dalla lista di Luca.
Il nostro autore termina il suo exploit delineando sinteticamente l’identità che Gesù fornirà di sé durante la sua missione di predicazione e di redenzione. E conclude:
“[…] Per capirlo bene, il lettore deve continuare la lettura del Vangelo. Matteo lo ha incuriosito, stuzzicato, preparato [sic!] per una corretta comprensione di quanto segue.”
Tale affermazione ci lascia di stucco: all’inizio del suo commento, si ricorderà, l’autore aveva dipinto in modo diametralmente opposto l’effetto immediato che la genealogia di Matteo fa sul comune lettore non prevenuto.
Aveva parlato di “testo sconcertante, monotono, apparentemente insignificante, forse indigesto anche al lettore più volonteroso”; aveva definito la genealogia “una scheletrica lista di nomi”; era arrivato a dire che “più che un invito alla lettura [sic] la pagina sembrerebbe scritta per scoraggiare e per indisporre” (!). E, associandosi idealmente a quei lettori che rimangono “stupiti, quasi ammutoliti”, aveva definito “legittime” simili reazioni, pur se “istintive e condite con un pizzico di superficialità”.
Ora, invece, ha il coraggio di scrivere che il lettore che si è sciroppato la genealogia di Matteo si sente addirittura “incuriosito, stuzzicato, preparato per una corretta comprensione di quanto segue.”
Che cosa è accaduto per ribaltare la situazione in modo tanto clamoroso? È accaduto che, mentre nel primo caso, realisticamente, si prendeva in considerazione il comune lettore “ingenuo” della Bibbia che si accosta al testo per attingere la parola di Dio armato solo della propria buona volontà, ora si suppone invece un lettore già debitamente catechizzato dall’irresistibile pistolotto dell’esegeta devoto.
La circostanza è di importanza capitale sotto il profilo metodologico: ci dice che per l’apologetica è sottinteso che anche le pagine in apparenza meno problematiche della Scrittura - quale è appunto un banale elenco di nomi volto a dimostrare che Gesù discende da Davide - richiedono imprescindibilmente l’intervento del pio commentatore che le presenti sotto una luce completamente diversa da quella in cui apparirebbero altrimenti.
La parola di Dio va dunque sempre accostata con l’ausilio di un commento edificante incorporato. Solo così si ottiene che quel che di per sé risulta insignificante o addirittura indigesto arrivi ad apparire appetitoso. Il becchime si trasforma in caviale.
Dobbiamo ricordare che l’autore stesso, dopo averci presentato la reazione spontanea – ossia il legittimo sconcerto - di chi, avventurandosi nella lettura del Vangelo, si trova di fronte un testo del genere, ci ha però avvisato che “anche in questo caso, le apparenze ingannano”.
Il che significa, in primo luogo, che la parola di Dio abitualmente “inganna”, viene cioè fraintesa da chi non abbia una specifica preparazione professionale e pastorale. Al che il nostro pensiero corre naturalmente a quei “piccoli” ai quali, secondo Gesù, Dio avrebbe rivelato la verità tenuta invece nascosta ai “sapienti e agli intelligenti” (Mt 11, 25).
Da quanto dice qui Mauro Orsatti (è lui il nostro biblista, e il libro è “Natale: la bella notizia”, Àncora, 1999), dobbiamo invece dedurre che la regìa divina, ponendo all’inizio del Vangelo un testo “sconcertante, monotono”, “indigesto”, consistente in un puro elenco di nomi che sembra scritto “per scoraggiare e per indisporre” il lettore facendogli passare la voglia di leggere oltre, abbia fatto assegnamento sull’immancabile collaborazione di qualche sapiente e intelligente doc, ossia di provata virtù apologetica.
Ma che cosa accade quando questi manca, quando cioè l’aspirante utente biblico si trova tra le mani un testo con uno scarno apparato di note meramente esplicative?
È ragionevole supporre che in nove casi su dieci il lettore ben intenzionato corra con l’occhio al versetto 17, dove la genealogia si conclude, e riprenda a leggere dal versetto 18.
Ignaro, ahimè, delle ineffabili, sublimi bellezze che l’esegesi devota gli avrebbe fatto scoprire.
P. S. È sincero Mauro Orsatti nella sua appassionata esaltazione della profondità affascinante della genealogia di Matteo, o finge sapendo di mentire?
Difficile rispondere. Forse la verità si colloca a mezza via. L’apologeta è un avvocato, e sappiamo che per l’avvocato che difende con calore ed efficacia il proprio cliente è vano chiedersi se sia veramente convinto della sua innocenza.
Sta di fatto che l’apologetica è una sorta di re Mida: tutto quel che tocca diventa oro. A suo giudizio, s’intende.
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