Il merito dell'Annunziata
In questo capitolo ci occupiamo specificamente del merito che secondo la teologia la Vergine avrebbe acquisito col suo “sì”. A dire il vero, non è che vi siano altri momenti, negli scarni ragguagli biografici mariani presenti nei Vangeli, in cui Maria ci appaia compiere qualcosa che possa esserle realmente attribuito a merito; comunque sia, qui la nostra attenzione si limita formalmente alla valutazione della “risposta” che la Vergine dà all’angelo annunziante.
Per stabilire però quanto sia da considerare meritorio l’atteggiamento di Maria che dà il suo preteso assenso al disegno divino, è opportuno esaminare preliminarmente varie questioni.
A) La libertà della Vergine
Cerchiamo innanzitutto di rispondere a una domanda che accade spesso di sentire a Radio Maria: la Vergine era effettivamente libera di dire di no?
Nel capitolo precedente abbiamo già risposto a questa domanda da un’angolazione particolare, quella dell’effettivo comportamento di Maria e dell’angelo nel passo di Luca. Qui vogliamo considerare il problema da un punto di vista per così dire astratto: sarebbe mai potuto accadere che la Vergine dicesse di no?
Padre Tentori, rispondendo agli ascoltatori di Radio Maria, dice che la Vergine era senz’altro libera di opporre un rifiuto al disegno divino, poiché Dio rispetta sempre integralmente la libertà delle sue creature; se non che, essendo stata preparata alla straordinaria missione sin dalla nascita, la sua stessa libertà la portava a dire di sì. Le sarebbe accaduto cioè quello che accade a Dio medesimo, il quale è sì libero di fare il male, ma è talmente santo che non può volerlo fare.
Ci permettiamo di obiettare. Maria, a differenza di Dio, è sottoposta ad influenze esterne (da un lato vi è Dio stesso, dall’altro il Maligno, la carne e il mondo). Dio, non facendo il male, non per questo si conforma alla volontà altrui; Maria sì. I due casi sono quindi in via di principio radicalmente diversi.
Resta il fatto che la Vergine, se vogliamo accettare l’interpretazione ufficiale del kecharitoméne, aveva ricevuto grazia in dosi iperboliche, quindi era in una condizione simile a quella di chi, plagiato o imbottito di psicofarmaci, pur essendo formalmente libero di rispondere come vuole, in pratica potrà solo rispondere nel modo voluto da chi lo ha opportunamente “predisposto”.
B) La responsabilità della Vergine
La risposta di Tentori, scontata nella sua ortodossia, serve anche a prevenire, svuotandola di significato, una domanda ancor più insidiosa, che si sente di tanto in tanto porre dagli ascoltatori: Che cosa sarebbe successo se Maria avesse detto di no?
A questa domanda lo stesso Tentori risponde in modi diversi, probabilmente secondo l’umore. Talvolta si limita a un garbato fin de non-recevoir, tendente a ridimensionare il problema: “A che serve chiedersi cosa sarebbe avvenuto se …? Stiamo a quel che è avvenuto”; talvolta invece, spazientito, dice che si tratta di problemi sciocchi: Maria ha detto sì e basta, è vacuo arzigogolare sui “possibilia”, come una volta si usava chiamarli.
La sua irritazione è del tutto fuori luogo. La domanda infatti è pienamente legittima, dal momento che la catechesi enfatizza in modo ossessivo la responsabilità di Maria al momento di dare il suo assenso (peraltro non richiesto, come sappiamo): dal suo ”sì” dipendevano, si dice, le sorti del mondo, anzi, dell’universo.
Ora, il più elementare buon senso suggerisce che la responsabilità di una decisione sì/no è proporzionale alla divaricazione esistente tra le conseguenze del sì e quelle del no (giunge ad azzerarsi quando tali conseguenze coincidono). Dunque, se la responsabilità di Maria era, come si sostiene, enorme, incomparabile (e lo si sostiene per motivare la straordinarietà del merito conseguito dalla Vergine col suo “sì”), tale – cioè appunto enorme – dev’essere stata la diversità tra le conseguenze delle due risposte possibili.
Bene: le conseguenze del sì le conosciamo, le abbiamo davanti agli occhi; diviene pertanto legittimo chiedersi quali sarebbero state le conseguenze di un no, per poter adeguatamente valutare il grado di “responsabilità” di Maria e quindi il suo “merito”. Se tale domanda è illegittima, se è solo frivola curiosità, allora è illegittimo anche ogni discorso circa la responsabilità gravante sulla Vergine al momento della decisione.
Ma altre volte Tentori si mostra più possibilista. Ad esempio, il 13 novembre 1998, dopo aver ribadito che, data l’eccezionale “preparazione” di Maria, la possibilità di un rifiuto era puramente teorica, dice che in tal caso Dio “… beh, ci avrebbe salvato in qualche altro modo”.
È chiaro che qui il teologo si trova in una situazione difficile, costretto a scegliere tra Scilla e Cariddi. I casi in effetti sono due:
se diciamo che il Cielo di fronte a un rifiuto di Maria avrebbe rinunciato ad attuare il suo piano di redenzione, facciamo di Dio un incosciente che affida la salvezza dell’umanità alla libera (così si sostiene) decisione di una ragazza di dodici o tredici anni (sia pure … preparatissima);
se invece pensiamo, con Tentori, che Dio ci avrebbe salvato in qualche altro modo, allora il ruolo di Maria nella Redenzione si ridimensiona drasticamente, per non dire che si azzera addirittura: noi non dobbiamo la nostra salvezza a Maria, giacché saremmo stati salvati comunque; sicché, pur prendendo atto della cooperazione prestata dalla Vergine, la considereremo una circostanza in effetti verificatasi ma che avrebbe anche potuto non verificarsi, senza che le nostre possibilità di salvazione risultassero per questo compromesse.
Quanto ai modi alternativi con cui Dio ci avrebbe eventualmente salvato, la congettura più ragionevole e più … economica, pur se è comprensibile che ai mariologi piaccia poco, parrebbe essere quella di un’altra donna: sarebbe cambiata solo la persona, rimanendo intatte le sapientissime modalità progettate da Dio per l’operazione “incarnazione/redenzione”.
Del resto, riflettendoci bene, chi ci assicura che Maria sia stata proprio la prima a ricevere la visita dell’angelo? Non potrebbe essere stata preceduta da un’altra o addirittura da altre donne mostratesi renitenti all’annuncio divino?
A ciò non osta la particolarissima preparazione compiuta da Dio su Maria (Immacolata concezione compresa), poiché la mente divina, conoscendo sin dall’inizio dei tempi quale sarebbe stata la libera decisione della prescelta al compito redentivo, non può non aver predisposto sin da allora le soluzioni alternative.
Sta di fatto che l’Antico Testamento non ci dice nulla circa l’identità della madre del futuro redentore; e d’altro canto è chiaro che, nel caso che Maria fosse stata preceduta da altre candidate meno disponibili, non ci si poteva attendere che Luca ci facesse la storia degli annunci respinti anziché limitarsi a raccontarci quello andato a buon fine. Spunti per la mariologia del terzo millennio.
C) Il ‘sì’ di Maria fu incondizionato?
A questa domanda abbiamo già di fatto risposto parlando dell’obiezione della Vergine (v. ‘Non conosco uomo’): se, come pensano non pochi biblisti e almeno un paio di papi, si trattava di vera obiezione, tanto che Maria si sarebbe decisa a consentire all’annuncio solo dopo essere stata rassicurata dall’angelo circa la conservazione della verginità, allora il suo “sì”, a dispetto di tutte le esaltazioni retoriche, non fu per nulla incondizionato. Fu di fatto subordinato a una precisa condizione, la possibilità di rimanere vergine.
Ma anche in un altro senso il “sì” di Maria non fu incondizionato: non fu dato come una sorta di carta bianca, ossia come un impegno illimitato, privo di condizioni per tutte le situazioni non previste che potessero presentarsi in futuro. Anche a questo abbiamo già accennato, a proposito del “secondo annuncio” fatto da Simeone: Maria ha precisato all’angelo “mi accada secondo la tua parola”, quasi a voler formalmente porre limiti definiti alla sua disponibilità.
Non è dunque corretto dire che Maria “si è abbandonata a Dio senza riserve”, come afferma Giovanni Paolo II al § 13 della “Redemptoris Mater”. Ed è comunque fuori discussione che la Vergine non diede il proprio consenso ad alcuna evenienza dolorosa, per il semplice fatto che nessuna evenienza del genere le fu prospettata.
Va pertanto respinta la retorica dilagante secondo cui, ad esempio, “col suo ‘sì’ Maria consacrò interamente se stessa alla causa della Redenzione”.
D) Il ‘si’ di Maria fu gioioso?
Altro tema caro all’esegesi pia: Maria, si dice, dando il suo assenso incondizionato, esprime la gioia di poter cooperare come umile ancella al progetto divino.
Questa volta, contrariamente a quanto abbiamo visto a proposito di “non conosco uomo” e della mancata formale richiesta di accettazione dell’annuncio, abbiamo un elemento linguistico atto ad esprimere lo stato d’animo che si pretende di attribuire all’Annunciata: è ghénoito (“accada”), l’ottativo di ghíghnomai. L’ottativo, si afferma, esprime una partecipazione interiore assai più forte dell’imperativo; A. Serra parla di un “desiderio intenso”.
Non intendiamo contestare. Ma l’espressione della gioia non può restare affidata a una marca morfosintattica: deve risultare da un discorso in cui figurino le parole e i concetti adeguati.
Pochi suffissi, ad esempio, sono più intensamente espressivi dell’italiano -issimo, tanto che il superlativo felicissimo è forse la singola parola che esprime il più alto grado di felicità in tutte le lingue del mondo; ma quando la direzione di un hotel scrive “saremo felicissimi di accogliervi nuovamente nel nostro albergo” non è il caso di emozionarsi al pensiero di chissà qual celestiale felicità.
È normale che volendo manifestare deferenza e ossequio si usino i termini che più intensamente esprimono tali sentimenti: chi, come Maria, intende accettare quella che ritiene essere una proposta, sarà indotto, considerando che ha di fronte nientemeno che un messo del Cielo, a far capire che l’accetta con animo lieto.
Del resto, le parole con cui Maria manifesta il suo preteso “libero assenso” non differiscono sostanzialmente da quelle che avrebbe potuto usare per un consenso forzato, concesso cioè per puro “timore divino”. È interessante osservare che Abigail, quando Davide manda a chiederla in moglie, risponde: “Ecco, la tua schiava sarà come una schiava per lavare i piedi ai servi del mio signore”. È una professione di umiltà - da “ancilla Domini” - ancor più spinta di quella di Maria; eppure nessuno si cura di enfatizzarla in senso positivo: peccato, perché sarebbe un bellissimo caso di “Bibbia spiegata con la Bibbia”.
E si consideri che, dal momento che Davide non era neppure re (era solo un pretendente al regno perseguitato e braccato), Abigail non aveva in fondo da temere da un proprio rifiuto quel che aveva da temere Maria, qualora avesse opposto un diniego, dalla “potenza dell’Altissimo”.
È d’altronde difficile conciliare l’atteggiamento di presunta gioia espresso da ghénoito con la professione di totale servile sottomissione dell’ “ecce ancilla Domini”. Tale professione dovrebbe invero indurci ad attribuire a Maria quella straordinaria umiltà che le viene accreditata dai commentatori devoti di tutti i tempi; ma anche su questo vi è non poco da ridire, come ricordiamo nel paragrafo seguente.
In ogni caso, la gioia, come già abbiamo avuto occasione di dire, Maria avrebbe dovuto esprimerla al momento della prima comunicazione dell’angelo; e alla fine del colloquio manifestarla con ben altra ricchezza di pensiero e di sentimenti.
Quel che manca, nell’Annunciazione, è un moto di entusiasmo, un accoglimento gioioso della maternità annunciata. Questa appare come “subìta”, accettata per obbedienza devota, per spirito di servizio, di “diaconia”. C’è l’ “ancilla Domini”, non c’è la madre.
Innumerevoli donne hanno un sussulto di gioia quando un semplice ginecologo – non un angelo, e tanto meno un arcangelo – dà loro l’annuncio o la conferma della maternità incipiente. Maria sa solo dire “Con osservanza”, “Devotamente ai suoi ordini”.
L’esultanza troverà espressione più tardi, nel “Magnificat”; ma, come vedremo, non saranno quelli né il modo né la sede migliori per esprimere la gioia della maternità: Maria manifesterà il proprio tripudio non già per il fatto in sé di essere madre, ma per il modo prodigioso in cui lo è divenuta, segno di eccezionale predilezione divina.
Non è superficiale sentimentalismo, non è cedimento ad atteggiamenti devozionistici pretendere dal racconto evangelico una maggior “verità psicologica”: basti pensare alla commozione da sempre suscitata dal normalissimo gesto di fasciare il bambino e deporlo nella mangiatoia (a parte, s’intende, ogni considerazione di verosimiglianza). L’amore di Maria per Gesù non è solo fatto privato, dato che quella madre è destinata a divenire madre di tutti gli uomini. Eppure nella Scrittura non c’è una sola parola che lo sottolinei: dobbiamo immaginarcelo.
Se a questo aggiungiamo il chiaro atteggiamento di distacco con cui Gesù ogni volta parla alla madre o della madre, vediamo che non vi è in tutto il Nuovo Testamento una sola parola cordiale, un solo pensiero affettuoso di Maria per Gesù o di Gesù per Maria.
A monte di tutto questo sta una circostanza a cui in genere non si presta la minima attenzione.
La maternità di Maria – unica, sublime, ricca di valori quanto si voglia – manca però di un aspetto fondamentale che per lo più caratterizza le maternità felici delle donne “normali”: il desiderio del bambino che sarà concepito.
“Normalmente” una donna, prima di concepire il figlio (quanto meno il primogenito), lo desidera, lo sogna; magari già quando il futuro padre non è ancora all’orizzonte. In misura minore, il discorso può valere anche per il padre. Niente di tutto ciò per Maria. E se dobbiamo prendere per buona la tesi “ufficiale” del proposito di verginità, il bambino è addirittura estraneo al suo progetto di vita.
Dal momento in cui sarà “annunciato” verrà amato teneramente, nessuno ne dubita; ma certo il suo concepimento non è stato “anticipato” dal desiderio della madre. Agostino dice che Maria ha concepito Gesù - prima che nel grembo - nella mente, nella fede; ma tante madri, prima di concepire la loro creatura nel grembo, la concepiscono nel cuore, nel desiderio, nell’amore per qualcuno che ancora non è e si vorrebbe che fosse, proprio per poterlo amare.
Per Maria non è stato così; e non parliamo poi di Giuseppe, che pure, ci si assicura, non aveva propositi di paternità, e per il quale la notizia del concepimento giunge come fulmine a ciel sereno a cose fatte.
Gesù quindi tutto poteva dire di sé tranne che di essere stato voluto dai suoi genitori. Questi se lo videro capitare tra capo e collo, “commissionato” dall’Altissimo in persona. È una circostanza molto significativa, su cui non ci si sofferma mai.
Morale: la madre delle madri, la madre di tutti gli uomini, la madre per antonomasia è, ripetiamo, una donna che aveva escluso la maternità dal suo progetto di vita.
Serve a poco dire che Dio proprio per questo, quasi in premio per la sua “rinuncia”, la maternità gliel’ha donata rendendo la sua verginità prodigiosamente feconda. Questo risolve i problemi della ragion teologica, ma sul piano umano non cambia di un ette la conclusione che abbiamo enunciato: Gesù non fu un bambino voluto dai suoi genitori.
Sarà forse stato “creduto” ancor prima del concepimento; che sia stato anche desiderato, come è la regola per i bambini dei comuni mortali, non è scritto da nessuna parte. Anzi, è di fatto escluso dal testo evangelico interpretato in chiave cattolica.
E) Il ‘sì’ di Maria fu dimostrazione di umiltà?
Abbiamo già toccato questo aspetto della risposta della Vergine nel capitolo precedente, dove abbiamo scritto che “paradossalmente, proprio affermando la propria disponibilità di ancella ai disegni del Cielo, Maria rivela di non considerarsi affatto tale nel profondo dell’anima; mostra di sentirsi in diritto di esprimere un assenso che in effetti nessuno le ha chiesto”.
Ciò in sostanza significa che la fanciulla ritiene di essere autorizzata, in via di principio, anche ad opporre un rifiuto a quanto annunciato dall’angelo. Il che non è certo indizio di straordinaria umiltà.
Approfondiremo comunque il tema dell’umiltà di Maria parlando del “Magnificat”, dove esso acquista un’importanza centrale.
F) Il ‘sì’ di Maria fu dimostrazione di fede?
“Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”, dice Elisabetta; non dice però quando la Vergine ha creduto che sarebbe rimasta prodigiosamente incinta: al momento del colloquio con la parente, Maria ha già forse potuto constatare sul suo corpo, al mancare del mestruo, l’avverarsi dell’annuncio angelico.
Ma, a prescindere da questi problemi, va detto con chiarezza che, contrariamente a quanto afferma la “Redemptoris Mater” (“Maria ha pronunciato questo fiat mediante la fede”; e ricordiamo la formula or ora citata di sant’Agostino, secondo cui Gesù fu concepito prima nella fede che nel grembo), l’assenso non ha alcuna relazione con la fede nel compiersi di ciò che si accetta.
La disponibilità del cuore può benissimo sussistere anche in presenza di dubbi della mente. Si può dichiarare la propria adesione ad un progetto, a una proposta, pur nutrendo dubbi sulle sue possibilità di realizzarsi: “Dubito che la cosa possa andare in porto, comunque io per parte mia collaboro con impegno”.
D’altra parte, è difficile attribuire uno straordinario merito a un atto di fede compiuto sotto l’influsso di un’esperienza chiaramente soprannaturale. Tanto più che il singolo atto di adesione a un annuncio strabiliante può anche configurarsi come semplice credulità, e sia la storia che la cronaca ci mostrano innumerevoli “atti di fede” che a parte subjecti rivelano la stessa disponibilità a credere che si pretende di esaltare in Maria.
“Beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto!”, ha ammonito Cristo. Orbene, Maria è di quelli che hanno visto: ha visto un angelo, e ha creduto a un angelo, che sarebbe stato blasfemo non riconoscere come mandato espressamente da Dio. La sua fede manifestata col “sì” non può pertanto in ogni caso essere considerata la massima concepibile, e ciò proprio in ossequio al criterio enunciato da Cristo stesso.
Non è questa la sede per dimostrare quanto sia gratuita la smodata esaltazione della fede di Maria compiuta dal Magistero e dalla catechesi. Ma dobbiamo almeno far presente, in quanto si tratta di un tema strettamente legato a due momenti dei Vangeli dell’infanzia - l’Annunciazione e il “Magnificat” -, che la frase di Elisabetta su cui poggia il castello dell’enfatizzazione della fede mariana costituisce un fondamento del tutto illusorio per gli sviluppi dogmatici che ne sono derivati.
Dicendo “Beata colei che ha creduto all’adempimento della parola del Signore”, e riconoscendo nella parente “la madre del mio Signore”, Elisabetta dimostra di credere senza tentennamenti in ciò che si afferma costituire l’oggetto della fede straordinariamente meritoria di Maria; anzi, il merito della madre del Battista dovrà semmai essere maggiore, in quanto lei non ha fruito dell’annuncio angelico. In ogni caso, è inoppugnabile che Elisabetta crede fermamente che in Maria sia avvenuta l’incarnazione del Verbo.
Come sia pervenuta a tanto, non sappiamo. Se ha creduto alla parola di Maria, la sua fede è straordinaria, superiore a quella della Vergine; ma si ha l’impressione che all’arrivo della parente lei sappia già tutto. Dobbiamo allora supporre una ispirazione dall’alto; poiché però in tal caso è logico pensare che della medesima ispirazione abbia beneficiato anche Maria, la fede di quest’ultima ne risulta drasticamente ridimensionata.
Paradossalmente, dunque, proprio l’asserzione che si pretende attesti la straordinaria fede di Maria,nell’atto stesso in cui l’attesta la svaluta, in quanto ce la mostra condivisa, in modo obiettivamente ancor più meritorio, da qualcuno che avrebbe avuto meno motivi di Maria per credere.
Se, a parte subjecti, l’assenso di Maria all’annuncio angelico di per sé non ci assicura affatto che essa abbia fermamente creduto nel compiersi dell’annuncio stesso, a parte objecti è ancor meno giustificato affermare, come fa invece spessisimo la mariologia più “avanzata”, che la fede della Vergine fosse condizione necessaria per l’adempimento della parola divina.
In altri termini, se nel testo evangelico nulla ci dice che la fede dell’Annunziata abbia accompagnato (anzi, nelle parole di sant’Agostino addirittura preceduto) il concepimento del Verbo, ancor meno è possibile dire che l’abbia causato, ossia che l’Incarnazione non sarebbe avvenuta se Maria avesse in qualche misura dubitato dell’avverarsi dell’annuncio di Gabriele.
In questo caso non ci soccorre solo il testo di Luca, che ad una simile eventualità non fa la minima allusione. La Bibbia ci fornisce un precedente famoso: l’incredulità esplicitamente e clamorosamente manifestata da Abramo (Gn 17, 17) e soprattutto da Sara (Gn 18, 12-15) non impedirono ai due di divenire, in virtù di un prodigio promesso e operato da Dio, genitori di Isacco. Benché essi, scettici, siano giunti a ridere (!) della promessa divina, Dio non si sognò neppure di far dipendere dalla loro “fede” l’avverarsi di quanto egli eveva stabilito, ossia del primo evento decisivo nella Storia della salvezza.
Dunque: nel caso di Maria, all’Annunciazione, nulla ci dice che la “fede” vi sia stata; e nulla ci dice che fosse necessaria.
G) Conclusione: Quanto grande fu il merito di Maria?
La valutazione del merito da associare al cosiddetto “sì” di Maria rappresenta per la teologia cattolica una questione fondamentale, forse la più importante di tutta la mariologia.
Il motivo è chiaro: come già abbiamo accennato, nella Scrittura Maria non fa né dice né pensa alcunché di particolarmente meritorio, nulla cioè che non si possa immaginare fatto, detto o pensato da un’altra donna, di sani costumi e piamente educata, che si fosse trovata al suo posto.
Il “sì” proferito dalla Vergine al cospetto dell’angelo è pertanto l’unica base su cui tentar di poggiare lo smisurato edificio della devozione mariana e il parallelo sviluppo teologico (per cui, ad esempio, per certi apologeti “la santità di Maria è come un sole al cui confronto quella di tutti gli altri santi insieme non è che lume di candela”). Logico dunque che si cerchi di enfatizzare in modo iperbolico il merito acquisito dalla Vergine dichiarando il proprio consenso alla maternità annunciatale.
Da quel che abbiamo detto sin qui, il lettore si sarà fatto un’idea di quanto di meritorio sia possibile rinvenire nella decisione della Vergine di proclamare la propria “disponibilità” al “progetto” di Dio (progetto che in realtà, come sappiamo, è a tutti gli effetti un decreto).
Ora vogliamo proporre un criterio di giudizio più diretto e al tempo stesso più generico, di applicazione universale. Benché si tratti di un campo in cui il margine di soggettività è grande, è senz’altro possibile individuare qualche punto fermo per una valutazione ragionevolmente obiettiva.
In generale, per giudicare quanto meritoria sia l’accettazione di una proposta si può utilizzare una griglia adeguata. Nel caso della Vergine, potremo chiederci ad esempio:
1) Quante donne della stessa età e condizione di Maria avrebbero rifiutato la “proposta” di Gabriele?
2) Quali motivi aveva Maria per rifiutare?
3) Quali conseguenze personali negative poteva ragionevolmente attendersi da un rifiuto?
4) Quale sostegno di grazia ebbe al momento della sua decisione?
A tali domande possiamo abbozzare qualche risposta. Ma, al di là delle risposte che qui cercheremo di dare, pensiamo che chiunque voglia farsi un’idea dei reali meriti della Vergine possa utilizzare questa griglia cercando di rispondere per conto proprio.
1) Quante donne della stessa età e condizione di Maria avrebbero rifiutato la “proposta” di Gabriele?
La risposta a questa prima domanda, da sola, dovrebbe già ridimensionare drasticamente le enfatizzazioni iperboliche del “sì” di Maria.
Numerosi autori di insospettabile ortodossia non hanno infatti difficoltà ad ammettere che nove fanciulle su dieci - per non dire novantanove su cento - avrebbero accolto con entusiasmo la prospettiva di divenire madre del Messia, e che ogni donna sognava per la figlia un destino del genere.
Va notato che la maternità messianica (a differenza di quella divina) viene già chiaramente indicata dall’angelo nella prima parte del suo annuncio. D’altra parte, dicendo nel “Magnificat” “Tutte le genti mi chiameranno beata”, Maria stessa dimostra di considerare il ruolo assegnatole come oggettivamente gratificante e invidiabile.
2) Quali motivi aveva Maria per rifiutare?
È difficile vedere motivi validi per cui Maria dovesse declinare l’invito alla maternità annunciata. Vanno infatti tenute presenti tre circostanze:
a) le parole dell’angelo non lasciano presagire alcun aspetto doloroso o comunque sgradevole della missione proposta. Questo, come abbiamo visto, avverrà solo più tardi, per bocca di Simeone;
b) a Maria non viene chiesto di fare assolutamente nulla. Nell’Annunciazione il suo ruolo è presentato come puramente recettivo, salvo l’imposizione del nome al bambino, compito che, pensiamo, nessuno vorrà considerare oneroso o sgradevole. Del resto, aderendo al progetto di Dio Maria si scarica di ogni responsabilità: se il progetto dovesse fallire, lei non ne avrà alcuna colpa;
c) anche ammesso che sgradevole fosse la rinuncia alla verginità (il che peraltro alimenterebbe sospetti di sessuofobia), al momento del “sì” l’ostacolo è ormai eliminato, poiché l’angelo ha già fornito la rassicurazione decisiva.
3) Quali conseguenze personali negative si potevano ragionevolmente attendere da un rifiuto?
Maria conosceva bene la Scrittura, si afferma (anche se la cosa in realtà non è molto probabile, in quanto per le donne una buona formazione religiosa non era certo la regola). Di conseguenza doveva sapere che la situazione di chi recalcitra di fronte all’espressa volontà divina è estremamente precaria, per non dire tragica.
Gli esempi di punizioni esemplari non si contano, da Core e Datan a Maria sorella di Mosè, dai figli di Aronne a Giona costretto a forza all’obbedienza, da Saul a Mosè medesimo, escluso dalla Terra Promessa perché reo di aver dubitato.
Il Dio che Maria conosceva non poteva essere che quello dell’Antico Testamento; quindi a lei non era oggettivamente possibile sperare in una considerazione misericordiosa quale avrebbe potuto forse concedere il Dio di Gesù. Del resto, a ben guardare, il rifiuto di una maternità propiziata dallo Spirito Santo finiva per essere appunto un peccato contro lo Spirito Santo medesimo, ossia un peccato contro cui lo stesso Gesù non lasciava speranza.
La conclusione è chiara: dato il tono perentorio dell’annuncio, e in mancanza di una domanda formale che presentasse il “no” come una scelta consentita, Maria doveva sapere che un rifiuto avrebbe comportato per lei conseguenze gravissime.
Quando leggiamo l’invito a “rallegrarsi” e l’annuncio che il nascituro sarà chiamato figlio di Dio, regnerà su Israele con un regno senza fine e sarà concepito per azione diretta della potenza dell’Altissimo, ci chiediamo: anche ammesso che il destinatario di una simile comunicazione volesse opporre un rifiuto, come avrebbe potuto farlo senza attirarsi dal cielo un’orribile maledizione?
In tali circostanze, sotto la pressione di un tale condizionamento psicologico, solo un empio o un pazzo avrebbe potuto rispondere “no”.
4) Quale sostegno di grazia ebbe Maria al momento della sua decisione?
Come il testo stesso sottolinea (almeno secondo l’interpretazione ortodossa di kecharitoméne), la Vergine era stata colmata di grazia in grado superiore a quello mai concesso a qualsiasi altro mortale: anche prescindendo dal concepimento immacolato, era stata preparata al ruolo di madre del Salvatore in modo specialissimo.
Ora, si sa che il merito che l’uomo può conseguire di fronte a Dio si pone in rapporto dialettico con la grazia largita da Dio stesso. Non arriveremo a dire che grazia e merito sono tra loro inversamente proporzionali; ma è comunque nella natura intrinseca della grazia disporre l’animo ad operare virtuosamente, sicché quanto più intenso è il suo influsso sull’animo, tanto più facile (e quindi, oggettivamente, meno meritorio) sarà compiere l’azione virtuosa.
Alla luce di tali considerazioni appare chiaramente improbabile che il merito di Maria possa essere straordinario; e le cose non cambiano gran che anche tenendo conto della sua corrispondenza alla grazia. Questo è infatti il grande argomento della catechesi mariana: eccezionali, certo, si ammette, le grazie ricevute dalla Vergine; ma il suo merito starebbe nella “mirabile corrispondenza alla grazia”.
Argomento molto fragile, per almeno due buoni motivi:
a) non abbiamo alcuna possibilità di valutazione oggettiva, in quanto non possiamo sapere come si sarebbe comportata un’altra donna investita della medesima grazia donata a Maria;
b) se non si vuole incorrere, come ammonisce ripetutamente padre Livio, in una forma di semipelagianesimo, si deve ritenere che anche la corrispondenza alla grazia richieda una grazia largita da Dio; ora, non avendo alcuna indicazione circa la portata della grazia di corrispondenza ricevuta dalla Vergine, non abbiamo alcun criterio di valutazione del suo merito al momento del “sì”.
Al massimo potremo dire che Maria ha superato l’esame, mentre se avesse detto di no sarebbe stata bocciata; ma non possiamo assolutamente dire se sia stata promossa a pieni voti o con la semplice sufficienza.
Per di più, sotto il profilo squisitamente teologico si potrà sempre ipotizzare che Maria abbia beneficiato di una grazia efficace, tale cioè da produrre invariabilmente il suo effetto. In ogni caso, non farebbe onore alla disponibilità della Vergine il fatto di aver dovuto fruire di grazie attuali per dare un assenso cui era già stata predisposta con dosi elevatissime di grazia santificante.
Quel che Maria abbia poi eventualmente fatto, con dedizione e sacrifici, nel corso della vita per appoggiare l’opera del Figlio non rientra nel discorso circa la meritorietà del suo assenso all’annuncio angelico; in ogni caso, come abbiamo detto, non è dato di vedere proprio nulla di straordinario.
Volendo accennare rapidamente al tema, possiamo dire che la valutazione dell’operato di una persona si può fare correttamente solo considerando le scelte che tale persona ha compiuto.
Più precisamente, si dovranno considerare: a) le scelte concretamente effettuate; b) le alternative disponibili al momento di ogni singola scelta; c) la consapevolezza che l’interessato aveva delle conseguenze delle diverse scelte possibili.
Ora, nel caso di Maria balza subito all’occhio che negli episodi della sua vita che ci vengono presentati dai Vangeli la Vergine ha compiuto una sola scelta: quella del fatidico “sì”, che teoricamente avrebbe potuto essere un “no”.
In nessun altro passo evangelico abbiamo il minimo accenno ad una scelta compiuta da Maria (fa eccezione l’ “iniziativa” assunta a Cana, che però non è una scelta in senso proprio; senza contare poi tutte le ambiguità connesse all’episodio. Dal quale peraltro risulta che Gesù non espresse certo entusiastico apprezzamento per l’iniziativa della madre).
In generale, si può affermare che l’errore da cui scaturisce ogni esaltazione delle pretese virtù di Maria consiste nello scambiare i privilegi del ruolo con i meriti della persona.
Una persona priva di particolari doti può trovarsi a svolgere un ruolo di straordinaria importanza da cui dipendono eventi interessanti un gran numero di individui. Ad esempio, il responsabile dell’illuminazione notturna di uno stadio in cui si svolge un evento seguito in TV da un miliardo di persone in tutto il globo ha un compito di eccezionale importanza, ma le virtù di cui abbisogna si riducono a una normale buona professionalità.
Per usare termini evangelici, diremo che è un “servo inutile”, non fa che il suo dovere: se non svolgesse lui quel compito, lo svolgerebbe altrettanto bene qualcun altro, e nessuno noterebbe la differenza.
Così è sostanzialmente per Maria, almeno sulla base di quanto di lei ci dicono i Vangeli. E più ancora il discorso vale per san Giuseppe, che sarebbe, si dice, il più grande santo cristiano perché “il suo ruolo fu secondo per importanza solo a quello della Vergine”.
Di questo non dubitiamo. Ma il “padre putativo”, il “Redemptoris custos”, non ha fatto assolutamente nulla che al posto suo non avrebbe fatto qualsiasi altro padre (non snaturato, s’intende).
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