‘Non conosco uomo’
31 “… Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
34 Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. (Lc, 1)
Il problema dell’interpretazione letterale
A una prima lettura, il significato del versetto 34 del primo capitolo di Luca è molto chiaro: all’angelo che le ha annunciato il concepimento di un bambino, Maria esprime la sua meraviglia, in quanto non ha rapporti con alcun uomo.
Le parole della fanciulla vengono etichettate da molti commentatori come “obiezione” nel senso rituale, ossia come elemento tipico e necessario di ogni scena di apparizione angelica veicolante un messaggio divino.
In effetti, nel nostro caso possiamo verificare la presenza di tutti questi elementi “canonici”: comparsa dell’angelo, timore del protagonista, rassicurazione da parte del messaggero, enunciazione del messaggio, obiezione del destinatario la quale provoca delucidazione e conferma, e infine implicita o esplicita accettazione del compito da parte di quest’ultimo.
Che l’obiezione avanzata da Maria sia rituale e non sostanziale equivale a dire che essa non è un recalcitrare di fronte alla missione imposta da Dio, bensì un intervento, conforme allo schema classico degli annunci angelici nella Bibbia, volto ad approfondire il contenuto del messaggio.
L’intervento di Maria comprende due frasi, le quali presentano entrambe problemi d’interpretazione.
Per quanto riguarda la prima, alcuni insistono sul fatto che il testo greco non dice “Come è possibile?”, bensì “Come sarà questo?”, ossia “Come avverrà?”
Il motivo della precisazione è chiaro: se traduciamo “Come è possibile?”, insinuiamo l’idea che Maria mostri di nutrire qualche dubbio circa la possibilità, ossia la realizzabilità dell’annuncio recato dall’angelo; che avanzi cioè un’obiezione sostanziale, finendo per comportarsi in modo molto simile a Zaccaria, il quale, incredulo, aveva chiesto un segno a conferma della paternità annunciata.
Considerazioni di questo genere hanno probabilmente indotto i traduttori della CEI ad adottare, nella recente edizione riveduta, la forma più fedele alla lettera del testo originale.
Tale operazione è senz’altro legittima; ma va detto chiaramente che ai fini dell’interpretazione delle parole di Maria il guadagno è nullo, in quanto una domanda di tal genere, inserita in un contesto situazionale quale è quello del nostro passo biblico, viene in ogni caso intesa da chiunque come una domanda retorica che esprime scetticismo o afferma addirittura un’impossibilità.
Chi ad esempio chiede “Come te la caverai se non permetti che ti aiuti?” (o “dal momento che non permetti che ti aiuti?”) vuole chiaramente esprimere la convinzione che sarà impossibile per l’amico cavarsela se non permette che qualcuno l’aiuti; vuole cioè dire “come potrai cavartela se … ?”. Le due forme sono assolutamente equivalenti.
Del resto, le traduzioni che impiegano qui il verbo ‘potere’ o l’aggettivo ‘possibile’ sono numerosissime, probabilmente la maggioranza, nelle varie lingue; “How can this be?” è la forma comune delle traduzioni inglesi moderne, seguita anche dai maggiori commentatori (ad esempio Brown, Fitzmyer, Bock).
Spesso anche chi traduce secondo la lettera usa poi nel commento l’altra forma, che, lungi dal tradire l’originale, ne esprime più efficacemente il concetto. Ad esempio, biblisti e mariologi come Grelot, Ortensio da Spinetoli, Cantinat, Laurentin, Larrañaga non esitano a scrivere “Come è possibile?” e “Come potrebbe essere?”.
È comunque importante notare che il testo offre a quanto stiamo dicendo un’importante conferma interna.
Il primo a interpretare “Come sarà questo?” nel senso di “Come sarà possibile?” è infatti proprio Gabriele, il quale si premura di assicurare alla Vergine che “nulla è impossibile a Dio”. L’angelo dunque ha interpretato la sua domanda come una vera obiezione esprimente un dubbio circa la possibilità che, date le condizioni in cui la fanciulla si trova, si verifichi quanto egli ha annunciato.
Maria, è vero, non ha chiesto esplicitamente un segno, come aveva fatto Zaccaria; ma la difficoltà che ha prospettato induce l’angelo a dargliene spontaneamente uno, la prodigiosa gravidanza della sterile Elisabetta.
Si ha quasi l’impressione che Gabriele dia garbatamente sulla voce a Maria; ovvero che, prevenendo una sua possibile domanda, voglia risparmiarle la gaffe della richiesta del segno.
I problemi più importanti si trovano comunque nella seconda frase pronunciata da Maria: “Non conosco uomo”.
Va innanzitutto osservato che le due frasi sono unite da una congiunzione causale-esplicativa (epéi: ‘dal momento che, poiché, infatti’), per cui si deve intendere che la seconda indica la causa, ovvero la spiegazione, della prima: la domanda di Maria è originata dal fatto che lei “non conosce uomo” .
Detto questo, che significa “non conosco uomo”? ‘Conoscere’ nel linguaggio biblico indica il rapporto sessuale: un uomo “conosce” una donna quando la possiede, una donna “conosce uomo” quando ha rapporti sessuali. Maria dunque vuol dire che non ha rapporti sessuali.
In senso stretto ovviamente l’affermazione si riferisce al presente; è difficile però non associarle il senso di una conoscenza come esperienza, con riferimento anche al passato, come se la fanciulla dicesse “non ho mai conosciuto uomo”, ossia che non conosce il sesso perché non l’ha mai sperimentato.
Fin qui nessuna sorpresa. L’evangelista ci ha già detto che Maria è vergine; è sposata ma non ha ancora iniziato la convivenza col marito, dunque sappiamo che dev’essere giovanissima. Nessun lettore penserebbe diversamente circa la condizione della fanciulla.
Ciò che costituisce un problema è il collegamento che Maria stabilisce tra la propria condizione e la domanda che pone all’angelo: “Come è possibile che io concepisca” (o, se si preferisce: “In che modo concepirò”) “dato che non conosco uomo?” Gabriele infatti ha parlato al futuro: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
Parole del genere non dovrebbero suscitare alcuna meraviglia in una donna che è già regolarmente sposata e nel giro di qualche mese, al più tardi entro un anno, inizierà una ordinaria vita matrimoniale. Anche se ora non conosce uomo e finora non l’ha mai conosciuto, è normale prevedere che presto lo conoscerà, sicché si verificheranno le condizioni necessarie per l’avverarsi dell’annuncio angelico.
E Maria dovrebbe ragionevolmente supporre che l’angelo sia informato di questo. Come si giustifica dunque la sua domanda, tendente a manifestare una difficoltà, quasi vi fosse una contraddizione nelle parole che ha appena udito?
In altri termini: la domanda appare immotivata; ovvero, per esprimerci in modo più diretto (non disdegnato peraltro neppure dall’esegesi devota), risulta “sciocca”.
Era quindi logico che fin dai primi tempi della Chiesa si mettesse in moto l’apologetica, affiancata nell’ultimo secolo dalla critica più aggiornata, per cercare altri possibili significati alla domanda di Maria.
Passiamo qui rapidamente in rassegna le congetture che hanno suscitato maggior interesse.
a) Maria, è stato detto, è sorpresa in quanto ha capito che il concepimento avverrà immediatamente, o comunque prima che lei vada a convivere con Giuseppe.
Si tratta chiaramente di un’ipotesi assai fragile, in quanto, benché tenga conto della prospettiva futura presentata dall’angelo, la avvicina arbitrariamente nel tempo sino a creare in modo artificioso quella difficoltà che Maria segnalerebbe. Nulla infatti permette di vedere nella prima parte dell’annuncio di Gabriele (vv. 31-32) un’indicazione circa il tempo del concepimento.
Il fatto è che i successivi sviluppi del dialogo tra l’angelo e la Vergine, col “sì” dato da quest’ultima al progetto divino, hanno reso corrente, e di fatto ufficializzato, l’idea che il concepimento stesso sia avvenuto al momento del “fiat” di Maria, ossia pochi minuti o pochi secondi dopo il suo primo intervento.
Ma è scorretto ritenere che la fanciulla fosse autorizzata a nutrire tale convinzione al momento della sua domanda, la quale pertanto resta irrimediabilmente “sciocca”: se ci poniamo dal suo punto di vista al momento in cui solleva l’ “obiezione”, vediamo che Maria avrebbe dovuto attendersi dall’angelo una risposta del tipo: “Ho detto che concepirai; quindi, se non conosci uomo, non importa: lo conoscerai.”
b) Qualcuno, appoggiandosi al fatto che alcuni antichi manoscritti recano “non ho conosciuto uomo”, ossia “non ho avuto rapporti sessuali”, col tempo al passato, ha avanzato l’ipotesi che Maria, fraintendendo le parole dell’angelo, abbia capito di essere già incinta.
In questo caso avremmo un’incoerenza ancora più grave col futuro usato dall’angelo; sicché anche questa ipotesi non fa molto onore alla perspicacia di Maria (cui andrebbe in ogni caso riconosciuta l’attenuante del turbamento).
c) Si è proposto di interpretare il termine parthénos, impiegato da Luca per descrivere la condizione di Maria, non nel senso di ‘vergine’, bensì in quello di ‘impubere’, ‘non mestruata’, come l’ebraico betulah.
Maria in sostanza obietterebbe all’angelo che lei, benché già sposata, non è ancora matura sessualmente, quindi non in grado di avere rapporti sessuali fecondi. Non è il caso di affannarsi a dimostrare quanto scarso seguito abbia ottenuto tale ipotesi.
d) Rovesciando completamente queste impostazioni, vi è stato chi ha ragionato così: Maria è sconcertata perché ha presente la profezia di Isaia 7, 14 (“La vergine concepirà e partorirà un figlio”) e, interpretandola messianicamente, ritiene che madre del Messia debba essere una vergine; di conseguenza si autoesclude da tale ruolo in quanto sposata.
Si oppongono a tale interpretazione due circostanze:
1) la profezia in questione è stata intesa in senso messianico solo in epoca cristiana, proprio sulla scia dell’impiego che ne ha fatto Matteo (1, 22-23);
2) per interpretare in questo modo occorre stravolgere la struttura testuale della frase pronunciata da Maria, trasformando “poiché non conosco uomo” in “poiché in tal caso non dovrei conoscere uomo”. Veramente un po’ troppo.
e) Sin dal IV secolo si è affermata nella Chiesa l’ipotesi che Maria, dicendo “non conosco uomo”, abbia in realtà voluto dire “non intendo conoscere uomo”, esprimendo in forma implicita un voto, o quanto meno un proposito, di verginità.
Con tale spiegazione si ottiene il duplice risultato di eliminare la domanda “sciocca” e di dare una base scritturale alla perpetua verginità di Maria.
Logico quindi che essa abbia riscosso notevole successo e sia tuttora la tesi prevalente in campo cattolico. Ne faremo oggetto di ampio esame nei paragrafi seguenti.
f) Tutte queste spiegazioni, ipotesi, congetture vengono spesso qualificate, con connotazione negativa, come “psicologiche”, volte cioè ad evidenziare determinati aspetti della psiche di Maria.
Ad esse molti preferiscono un’interpretazione che fa della domanda della Vergine un semplice espediente letterario dell’evangelista per far proseguire il dialogo, ossia per consentire all’angelo di aggiungere al suo primo annuncio messianico la rivelazione cristologica e la largizione del segno contenute nei vv. 35-37; ciò in ossequio alla tradizione biblica di quella che abbiamo già avuto occasione di ricordare come “obiezione rituale”.
Non intendiamo contestare tale tesi; va però detto che la domanda di Maria, anche se non ha lo scopo precipuo di mettere a fuoco la psicologia della protagonista, non può risultare del tutto “neutra” a questo riguardo: qualsiasi formulazione finisce per avere ricadute sulla definizione psicologica del personaggio.
Il problema della sua corretta interpretazione conserva pertanto non poca importanza.
g) Per amor di completezza vogliamo ancora ricordare che è stata anche sostenuta la tesi della non autenticità del v. 34, che non figura in alcuni manoscritti secondari e per di più contiene un hapax, ossia una parola (epéi) che Luca non usa mai altrove nei suoi scritti.
È una tesi che risolverebbe d’un colpo i nostri problemi; ma riscuote scarsi consensi presso gli addetti ai lavori, e noi pertanto non ne terremo conto.
A questo punto dobbiamo rivolgere l’attenzione all’interpretazione e), che vede nella frase di Maria l’espressione di un proposito di verginità.
Esamineremo prima il suo grado di attendibilità, poiché vi sono molti fattori che ne rendono difficile l’accettazione; poi, supponendola attendibile, metteremo in evidenza le sue implicazioni gravemente negative per la mariologia, implicazioni che l’apologetica sistematicamente ignora.
L’ipotesi del proposito verginale. Le difficoltà
1) La prima ovvia obiezione che si può muovere a questa ipotesi è che una scelta di vita verginale nella Palestina dei tempi di Maria era assolutamente non conforme al costume. Ogni donna aspirava al matrimonio per non essere emarginata, e una volta sposata aspirava a divenire madre per non essere colpita dall’onta della sterilità, tradizionale rovello di tante eroine bibliche.
Certo, non è possibile escludere che qualche rara donna potesse fare una scelta controcorrente. La verginità, o quanto meno la continenza, cominciavano infatti ad essere sentite come un valore in alcuni ambienti, come ad esempio quello degli Esseni. E il Papa ci ricorda che in Egitto esisteva una comunità di donne, le Terapeute, che, oltre ad osservare la continenza, “si dedicavano alla contemplazione e ricercavano la sapienza”.
Non ne dubitiamo. Ma nel caso di Maria c’è qualche problema in più. Che donne adulte, magari vedove, potessero dare alla propria vita un taglio quasi ascetico è senz’altro possibile (pur se non ne abbiamo alcuna attestazione per Israele); ma nel nostro caso abbiamo una fanciulla di dodici o tredici anni, che dobbiamo supporre ancora interamente soggetta alla patria potestà.
Che le fosse consentito di programmare la propria esistenza operando una scelta tanto precoce, tanto libera e tanto anticonformista è estremamente improbabile.
2) La decisione che si vorrebbe attribuire a Maria si presenta ancora più inverosimile in quanto la fanciulla è sposata. Perché si è sposata, se voleva rimanere vergine?
Perché la famiglia l’ha costretta, si risponde. Già, ma in tal caso dobbiamo appunto supporre nella fanciulla una condizione di assoluta dipendenza.
Oltre a ciò, il fatto del matrimonio significa in primo luogo che siamo costretti a ipotizzare identico proposito di continenza assoluta anche nel marito, poiché in caso contrario l’asserzione di Maria sarebbe velleitaria, essendo la convivenza impossibile senza una perfetta intesa tra i due sposi su questo punto; ma supporre una tale disposizione anche in Giuseppe riduce ulteriormente, e di parecchio, le già scarse probabilità che le cose siano andate come si sostiene.
In secondo luogo - e qui la difficoltà ci pare veramente insormontabile – non si vede in che modo questa intesa abbia potuto realizzarsi, in che modo cioè i due candidati a un matrimonio combinato dal clan familiare (almeno per quanto riguarda Maria) abbiano potuto concordare (si vorrebbe dire “contrattare”) direttamente, a quattr’occhi, una clausola tanto delicata del patto matrimoniale, soprattutto considerando che essa era sicuramente invisa ad entrambe la famiglie.
Si ha l’impressione di essere in una fantamariologia in cui, come in una fiaba, prodigiosamente si avvera tutto ciò che si desidera.
3) A sostegno dell’ipotesi del proposito di verginità non giocano neppure gli argomenti linguistici.
Si sostiene che “non conosco uomo” è un “presente di stato” del tipo di “non bevo”, “non fumo”, espressioni implicanti l’intenzione di continuare in futuro a non bere e a non fumare; ma si tratta di un’argomentazione per nulla convincente.
Poiché la discussione su questo punto è piuttosto tecnica, l’abbiamo relegata nella sezione “Studi linguistici”, dove chi voglia approfondire il tema può leggerla.
4) Rimane in ogni caso il fatto singolarissimo che un proposito di capitale importanza quale è quello di conservare per tutta la vita la verginità pur contraendo regolare matrimonio (e si tratta per di più di un proposito qualificante in modo unico la figura di Maria, “la Vergine” per antonomasia) sia veicolato da un’espressione verbale tanto ambigua, un’espressione che nessuno intenderebbe in questo modo se non sussistessero precisi motivi teologici.
La cosa è ancor più incredibile se si pensa che questa viene ad essere la sola base scritturale della perpetua verginità di Maria, dogma tra l’altro insidiato dalla minacciosa presenza dei “fratelli di Gesù” e da altre simili mine vaganti disseminate nei Vangeli.
È inconcepibile, in sostanza, che un proposito di tale portata sia espresso senza usare un sostantivo come ‘volontà, desiderio, intenzione, piano, progetto, proposito, decisione …’ (o, beninteso, in luogo del sostantivo, il verbo corrispondente: voglio, desidero, intendo, ho deciso …). Non si capisce perché i personaggi biblici non debbano esprimersi come si esprimono i comuni mortali - i semplici cui la rivelazione è destinata -, ossia con un parlare che, secondo la stessa norma evangelica, sia “sì sì, no no”.
Soprattutto quando, come nel nostro caso, il significato che si sostiene trasmesso da queste formule ambigue è il contrario di quanto si avrebbe il diritto di attendersi. Lo Spirito Santo, si dice, ha voluto che il sublime proposito di Maria ci fosse rivelato mediante … il “presente di stato”.
E ha voluto altresì che all’interpretazione corretta si arrivasse solo perché “altrimenti la risposta della Vergine sarebbe sciocca”.
Questa è la meravigliosa base scritturale della perpetua verginità di Maria.
L’ipotesi del proposito verginale. Le implicazioni negative
Qualora si accetti l’ipotesi estremamente improbabile del proposito di verginità, il v. 34 diventa: “Come sarà questo [cioè che io concepisca e partorisca un figlio], dal momento che intendo rimanere vergine?”
Qui il conflitto è delineato in modo chiarissimo (siamo nell’ambito dell’obiezione sostanziale); ma è tutto da dimostrare che la figura della Vergine ne risulti illuminata di luce positiva.
Le possibilità teoriche sono infatti le seguenti.
1) La domanda configura un contrasto insanabile tra il concepimento di un figlio e la conservazione dello stato verginale. Maria vedrebbe cioè incompatibilità fra i due progetti, il suo di verginità e quello divino di maternità.
Ma dal momento che uno dei due elementi inconciliabili dipende dalla sua volontà, e potrebbe quindi venire eliminato immmediatamente, il fatto che la fanciulla presenti i due progetti come incompatibili implica che lei non ha la minima intenzione di rinunciare al suo.
È come se dicesse: “Siccome è impossibile avere un figlio senza perdere la verginità, e io invece - su questo non ci piove - non intendo perderla, del figlio non se ne fa nulla” (o, in ogni caso, “… non capisco proprio come potrò concepire”).
Il “non conosco uomo” diventa allora un vero e proprio fin de non-recevoir, e quindi un rifiuto di obbedienza.
2) Per scongiurare le implicazioni devastanti di tale interpretazione, frutto avvelenato della tesi del proposito di verginità espresso da Maria, molti esegeti cercano di dare al v. 34 il valore di una domanda vera e propria (non retorica, quindi), volta ad ottenere informazioni.
La Vergine, si dice, vuole sapere per potersi meglio conformare alle istruzioni che le verranno date. Giovanni Paolo II: “Ella, credendo nella possibilità del compimento dell’annuncio, interpella il messaggero divino solo sulle modalità della sua realizzazione, per meglio adempiere la volontà di Dio, alla quale intende aderire ed affidarsi con totale disponibilità” (catechesi del 3.7.96).
E un conduttore di Radio Maria, don Renzo Lavatori (21.12.97), dice che la domanda rivela nella fanciulla un “atteggiamento stupendo”, ossia la piena disponibilità di chi vuole darsi consapevolmente: Maria, spiega, non è una macchinetta, vuole conoscere affinché il suo assenso sia più pieno e manifesti il mirabile accordo della sapienza umana con quella divina.
Se non che, stupende sono solo le parole di don Lavatori, poiché in realtà alla Vergine nessuno ha chiesto di fare nulla (nemmeno di dare il proprio assenso, come vedremo): Maria non è stata chiamata a una collaborazione, per cui necessiti di istruzioni sul modo di procedere; l’angelo le ha solo annunciato quel che avverrà nel suo corpo, a prescindere da ciò che lei farà.
Analogamente, è assurdo dire, come molti fanno, che Maria è ansiosa di sentire quale sarà il seguito della proposta che le viene fatta.
In primo luogo, infatti, non di proposta si tratta, ma di semplice annuncio; in secondo luogo, il modo migliore per sentire il seguito della proposta sarebbe semmai quello di lasciar parlare l’angelo senza interromperlo.
Infine, non si comprende bene quale seguito potesse attendersi Maria, dal momento che l’annuncio era già in sé chiarissimo. Ulteriori precisazioni si rendevano necessarie solo in caso di difficoltà da lei sollevate; il che ci riconduce alla tesi del rifiuto motivato dal proposito di verginità.
In ogni caso, per la domanda di Maria intesa come richiesta di informazioni non ci resta che scegliere fra una delle due interpretazioni seguenti:
a) Maria è così ingenua da pensare che oltre al conoscere uomo vi sia qualche altro modo “naturale” di mettere al mondo bambini, ed è curiosa di sapere quale sia.
In tal caso la domanda sarebbe decisamente sciocca: ecco quindi che la “domanda sciocca”, cacciata dalla porta a prezzo di inaccettabili forzature, rientra dalla finestra. Questa è sciocca per un motivo diverso rispetto a quella precedente, ma il guadagno per l’esegesi è nullo.
b) Maria non è affatto ingenua: ha intuito che il concepimento che le viene annunciato avverrà in modo soprannaturale, e chiede chiarimenti, resi pienamente legittimi dal fatto che si tratta di cosa inaudita, mai verificatasi nella storia del mondo.
In tal caso però l’atteggiamento della Vergine ci si rivela d’una presunzione senza pari, tale da sfigurarne l’immagine. Nel giro di qualche secondo, si afferma in pratica, dalle parole dell’angelo annunzianti la sua maternità, la fanciulla avrebbe intuito, partendo dal presupposto che lei comunque non rinuncerà mai a conservarsi vergine, che il Cielo attuerà per lei un prodigio mai avvenuto prima d’ora; e per di più passerebbe addirittura a chiedere chiarimenti sulle modalità dell’operazione!
Per una creatura che si vuole sia l’incarnazione della sottomissione e dell’umiltà, si tratta veramente di un exploit straordinario. Ci pare quindi che questa interpretazione risulti ancor più fortemente lesiva dell’immagine di Maria.
3) Ma poiché al peggio non vi sono limiti, esaminiamo una terza possibile interpretazione del v. 34. In base ad essa, nella domanda di Maria è da scorgere non una interrogazione, ossia una domanda per sapere, ma una richiesta, ossia una domanda per ottenere.
Maria non chiede cioè se concepirà verginalmente, ma chiede che le venga concesso di concepire verginalmente.
S’intende che in tal caso parlare di presunzione, come nel caso precedente, sarebbe decisamente troppo poco: si dovrebbe parlare di arroganza, di sfacciataggine, di improntitudine: Maria, allo scopo di salvaguardare ad ogni costo quella verginità che dovrebbe aver progettato come dono di sé a Dio, chiederebbe ora che Dio medesimo la faccia diventar madre con un miracolo inaudito, unico nella storia del mondo!
Eppure, incredibile ma vero, Giovanni Paolo II arriva ad affermare proprio questo. Nella sua catechesi dell’8 agosto 1996, per dimostrare che il proposito di verginità era da tempo radicato nel cuore della Vergine, scrive: “Maria non esita ad esprimere il suo desiderio [sic!!] di conservare la verginità anche nella prospettiva della maternità proposta”. Proprio così: Maria chiede (o meglio, osa chiedere; pudicamente diciamo che “esprime il desiderio”) che le venga concesso di concepire verginalmente.
Un ardire senza pari. Altro che “ancilla Domini”, altro che “assenso incondizionato”!
Di passaggio, osserviamo in primo luogo che questa ipotesi contraddice frontalmente quanto affermato dal Papa stesso nella catechesi del 3 luglio ’96 e or ora ricordato parlando dell’ipotesi 2) (Maria chiede lumi sulle modalità dell’evento); in secondo luogo, che essa rende di fatto assurda l’esaltazione della fede di Maria nell’adempimento della promessa, quale è affermata ad esempio nella medesima catechesi: “Maria è chiamata a credere in una maternità verginale, di cui l’Antico Testamento non ricorda nessun precedente”; “a Maria è richiesto di aderire ad una verità mai enunciata nel tempo precedente”.
Tutto ciò diventa assurdo se una cosa del genere Maria, anziché limitarsi a crederla, l’ha addirittura chiesta per sé, prima ancora che l’angelo vi accennasse!
Vediamo ora di ricapitolare. Nell’ipotesi che “non conosco uomo” esprima (sia pure in una sorta di linguaggio cifrato) il proposito di Maria di conservare la verginità, sono possibili tre interpretazioni:
- Maria afferma l’incompatibilità di tale proposito (cui non vuol rinunciare) con il concepimento annunciatole; si tratta quindi di rifiuto di obbedienza (è l’ipotesi 1);
- Maria, curiosa, domanda in che modo avverrà il concepimento: o perché pensa che possa avvenire per via naturale anche senza rapporti sessuali (e allora la sua domanda è sciocca, ipotesi 2a); o perché ha già capito che Dio la farà concepire prodigiosamente (e allora si rivela incredibilmente presuntuosa, ipotesi 2b);
- Maria chiede che le venga concesso di concepire conservando la verginità; e allora mostra una sconfinata impudenza (ipotesi 3).
La conclusione è chiara: se esaminata a fondo in tutte le sue implicazioni, la tesi che “non conosco uomo” esprima un proposito di verginità si rivela inevitabilmente e gravemente negativa per l’immagine della Vergine.
Torniamo a considerare la situazione di Maria all’arrivo dell’angelo. Sentendosi annunciare il concepimento e il parto di un figlio, qualsiasi donna normale che non avesse già letto il Vangelo di Luca (e Maria non l’aveva letto!) avrebbe capito che l’attendevano rapporti sessuali con un uomo.
Assurdo pertanto attribuire alla fanciulla curiosità di conoscere i dettagli dell’annuncio. Poiché allora non esistevano - ed erano assolutamente impensabili - inseminazione artificiale, fecondazione in vitro, clonazione e altre simili diavolerie, le parole di Gabriele dovevano dirle con assoluta chiarezza che avrebbe dovuto rinunciare alla verginità.
In quelle circostanze, qualsiasi altra interpretazione dell’annuncio sarebbe stata prova, come abbiamo visto, o di scarsa perspicacia o di arroganza.
Posta di fronte a questa situazione, Maria, per essere all’altezza dell’immagine che Tradizione, Magistero e devozione popolare le hanno costruito, aveva una sola possibilità: esprimere immediatamente gioia per l’annuncio inaudito che le era stato fatto, anche se questo, nella sua prospettiva, comportava la rinuncia alla verginità.
In seguito, al sentire che le modalità del concepimento le avrebbero consentito di rimanere vergine, la gioia avrebbe potuto prorompere irrefrenabile: sarebbe stato il premio che Dio concedeva a chi aveva accettato di compiere un sacrificio per rispondere alla sua chiamata.
Questo sarebbe stato inoppugnabilmente un comportamento più alto, più nobile, più autenticamente devoto di quello esibito dalla Vergine nel racconto di Luca: l’ “obiezione”, comunque si tenti di interpretarla e giustificarla, finisce sempre per attribuire a Maria qualche tratto di carattere per nulla esemplare.
Gli sforzi dell’esegesi riescono solo a variare, a seconda dell’ipotesi di volta in volta privilegiata, il tratto che emerge, anche se si cerca in ogni modo di occultare le implicazioni negative delle varie ipotesi. Quelle implicazioni che noi ci siamo invece studiati di evidenziare.
Si potrebbe obbiettare che anche il proposito di verginità era un’offerta a Dio, ed era stato fatto in accoglimento di un progetto divino, che ora viene confermato.
Non si può negarlo. Ma a parte subjecti le cose stavano ben diversamente. È senz’altro da escludere che Maria avesse in precedenza ricevuto comunicazione di tale progetto in forma tanto esplicita, grandiosa, solenne quanto è quella in cui le viene comunicata la maternità divina.
E, in ogni caso, se tale comunicazione vi fosse stata, Maria dovrebbe accennarvi; mentre si limita a presentare il proposito di verginità come una sua scelta (sempre ammesso e non concesso, s’intende, che tale proposito vi fosse).
I motivi che avrebbero dovuto indurre Maria ad accantonare il proprio progetto in presenza di quello divino erano in sostanza due:
1) l’obiettiva enorme sproporzione tra le due “diaconie” (di vergini ce ne son tante, per quanto rara potesse essere questa scelta, mentre di madre del Redentore ve n’è una sola: essere protagonista dell’Incarnazione non è paragonabile a nessun’altra cosa al mondo);
2) il fatto che il suo progetto l’aveva maturato di propria iniziativa, e ovviamente poteva essersi ingannata (Bernadette ad esempio voleva servire Dio facendo l’infermiera, ma la Madonna volle che la servisse come malata, ossia come propiziatrice d’intercessione mediante la sofferenza).
Quindi il conflitto che Maria vive è tra un suo progetto fatto pensando di far cosa gradita a Dio e l’autentico progetto di Dio – la maternità messianico-divina – che ora le viene ufficialmente annunciato. È dunque incredibile, direi quasi meschino, che non subordini immediatamente il primo al secondo offrendosi di aderire incondizionatamente a quest’ultimo, anziché prospettare un conflitto tra i due!
Quel che in Maria si sarebbe tutt’al più potuto scusare era l’accenno ad un rincrescimento per la forzata rinuncia al suo proposito. In termini concreti: “Io per la verità avevo pensato di restar vergine, ma se Dio vuole che lo serva diversamente, sono pronta a farlo” (meglio ancora: “sono felice di farlo”).
A questo punto non possiamo non toccare un tasto delicato. Se il proposito di verginità non viene immediatamente accantonato all’annuncio della maternità messianica, non è fuor di luogo pensare che alla sua origine vi sia un atteggiamento sessuofobico. Una fuga dal sesso, insomma, a prescindere da ogni valenza religiosa che si possa attribuire alla rinuncia (la quale in tal caso non sarebbe più tale).
In effetti non mancano gli autori che enfatizzano in modo senz’altro discutibile l’horror viri di Maria. Scrive ad esempio Le Camus, commentando l’ “obiezione”, ossia la reazione della Vergine alla prima parte dell’annuncio angelico: “Benché la famiglia l’abbia fidanzata a Giuseppe, pure la sua natura delicata rifugge così da ogni unione carnale, per quanto legittima si supponga, da lasciar intendere che non ne vorrà mai sapere”. Perfetta descrizione di sindrome sessuofobica.
Il fatto è che l’interpretazione del “non conosco uomo” centrata sul proposito verginale è maturata in un’epoca in cui il tema della verginità si andava facendo presente nella Chiesa in modo quasi ossessivo.
Angelo Maria Tentori non esita a ricordare che l’obiezione di Maria fu considerata da alcuni antichi autori una ripulsa della maternità messianica allo scopo di non infrangere la verginità. Esagerazione da non condividere, ammonisce, poiché perfetto è il fare la volontà di Dio, non il sostenere i propri progetti, anche se sono di perfezione spirituale.
Giustissimo. Egli sembra però non considerare che il comportamento della Vergine non ci consente affatto di escludere una sua rinuncia alla maternità annunciatale qualora non avesse potuto conservare la verginità.
Il preteso carattere incondizionato del “consenso”
Con questo affrontiamo l’ultimo tema relativo al v. 34: quello del carattere condizionato del cosiddetto “sì” di Maria. La Vergine proferirà tale “sì” al v. 38, del quale ci occuperemo nel prossimo capitolo; ma ne parliamo già qui perché il giudizio sul suo carattere più o meno condizionato dipende appunto dall’interpretazione che si dà del v. 34.
Abbiamo già detto che Maria avrebbe dovuto aderire immediatamente e incondizionatamente al progetto di Dio, anziché prospettare un conflitto tra tale progetto e il proprio. Con ciò abbiamo già indirettamente etichettato come condizionato il suo “fiat”, che invece la mariologia unanime esalta come libero, pieno e, appunto, incondizionato.
Sempre nell’ipotesi che con “non conosco uomo” Maria abbia voluto esprimere un proposito di verginità, il problema è di vedere se si possa escludere che la fanciulla avrebbe rinunciato al ruolo di madre del Salvatore, come abbiamo or ora detto, qualora non avesse potuto conservarsi vergine.
È strano come numerosi biblisti non si accorgano che, esaltando oltre misura la determinazione della fanciulla a tener fede al suo proposito, finiscono per attribuirle l’intenzione di rinunciare alla maternità annunciata dall’angelo.
Ortensio da Spinetoli, ad esempio, dopo aver detto di Maria che “la verginità è il suo distintivo, l’aureola, il segreto della sua potenza nel mondo e nella vita dei rigenerati”, è categorico: “L’obiezione mossa da Maria sembrava destinata a troncare il singolare colloquio”. È quel che abbiamo detto noi parlando di fin de non-recevoir. Senonché l’autore aggiunge: “Ma l’angelo riprende”.
Dunque è chiaro: sarà l’assicurazione del mantenimento della verginità che sbloccherà l’impasse prodotto dall’obiezione e consentirà il “sì”.
Ancor più esplicito Renato Serra. Maria, dice, “muove un’obiezione”: “come potrà diventare madre, una che ha scelto di diventare vergine? (v. 34)”. Ora, è chiaro che questo ha senso solo se chi “ha scelto” non ha nessuna intenzione di ricredersi circa la scelta fatta.
Prosegue Serra: “E dopo che l’angelo la rassicura sul come potrà avverarsi l’incredibile […], Maria si consegna a Dio, dicendo: "Eccomi, sono la serva del Signore. Oh sì, avvenga di me secondo la tua parola!"”.
Se l’angelo dunque non l’avesse “rassicurata”, dobbiamo dedurre, lei non avrebbe proferito il fatidico “sì”.
Ma anche qui la perla ce la fornisce la penna di un pontefice. Questa volta è Paolo VI, che nell’esortazione apostolica “Signum magnum” scrive: “Maria, non appena fu rassicurata dalla voce dell’angelo Gabriele che Dio la eleggeva a Madre intemerata del suo Figlio unigenito, senza porre indugio diede il proprio assenso …”
Maria si decide dunque a dare il proprio assenso “non appena” si sente “rassicurata” di poter divenire madre restando “intemerata”, ossia intatta, vergine, senza macchia.
Ma come è possibile, ci chiediamo, che il Papa non si rendesse conto delle implicazioni di quella sua frase, ossia della domanda che viene spontanea a chiunque la legga? Una domanda molto semplice: “E se l’angelo non l’avesse rassicurata? Se le avesse risposto che la rinuncia alla verginità era un sacrificio necessario che il Cielo, pur valutando altamente il suo proposito verginale, le imponeva per divenire madre del Salvatore?”
È difficile non dedurre dalle parole del Pontefice che in tal caso Maria avrebbe rispettosamente declinato la “proposta”.
Le gaffes di Paolo VI e di Giovanni Paolo II mostrano che l’esegesi mariana, data la scarsità e la fragilità dei supporti biblici da utilizzare per la costruzione teologica, è un campo talmente infido che ancora oggi, dopo duemila anni, i pontefici stessi, quando per combattere qualche tesi “riduttiva” si avventurano ad esibire idee che vorrebbero essere appena un po’ originali, mostrano di muoversi su un terreno minato, rischiando un infortunio ad ogni passo.
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