Il ‘sì’ di Maria
35 Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio”. 38 Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei. (Lc, 1)
Il “sì” come preteso accoglimento di una proposta
La prima fondamentale caratteristica, unanimemente esaltata, del cosiddetto “sì” di Maria è costituita dal fatto che esso fu, si dice, una risposta pienamente libera a una proposta proveniente dal cielo. Orbene, tale convinzione, assurta quasi al ruolo di dogma, è totalmente priva di fondamento.
Dicendo questo non si enuncia una tesi ardita e provocatoria: sotto forma di domanda da parte di ascoltatori una simile affermazione si può sentire ad esempio con una certa frequenza a Radio Maria.
In ogni caso, per convincersi basta leggere attentamente i tredici versetti in cui Luca parla dell’incontro tra la Vergine e l’angelo: nel testo evangelico il consenso di Maria non appare minimamente richiesto. In particolare:
1) come abbiamo detto a suo luogo, il “rallégrati”, il “piena di grazia” e l’accenno da parte di Gabriele al fatto che Maria ha trovato favore presso Dio presentano in certo modo l’assenso come scontato: di fronte a un preambolo tanto promettente non si prende neppure in considerazione l’ipotesi di un rifiuto;
2) nei versetti seguenti l’angelo annuncia quel che avverrà, presentandolo come ineluttabile, non soggetto minimamente al consenso di chicchessia. Non si sogna neppure di chiedere il “sì” della Vergine: egli è venuto solo ad annunciare. Non per nulla la scena evangelica che lo vede protagonista insieme a Maria si è sempre chiamata “Annunciazione”, non “Proposta” o qualcos’altro del genere;
3) quando Maria pronuncia il suo “fiat”, l’angelo non solo non la ringrazia, non solo non si rallegra con lei, ma non prende nemmeno atto dell’assenso: non manifesta la minima reazione, non fa motto, ma se ne va silenziosamente. Con ciò dimostra in modo chiarissimo di non essersi atteso alcuna risposta da Maria e di considerare il suo assenso del tutto irrilevante.
Se Gabriele avesse veramente atteso l’assenso della Vergine (secondo la famosa immagine di san Bernardo che immagina i beati in trepidante attesa del fatidico “sì”), avrebbe dovuto rallegrarsi con lei, dicendo egli stesso qualcosa di simile a quel che dirà poi Elisabetta, ad esempio: “Beata colei che ha accettato il progetto del Signore”. Ma non proferisce verbo.
Nulla pertanto, assolutamente nulla nel testo evangelico autorizza a dire che a Maria fu chiesto l’assenso al concepimento annunciatole. L’Annunciazione è letteralmente, a tutti gli effetti, una pura e semplice “notifica di gravidanza”. (Di passaggio, noteremo che anche sul Calvario, quando Maria viene affidata a Giovanni a sua volta affidato a lei come figlio, non le viene chiesto consenso alcuno.)
Si comprende facilmente come una tale realtà sia sgradita all’esegesi ortodossa, che cerca costantemente di occultarla. Se l’Annunciazione è una sorta di “comunicazione di servizio”, viene fortemente sminuita la considerazione dimostrata dal Cielo per la Vergine, e quindi appannata l’immagine di Maria quale corredentrice, ossia cooperatrice all’opera di salvazione del Figlio.
Il ruolo della maternità divina si riduce a quello che già talvolta alcuni autori avevano intravisto e che ai mariologi piace pochissimo, ossia quello di una sorta di canale (“ductio”) attraverso cui Cristo è venuto agli uomini. In termini attuali, potremmo parlare di “utero in affitto” (ma l’immagine, presentata quasi in questi termini, si trova già in Pietro Crisologo, v. “Testi mariani del primo millennio” III, 433).
È chiaro che se vogliamo valorizzare l’assenso di Maria per poterglielo attribuire a merito, dobbiamo supporre che la Vergine:
1) fosse realmente libera di darlo o negarlo (non fosse cioè “plagiata”, condizionata in modo irreversibile);
2) sia stata posta chiaramente di fronte alla possibilità di accettare o rifiutare, e quindi che sia stata formalmente interpellata.
Si afferma infatti che non sarebbe stato conforme all’agire divino mettere Maria di fronte a un evento come la maternità senza chiedere esplicitamente il suo assenso. A. M. Tentori arriva ad affermare che se così fosse avvenuto la Vergine sarebbe stata vittima di una vera e propria violenza, e non esita ad usare il termine “stupro” (in alternativa parla di “sceneggiata”, “vigliaccata”, “farsa”, “imbroglio” ad opera del Cielo qualora Maria non fosse stata posta nella condizione di decidere in modo pienamente autonomo e consapevole circa la maternità che le veniva prospettata).
Ma, concretamente, quali sono gli argomenti che si possono addurre per sostenere che Maria fu messa in grado di decidere liberamente sull’asserita “proposta”?
Per quanto riguarda il punto 2), ossia l’asserita esplicita richiesta di pronunciarsi formulata dall’angelo a Maria, l’argomento è sostanzialmente questo: “l’angelo partì da lei”, come dice il testo, solo dopo che la fanciulla ebbe pronununciato le sue parole di assenso. Se l’assenso non fosse stato richiesto, si afferma, Gabriele se ne sarebbe andato subito dopo aver terminato il proprio annuncio.
Argomento invero di una fragilità straordinaria, poiché l’angelo avrebbe dovuto letteralmente … fuggire per impedire a Maria di proferire le 11 (undici!) parole del suo intervento, richiedenti un tempo di qualche secondo. Per quel poco che sappiamo delle abitudini angeliche, i messaggeri celesti non sono così precipitosi e villani. E villano veramente sarebbe stato Gabriele se avesse piantato in asso Maria proprio mentre apriva bocca per proclamarsi ancella del Signore.
Per quanto riguarda il punto 1), si adducono a comprova della libertà interiore della Vergine l’obiezione che essa avanza al v. 34 e il “fiat” che pronuncia alla fine.
Qui l’argomento è più consistente, ma occorre fare due precisazioni importanti:
a) può legittimamente valersi di tale argomento solo chi giudica l’obiezione come sostanziale, non rituale, ossia chi ritiene che “Come sarà questo?” equivalga a “Come è possibile questo?”;
b) il fatto che Maria esprima il suo assenso dimostra non già che tale assenso era necessario, e tanto meno che fu richiesto: dimostra semplicemente che la fanciulla riteneva di possedere una sorta di diritto di veto su quanto le annunciava l’angelo, che si arrogava cioè un diritto di accettazione o ricusazione.
Ma questo non getta certo luce favorevole sulla figura della Vergine, e in particolare sulla sua asserita ineffabile umiltà: paradossalmente, proprio affermando la propria disponibilità di ancella ai disegni del Cielo, Maria rivela di non considerarsi affatto tale nel profondo dell’anima; mostra di sentirsi in diritto di esprimere un assenso che in effetti nessuno le ha chiesto. (L’angelo educatamente tace, ma può aver pensato: “Grazie della tua dichiarazione di disponibilità, ma nessuno ha mai pensato di chiedertela”.)
Unico modo per attenuare questa impressione negativa è considerare il “ fiat” come un discorso che Maria rivolge a se stessa più che all’angelo: spaventata dalla prima parte dell’annuncio, che sembrava prospettarle la necessità di “conoscere uomo” (prescindendo dal fatto che lei abbia o non abbia realmente inteso esprimere un preciso proposito di verginità), la fanciulla manifesterebbe col suo “sì” il sollievo procuratole dalla successiva rassicurante comunicazione di Gabriele.
In ogni caso, è assurdo ritenere che il fatto che Maria esprima la propria disponibilità ai piani del Cielo ci autorizzi a dedurre che tale disponibilità è stata formalmente richiesta.
In effetti, il tono usato dall’angelo, prettamente enunciativo-predittivo, è lo stesso usato da Dio nell’Eden per parlare ai progenitori: “Con dolore partorirai figli”, dice il Signore ad Eva; “concepirai un figlio, lo partorirai e lo chiamerai Gesù”, dice Gabriele a Maria.
Le prospettive nei due casi sono diverse, ma il linguaggio usato è lo stesso: persino la forma verbale (téxei) è identica nella versione “dei Settanta” (la traduzione greca dell’AT correntemente in uso al tempo di Gesù) e in Luca. E sarebbe certo stravagante pensare che Eva potesse ritenersi in diritto di esprimere il proprio consenso.
L’angelo comunque mostra chiaramente di giudicare l’assenso di Maria come adprobatio non petita, tutt’al più come atto dovuto. I progetti di Dio, a Nazaret come nell’Eden, non sono soggetti a ratifica.
La retorica omiletica si è sbizzarrita ad escogitare immagini e metafore per esaltare il “sì” di Maria, spesso contrapposto al cosiddetto “no” di Eva. In particolare, si è paragonato l’assenso della Vergine a un “sì” nuziale.
L’inadeguatezza del paragone conferma indirettamente quanto abbiamo appena detto. Nel caso dell’Annunciazione infatti manca proprio la condizione prima per definire “sponsale” il “sì” di Maria: manca la domanda rivolta alla sposa per sapere se acconsente ad unirsi in matrimonio con l’uomo che le sta accanto: “Tu, qui presente …., vuoi prendere come legittimo sposo il qui presente … ?” Il “sì” nuziale è appunto la risposta a questa domanda. Nell’Annunciazione questa domanda non c’è.
Ciò suggerisce una considerazione di carattere generale circa il linguaggio impiegato nei Vangeli, alla luce di certe singolari affermazioni dell’esegesi ortodossa.
Chi sostiene che Gabriele lascia a Maria la libertà di consentire al suo invito o rifiutarlo dovrebbe spiegare come mai anche in questo caso, come in quello di “non conosco uomo” (che si pretende esprima un proposito di verginità), a veicolare un contenuto semantico così importante non vi sia neppure un termine ad hoc – ad esempio ‘piano’, ‘progetto’, ‘proposta’, ‘assenso’, ‘accettazione’, ‘rifiuto’ … - e/o uno strumento sintattico adeguato, quale sarebbe ad esempio una domanda formalmente rivolta a Maria.
Incredibilmente, anche qui occorre congetturare in nome dell’analogia fidei, ossia del pregiudizio esegetico-teologico; senza neppure l’alibi, questa volta, del “presente di stato”. Come unico sostegno abbiamo l’angelo che … non riesce a dileguarsi prima che Maria apra bocca per proferire il suo “sì”.
Del resto, per comprendere l’assurdità della tesi di un consenso almeno implicitamente chiesto a Maria, basta domandarsi che cosa avrebbe detto e come si sarebbe comportato l’angelo se, anziché chiedere il consenso, avesse voluto limitarsi ad annunciare quanto Dio aveva già irrevocabilmente predisposto. E la risposta è semplice: avrebbe detto e fatto esattamente quello che ha detto e fatto secondo il racconto di Luca.
Tornando al “sì” cosiddetto “nuziale”, va ancora notato che Maria dovette darlo dopo un “tempo di deliberazione” di pochi secondi. Non solo dunque non fu formalmente interpellata come avviene agli sposi nel rito matrimoniale, ma non poté neppure fruire di quel tempo – giorni, mesi, anni – nel quale i futuri sposi maturano la loro decisione di convivenza ed eventualmente di paternità e maternità.
Per di più, Maria dovette decidere (sempre ammettendo che l’angelo – e dunque Dio – attendesse da lei un assenso) da sola, senza nemmeno potersi consultare col suo legittimo sposo, ossia con chi si era impegnato con lei in un progetto di vita in comune e avrebbe poi dovuto cooperare all’educazione del nascituro. Questo è particolarmente negativo sotto il profilo dello “spirito del rapporto di coppia”, anch’esso essenziale per la crescita del bambino.
Chi fosse tentato di sorridere leggendo queste considerazioni di psicologia spicciola dovrebbe ricordare quanto ne usa ed abusa la catechesi: ad esempio, dicendo che, secondo quanto la psicologia ci insegna circa l’importanza della figura paterna, Giuseppe deve aver avuto un ruolo decisivo nel formare la straordinaria forza di carattere di Gesù.
E dovrebbe soprattutto considerare che se per la Sacra Famiglia non valgono i principi della comune dinamica psicologica, si vanifica la sua esemplarità.
La situazione di Giuseppe e il “secondo annuncio”
Maria, abbiamo visto, per consenso pressoché unanime avrebbe subito violenza se non fosse stata posta nella condizione di scegliere liberamente tra l’accettazione e il rifiuto della maternità annunciatale; e che questo sia accaduto è da escludere, si dice, in quanto Dio non commetterebbe mai un sopruso del genere. Ma vanno considerate due situazioni particolari che fanno non poco dubitare della correttezza dell’operare divino.
La prima è rappresentata dal caso di Giuseppe, che non riceve alcun annuncio preventivo e al quale quindi sicurissimamente non viene chiesto alcun assenso.
In effetti, chi arriva a dire che sarebbe stata una violenza imporre a Maria una maternità non liberamente accettata, dovrà riconoscere che nei confronti di Giuseppe la violenza viene esercitata davvero. Egli non è stato consultato circa il piano divino in cui viene coinvolto con una parte di tanto rilievo, e si trova quasi posto di fronte a un ricatto: se vuole conservare la sposa deve accettare anche il bambino che lei porta in grembo; e l’annuncio gli viene dato quando egli si trova in una situazione tale che l’accoglimento dell’ordine gli appare già come una liberazione.
I patti stretti con Maria non erano certo questi; sicché noi vediamo il piano di Dio irrompere senza riguardi nella vita del carpentiere di Nazaret.
La seconda situazione che smentisce - e clamorosamente - la tesi del Dio che non forza in modo fraudolento il consenso di coloro che chiama a collaborare ai suoi piani è costituita da quello che Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Mater” definisce “il secondo annuncio”.
Si tratta della profezia di Simeone (cfr. Lc 2, 34-35), che, dice il Papa, rivela a Maria “che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa”. Non so se il pontefice (che ripropone il concetto, citando la propria enciclica, nella catechesi del 18.12.96) si renda conto delle conseguenze di una considerazione apparentemente tanto innocua.
Se si sostiene la tesi di una “proposta” recata da Gabriele a Maria che l’avrebbe liberamente e consapevolmente accettata (e questa tesi ufficiale della mariologia è confermata dallo stesso papa Giovanni Paolo II nella catechesi del 18.08.96, previa citazione della “Lumen Gentium”), allora è oggettivamente gravissimo che alla Vergine non venga chiesto alcun assenso quando le si annuncia l’aspetto più doloroso della sua missione.
Eppure qui non sono possibili scappatoie: indipendentemente dal momento in cui Simeone se ne va, è indiscutibile che Maria non apre bocca (si chiuse nel silenzio, dice il Papa: che cosa avrà pensato lo sa solo lei; oltre ai mariologi, s’intende). E d’altra parte il bambino c’era già: come poteva la madre tirarsi indietro?
Stando così le cose, delle due l’una: o, in forza del parallelismo che viene a costituirsi tra i due annunci, si abbandona la tesi di un libero assenso di Maria a una “proposta” dell’angelo (e allora, secondo i teologi alla Tentori, siamo alla “vigliaccata” e allo “stupro” da parte di Dio); o si deve riconoscere che l’asserito assenso fu estorto mediante una presentazione volutamente incompleta degli aspetti della missione: furono presentati solo quelli gaudiosi e gloriosi e taciuti quelli dolorosi, ossia proprio quelli che avrebbero potuto eventualmente indurre a un rifiuto.
In tal caso, anziché lo “stupro” avremmo il “bidone”, la truffa divina, obiettivamente non meno pericolosa per le fondamenta della devozione mariana. La sinergia Wojtyla-Tentori (e, s’intende, degli innumerevoli teologi che condividono le loro tesi) si rivela particolarmente controproducente – se non addirittura esiziale – per la mariologia.
Possiamo ancora notare che l’ipotesi della truffa divina rappresenta il compimento, il coronamento raffinato di quella “strategia di persuasione”, in sostanza sottilmente fraudolenta, di cui si è detto commentando il saluto dell’angelo, dove abbiamo accostato l’agire del messaggero celeste a quello di un abile piazzista. Il “secondo annuncio” richiama certi seducenti contratti recanti codicilli insidiosi stampati in calce a caratteri minutissimi e in un linguaggio di difficile comprensione.
La metafora contrattuale può essere estesa ad un altro elemento del rapporto tra Maria e il Cielo che la investe della missione: la Vergine, pronunciando il suo “fiat”, ha cura di precisare: “fiat mihi secundum verbum tuum”: “mi accada secondo la tua parola” (la notissima versione latina riproduce letteralmente il greco katà tò rêma su). In sostanza, pare proprio che Maria voglia precisare anche formalmente l’ambito, i limiti del suo assenso: sottoscrive il documento che le è stato presentato, e niente di più; le parole dell’angelo dunque, non quelle di Simeone o di qualunque altro futuro latore di annunci.
Non si può dire che l’esegesi ortodossa non abbia intuito quanto sia illogico presentare gli aspetti negativi di una proposta dopo che questa già è stata accettata. Ma naturalmente, anziché denunciare la scorrettezza di questo modo di procedere (mettendo quindi implicitamente sotto accusa la regìa divina), coglie l’occasione per esaltare l’eroismo di Maria, la quale, si afferma, anche sentendo la sinistra profezia di Simeone non recedette dalla missione che si era assunta.
Come dire che rinunciò a sbarazzarsi del lattante affidandolo ad un orfanotrofio. Comportamento, come ognun vede, veramente eroico oltre ogni dire.
E c’è anche chi si spinge oltre, incurante del ridicolo. Ai piedi della croce, scrive un predicatore di grido, noto alla platea televisiva, “umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: ‘Mi hai ingannata!’, o, come gridò un giorno il profeta Geremia: ‘Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre!’ (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario”.
Ridicolo, perché il rinfaccio a Dio, giustificato al momento della profezia di Simeone sulla spada che avrebbe trapassato il cuore alla madre, non lo era più a oltre trent’anni di distanza; ma soprattutto teatrale e di cattivo gusto.
Oltre che, s’intende, scorretto, poiché evita di sottolineare che, “umanamente parlando”, il comportamento del Cielo fu davvero truffaldino; il che fa giustizia di tutta la retorica inneggiante al presunto fair play di un Dio che mai si permetterebbe di forzare l’adesione a un suo progetto inducendo una donna a divenir madre controvoglia.
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