La verginità in cháire e kecharitoméne
Per trovare un fondamento biblico al dogma della perpetua verginità di Maria, che di per sé è sostenuto soltanto dalla discutibilissima interpretazione “verginale” di “Non conosco uomo”, qualcuno ha pensato di ricorrere anche ai due termini usati dall’angelo per rivolgersi alla Vergine: cháire e kecharitoméne.
Un pioniere di tale indirizzo esegetico è, al solito, Ignace de la Pottery, seguito entusiasticamente, tra gli altri, da padre Livio Fanzaga nel suo recente “La verginità di Maria e la nostra verginità”.
A loro dire, cháire assocerebbe Maria alla figlia di Sion, cioè a Israele tutta, che i profeti, si afferma, definiscono vergine e sposa di Yahweh. L’associazione si fonda su Sof 3, 14 ss.: “Gioisci, figlia di Sion, esulta Israele, e rallégrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!”
Quanto a kecharitoméne, definito termine “di una abissale profondità” (padre Livio), si punta, per via puramente congetturale, sul principio che nella incomparabile dotazione di grazia in esso implicita non può non essere compresa l’aspirazione a una vita verginale.
Poiché altrove confutiamo proprio la tesi dell’asserita straordinaria pregnanza del termine (v. “Piena di grazia”), ci limitiamo qui all’esame delle argomentazioni addotte per cháire, opponendovi alcune osservazioni che sorgono spontanee alla lettura.
1) De la Pottery, citato da padre Livio, scrive che “Maria realizza la figura della vergine sposa di cui parlano i profeti”; e lo stesso padre Livio parla insistentemente di “vergine sposa”, “vergine sposa di Yahweh”, “vergine sposa di Dio”.
Senonché nella Bibbia l’espressione “vergine sposa” in effetti compare una sola volta, nel Siracide (15, 2), per indicare una vergine che va sposa, ossia una donna che si sposa essendo vergine, il che rappresentava proprio la condizione più “normale” per una fanciulla di quel tempo.
Analogamente, è del tutto fuori luogo la conclusione (“Così la Chiesa è insieme sposa e vergine”) che lo studioso francese pretende di trarre dal passo paolino di 2Cor 11, 2: “Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo”. Anche qui, chiaramente, si afferma la verginità di una fanciulla che, trovandosi nella condizione di promessa, viene presentata allo sposo; siamo dunque prima delle nozze.
Nella Scrittura dunque non si parla mai di “vergine sposa” nel senso che si vorrebbe applicare a Maria, bensì di Israele che è vergine, cioè pura, e che diviene sposa di Yahweh.
Nessuno si sogna mai di dire che c'è una sposa che si mantiene vergine in regime matrimoniale, come si pretende sia avvenuto per la madre di Gesù.
2) Il fatto che nei testi dei profeti l’idolatria sia costantemente assimilata a un adulterio, o meglio ancora a un comportamento da prostituta, sta a significare che nell’economia della metafora il rapporto con la divinità è assimilato al rapporto sessuale.
Sicché il rapporto col vero Dio di Israele - quindi in regime di assoluta fedeltà - dovrebbe corrispondere al legittimo rapporto coniugale, non al comportamento di una vergine che vuole preservare la propria verginità. (Questo dovrebbe corrrispondere semmai … all’ateismo!)
In effetti, nei passi biblici che sviluppano la problematica della fedeltà o infedeltà a Dio in termini di rapporto amoroso, la dimensione nuziale, volta ad esaltare la sposa fedele, ha scarso risalto. La fedeltà è infatti rappresentata dalla vergine, e l’infedeltà dalla prostituta (che spesso è la vergine medesima, la quale si prostituisce perdendo la verginità).
Una figura biblica di sposa amata, rispettata e irreprensibile è quella della regina Ester. Ma non occorre dire che anche la moglie di Assuero, in quanto sposa, con la verginità non ha proprio nulla a che vedere.
3) L’equiparazione di Maria a Israele rappresentata da Gerusalemme non può portare solo alla consolante conclusione che la “virgo Sion” prefigura la verginità di Maria, poiché nella dinamica del racconto biblico Israele si prostituisce ripetutamente, e ripetutamente viene perdonata per poi essere di nuovo accolta nel talamo.
Come è noto, sono innumerevoli le pagine che descrivono con realismo impietoso e crudezza di linguaggio persino imbarazzante la depravazione della “vergine”, resasi indegna dell’amore di Dio. L’associazione della vergine Maria alla vergine Israele finisce quindi per divenire un’arma a doppio taglio, ovvero una sorta di boomerang.
In particolare, l’accostamento ha come conseguenza che, con una vera e propria contraddizione in termini, la verginità finisce per essere qualcosa che si perde e si recupera (!).
Ciò avviene infatti ogni volta che Dio perdona Israele e l’accoglie nuovamente come sua sposa. Paradossalmente, applicando tale principio a Maria, si sarebbe allora autorizzati ad immaginare che essa abbia avuto altri figli dopo Gesù (magari adulterini) e che abbia ogni volta recuperato prodigiosamente la verginità.
Padre Livio si premura di precisare (“L’inganno di Satana”, p. 26): “Ci sono due tipi di verginità. Una è quella della Vergine Maria, preservata dal peccato originale. […] Ma c’è anche la verginità di Maria Maddalena, una verginità rigenerata [sic]: la grazia dà alle persone la possibilità di iniziare una vita nuova”.
Già; ma, a parte la bizzarra circostanza di una verginità che va e viene, non vi è alcun dubbio che nella Bibbia le allusioni alla vergine Israele - che all’esegesi piace immaginare evocanti Maria - vanno ascritte al secondo tipo di verginità, quella “riciclata” della Maddalena.
Del resto, lo stesso de la Pottery ricorda che “nella Bibbia un popolo – qualunque esso sia: Israele, Babilonia, Egitto – è talvolta chiamato ‘vergine’ quando, in seguito a una guerra, ha perso la sua indipendenza. È allora considerato come una vergine violata dal nemico”. Vediamo quindi che la verginità non è neppure una caratteristica peculiare di Israele, e che è comunque qualcosa di estremamente precario.
Tutti elementi che non concorrono certo a creare un’analogia edificante con Maria.
4) A questo punto possiamo tirare una conclusione.
Si afferma che nel cháire di Lc 1, 27, in quanto allusione alla “vergine Israele”, sarebbe implicita l’evocazione di un desiderio di verginità. Ma, a parte la scarsa plausibilità dell’associazione che si pretende di stabilire (al che è da aggiungere l’assenza di una “sposa vergine” nel testo biblico), vanno sottolineati i risvolti negativi della congettura di de la Pottery: è quanto mai dubbio – per non dire che è escluso - che la figura di Maria abbia qualcosa da guadagnare dal venire accostata a chi per la sua ricorrente scostumatezza si attira di continuo gli strali roventi dell’ira di Yahweh.
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