Thursday, 19 July 2018
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                       Il mito della storicità

 

 

 

 

La fede - quando programmaticamente vuole collaborare con la ragione, rifiutando di farsi fideismo - non può prescindere dalla storicità della Risurrezione (e, in genere, di quanto è affermato nella Scrittura); è logico pertanto che tenda a valorizzare il più possibile ogni minimo riferimento storico reperibile nei sacri testi.

 

 

Il mito delle “conferme della storia”

 

Il radicamento della vicenda di Cristo nella realtà della Palestina del tempo di Augusto e di Tiberio è già esplicitamente affermato in un testo che pure è di natura squisitamente teologica: il “Credo”, la professione di fede del cristiano, in cui si precisa che Gesù “patì sotto Ponzio Pilato”.

Il cristianesimo si qualifica quindi come una religione storica, una religione rivelata portatrice di un annuncio ricevuto in circostanze storiche perfettamente individuate.

 

I volumi di Vittorio Messori - fin dal primo, “Ipotesi su Gesù” - offrono numerose riaffermazioni di tale principio. Esso dovrebbe costituire una credenziale di prim’ordine per l’attendibilità di quanto i vangeli ci raccontano circa la figura di Gesù.

E non pochi degli elementi di storicità che vengono addotti a comprova della tesi sono stati reperiti dalla sagace ricerca dello stesso Messori.

 

Al giorno d’oggi, sono copiosi i contributi che a queste ricerche possono dare l’archeologia, l’epigrafia, la papirologia, la filologia e altre discipline storiche, le cui tecniche si fanno sempre più raffinate per il continuo progresso tecnologico.

Grazie a questi strumenti l’apologetica può vantare molti successi nella lotta contro le tesi della “scuola mitica”, che vorrebbero negare rilievo storico – o addirittura esistenza concreta - alla figura di Gesù, facendone un mito creato dalla Chiesa primitiva.

Tra le numerose scoperte che hanno demolito altrettante affermazioni scettiche circa la veridicità di certi dati storici forniti dai vangeli, basterà ricordare la conferma, fornita da due lapidi scoperte a Cesarea Marittima, dell’esistenza della località di Nazaret (mai citata nell’Antico Testamento né negli antichi commenti ebraici alla Scrittura) e della prefettura ricoperta in Giudea da Ponzio Pilato al tempo di Tiberio.

 

Ma questa valorizzazione della ricerca storica per affermare la piena storicità della vicenda di Gesù urta contro due gravi difficoltà.

 

 

La conferma del dettaglio elimina solo uno dei tanti problemi

 

La prima difficoltà è costituita dal fatto che per garantire la storicità occorre in via di principio che si dimostri la correttezza di tutte le informazioni contenute nei testi. 

Se in questi ultimi si individua un dato che contrasta con quanto a noi risulta circa la realtà storica del tempo, è normale – sottolineiamo: assolutamente normale – che il particolare venga segnalato e getti in qualche misura discredito sull’attendibilità del racconto in cui è inserito.

E da questo non deriva affatto che il successivo accertamento della storicità del dettaglio restituisca automaticamente credibilità all’insieme della narrazione: l’attendibilità dei particolari, se è condizione necessaria per l’attendibilità del tutto, non ne è però condizione sufficiente.

 

In altri termini: se a noi, sulla base delle informazioni che possediamo, non risulta un certo dato storico riportato dagli evangelisti, è normale che si rafforzi un sospetto di poca accuratezza nel riferire i fatti; ma il successivo accertamento della verità di quel dato, che doveva essere normalmente noto agli agiografi, non basterà certo a convincerci di tutto quanto ci raccontano.

E meno che mai potrà bastare quando una stessa cosa ce la raccontano in più modi diversi.

 

Facciamo un paio di esempi, tratti dal ricco campionario presentato da Messori.

Possiamo innanzitutto considerare il caso già citato della lapide menzionante per la prima volta la località di Nazaret, sconosciuta a tutta la letteratura religiosa veterotestamentaria come a quella dei tempi di Gesù. Questo totale silenzio sulla culla del cristianesimo, ridotta a una sorta di fantasma, rendeva per molti pienamente legittimo uno scetticismo che finiva poi per investire tutto l’insieme dei racconti evangelici.

La scoperta della lapide rivelatrice ridà uno statuto “normale” alla vicenda di Cristo, assicurando al Messia una patria storica; ma s’intende che non comprova affatto la veridicità di tutto quanto secondo i vangeli accadde a Nazaret, a cominciare dall’Annunciazione.

 

Altro esempio. La presenza, nel racconto della Passione, di Claudia Procula, moglie di Ponzio Pilato, ha sempre costituito, dice l’autore, un “particolare contestatissimo sino a quando, di recente, si è scoperto che rispecchia una precisa realtà storica. Poco prima dei tempi di Gesù, Roma aveva autorizzato i suoi rappresentanti a portare con sé la famiglia nelle province, mentre in precedenza lo vietava” (IG 222).

 

Dunque: sulla base delle nostre conoscenze storiche, molti scettici circa la veridicità dei racconti evangelici trovavano nell’episodio della moglie di Pilato un ulteriore motivo di scetticismo.

Tale atteggiamento era pienamente giustificato nella misura in cui si potevano considerare complete e coerenti le informazioni possedute sulla questione del divieto imposto ai procuratori di portare con sé la famiglia nella provincia loro affidata.

 

L’acquisizione di un dato nuovo cambia ovviamente la situazione, ma non fa che rimuovere quell’ulteriore motivo di scetticismo, assicurando una condizione necessaria per l’accettazione del racconto di Matteo.

E s’intende che da questo non consegue che risulti automaticamente provata la verità dell’episodio - per molte ragioni poco verosimile - che vede la donna protagonista, preoccupata di ammonire solennemente il marito avvertendolo dell’innocenza e del misterioso carisma di Gesù.

 

Sono perciò del tutto fuori luogo i gridolini di trionfo lanciati dagli apologeti in occasione di scoperte archeologiche o d’altro genere che, ampliando le nostre conoscenze storiche, fanno cadere alcune obiezioni pregiudiziali all’attendibilità dei racconti biblici.

Ciò è tanto più vero quanto obiettivamente meno credibile è l’episodio di cui si discute.

 

 

Il quadro e la cornice

 

Ma la difficoltà più grave che impedisce di considerare il dettaglio confermato dalla ricerca storica come prova della storicità dei vangeli è costituita dal fatto che i dettagli di cui si parla appartengono tutti alla cornice” dei racconti, non riguardano cioè quel che disse e fece Gesù, ossia la sua figura e la sua opera, né quelle dei personaggi che si muovono attorno a lui.

 

Questo fa sorgere spontaneamente certe domande circa il valore di prova di tanti particolari storici presenti nei testi evangelici.

Ad esempio, si ha l’impressione che siano in genere sopravvalutati i contributi dell’archeologia. “Bultmann non andò mai neppure in Palestina, stava solo in biblioteca”, accusa Messori. Già; ma che cosa mi dirà l’archeologia sulla questione se la Maddalena vide il Risorto in occasione della prima o della seconda visita al sepolcro?

 

Per il nostro autore non vi sono dubbi: l’autenticità della cornice esclude che il quadro sia falso. “Come mai”, si chiede, “episodi e insegnamenti dei vangeli sarebbero leggendari, mentre la cornice a quella leggenda si è rivelata sempre più esatta e storicamente documentata?”.

La risposta è per noi ovvia: che contenuti fantastici possano convivere con situazioni ed eventi reali, in un contesto dichiaratamente storico, ce lo dimostrano quelli che per convenzione ormai più che secolare vengono appunto definiti “romanzi storici”.  

 

Per prevenire tale obiezione, Messori si premura di spiegarci che è impensabile attribuire agli evangelisti la stessa consumata perizia di ricostruzione storica di cui dan prova un Sienkiewicz, un Manzoni o il Flaubert di “Salammbô”.

Enfaticamente arriva a scrivere: “Nessuno studioso delle scuole mitologiche può ovviamente partire dal presupposto che all’origine dei vangeli ci sia una équipe di esperti che, studiando in biblioteca e lavorando a tavolino [!], abbia costruito un quadro storico tanto rigoroso per le avventure del personaggio del romanzo” (IG 218)

 

Ma si tratta di un’argomentazione inconsistente: gli scrittori citati dovevano lavorare in biblioteca per reperire le coordinate storiche di mondi lontani ormai due secoli o addirittura due millenni; gli evangelisti, al contrario, parlavano del proprio mondo, o al massimo di quello della generazione immediatamente precedente alla loro, quello cioè in cui essi stessi avevano vissuto la fanciullezza. Quale speciale, raffinata perizia sarebbe mai stata loro necessaria per dimostrare di conoscerlo?

Anzi, è senz’altro più corretto chiedersi: perché mai non avrebbero dovuto conoscerlo?

 

È opportuno notare che vi sono due tipi di riferimenti storici che l’apologetica individua e valorizza: da un lato, eventi, luoghi e personaggi della storia propriamente detta; dall’altro, usanze, consuetudini e dati vari di quella che si suole definire “cultura materiale” e a cui nell’ultimo secolo è andata sempre più rivolgendosi l’attenzione degli studiosi.

 

a) Dati della storia “evenemenziale”.

 

Per quanto riguarda il primo gruppo, proviamo ad esempio a chiederci quale luce getti sull’autenticità dell’episodio dei Magi il fatto che Matteo dimostri di sapere che al momento della nascita di Gesù la Palestina era sotto il regno di Erode, e che questi morì qualche anno dopo. O quale garanzia di storicità per l’evento dell’Annunciazione rappresenti la circostanza del censimento di Quirinio menzionato da Luca, anche ammesso - e non concesso - che l’evangelista non si sia sbagliato nel fornirci la coordinata storica.

 

b) Aspetti della cultura materiale.

 

Per quanto riguarda il secondo gruppo, gli esempi che si potrebbero citare sono svariate dozzine, e il discorso dovrà essere più articolato.

 

Possiamo iniziare ricordando ad esempio le numerose circostanze che Messori chiarisce relativamente all’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio, concentrando l’attenzione soprattutto sul resoconto del quarto vangelo:

“Dopo il 70 cessa ogni sacrificio, eppure chi scrive il vangelo di Giovanni sa che di tre specie poteva essere l’offerta (bue, pecora, colombe); sa che il commercio relativo si svolgeva non fuori, ma dentro le mura sacre, nel cosiddetto ‘cortile dei gentili’; sa che la decima al tempio esigeva dei cambiavalute. Cosa, quest’ultima, niente affatto ovvia: solo un giudeo di prima del 70 poteva sapere che il tesoro del tempio non accettava che una moneta […]” (PSPP  194).

 

Qui veramente si è costretti a rileggere attentamente, nel dubbio di avere equivocato: Messori, a quanto sembra, vuole dirci che l’approfondimento dei dettagli storici ci dà la certezza che l’autore del vangelo era vissuto prima del 70.

Ma questo è un dato di cui non dubiteremmo anche senza questi ausili esegetici: Giovanni, il più giovane degli apostoli e il più tardo degli evangelisti, nel 70 aveva certo passato abbondantemente i cinquant’anni; e ben difficilmente potevano essere più giovani di lui Luca e Marco.

In sostanza: questi argomenti saranno forse efficaci contro chi affermasse che i vangeli furono scritti da persone nate appena prima del 70 e quindi cresciute e vissute dopo tale data. Ma chi affermasse una cosa del genere dimostrerebbe di essere talmente disorientato da non avere neppure titolo ad esprimersi in materia di esegesi evangelica.

Senza contare che, comunque, anche chi fosse vissuto dopo il 70 potrebbe aver avuto informazioni dettagliate dal padre o dalla madre o dai nonni.

 

Per di più, Messori stesso ricorda che quelle scene Gesù le aveva viste “sin da bambino”; come stupirsi dunque che le avessero viste anche alcuni dei suoi discepoli, e in particolare gli autori delle tradizioni utilizzate poi dagli evangelisti?

Inutile quindi che l’autore si dilunghi a mostrare la precisione di vari dettagli, come la “sferza di cordicelle” (che sarebbero state in realtà “cavezze” per gli animali di grossa taglia), il trasporto abusivo di arnesi ingombranti attraverso la spianata del tempio utilizzata come scorciatoia, il portico di Salomone scelto come luogo per ambientarvi la tumultuosa “spiegazione” tra Gesù e i giudei di cui si parla in Gv 10, 23 ss.

Tutte prove, queste, a detta di Messori, del fatto che “gli evangelisti ben sanno di che cosa parlano. Gerusalemme e il suo tempio non è per loro un ricordo appannato o una realtà di cui hanno sentito dire da altri, ma un luogo conosciuto di persona”.

 

Il comune credente rimane sconcertato: se ogni ebreo, si domanda, era in via di principio tenuto a recarsi al tempio di Gerusalemme almeno in occasione della Pasqua, perché mai i discepoli di Gesù - verosimilmente piuttosto sensibili alla problematica religiosa - non dovrebbero esservisi recati più volte, prima per conto proprio e poi con Gesù stesso? Non dovrebbe essere cosa del tutto normale che quei luoghi e quelle usanze le conoscessero, per così dire, come le loro tasche?

Quale particolare valore di prova, nei confronti di quel che fece e disse Gesù, può quindi avere la constatazione della precisione di certi dettagli del contesto topografico e umano in cui egli operò?

Tale precisione potrebbe ad esempio indurci a prendere per oro colato i racconti della Risurrezione?

 

Viene angoscia (o, se si preferisce, vien da ridere) al pensiero che forse, poniamo tra 2000 anni, anche la vicenda poliziesca del “Codice Da Vinci” verrà ritenuta “storica” solo perché qualcuno avrà scoperto che tanti particolari del Louvre descritti da Dan Brown sono esatti!

 

Altro esempio, fra i tanti possibili. Il fatto che la Maddalena si chini per guardare all’interno del sepolcro dimostra certamente che l’autore sa che l’ingresso era piuttosto basso; ma noi pervicacemente ci chiediamo: perché non avrebbe dovuto saperlo?

Quando venivano scritti i vangeli, intorno all’anno 70, le tombe si costruivano presumibilmente come quarant’anni prima: noi stessi diciamo ad esempio : “in questo modo si costruivano le tombe in Palestina nel I sec. d. C”. Del resto, quando si trova un documento utile a confermare una notizia contenuta nei vangeli, di regola non si esita ad utilizzarlo anche se risale a 50 o 100 anni prima o dopo l’epoca di Gesù, nella presunzione che certe usanze non cambiassero troppo repentinamente.

Nel caso delle tombe, comunque, trattandosi proprio di materiale assai poco deperibile, era senz’altro facile, nel 70 d. C. vederne parecchie risalenti all’epoca di Gesù; sicché chiunque doveva sapere come erano i sepolcri costruiti intorno all’anno 30.

 

A parte questo, va detto che gli evangelisti avrebbero pur sempre potuto far capo a propri ricordi di gioventù. Così, io, al pari di qualunque mio coetaneo, potrei ambientare una vicenda immaginaria negli anni Quaranta del XX secolo inserendovi una quantità di dettagli relativi alla cultura materiale, dai pennini ai calamai incorporati nel banco, dal “meccano” alle prime penne stilografiche a stantuffo, fino ai vespasiani ancora presenti nelle piazzette cittadine. Ma questo non garantirebbe minimamente la storicità della vicenda narrata.

 

Concludendo: l’apologetica, e Messori per primo, devono prendere atto che l’irreprensibilità storica della “cornice” è assolutamente irrilevante agli effetti di una valutazione della storicità della vicenda di Gesù; il che equivale a dire che non ce ne offre alcuna garanzia.

 

Vi è poi un aspetto vagamente umoristico in questo accanirsi a dimostrare l’attendibilità della cornice storica dei resoconti evangelici: uomini vissuti duemila anni dopo quell’epoca hanno la pretesa di valutare la fedeltà delle descrizioni di cose e costumi del tempo fatta da chi in quel mondo ci viveva!

Certo, lo storico moderno ha molti strumenti e criteri raffinati per valutare certe affermazioni degli autori antichi; in particolare, può confrontare informazioni provenienti da fonti diverse, fornite da un largo ventaglio di scienze - dall’epigrafia alla papirologia, dall’archelogia alla numismatica e alla linguistica -, ed è soprattutto armato di un forte spirito critico, che certo difettava agli “storici” di quei tempi.

Ma resta il fatto che in moltissimi casi le informazioni giunte sino a noi sono frammentarie, lacunose, incomplete: si veda ad esempio il caso delle norme che regolavano il processo penale presso il sinedrio e presso l’autorità romana (v. Il processo davanti a Pilato, nella monografia dedicata ai Racconti della Passione).

 

Lo storico di oggi quindi è forse avvantaggiato quando si tratta di valutare certe informazioni che anche allora potevano essere ottenute solo con un minimo di impegno, di ricerca, di investigazione (sicché, anziché essere semplice cronaca, erano già in qualche modo “storia”); e, naturalmente, quando le informazioni sono sospette perché provenienti da informatori palesemente “schierati”.

Ma quando si tratta di dettagli di vita quotidiana, non direttamente condizionanti la vicenda narrata e il suo significato teologico – o, in senso lato, ideologico -, dovrebbe valere la presunzione dell’esattezza dei dati forniti. Di conseguenza, è scarso o nullo il valore di prova di tutti i riscontri reperibili confermanti tale esattezza.

Sempre ricordando poi che quest’ultima, ripetiamo, non ci garantisce per nulla la veridicità della vicenda complessiva.

 

Ancora un paio di esempi per mostrare quanto arrivi ad essere assurda la pretesa di ricavare conferme sulla vicenda soprannaturale attraverso dettagli di cultura materiale.

A detta di Messori, la menzione della lonke, la lancia con cui viene trafitto il costato di Gesù ormai morto, rivelerebbe una “straordinaria quanto recondita precisione”, in quanto a noi risulta che “proprio la lonke, la lancia con la punta di ferro, era in dotazione alle truppe ausiliarie delle province”. Questo sarebbe addirittura “un particolare di folgorante storicità”!

Ma, viene da chiedersi, come era possibile che lo ignorassero uomini vissuti nella Palestina di quel tempo, ai quali quella lonke era magari capitato di vedersela addirittura agitare sotto il naso?

 

E che conferma storica ci fornisce il fatto che dei galilei sapessero che in Galilea si tessevano tuniche senza cuciture? E quale garanzia di veridicità dello squarciarsi della cortina del tempio alla morte di Gesù ci offre la circostanza che “tutti e tre i vangeli usano, per indicare il velo del tempio, la parola katapétasma, che è il termine tecnico corretto”? Questo sarebbe nientemeno che “un segnale ulteriore di radicamento in Israele”!

Già. Altrimenti, vien da pensare, avremmo potuto supporre magari un radicamento caucasico o polinesiano.

 

 

La contraddizione di fondo: preminenza del dettaglio o dell’insieme?

 

Quale che sia la forza degli argomenti che valorizzano la storicità di elementi della “cornice”, è indubbio che essi puntano su una enfatizzazione dell’importanza del dettaglio.

Con ciò, tali argomenti si contrappongono frontalmente a un altro fondamentale criterio esegetico sul quale l’apologetica punta moltissimo: quello della “concordanza nelle divergenze”.

Secondo quest’ultimo, infatti, come abbiamo visto, le discordanze di più racconti circa i dettagli sono da considerare irrilevanti qualora vi sia concordanza sul nocciolo del discorso (v. L’accordo e il disaccordo delle testimonianze).

 

S’intende che per l’apologetica si tratta di un invito a nozze, essendovi la possibilità di utilizzare l’uno o l’altro criterio a seconda delle esigenze.

In genere, si sfrutta il criterio della storicità del dettaglio per quanto si riferisce alla cornice, quello della concordanza per quanto riguarda le vicende dei protagonisti dei racconti.

In ogni caso, quando i dettagli sono (o sembrano) veritieri, si fa valere un principio; quando sono manifestamente inaccettabili, si applica quello opposto. L’apologetica è polivalente e versatile, non si fossilizza su certi schemi.

 

Torneremo a parlarne nel capitolo I falsi cronisti e il rifiuto della storia  

 

 

 

 

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