Thursday, 19 July 2018
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     I falsi cronisti e il rifiuto della storia

 

 

 

Storici e cronisti

 

Ogniqualvolta è chiamata a difendere la veridicità di testi quali i vangeli dell’infanzia o i racconti della Risurrezione, l’apologetica ammonisce che è assurdo pretendere dagli evangelisti una ricostruzione storica paragonabile a quelle che ci offre la storiografia “scientifica” moderna.

Gli evangelisti, si dice, non sono degli storici nel senso moderno della parola. Non si può quindi pretendere da loro quello che si richiede ad uno storico di oggi.

 

Fin troppo facile rispondere: nessuno pretende che gli evangelisti si comportino come uno storico moderno; anzi, nessuno pretende che facciano gli storici, che “ricostruiscano” cioè, secondo determinati criteri, eventi appartenenti al passato. Quel che vorrebbe il lettore della Bibbia desideroso di entrare in contatto con Gesù è un semplice “resoconto”, una cronistoria, una cronaca nuda e cruda di quel che Gesù ha detto e ha fatto.

Vorremmo dei cronisti, non degli storici. Se Gesù ha ritenuto di non scrivere nulla, lasciando il compito ai discepoli, vorremmo almeno che questi quando scrivono ci mettessero il meno possibile del loro e ci facessero sentire la voce genuina del Maestro.

 

Per essere ancora più chiari, esprimendoci in termini giornalistici (tanto cari a Messori, che, proprio in virtù della sua specializzazione professionale, sottolinea continuamente quegli elementi che a suo dire sarebbero spia di una realtà còlta nella sua vivezza con la perizia del giornalista consumato): gli evangelisti dovrebbero evitare di mescolare alla notizia il commento, commento che di fatto è invece già surrettiziamente presente come ispiratore della selezione arbitraria dei fatti da narrare.

Dovrebbero insomma rispondere alle classiche domande (le cinque wh, per dirla all’inglese): quando, dove, chi, che cosa, perché.

 

 

Ovvero, diciamo che, anziché darci una ricostruzione storica, con tutti i problemi che ciò comporta, dovrebbero fornirci dei “protocolli”, dei rapporti, dei bollettini recanti le coordinate di tempo e di luogo proprie di ciascun evento presentato.

In ogni caso, vorremmo avere l’impressione di conoscere i fatti e i detti di Gesù per così dire “in tempo reale”. Vorremmo una telecronaca, non un film storico.

Del tutto fuori luogo quindi scusare gli evangelisti del fatto di essere degli storici poco professionali, ossia di fare male quello che in realtà non dovrebbero fare affatto.

 

A questo punto è però necessaria una precisazione. A volte, paradossalmente, l’apologetica attribuisce ai redattori dei vangeli proprio il merito di comportarsi come dei semplici cronisti.

Tutto si spiega col fatto che ciò è riferito non al contenuto ma al modo delle loro narrazioni, ossia al tono distaccato, alla mancanza di enfasi, all’impressione di scarna oggettività lasciata dai loro resoconti; impressione che, come abbiamo visto, risulta rafforzata dal confronto con gli apocrifi.

 

Su questo aspetto dei racconti evangelici si può senz’altro convenire. Ma, ahimè, a che serve il tono distaccato – che di per sé testimonierebbe l’assenza di un pregiudiziale intento apologetico -, quando poi, per scusare le clamorose contraddizioni tra i vari racconti, si deve dire che ciascun cronista ha operato una propria personalissima selezione tra i fatti a lui noti (fino a ipotizzare, si è visto, che abbia riassunto tutte le apparizioni in una sola!); che nel far questo ha seguito una propria “linea teologica”, alla quale ovviamente ha subordinato anche il modo di presentare gli eventi; che ha tenuto presenti gli interessi e l’orizzonte di attesa dei suoi specifici destinatari, ecc. ecc. (cfr. il capitolo Le scelte degli evangelisti).

 

Sono dei “semplici cronisti, senza enfasi”, scrive Tornielli. Già; ma da un cronista ci si attende innanzitutto precisione di luoghi, di date, di descrizione delle modalità degli eventi narrati. Sono in certo senso una contraddizione in termini dei cronisti clamorosamente in disaccordo su questi elementi.

Tanto più poi che, stranamente, questi pretesi cronisti sono in genere d’accordo proprio solo su quello che non competerebbe al cronista, cioè il significato ultimo, profondo, degli avvenimenti: il kérygma del Dio morto per i nostri peccati e risorto per farci partecipi della sua gloria.

 

Va ribadito: è assurdo esaltare un tono apparentemente “neutrale” ed “oggettivo” quando si è i primi ad affermare che gli agiografi hanno compiuto delle scelte che smentiscono platealmente tale pretesa “neutralità” ed “oggettività”.

Il che in fondo equivale a dire che la confezione inganna circa il contenuto del pacco: il tono sarà da cronisti, ma certo non lo è la sostanza dei racconti.

 

La conclusione non può essere che una: gli evangelisti non sono né storici né cronisti. O, se si preferisce, sono pessimi storici e pessimi cronisti.

 

 

Il rifiuto della storia

 

Quella storicità che, come si è visto, viene sbandierata come cifra di autenticità dei racconti evangelici quando concerne la cornice, viene invece guardata con sospetto, o addirittura apertamente snobbata, quando dovrebbe applicarsi agli eventi decisivi che coinvolgono i protagonisti.

In alcuni casi (e quello dei racconti pasquali è certo il più importante), l’apologetica si rende conto dell’esistenza di problemi insormontabili che le impediscono di soddisfare l’imprescindibile esigenza di una ricostruzione ordinata di tali eventi.

Per sottrarsi a tale compito, non esita allora a mettere in discussione gli stessi presupposti teorici del lavoro storiografico, arrivando a dichiarare chimeriche le certezze fornite da qualsiasi ricostruzione storica.

 

Ancora una volta, si tratta di una tesi mistificatoria. È del tutto fuori luogo chiamare in causa, come fa ad esempio Grelot, la complessità e soggettività del lavoro storiografico, implicante una quantità di fattori, quali: decisione preliminare su ciò che vogliamo considerare come “evento”, e quindi segmentazione arbitraria del flusso evenemenziale; scelta dei “livelli” su cui condurre la ricerca (politico, militare, economico, culturale, religioso …); individuazione problematica dei rapporti causali tra gli eventi; applicazione di categorie etiche (i “valori”) per forza di cose sempre in qualche misura soggettive, ecc.

È fuori luogo perché, al di là di tutti questi fattori - a causa dei quali la “verità” storica, si conclude, è pura illusione, ogni ricostruzione risultando inevitabilmente soggettiva -, stanno delle insopprimibili coordinate spazio-temporali, ossia delle determinazioni di tempo e di luogo che si sottraggono proprio ad ogni rielaborazione e interpretazione personale.

 

Vi saranno mille modi diversi di affrontare e condurre una ricostruzione della Rivoluzione francese, o del movimento romantico, o del fascismo; ma se leggeremo a esempio che Napoleone Bonaparte nacque a Berlino, o che morì nel 1805, potremo dire con sicurezza che quella ricostruzione è sbagliata.

Meglio ancora: se, pur non conoscendo i dati, vedremo che due diverse ricostruzioni collocano la morte di Napoleone l’una nel 1805 e l’altra nel 1821, potremo concludere con sicurezza che almeno una delle due è sbagliata.

E, a prescindere dall’importanza dell’errore nell’economia complessiva della ricerca, perderemo gran parte della fiducia nell’attendibilità di tutti gli altri dati di cui non possiamo valutare l’esattezza.

Quando poi non saremo in grado di stabilire quale dei due storici ha sbagliato, resterà incrinata la nostra fiducia in entrambi.

 

L’alibi dell’inattendibilità di ogni ricostruzione storica è onnipresente, in maniera più o meno esplicita, nelle argomentazioni dell’apologetica, e in particolare di quella della Risurrezione.

In omaggio al principio che la miglior difesa è l’attacco, si dichiara ingenuo chi pensa che sia possibile riferire in modo obiettivo e veritiero sugli eventi pasquali.

Un dotto biblista scrive ad esempio che “non esistono testimoni totalmente oggettivi, anzi non esiste neppure il fatto oggettivo perché esso se accade in un contesto umano è già reso diverso e modificato nel suo stesso accadere dalla presenza di altri” (in www.barzillai.it/).

 

In questo dissolversi del reale in una hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere, un racconto vale l’altro, vuol dirci l’apologetica; e tutti quindi hanno pieno diritto di cittadinanza purché muniti del sigillo di autenticità impresso dalla Chiesa, la quale nella “Dei verbum” ci assicura che gli evangelisti hanno sempre badato a “riferire su Gesù con sincerità e verità.”

Anche quando, dunque, dicono l’uno il contrario dell’altro.

 

Il timore di vedersi costretta a disporre le apparizioni pasquali in una sequenza ordinata e coerente induce l’apologetica a teorizzare, come extrema ratio, quello che non ci sembra eccessivo definire “il rifiuto della storia”.

 

  

 

 

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