Saturday, 17 November 2018
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                    Le scelte degli evangelisti

 

 

 

 

      Lungi dall’essere racconti fioriti spontaneamente dalle labbra dei testimoni e dalla penna dei loro autori, i vangeli - e in particolare i racconti pasquali - sono, già si è detto, opere molto “costruite”, risultanti da un’attenta combinazione di ingredienti (il cosiddetto “lavoro redazionale”); il che equivale a dire che sono frutto di precise scelte dei singoli evangelisti.

 

Il primo ambito in cui si concretizzano le scelte di ciascun autore è ovviamente quello della selezione dei contenuti.

L’apologetica è unanime nel concedere agli evangelisti il “diritto di scegliere quanto riferire al lettore …” (v. ad es. PSPP 189).

Non solo: si affema anche che ognuno dice solo quello che ritiene “sufficiente per i suoi scopi” (dal che si desume che tali scopi, inspiegabilmente, dovevano essere diversi per ciascuno di loro).

In applicazione di questo meraviglioso principio, abbiamo visto, Matteo e compagni sarebbero addirittura arrivati a riassumere più apparizioni in una sola!

 

Sul problema delle scelte relative ai contenuti dei racconti noi comunque non ci fermeremo perché il problema è già stato esaminato in dettaglio nella prima monografia del nostro dittico, I racconti della Risurrezione.

Qui ci occuperemo invece dei motivi che possono avere indotto gli agiografi a operare le loro scelte, sia nella selezione dei contenuti sia nel modo di esporli.

 

Nell’esame di tali motivi seguiremo lo schema seguente:

 

1) linea teologica;

2) motivazioni pastorali;

3) condizioni ed esigenze particolari delle comunità a cui i testi erano destinati;

4) considerazione di quanto avevano scritto gli autori precedenti;

5) usus scribendi, ossia predilezioni letterarie e linguistiche di ciascuno scrittore.

 

1) Sul problema della linea teologica non occorre dilungarsi.

È chiaro che non si vede proprio perché ciascun evangelista debba dare un’impostazione, un taglio particolare al suo resoconto, enfatizzando certi eventi e ridimensionandone o addirittura tacendone altri, per sostenere quella che egli ritiene sia la corretta interpretazione, l’autentico significato teologico dei fatti che racconta.

In tal modo si creano le premesse di discordanze anche vistose e imbarazzanti tra i vari testi.

 

Caso tipico, che già abbiamo illustrato, quello delle due diverse localizzazioni delle cristofanie, in Giudea o in Galilea: la scelta della prima vorrebbe sottolineare il ruolo di Gerusalemme e del tempio come centri di irradiazione della nuova fede, in uno spirito di continuità con l’Antico Testamento; la localizzazione in Galilea starebbe a significare invece la necessità di rompere con la vecchia Legge, in vista di una predicazione ormai rivolta tanto ai giudei quanto - se non più - ai pagani.

 

2) La motivazione pastorale, ossia la strategia evangelizzatrice, può portare ad esempio ad assegnare un differente valore alle apparizioni nelle due diverse sedi.

Le apparizioni in Giudea dovrebbero fornire la prova dell’avvenuta Risurrezione, mentre, per usare le parole di Messori, “quelle in Galilea paiono invece dirette a fondare la Chiesa. Nella sua regione d’origine […] Gesù è detto fornire le indicazioni per la vita della comunità che affida agli apostoli.”

Qui la differenziazione può apparire un po’ meno arbitraria, ma ancora non si comprende perché tutti gli evangelisti non abbiano perseguito entrambi gli obbiettivi, anziché ripartirsi i compiti senza alcuna coordinazione.

 

3) Ciascun autore tiene poi conto della cultura e, per così dire, dell’orizzonte di attesa dei suoi destinatari. Tali destinatari sarebbero i romani per Marco, i giudei per Matteo e i “greci” per Luca.

Indubbiamente curioso, per non dir altro, questo calibrare i testi sulle esigenze di lettori così storicamente e geograficamente determinati. Delle esigenze e delle attese dei destinatari più lontani nel tempo e nello spazio - per migliaia di anni e in ogni angolo del globo - pare che nessuno si sia dato pensiero. 

Una prospettiva tanto “miope” contribuisce notevolmente a rendere per molti aspetti datati degli scritti che dovrebbero invece avere una portata quanto più possibile universale e sovratemporale.

 

4) Che ogni evangelista tenesse conto di quanto già scritto dai colleghi che l’avevano preceduto è affermazione che viene spesso ripetuta nei casi particolari in cui sembra portare acqua al mulino dell’apologetica.

In realtà, sappiamo più o meno come sono andate le cose: Marco è stato utilizzato da Matteo e da Luca, i quali hanno pure attinto a un’altra fonte comune (la cosiddetta Quelle) e aggiunto contributi propri (specie Luca); per contro, Giovanni, ultimo a scrivere fra i quattro, è pressoché indipendente dai tre “sinottici”. Più di questo non pare possibile dire, per quanto riguarda la situazione generale.

 

      D’altra parte, i problemi pratici che scaturiscono da questa ipotesi sono numerosi. Ad esempio: quando si parla di “testi già scritti” di cui ciascun evangelista avrebbe tenuto conto, si devono considerare solo i vangeli poi divenuti canonici o anche altri testi, a noi sconosciuti, circolanti in forma incompleta, anonima, frammentaria?

      E come poteva, in concreto, un autore sapere che cosa era presente ... sul mercato?

      In ogni caso, la sua decisione doveva per forza di cosa basarsi su quella che era la situazione presso le comunità destinatarie del suo vangelo, quindi su una visione del problema ancora una volta ristretta e fortemente condizionata storicamente.

      Si consideri, per di più, che egli si trovava ad agire in una situazione del tutto contingente, fluida, destinata a mutare di continuo, sicché qualsiasi scelta avrebbe potuto rivelarsi inopportuna alla luce di nuovi sviluppi.

 

Last but not least, non è per nulla chiaro in che modo la presenza di testi già scritti avrebbe influenzato l’autore successivo: a volte si dice che l’avrebbe indotto a tralasciare particolari già presentati da chi l’aveva preceduto, a volte che l’avrebbe spinto a ribadirli per sottolinearne l’importanza, altre ancora che gli avrebbe suggerito di “precisare” fornendo una nuova versione dei fatti … : l’apologetica ha buoni margini di manovra.

Tra l’altro, per applicare con un minimo di serietà tale principio occorrerebbe stabilire ufficilmente una volta per tutte qual è la successione cronologica dei vangeli (almeno per qanto riguarda Matteo e Luca, posto che Marco e Giovanni siano rispettivamente il primo e l’ultimo).

 

      5) Sulle predilezioni letterarie e linguistiche degli evangelisti non è il caso di indugiare. Questo è il campo in cui meglio e più legittimamente può manifestarsi lo specifico contributo dell’ “autore umano” incaricato di “incarnare” in una struttura verbale la parola di Dio, autore principale della Bibbia.

      Pertanto, dalle particolarità della composizione (scelta dei fatti, loro disposizione, accostamenti e contrasti ricercati ad arte) sino alla preferenza per determinati termini o costrutti, tutto può essere invocato, quando le circostanze lo richiedano, per giustificare le discordanze tra i vari testi.

 

 

Conclusioni

 

a) Appare chiaro in primo luogo che i criteri di scelta sono di per sé piuttosto nebulosi e comunque difficilmente applicabili in modo univoco.

Di regola non vengono dichiarati dall’autore, sicché vanno individuati partendo dal testo, a sua volta interpretato in un modo o nell’altro a seconda delle scelte che si attribuiscono all’autore stesso; il che spesso crea un circolo vizioso.

I vari criteri possono poi trovarsi tra loro in conflitto, dando luogo a scelte diverse. Quel che sarebbe opportuno sottolineare in vista del disegno teologico che si persegue potrebbe ad esempio rivelarsi meno opportuno considerando la forma mentis dei destinatari o tenendo conto di quanto già era stato scritto; sicché risulta problematico individuare lo scopo dell’evangelista dietro affermazioni che risultino per qualche verso “scomode”.

 

Di qui, in via pregiudiziale, l’arbitrarietà di tutte le “spiegazioni” che pretendano di attribuire a una precisa scelta dell’evangelista i particolari imbarazzanti per l’apologetica.

Va ricordato poi che, come abbiamo visto, quanto più si accentua il ruolo dell’autore umano, ossia del lavoro redazionale in tutte le sue fasi e articolazioni, tanto più si vanifica la tesi dello “spontaneo disordine” delle testimonianze, da cui si vorrebbero far dipendere il loro carattere caotico e le loro innumerevoli contraddizioni: tutto finisce per essere studiato, progettato, calcolato, a scapito della spontaneità e dell’immediatezza delle testimonianze stesse.

 

b) Movendo da questa conclusione basta fare un piccolo passo per raggiungerne un’altra, ancora più grave per l’apologetica ma difficilmente contestabile, alla luce di quanto abbiamo più volte constatato: spesso gli evangelisti, attuando le loro pretese “scelte”, non si limitano a selezionare in modo diverso i fatti e a sottolineare certi particolari a scapito di altri, ma compiono una vera e propria manipolazione, alterando il racconto o addirittura costruendo ex novo episodi che hanno lo scopo di esprimere in termini concreti la loro personale interpretazione della vicenda pasquale.

 

Per quanto riguarda la semplice “alterazione”, si pensi ad esempio al messaggio dato alle donne presso il sepolcro dall’angelo di Luca: viene “modificato” in funzione del disegno teologico che l’evangelista persegue, e che richiede la localizzazione delle apparizioni esclusivamente a Gerusalemme.

Come esempio di “invenzione”, a giudizio della maggioranza dei critici, basterà ricordare il terremoto inscenato da Matteo all’inizio del suo ultimo capitolo.

 

c) Il criterio del tener conto, scrivendo, di quanto già era stato scritto, presuppone nella Chiesa delle origini un coordinamento, una “centralizzazione”, un’efficienza organizzativa che è di fatto una chimera: se ne è parlato a proposito del presunto “registro dei Cinquecento”, e se ne riparlerà esaminando la provocatoria tesi secondo cui se gli evangelisti avessero inventato avrebbero inventato meglio, coordinando e armonizzando le differenti versioni dei fatti (v. il cap. Come mai non si sono rimaneggiati i testi?)

In realtà, ciascuno scriveva quello che riteneva opportuno utilizzando i materiali che riusciva a trovare. Lo dimostra anche la rigogliosa fioritura di apocrifi, su cui solo relativamente tardi scese la mannaia della Chiesa che li escludeva dal canone dei libri sacri.

 

d) Come già si è accennato, la preoccupazione di tener conto di circostanze contingenti, quali le esigenze dei destinatari e la presenza di quanto già era scritto, contribuisce non poco, insieme alle predilezioni personali degli autori, a rendere datati, ossia condizionati storicamente e geograficamente, i testi evangelici.

Spesso tali condizionamenti, che l’esegesi si affanna a segnalare ogni volta che la cosa possa tonarle utile, ostacolano la ricezione del messaggio da parte di lettori, quali noi siamo, tanto lontani nel tempo e nello spazio, e soprattutto psicologicamente lontani da quel mondo e da quei valori.

 

Giova ripeterlo: di noi come destinatari dell’ “annuncio” pare che gli evangelisti non si siano preoccupati per nulla.

A meno che ritenessero che la storia del mondo fosse vicina a concludersi, che fosse cioè imminente il definitivo ritorno di Cristo, la cosiddetta “parusìa”.

 

e) Le vere o presunte “scelte personali” degli evangelisti sono, specie nei racconti di Risurrezione, un asso nella manica per gli apologeti, una sorta di deus ex machina cui ricorrere per spiegare le contraddizioni più imbarazzanti.

 

Ma occorre ricordare due cose:

 

- alcune di tali scelte (ad esempio la linea teologica e la considerazione di quanto era già stato scritto) non sono che ipotesi, pur se spesso ben fondate;

- per altre (in primo luogo il peso dato alle presunte esigenze dei destinatari immediati) occorre interrogarsi sulla loro legittimità, ossia sulla loro utilità nell’economia della rivelazione e dell’evangelizzazione.

 

Su questo torneremo alla conclusione del libro, parlando di quel che i racconti della Risurrezione dicono al “comune lettore” di oggi.

 

 

 

 

 

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