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controapologetica
 
Tuesday, 24 May 2022
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                    Come mai non si sono rimaneggiati i testi?

 

  

 

Il problema

 

I racconti della Risurrezione contenuti nei quattro vangeli, si è dunque visto, non sono componibili in un’unica plausibile sequenza di eventi.

A questo punto anche il lettore meno agguerrito può chiedersi se alla Chiesa non sarebbe stato possibile, quando i testi evangelici erano appena apparsi, intervenire su di essi per renderli reciprocamente compatibili.

 

In effetti, per ridimensionare la portata delle divergenze tra i diversi vangeli, l’apologetica - e Messori in modo tutto particolare - insiste sul fatto che esse costituiscono una garanzia di veridicità, in quanto dimostrano che la chiesa primitiva non ritoccò i testi per eliminarle, e tanto meno provvide a redigerli ex novo.

“Se tutto si poteva scrivere, visto che nessuna invenzione trovava un limite nella storia [come afferma chi considera invenzione il contenuto dei vangeli, s’intende], perché conservare contraddizioni e imperfezioni imbarazzanti?”

Così Messori in “Dicono che è risorto”; e su questo argomento già aveva insistito nelle due opere precedenti della sua trilogia apologetica.

Vediamo di rispondere.

 

 

Due osservazioni preliminari

 

1) Innanzitutto una questione di metodo: chi ci assicura che parte delle contraddizioni non sia stata effettivamente eliminata?

Noi vediamo solo che nei testi evangelici ve ne sono numerose, ma non sappiamo quante ve n’erano in origine.

 

2) Va poi posta una questione di principio; va detto cioè che questa argomentazione apologetica è chiaramente secondaria, “sussidiaria”.

Di fronte a varie ammissioni di un indagato dalle quali risulti in modo inoppugnabile e verificabile la sua colpevolezza, è capzioso sostenere che le rende dubbie il fatto che egli se le sia lasciate sfuggire pur potendo evitare di farlo.

Ciò fornirà semmai elementi per mettere meglio a fuoco la psicologia del personaggio, ma non potrà in alcun caso annullare le conclusioni obiettive a cui le sue dichiarazioni abbiano portato nella ricostruzione dell’azione delittuosa.

 

Se dunque tra i racconti pasquali dei vari evangelisti sussistono contraddizioni obiettivamente irriducibili (in primis fra le due tradizioni, galilaica e gerosolimitana), è assurdo pretendere di “cancellarle” adducendo l’argomento che, se di vere contraddizioni si trattasse, la Chiesa stessa avrebbe provveduto immediatamente a rimuoverle adattando i racconti a scopo apologetico.

Anche per la Chiesa, come per l’indagato di cui abbiamo detto, l’unica ricerca che resterà da fare sarà vedere perché si sia comportata in modo autolesionistico; ma prima ancora si dovrà accertare se sia vero che poteva comportarsi diversamente.

 

 

Era possibile alla Chiesa intervenire sui testi dei vangeli?

 

A questa domanda dobbiamo subito rispondere che va decisamente contestata la tesi che la Chiesa delle origini potesse procedere alla “bonifica” dei testi, che fosse cioè in grado di far tacere le voci dissonanti che turbano l’univocità dei testi evangelici, e in particolare dei racconti pasquali.

Messori parla addirittura, a proposito della redazione di tali racconti, di un lavoro di “‘ristrutturazione’ fedele e controllata dai capi della comunità primitiva, la quale tutto era tranne che anarchica” (pp. 261-62; corsivo nostro).

Lo stesso Goguel, dice sempre Messori, si chiede come mai, di fronte alle due discordanti tradizioni di apparizioni, “non si sia tentato di espellerne una o di armonizzarle meglio tra loro” (p. 256).

 

È rivelatore il costrutto impersonale che si usa in questa come in tante altre simili affermazioni. Ma proviamo un po’ a chiederci: dietro questo impersonale, dietro questa “comunità primitiva”, chi c’è concretamente?

Quali erano le persone, quali le strutture che potevano assolvere a questo compito? E di quali strumenti d’informazione avrebbero potuto disporre?

 

Vediamo un poco la situazione. Negli ultimi decenni del primo secolo vengono pubblicati i primi “vangeli” nella redazione definitiva in cui noi li possediamo.

La loro diffusione è senz’altro piuttosto rapida, poiché la divulgazione dell’annuncio cristiano - che, come sappiamo con certezza, procede rapidamente fin dagli inizi - richiede che si disponga di simili strumenti di evengelizzazione. Le copie dei manoscritti si moltiplicano quindi a ritmo veloce, anche se le più antiche testimonianze giunte sino a noi risalgono al III secolo, a parte i frammenti di testo restituitici dai papiri.

 

Ora, in quei decenni, quale autorità era in grado di emendare questi testi per uniformarli a un modello comune, o quanto meno non contraddittorio? Il pontefice romano, forse, al volgere del secolo? Avrebbe potuto forse “controllare”, come dice Messori, quanto si scriveva in Oriente?

O poteva forse esercitare tale controllo, in tutto il mondo mediterraneo, qualche presbitero di Antiochia, o di Gerusalemme, o di Alessandria? Ma queste sono ipotesi da fantastoria della Chiesa.

 

Non basta. Noi non sappiamo neppure con precisione, come già si è accennato, quando e dove siano stati redatti i nostri quattro vangeli.

La Chiesa ascrive il primo e il quarto a due apostoli, ma tale attribuzione non è senza contrasti (appare assurdo, tra l’altro, che un testimone oculare, quale dovrebbe essere stato Matteo/Levi, attinga di peso tanto materiale da Marco, che testimone oculare sicuramente non fu), e richiede comunque precisazioni. Marco sarebbe stato collaboratore di Pietro, così come Luca lo fu certamente di Paolo.

E sappiamo pure che, mentre Matteo scrisse per gli Ebrei, Luca, ellenista, si rivolgeva a un pubblico pagano di lingua greca. Marco poi rifletterebbe la predicazione di Pietro a gentili d’Occidente, principalmente ai Romani.

 

Sono tutte congetture ben fondate, ma le sole informazioni organiche di cui disponiamo circa la formazione dei Vangeli risalgono addirittura al secolo IV, ossia alla “Storia ecclesiastica” di Eusebio, il quale, sulla base di una testimonianza da lui attribuita a Papia, della prima metà del secondo secolo, ci dice come Marco e Matteo raccolsero e ordinarono il proprio materiale.

 

Non è certo questa la sede per trattare simili questioni filologiche, ma un breve accenno può essere istruttivo anche ai fini del nostro discorso.

Papia avrebbe scritto che Marco “non aveva udito né seguito il Signore, ma più tardi […] seguì Pietro, che era solito adattare le sue istruzioni ai bisogni, ma senza l’intenzione di fare un ordinato resoconto dei detti del Signore. Conseguentemente, Marco non sbagliò scrivendo alcune cose come se le ricordava, poiché lo fece con lo scopo di nulla omettere di ciò che aveva udito e di nulla affermare di falso”.

 

Come si vede, il discorso è piuttosto confuso: si mescolano problemi di quantità (completezza) con problemi di qualità (veridicità).

Risulta chiaro comunque che Papia non ha il coraggio di dire l’unica cosa che occorrerebbe dire, ossia che Marco scrisse tutte cose vere, che le scrisse, cioè, come erano successe realmente: alcune, dice, le scrisse “come se le ricordava” (e la sua, si badi, era già una conoscenza di seconda mano); all’evangelista viene comunque concessa l’attenuante della buona fede per eventuali errori (non era sua intenzione “affermare nulla di falso”).

Non è gran che, come garanzia di autenticità. Ma ancor peggio è quanto ci dice Papia circa Matteo: “Ora Matteo mise in ordine i detti in lingua ebraica e ognuno tradusse come fu capace”.

 

Abbiamo qui dunque un flash sul lavorio di raccolta e fissazione dei dati confluiti nei nostri vangeli canonici. Superfluo dire che emerge un quadro di improvvisazione e di approssimazione, per non dire (è questo il caso della traduzione di Matteo) di incompetenza.

A questo proposito sarà forse utile accennare al lavoro di un’équipe di esegeti spagnoli, guidati da don Mariano Herranz Marco, che, partendo - sulla scia di Jean Carmignac - dall’assunto che dietro i nostri vangeli canonici vi siano degli originali semitici, e più precisamente aramaici (dei quali però, si badi, non ci è stata conservata neppure una sillaba), si applica a ricostruire mediante retroversione dal greco tali originali, giungendo alla conclusione che in molti casi i nostri testi contengono errori di traduzione, talora di notevole portata anche teologica.

 

L’intento dell’operazione è chiaramente apologetico: si vorrebbe retrodatare il più possibile la redazione dei testi nella loro prima veste semitica per poter guadagnare in attendibilità, in “ocularità”, portandoli a ridosso dei fatti che raccontano.

Ma di fatto la tesi risulta addirittura devastante per la fede: implica che i nostri vangeli canonici, quelli su cui la Chiesa fonda la propria autorità e di cui da venti secoli si avvale per la sua opera di evangelizzazione, sono dovuti a incompetenti. Il Cielo provvederà senza dubbio a ispirare questi esegeti, come a suo tempo ispirò i sacri autori.

Va comunque precisato, a scanso di equivoci, che quanto stiamo dicendo non ha nulla a che vedere con questioni come quella del supposto frammento 7Q5 di Marco reperito a Qumran o quella del papiro Magdalen di Carsten-Thiede: qui non si fa questione di datazione dei testi, bensì di modalità della loro redazione.

 

Tornando a quella “Chiesa primitiva” che avebbe provveduto - si sostiene - ad emendare i testi se avesse ritenuto di dover eliminare delle contraddizioni, sarà bene ricordare che la Chiesa stessa impiegò qualche secolo a fissare in modo definitivo il canone degli scritti neotestamentari.

Dagli “Atti” sappiamo per la verità che essa tenne un “concilio” a Gerusalemme a metà del primo secolo per definire alcune questioni fondamentali circa il programma di missione. Dovremmo allora concludere che esisteva un’autorità centrale in grado di intervenire operativamente per uniformare anche i testi destinati all’insegnamento?

Sarebbe quanto mai azzardato pensarlo, se si considera che in quell’occasione gli apostoli appaiono divisi da contrasti su questioni assai più basilari, quali i requisiti che devono avere i gentili per essere ammessi al nuovo credo.

Del resto, per quell’epoca non abbiamo notizia alcuna di testi in circolazione identificabili coi nostri attuali vangeli.

 

E poi: chi, in concreto, avrebbe potuto incarnare tale autorità? La personalità che ci appare più “autorevole”, appunto, in tale circostanza, è senz’altro Paolo.

Già; ma Paolo, di che informazioni disponeva circa quanto era accaduto a Pasqua? Di prima mano ovviamente non sapeva nulla di nulla. Tant’è vero che ancora qualche anno più tardi scriveva: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto”; ed elencava le persone e i gruppi di persone a cui era apparso il Cristo risuscitato.

È evidente dunque che Paolo era lontanissimo dal pensiero di arrogarsi l’autorità di intervenire ad eliminare dai vangeli in gestazione eventuali discordanze circa le apparizioni pasquali.

 

Comunque sia, non risulta in alcun modo che la Chiesa abbia mai deliberato, progettato e affidato a qualcuno la redazione di testi scritti destinati all’evangelizzazione; l’impegno missionario appare interamente concentrato sulla predicazione orale, e i problemi che esso pone riguardano esclusivamente i requisiti per essere accolti nella Chiesa e la ripartizione fra gli apostoli delle zone in cui svolgere tale predicazione.

Per quel che ne sappiamo, i vangeli nacquero per iniziative di singoli, o comunque di chiese locali, al di fuori di ogni pianificazione e supervisione centralizzata.

 

Ciò è confermato dalla stessa dottrina ufficiale della Chiesa, che non perde occasione di sottolineare l’importanza dei destinatari diretti nel determinare certe scelte dei singoli evangelisti.

Non sappiamo perciò perché i testi siano quattro, perché gli autori siano quelli e non altri, e tanto meno con quale criterio siano state decise, in vista di una prospettiva unitaria, le differenze - di selezione dei contenuti, di taglio ideologico e di stile - riscontrabili tra i vangeli canonici.

In altre parole, all’origine i quattro testi non risultano provvisti di alcun crisma di ufficialità: questa è una caratteristica che essi acquistano a posteriori, essendosi dimostrati validi per la diffusione dell’annuncio cristiano.

 

Di passaggio, non sarà inutile ricordare una strana circostanza già menzionata (v. L’argomento principe dell’apologetica pasquale), riguardante quello che abbiamo definito il personaggio più autorevole dell’età apostolica: in tutto l’epistolario paolino - che precede la redazione dei vangeli quali sono a noi pervenuti - del contenuto dei vangeli stessi, ossia dei fatti e dei detti di Gesù, non figura nulla, salvo l’elenco dei beneficiari delle apparizioni pasquali e la formula di istituzione dell’eucarestia.

Tutta la produzione e la dottrina di Paolo resterebbero immutate, senza richiedere alcun ritocco, anche se Gesù non avesse fatto e detto nulla durante il suo ministero, salvo appunto isituire l’eucarestia, venir crocifisso ed uscire poi vivo dal sepolcro.

 

È pertanto assurdo attribuire alla Chiesa, al tempo del concilio di Gerusalemme, ossia quando avrebbe dovuto iniziare a manifestarsi il controllo sulla produzione di testi scritti ufficiali, l’intenzione di procedere a tale supervisione, dato che non si fa il minimo cenno al problema, e neppure alla presenza stessa di varie tradizioni circa la vita e l’insegnamento di Gesù.   

 

      Va ancora osservato che, anche qualora la gerarchia ecclesiastica, quale che fosse, avesse avuto l’autorità di imporre drastiche soluzioni di “armonizzazione”, nel caso concreto delle due tradizioni pasquali - centrate in modo pressoché esclusivo l’una sulla Galilea e l’altra sulla Giudea - il suo compito sarebbe stato di fatto impossibile, in quanto entrambe sono saldamente radicate nei testi e si dividono pressoché equamente le testimonianze a favore.

      Quel che si sarebbe potuto fare in presenza di una tradizione chiaramente minoritaria, ossia la sua eliminazione, nel nostro caso sarebbe stato comunque impraticabile.

      Operazioni di censura erano senz’altro possibili nei confronti di un’opera o di un autore, ossia della sua opera omnia: è quello che accadde ad esempio con Celso e Marcione. Ma tutt’altra cosa è ciò di cui ci stiamo occupando, ossia una censura selettiva di determinati passi, implicante un’opera di coordinamento e di supervisione da parte di un’autorità centrale.

 

Il fatto che la chiesa primitiva non disponesse della struttura organizzativa per imporre in tempo reale, in tutta l’ecumene cristiana, eventuali modifiche ai testi evangelici, non ci impedisce poi di vedere un altro formidabile ostacolo al compimento di un’impresa del genere. Si tratta in questo caso di un ostacolo di natura teorica anziché pratica: la mancanza di perizia filologica e teologica.

 

Capita spesso di sentire agomentazioni apologetiche di questo tipo: “Se l’evangelista ha scritto questo, ciò significa che la cosa non va interpretata in senso negativo, altrimenti non l’avrebbe scritta”.

In questi casi, la prima reazione non può essere che il prendere atto dell’ammissione che l’autore sacro non si sarebbe fatto scrupolo di censurare, manipolare - in una parola: barare -, qualora ne avesse visto l’opportunità.

Per quanto riguarda poi il merito dell’argomentazione, riservandoci di sviluppare il tema in una sede più opportuna (parlando cioè dei “metodi dell’esegesi”) abbozziamo una confutazione.

 

Sì, gli evangelisti avrebbero evitato di dire certe cose o ne avrebbero dette altre qualora si fossero verificate tutte le seguenti quattro condizioni:

 

1) se avessero avuto un’idea degli sviluppi che avrebbe preso la riflessione teologica nei secoli successivi;

2) se avessero avuto la necessaria “malizia” e una preparazione filologica almeno lontanamente paragonabile a quella di tanti studiosi moderni;

Al giorno d’oggi, qualunque studente del Pontificio Istituto Biblico, se potesse por mano ai sacri testi per meglio conformarli al deposito della fede, probabilmente farebbe un lavoro molto migliore;

3) se avessero fatto almeno una “seconda edizione” dei loro vangeli, così da introdurre qualche modifica sulla base dell’accoglienza avuta dall’opera già divulgata;          

4) se ciascuno di loro avesse conosciuto i lavori degli altri, se vi fosse stata insomma una qualche forma di coordinamento.

 

Solo se tutte queste condizioni fossero state sodddisfatte avrebbe un senso formulare congetture del tipo di quella sopra riportata. Ma tali condizioni son ben lungi dall’essersi verificate.

 

Per concludere su questo punto, ci pare dunque si possa tranquillamente affermare che la mancata eliminazione delle divergenze tra i vari racconti di risurrezione non significa assolutamente nulla circa la realtà e la portata di tali divergenze, in quanto la “chiesa primitiva” non possedeva neppure lontanamente né l’autorità e le strutture né la perizia tecnica necessarie per procedere a tale operazione.

Ciò per lo meno fino a che la diffusione dei vangeli ora canonici divenne tale da precludere di fatto ogni eventuale tentativo d’intervento.

 

 

La redazione ex novo

 

Dopo quanto si è detto circa l’impossibilità, da parte della Chiesa, di “aggiustare” i resoconti evangelici per eliminarne i contrasti, risulterà a maggior ragione evidente l’assurdità, per non dire la stravaganza, della tesi provocatoria secondo cui, se il fine apologetico avesse veramente guidato l’azione della Chiesa al tempo della redazione dei vangeli, essa avrebbe confezionato ex novo dei testi perfetti, inattaccabili da qualunque critica.

Se non l’ha fatto, si conclude, è proprio perché ha voluto scrivere, per mezzo degli evangelisti, solo quanto onestamente le risultava fosse accaduto. Se davvero i resoconti della Risurrezione, si chiede Messori, furono “’costruiti’ secondo miti e bisogni della comunità primitiva, perché la costruzione sarebbe stata lasciata come un cantiere in disordine? Se tutto si poteva scrivere, visto che nessuna invenzione trovava un limite nella storia, perché conservare contraddizioni e imperfezioni imbarazzanti?”

 

L’autore trova il quesito di impossibile soluzione per “chi dice di non voler applicare altro che la ‘ragione’ ai testi fondanti del cristianesimo” (p. 256). Anzi, per lui, qui ci troveremmo davanti nientemeno che all’ “inspiegabile per eccellenza”.

L’enigma degli enigmi, insomma: “perché non rendere coerenti, compatti – e, dunque, credibili [sic!] – proprio questi racconti decisivi sui quali la fede sta o cade?”

Notiamo innanzitutto con soddisfazione che qui l’autore ammette indirettamente che i racconti pasquali, nella forma in cui sono a noi pervenuti, non sono credibili.

Dopo di che, duole dover dire che questo “inspiegabile per eccellenza” possiede almeno due ottime e semplici spiegazioni.

 

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La prima l’abbiamo appena fornita: è quasi umoristico pensare che nella seconda metà del primo secolo la Chiesa, ancora essenzialmente “policefala” (il che non vuol dire “anarchica”), potesse - partendo da testi spesso discordanti quali sono i vangeli canonici - elaborare un’unica versione coerente, costruita ad hoc, dei racconti pasquali (e, perché no, di tutta la vita e la predicazione di Gesù), diffonderla in tutto il mondo mediterraneo e contemporaneamente bloccare la diffusione di tutti i testi che contenessero elementi difformi dal “testo ufficiale”.

 

Questo avrebbe richiesto da un lato l’efficienza di comunicazione oggi garantita alla Chiesa cattolica dalla sua struttura centralizzata e dalle moderne risorse massmediali (in sostanza, il problema era quello della diffusione di una sorta di enciclica); dall’altro il dinamismo e la capillarità di un’operazione di censura che provvedesse a sequestrare con la massima tempestività (per così dire, “in tempo reale”) tutte le pubblicazioni “abusive” non radicalmente diverse dal “testo unico” ufficiale - poiché in tal caso si sarebbe potuto bandirle come apocrife -, ma contenenti versioni differenti di tale testo.

 

Torniamo a dire: questa è fantastoria. È incredibile che possa abbandonarsi a simili ipotesi, sia pure a scopo di provocazione, chi per altri versi si mostra tanto attento ed efficace nel ricostruire certe situazioni concrete, tanto di “cultura materiale” quanto di storia delle idee.

Pensare che la chiesa nascente potesse compiere un simile exploit, quando gli stessi scritti neotestamentari ci mostrano il faticoso, seppur rapido propagarsi della fede attraverso la fondazione di piccole comunità, nelle quali per di più sorgevano frequentemente attriti, piccole “eresie” nella contrapposizione dei vari “vangeli”, di Paolo, di Apollo o di altri ancora; tutto questo è incredibilmente antistorico.

 

La seconda spiegazione dell’ “inspiegabile per eccellenza” ce la fornisce, presumibilmente senza rendersene conto, lo stesso Messori nelle righe successive al testo che abbiamo or ora citato. Per esaminarla dobbiamo però premettere qualche considerazione.

 

 

Era desiderio della Chiesa ritoccare i testi per eliminare le contraddizioni?

 

Fin qui abbiamo cercato di dimostrare che la Chiesa delle origini non era materialmente in grado, qualora anche l’avesse voluto, di esercitare un qualsiasi controllo sul contenuto dei testi che in seguito ad iniziative personali, o comunque di piccole comunità locali, prendevano a circolare tra i fedeli rercando l’annuncio di Gesù.

Ora dobbiamo però porci un’altra domanda: la Chiesa voleva esercitare tale controllo? Ossia: ne aveva le motivazioni, ne sentiva il bisogno?

 

È necessario fare una precisazione. Senza dubbio la Chiesa avvertì assai presto la necessità di vegliare sull’ortodossia della fede nascente.

A quanto sembra, già all’inizio del secondo secolo alcuni scritti neotestamentari rivelano preoccupazione per il serpeggiare di tendenze docetistiche e gnostiche. La Chiesa percepisce cioè tempestivamente il pericolo dell’eresia, della deviazione sul piano teologico.

 

Non solo. Si ammette in genere senza difficoltà che i singoli evangelisti - e prima di loro, presumibilmente, chi dava forma ai materiali da cui son nati i vangeli - abbiano provveduto ad addolcire certi toni, a smussare certi angoli che si trovavano nelle loro fonti.

Lo vediamo ad esempio nell’episodio della madre e dei fratelli che vanno a parlare con Gesù ma vengono tenuti a distanza: la versione di Luca (8, 19-21) è per certi aspetti meno “brusca” di quella di Marco (3, 21.31-35). Nella terminologia storiografica si parla di “tendenze di sviluppo della tradizione sinottica”.

Ma questo non significa affatto che la chiesa primitiva abbia avvertito con pari preoccupazione difficoltà di natura esegetica, in particolare per quanto riguarda le discordanze tra i vari racconti delle apparizioni pasquali. E, in ogni caso, si trattava di iniziative individuali che, lungi dall’eliminare contraddizioni tra i vari testi, ne creavano semmai di nuove.

 

Tornando al testo di Messori, nelle righe successive a quelle già riportate si afferma candidamente che l’asserito “imbarazzo” dei credenti per le pretese “contraddizioni e imperfezioni” dei resoconti evangelici sulla Pasqua “non sembra essere stato poi così grande. Il sopravvalutare [sic] la difficoltà della diversa localizzazione delle apparizioni è cosa tutta moderna. Solo alla fine del XIX secolo una certa critica cominciò a parlare di ‘tradizione galilaica’ e di ‘tradizione giudaica’, affermando che esse erano inconciliabili tra loro e che, dunque, confermavano l’inattendibilità storica di tutti i racconti di risurrezione”.

E viene fatto notare che il problema non era stato sollevato neppure da Celso, il grande accusatore della nuova religione; se non che il povero Celso, di cui la Chiesa ad ogni buon conto ha prudentemente provveduto a far sparire tutti gli scritti, non poteva certo occuparsi di tutte le falle della dottrina e dell’esegesi cristiana.

 

Ora, va innanzitutto osservato che, per la verità, dopo qualche secolo sorge anche nella Chiesa il bisogno di mettere un po’ d’ordine nel caos delle informazioni fornite dai quattro vangeli. Ne è testimonianza il De consensu evangelistarum di Agostino, di cui ne “I racconti della Risurrezione” abbiamo fornito qualche (infelice) saggio (e già nella seconda metà del secondo secolo era nato il “Diatessaron” di Taziano).

Ma si tratta di tentativi di armonizzazione a livello esegetico, ossia di spiegazione e comprensione dei testi, non a livello redazionale, di intervento sui testi stessi.

E, in fondo, proprio la sottovalutazione - che queste due opere testimoniano - delle difficoltà di armonizzare i vari racconti, l’ingenua fiducia di poter comporre le discordanze in una sintesi soddisfacente sta a dimostrare quanto fosse lontana la Chiesa dei primi secoli dall’idea dell’opportunità - o addirittura della necessità - di risolvere il problema riscrivendo i vangeli.

Che ai nostri occhi quelle due opere appaiano del tutto inadeguate ovviamente non significa nulla.

 

Resta dunque sostanzialmente vero quanto dice Messori: “anche i teologi e i biblisti sino alla prima metà dell’Ottocento sarebbero rimasti molto stupiti da queste conclusioni radicali: il problema, in effetti, non sembrava loro così grave”. 

Già; ma questo, diciamo noi, non significa che grave in effetti non sia. Torniamo alla seconda “osservazione preliminare” fatta all’inizio: l’unico procedimento corretto è esaminare le presunte contraddizioni in se stesse, abbandonando la petizione di principio che esse siano state “sopravvalutate”.

Poi, in base al giudizio che avremo dato circa la realtà di tali contraddizioni, valuteremo l’atteggiamento di chi le ha considerate in un certo modo, sopravvalutandole o sottovalutandole.

 

È scorretto dare la priorità a un criterio di valutazione indiretto quando si ha la possibilità di procedere a una verifica diretta della situazione.

Sarebbe come dire che la teoria eliocentrica è dubbia perché fino a cinque secoli fa (e, prima, per decine o centinaia di migliaia di anni) gli uomini di tutto il mondo erano convinti che le cose andassero diversamente da come ci ha mostrato Copernico.

Noi dobbiamo esaminare la teoria, decidere se è corretta o sbagliata, e poi concludere che gli uomini del passato si sono ingannati oppure che han visto giusto.

 

Questo, ripeto quando sia possibile verificare direttamente lo stato delle cose. E nel nostro caso è senz’altro possibile. Le contraddizioni dei racconti pasquali sono lì sotto gli occhi di tutti, come abbiamo visto, da duemila anni, e alcune sono grandi come una casa.

È Messori che non vuole affrontarne l’esame nel dettaglio, preferendo ripiegare su considerazioni di carattere generale e approssimazioni per via indiretta. Ma se facesse la verifica diretta della situazione dovrebbe trarne l’unica conclusione ragionevolmente possibile: chi per diciotto secoli non ha visto le contraddizioni, o le ha considerate quasi irrilevanti, ha dimostrato una straordinaria cecità, ha semplicemente confermato che non vi è peggior cieco di chi non vuol vedere.

 

 

La valutazione positiva delle contraddizioni

 

Ma c’è di più, e non si tratta di cosa da poco: la Chiesa ha purtroppo imparato prestissimo ad apprezzare la molteplicità delle versioni di uno stesso dato evangelico.

Ha cioè percepito la cosa, almeno per certi aspetti, come fatto positivo anziché negativo, ha considerato le indicazioni disparate contenute nei vangeli più come una risorsa che come motivo di imbarazzo. In particolare, si è sempre ritenuta in diritto di considerare vere tutte le informazioni contenute in almeno un vangelo e giudicate positive per il deposito della fede.

 

In altre parole: la Chiesa ha sempre visto come abbondanza quello che è invece fonte prima di inattendibilità.

Basti vedere l’ingenuo entusiasmo con cui, ancora dopo quasi venti secoli, Albino Luciani, il futuro papa Giovanni Paolo I, parla delle cristofanie pasquali: “Le apparizioni di Gesù sono tante e varie: a singole persone e a gruppi anche numerosi; fatte di giorno e di sera; in casa e all’aperto; in riva al lago e sui monti …” (citato da Tornielli, IR 163).

Par quasi di cogliere l’enfasi compiaciuta del piazzista orgoglioso di poter esibire un campionario tanto ben assortito da soddisfare le più diverse esigenze … È come dire: “ce n’è per tutti i gusti: singolari e collettive, diurne e serali, montane e marine …”

 

Il guaio è che le varie apparizioni, come abbiamo visto, lungi dal cumularsi a sostegno della fede, come vorrebbe l’esegesi devota, si smentiscono - e quindi si annullano - a vicenda.

 

Sta di fatto che, nell’esegesi come nella catechesi, la Chiesa, avendo a disposizione due, tre o quattro versioni diverse di uno stesso evento, non si fa scrupolo di scegliere quella che più le conviene, ignorando eventualmente tutte le altre.

Non è questa la sede per diffondersi in esempi, del resto facilissimi da reperire. Ci limitiamo ad aggiungere che tale prassi arriva al punto di “combinare” le differenti versioni, utilizzandole nel commento di uno stesso episodio.

 

Ad esempio, Messori presenta la figura del Cireneo seguendo ovviamente la versione dei sinottici anziché quella di Giovanni (che del Cireneo nega di fatto l’esistenza); ma, lieto di aver scoperto “un ulteriore incastro di dati evangelici con la precisa realtà di quel tempo”, non esita ad adottare la cronologia di Giovanni quando gli serve per affermare che il Cireneo tornava dai campi verso mezzodì perché quel giorno era la vigilia della Pasqua (anziché il giorno stesso di Pasqua, come per i sinottici; v. L’episodio del Cireneo, ne I racconti della Passione).

  

Altro caso classico è quello della chiamata dei primi discepoli: si utilizzano contemporaneamente la versione di Marco e Matteo (non incompatibile con quella di Luca) e la versione di Giovanni, che ogni esegeta onesto ammette invece essere incompatibile con quelle dei sinottici. 

Tra i praticanti di tale esegesi spericolata va annoverato anche Benedetto XVI, con le sue catechesi del mercoledì.

 

È chiaro dunque che anche questo atteggiamento della Chiesa verso le discrepanze tra i vari vangeli spiega come le sue motivazioni per eliminarle non fossero particolarmente forti.

 

 

Conclusione

 

Siamo così giunti alla conclusione di tutto il discorso volto a confutare la tesi secondo cui le asserite contraddizioni dei racconti pasquali sarebbero in realtà apparenti, o comunque di scarsa portata, poiché se così non fosse la Chiesa sarebbe immediatamente intervenuta per eliminarle, o magari addirittura per costruire di sana pianta un racconto perfetto e coerente, capace di resistere a qualsiasi obiezione.

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Ci pare di aver dimostrato che la tesi in questione è totalmente infondata perché la chiesa degli ultimi decenni del primo secolo (e dei primi del secondo), da un lato non era assolutamente in grado, per vari motivi (teorici e, soprattutto, pratici, organizzativi, strutturali) di prendere iniziative del genere; e dall’altro non ne avvertiva neppure il bisogno, in quanto la sua sensibilità “critica” era lontanissima da quella di un comune lettore moderno dei vangeli.

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Tanto lontana da indurla addirittura a valutare positivamente le opportunità che le contrastanti versioni dei vangeli offrono per la catechesi. 

 

 

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