Maria martire?
In “Ipotesi su Maria” Vittorio Messori riferisce di una “Grande enciclopedia illustrata della Bibbia”, edita negli anni Ottanta in Germania e recentemente uscita in una edizione italiana che si avvale della collaborazione di nostri valenti biblisti “di orientamento dichiaratamente cattolico”. E nota con rammarico che, a dispetto delle parole elogiative del vescovo che firma la presentazione, nelle voci “Gesù Cristo” e “Fratelli di Gesù” si attribuiscono al Nazereno – così cita scandalizzato il nostro autore - ben “quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle”, in quanto “Giuseppe e Maria, dopo la nascita di Gesù, hanno vissuto come marito e moglie”.
In tanto desolante revisionismo, a Messori pare però buona la voce dedicata a san Giuseppe. Senonché – ecco il punto che ci interessa - la principale motivazione dell'apprezzamento positivo è tale da lasciare sconcertati.
Nella voce in questione si dice infatti che Maria, quando pronunciò il suo “sì” di fronte all’arcangelo Gabriele, era consapevole che la sorte che l’attendeva, essendo sposa e incinta di una creatura concepita fuori del matrimonio, era la lapidazione; anzi, in quanto appartenente a una famiglia di sacerdoti (circostanza dedotta da Lc 1, 26), addirittura il rogo.
A beneficio di chi fosse rimasto esterrefatto leggendo queste righe, citiamo per esteso dal commento di Messori: “In quanto ‘promessa sposa’ (Lc 1, 27) dovette subito capire che nessuno avrebbe creduto a una gravidanza ‘soprannaturale’ e che dunque il destino che l’attendeva era, a viste umane, la morte. E nel modo più atroce, da bruciata viva. Oppure, il peggiore dei disonori, da cui non si sarebbe più ripresa. In quell’ "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" riportatoci da Luca (1, 38) c’è, in fondo, l’accettazione del martirio” (sic).
Questa tesi, che eufemisticamente definiremo stravagante, si completa con una valutazione altamente positiva dell’operato di Giuseppe. Benché la spiegazione non risulti del tutto chiara, par di capire che l’uomo, proprio per risparmiare alla sposa quell’orribile fine, avrebbe deciso di licenziarla senza condurla davanti a un tribunale rabbinico, addossando in tal modo a se stesso la colpa della separazione.
Una così singolare presentazione della vicenda dei due sposi nazaretani suscita immediatamente una serie di obiezioni.
1) Innnanzitutto una considerazione elementare, di metodo. Una tesi quale quella che qui ci viene propinata non si trova in nessun autorevole commento ai Vangeli dell’infanzia; occorrerebbe dunque indicare almeno a quali autori, antichi o moderni, ci si appoggia per sostenerla. Si veda quanto diciamo in proposito ne “Il merito dell’Annunziata”: la stragrande maggioranza delle coetanee della Vergine sognava di poter divenire madre del Messia.
2) Attribuire a Maria la consapevole “accettazione del martirio” sotto forma di lapidazione o di estinzione sul rogo significa accreditarla di un quoziente d’intelligenza subumano.
L’angelo infatti era stato chiarissimo, parlando del nascituro: “Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Per poi aggiungere: “Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.”
Ci si domanda dunque quale cervello normalmente funzionante potesse mai conciliare tale prospettiva con quella della lapidazione o del rogo della madre perché scoperta incinta al di fuori delle regole. Poteva mai, Maria, pensare che questo essere straordinario di cui le veniva annunciata la maternità finisse così miseramente arrostito ancor prima di nascere?
A meno che non si pensi che per giustiziare la madre si attendesse il parto, e sucessivamente si dedicassero tutte le cure al neonato per consentire il realizzarsi del prodigioso destino predetto dall’angelo. Ma questa è fantascienza, poiché un simile trattamento al bambino sarebbe stato possibile solo qualora si fosse conosciuto il suo status eccezionale; senonché una tale conoscenza si sarebbe automaticamente tradotta in un atteggiamento di estremo riguardo nei confronti della madre.
Assurdo pertanto che una fanciulla sana di mente potesse nutrire timori per la propria incolumità. Va poi naturalmente considerato che, qualora Maria non avesse prestato fiducia alle parole dell’angelo, la prima cosa che non avrebbe creduto sarebbe stato proprio il fatto stesso del concepimento verginale; quindi, anche in questo caso, non avrebbe avuto alcun motivo di timore.
Concludendo, su questo punto: poiché per Maria i rischi erano legati al momento della scoperta della gravidanza irregolare (il che avrebbe fatto scattare immediatamente il meccanismo della repressione cruenta), il fatto che Gabriele si fosse dilungato sulla prestigiosa missione del nascituro consentiva a qualunque persona intellettualmente normodotata di escludere l’eventualità di tale repressione.
Tra l’altro, la missione del bambino era praticamente incompatibile anche con la “morte civile” della madre ripudiata, evenienza presentata da Messori come unica alternativa all’eliminazione fisica.
3) Ma c’è di più. L’uso della deduzione logica da parte di Maria era in fondo reso superfluo da quel che l’angelo aveva detto all’inizio del suo annuncio: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
Aveva preannunciato cioè non solo la gravidanza (destinata, secondo Messori e la sua fonte, a scatenare la furia omicida dei benpensanti), ma anche la sua felice conclusione, col parto e addirittura l’imposizione del nome al neonato da parte della madre. Circostanza, quest’ultima, altamente significativa, perché normalmente tale compito spettava al padre (tant’è vero che l’angelo apparso successivamente a Giuseppe lo assegna proprio a lui, con una contraddizione tra i due angeli – ovvero fra i due evangelisti – difficilmente sanabile). Si tratta dunque di un’ulteriore prestigiosa gratificazione per la Vergine annunciata.
La quale, ad ogni buon conto, nel dare il proprio “assenso” si premura di specificare: “Avvenga di me quello che hai detto”. Quasi a sottolineare che nel “pacchetto” a cui dava tale assenso erano inclusi parto e imposizione del nome: in pratica, quasi una garanzia, una formula di assicurazione contro ogni rischio legato alla gravidanza fuori norma.
4) Non basta ancora. Si è recentemente imposta nell’esegesi cattolica (sino a trovare autorevole suggello nell’ultima versione della CEI) la tendenza a tradurre il saluto dell’angelo (il greco Cháire) con “Gioisci” (o “Rallégrati”).
Ciò rende, se possibile, ancor più grottesca la tesi della Vergine votata al martirio. In tal caso, infatti, l’annuncio di Gabriele equivarrebbe a dire: “Gioisci, Maria, perché, avendo trovato grazia presso Dio, sarai arrostita viva insieme al bambino custodito nel tuo grembo”.
5) Attribuire a Maria la prospettiva, sia pure consapevolmente accettata, di una morte cruenta significa anche gettare una luce assai poco lusinghiera sui rapporti tra i due sposi di Nazaret: significa in pratica dire che Maria escluse sin dal primo istante che Giuseppe potesse crederle qualora lei gli avesse raccontato della visita e dell’annuncio di Gabriele.
È chiaro infatti che, qualora lo sposo avesse consentito a tenere segrete le circostanze del concepimento, nessuno avrebbe potuto sospettare che il bambino non fosse suo, e la Vergine non avrebbe corso alcun rischio.
La consapevole prospettiva del martirio significa anche che Maria escludeva che Dio potesse intervenire per avvertire direttamente il suo sposo, come invece poi accadde.
6) Messori conclude: “Dovrebbero essere, queste, riflessioni consuete per un cristiano. Ma abbiamo l’impressione che valga la pena ripeterle: forse, rischiamo tutti di dimenticarle”.
Il che, incredibilmente, equivale a dire che per lui la strampalata tesi dell’Annunziata votata al martirio era un tempo una sorta di communis opinio, una nozione che si succhiava col latte o si apprendeva nelle prime lezioni di catechismo.
Quanto all’enciclopedia “cattolica” da cui l’autore ha preso lo spunto, ci appare una sorta di museo degli orrori esegetici: mentre fa scempio della perpetua verginità di Maria (operazione blasfema in prospettiva cattolica), assegna alla fanciulla la palma del martirio, sia pure virtuale, per aver accettato senza batter ciglio la prospettiva del rogo.
Che dire? All’apologetica, come a Dio, tutto è possibile.
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