controapologetica le bugie della fede

Le due tradizioni: Gerusalemme o Galilea?

Passiamo ora a considerare la seconda parte dei vari testi pasquali, quella relativa alle apparizioni al gruppo degli Undici, o comunque a un gruppo consistente di discepoli.

Si tratta di sei cristofanie: una in ciascuno dei tre sinottici, tre nel quarto vangelo.

Tranne che nel caso di Marco, la loro localizzazione è esplicitamente o implicitamente dichiarata: un monte della Galilea (in Matteo); le rive del lago di Tiberiade (ultima apparizione in Giovanni); Gerusalemme (presumibilmente la sala dell’Ultima cena) negli altri tre casi.

Esamineremo i problemi posti da queste apparizioni “di gruppo” tenendo come riferimento la “soluzione” proposta da Messori.

La presenza, nei racconti di Risurrezione, di due tradizioni diverse, l’una centrata su apparizioni agli apostoli in Galilea, l’altra su apparizioni a Gerusalemme e dintorni, è senza dubbio all’origine di un buon numero di gravi contraddizioni tra i vari racconti.

Numerose sono le contraddizioni che sussisterebbero comunque, a prescindere dalla diversa localizzazione delle epifanie del Risorto, e già abbiamo avuto più volte occasione di parlarne; ma è certo che trovare una soluzione al problema delle due diverse sedi delle apparizioni pasquali significherebbe rendere un grande servigio all’apologetica.

È quello che Messori cerca di fare in “Dicono che è risorto”, sottolineando il proprio sforzo, che viene addirittura preannunziato nel capitolo VII (“vi dedicheremo, come doveroso, un intero capitolo”) e compiuto verso la fine del libro, nel cap. XXVI (con una introduzione al problema in quello precedente).

È chiaro che l’autore vuol far vedere che non si sottrae al compito di levare dal fuoco le castagne che più scottano, entrando finalmente nel merito dei problemi concreti, dopo tante disquisizioni su questioni di metodo e di principio (su questa caratteristica negativa del suo lavoro apologetico ci soffermeremo nella seconda monografia). In effetti, è questa l’occasione in cui egli più si avvicina a un lavoro “sul terreno”, a una verifica dei dettagli; il che sarebbe l’unico modo corretto di trattare la tematica che ci interessa.

Ma in concreto, quando si esamina ciò che egli ci propone nel suddetto capitolo (dopo avercelo fatto sospirare, offrendoci perfino un’escursione in Afghanistan alla ricerca di una fantomatica tomba di Gesù), si rimane fortemente delusi: l’annunciata verifica si rivela illusoria.

Il discorso non onora le promesse, in quanto ancora una volta si mantiene su un piano generale, ossia quello dei princìpi, pur restringendo la propria mira al problema relativamente specifico della duplice sede delle apparizioni.

La strategia di Messori, ovviamente non nuova per l’apologetica, è senz’altro abile.

Prevede due fasi dell’argomentazione: in un primo momento l’autore cerca di dimostrare che tutti e quattro gli evangelisti mettono in scena apparizioni in entrambe le località; stabilito questo, enuncia il principio che ciascun autore ha operato una scelta nel materiale a lui noto, privilegiando le apparizioni che più convenivano al suo disegno teologico ma senza escludere la possibilità di epifanie verificatesi in una sede diversa.

Ci proponiamo ora di dimostrare che - a parte la citata questione della rinuncia di fatto ad esaminare in concreto le singole contraddizioni – in entrambe le fasi dell’argomentazione figurano asserzioni insostenibili o decisamente false.

Prima fase: in tutti e quattro i racconti sarebbero presenti apparizioni sia a Gerusalemme che in Galilea.

Per comprovare una simile affermazione Messori deve ricorrere a varie forzature.

Per quanto riguarda Matteo, sostiene che anch’egli ci offre apparizioni a Gerusalemme, in quanto Gesù si mostra alla Maddalena e alla sua compagna.

Superfluo ribattere che il punto dolente, la materia del contendere, è la diversa localizzazione delle apparizioni agli apostoli (dato infatti che tutto prende avvio dal sepolcro vuoto, è pressoché inevitabile che vi sia almeno un’apparizione nelle sue vicinanze, destinata a “mettere in moto”, grazie al messaggio di Gesù da recare agli Undici, le altre epifanie, o meglio, in concreto, l’epifania galilaica).

Singolare poi l’accenno al “non irrilevante episodio della guardia al sepolcro”: non sarà irrilevante, ma certo non è pertinente al nostro discorso; sembra ricordato solo per ingrossare un poco il pacchetto di materiale gerosolimitano del “galilaico” Matteo.

Per quanto riguarda Marco, Messori se la cava dicendo che “non possiamo concludere nulla”, in quanto il testo sicuramente autentico si arresta prima di giungere a parlare di apparizioni. E quanto al finale giustapposto, afferma sbrigativamente che esso ci presenta le due sedi di apparizioni come complementari.

Ciò è quanto mai discutibile, per non dire errato. Benché infatti l’angelo, riprendendo il lontano monito di Gesù, esorti gli apostoli a recarsi in Galilea, in Marco di epifanie in tale località non vi è traccia.

L’apparizione alla Maddalena s’intende ovviamente avvenuta presso la tomba, mentre va situata nei dintorni della città quella ai due di Emmaus.

Quanto infine all’apparizione agli Undici, è un fatto che essa, citata subito dopo quella ai due discepoli pellegrini (esattamente come in Luca), sembra un calco di quella di quest’ultimo, sia per i rimproveri proferiti da Gesù, sia, soprattutto, perché essa avviene mentre i discepoli si trovano riuniti a tavola, dunque presumibilmente nel Cenacolo.

Tutto come in Luca quindi, e come in Giovanni, l’altra fonte da cui i critici concordi pensano derivi la “finale lunga” di Marco. In ogni caso, non vi è assolutamente nulla che possa far sia pure lontanamente pensare all’apparizione sul monte descrittaci da Matteo.

Stando così le cose, parlare di apparizioni localizzate in entrambe le sedi, per quanto riguarda Marco, è senz’altro ingiustificato.

Passando al quarto evangelista, Messori ha buon gioco a mostrare che egli presenta anche apparizioni avvenute in Galilea, in quanto il capitolo 21, benché manifestamente estraneo alla compagine originaria del vangelo, risulta unito ad essa sin dai tempi più antichi.

Prescindendo dalle difficoltà di armonizzare l’apparizione in riva al lago con quelle di Gerusalemme e con l’attività postpasquale degli apostoli e di Gesù stesso in vista dell’Ascensione dai pressi della città, in questo caso la tesi di Messori risulta verificata.

La situazione si presenta invece in modo diametralmente opposto nel caso di Luca. Qui di apparizioni in Galilea proprio non vi è nemmeno l’ombra, e l’autore deve ammetterlo.

Ma le risorse dell’apologetica sono infinite, sicché egli può esibire una brillante soluzione proposta dal de Grandmaison.

Soluzione che si presenta come segue: siccome Luca ha scritto anche gli “Atti degli apostoli”, in cui Gesù, anziché salire al cielo il giorno stesso di Pasqua, come nel terzo vangelo, si intrattiene con gli apostoli stessi per ben quaranta giorni, nulla ci impedisce di pensare che durante questo periodo sia apparso loro anche in Galilea.

Prevedendo forse che qualcuno possa arricciare il naso di fronte a una trovata simile, il de Grandmaison prende le distanze - giudicandola “non irragionevole” ma “un po’ artificiosa” - da un’ulteriore congettura, ossia “che l’evangelista alluda a due gruppi di discepoli, uno a Gerusalemme, l’altro in Galilea”.

Saggio, questo rimanere coi piedi per terra, senza abbandonarsi a suggestioni di fantaesegesi. Perché non si riesce proprio a vedere dove mai potrebbe nascondersi l’ “allusione” fatta dall’ “evangelista” (quale poi? Il Luca del terzo vangelo?).

Ci permettiamo allora di avanzare una congettura noi: forse gli apostoli con un apposito abbonamento facevano la spola tra Gerusalemme e la Galilea, e Gesù li seguiva, spostandosi naturalmente con mezzi propri. A che scopo non sappiamo, perché evidentemente il Cielo non ha disposto che lo sapessimo.

Si perdoni il tono caricaturale, ma ci pare che esso non sia che l’esplicitazione di quanto è implicitamente contenuto nella congettura del biblista francese, che caricaturale è a tutti gli effetti.

Resta da aggiungere che dal canto suo Messori perfeziona l’operazione assicurando che nel capitolo successivo affronterà il problema dell’ “Ascensione subito o dopo quaranta giorni” (come lo affronterà, lo vedremo anche noi nel prossimo capitolo).

Dunque: di apparizioni galilaiche in Luca non vi è traccia, ma noi, utilizzando gli “Atti”, possiamo trovare uno spazio in cui collocare quelle che ci piace immaginare.

Sicché il biblista può trionfalmente concludere: “L’ipotesi delle due tradizioni esclusive di apparizioni del Risorto non può appoggiarsi con solidità su alcuno dei racconti evangelici, così come stanno”.

Par di capire che l’ipotesi sarebbe da intendersi “solidamente” verificata solo se Luca avesse scritto testualmente: “Non vi fu alcuna apparizione in Galilea”, e Matteo, pure testualmente: “Non vi fu alcuna apparizione agli apostoli in Giudea”. Ma poiché così non hanno scritto, noi siamo liberi di concludere che poterono esservi apparizioni in entrambe le località, senza commettere alcun abuso esegetico.

Messori afferma che non è il caso, per cercare l’armonizzazione ad ogni costo, di tentare certe soluzioni “disperate”. Bene, a noi questa del Grandmaison pare proprio disperatissima.

Sta di fatto comunque che grazie ad essa Messori conduce in porto la prima fase della sua argomentazione. Passiamo quindi a vedere la seconda.

Seconda fase: una volta accertato – si fa per dire - che tutti gli evangelisti presentano sia la Galilea che la Giudea come sede di apparizioni, si vuol dimostrare che ciascuno di loro si limita a riferire, tra i fatti a lui noti, quelli che meglio convengono al suo “piano”, al suo “progetto”, alla sua fascia di destinatari.

Con ciò, si precisa, l’evangelista non esclude, non nega quello di cui non parla, in quanto “ciascuno vuole riferire il vero ma non il tutto”.

Questa dunque la tesi che dovrebbe risolvere una volta per sempre il problema dell’incompatibilità tra apparizioni in Giudea e/o in Galilea.

La prima obiezione che si deve fare è che non è affatto vero che ciascun evangelista non esclude le apparizioni di cui non parla.

Luca, con le parole che fa pronunciare a Gesù di fronte agli apostoli riuniti nel Cenacolo, esclude di fatto non solo ogni apparizione in Galilea, ma anche ogni altra apparizione a Gerusalemme, per cui risultano implicitamente negate anche la successiva visita descritta da Giovanni (legata all’episodio di Tommaso) e la frequentazione assidua, della quale parlano gli “Atti”, durante i quaranta giorni precedenti l’Ascensione (su questo punto torniamo nei prossimi due capitoli).

Le parole di Gesù sono chiarissime: “e io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non sarete rivestiti di potenza dall’alto”.

E Luca prosegue: “Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo” (Lc 24, 49-50).

Dunque: se noi possedessimo solo il vangelo di Luca, il 100% dei lettori capirebbe che dopo questa apparizione (che è inequivocabilmente la prima, la sera stessa di Pasqua: si ricordino le perplessità nel riconoscimento e la “prova” del pesce arrostito) non ve ne saranno più altre, in nessun luogo.

Gesù infatti dà le sue ultime istruzioni, valide sino a Pentecoste (quindi fin oltre il termine di quaranta giorni); e dopo aver detto questo ascende al cielo, con un commiato che nessuno può intendere se non come definitivo.

Ad ogni modo, va ribadito che l’ordine di rimanere a Gerusalemme fino a Pentecoste esclude in modo esplicito qualsiasi apparizione in Galilea.

Naturalmente Messori, che evita di entrare nel merito delle questioni concrete, ha “dimenticato” di citare questo passo fondamentale per i problemi dell’armonizzazione.

Come ha dimenticato di citarne un altro, che pure smentisce frontalmente la sua tesi. Rileggiamo Mt 28, 10: “Allora Gesù disse [alla Maddalena e all’altra Maria]: ‘Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno’”.

Se ora, dopo l’inciso costituito dall’episodio delle guardie al sepolcro, colleghiamo il v. 10 col v. 16 (“Gli undici apostoli intanto andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato”), vediamo immediatamente che non c’è spazio alcuno per altre apparizioni, e meno che mai a Gerusalemme.

È infatti evidente che questa apparizione sul monte è per Matteo la prima (lo conferma, ad abundantiam, lo sbigottimento di alcuni apostoli) e al tempo stesso l’ultima: il commiato oltremodo solenne (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”) non può lasciare il minimo dubbio in proposito.

Per lo meno, analogamente a quanto abbiamo or ora detto per Luca, diciamo che, se noi possedessimo il solo vangelo di Matteo, il 100% dei lettori, dall’umile fedele al più dotto biblista, intenderebbe così.

Pensare diversamente, per ciascuno dei due passi, significherebbe considerare la parola di Dio più ingannatrice di quella del serpente.

Sta di fatto che noi per nostra sfortuna abbiamo sia il vangelo di Luca che quello di Matteo, e in qualche modo dobbiamo pur cercare di farli andare d’accordo.

Ma Messori, come sappiamo, de minimis non curat: vola alto, facendo sfoggio di brillanti criteri esegetici.

Uno di questi, tra i più utilizzati dall’apologetica, è quello che potremmo chiamare della “presentazione riassuntiva”: l’evangelista, si sostiene, riassume in una sola apparizione tutte quelle di cui è a conoscenza, giudicando tale soluzione “sufficiente” per il suo disegno teologico e pastorale.

Per togliere ogni sospetto che stiamo travisando il pensiero dell’autore, converrà citare:

“A Matteo”, scrive Messori, “bastava ricordare le istruzioni che Gesù aveva dato agli apostoli in Galilea e, principalmente, il loro invio al mondo intero. Ha riassunto in un solo ‘quadro’ il significato e le conseguenze della Risurrezione. L’unica apparizione sulla montagna galilaica gli forniva questo quadro, era sufficiente allo scopo del suo vangelo. Il resto contava meno, per il suo disegno, e poteva ometterlo, senza che questa omissione equivalesse a una negazione” (DCR 263).

Senonché abbiamo appena visto che per le due apparizioni descritte da Luca e da Matteo questo principio è assolutamente inapplicabile, in quanto ciascuna di esse si rivela chiaramente essere al tempo stesso la prima e l’ultima: non può essere il “riassunto” di nulla.

Del resto, il principio in sé è decisamente bizzarro. È come se uno volesse raccontare la storia delle due guerre mondiali “riassumendole” in una sola: infilando magari la battaglia del Piave tra Pearl Harbour e Stalingrado, o piazzando la rivoluzione d’ottobre subito dopo lo sbarco in Normandia.

Ma non basta: accanto allo stratagemma di immaginare più apparizioni riassunte in una sola, l’apologetica ricorre anche a quello opposto – parimenti disperato – di supporre una sola apparizione “frammentata”, “smembrata”, in due diversi racconti.

Così fa ad esempio Benoit, che, riguardo al problema di decidere se l’apparizione alla Maddalena in Matteo sia o non sia la stessa presentataci da Giovanni, scrive che il gesto delle donne che si chinano ad abbracciare i piedi del Risorto, riferito dal primo evengelista, “giustifica la parola di Gesù, riferita da Giovanni, a Maria Maddalena: ‘Non mi toccare’. I due racconti pertanto si completano, e le critiche son d’accordo nel vederci due presentazioni di una medesima apparizione di Gesù alle sante donne” (PRS 370).

È come dire che Giovanni ci dà l’audio del gesto fornitoci in video da Matteo!

In realtà la situazione è molto più complessa (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente, v. il paragrafo “Le due apparizioni alla Maddalena: quale soluzione?”); tra l’altro, sappiamo che l’esegesi preferisce ormai intendere le parole di Gesù nel senso di “Non mi trattenere” anziché “Non mi toccare”.

Tornando all’immaginaria contaminazione di prima e seconda Guerra mondiale: uno storico che seguisse i criteri espositivi degli evangelisti potrebbe ad esempio non far menzione di Mussolini solo perché questi non rientra nel suo progetto storiografico oppure, poniamo, perché egli si rivolge a un pubblico di lettori tedeschi.

Già. Perché tra i fattori che avrebbero guidato le scelte dei redattori evangelici vi sono anche – spesso combinate – la linea teologica di ciascuno e le caratteristiche dei suoi destinatari diretti (sviluppiamo questo tema nella seconda monografia, nel capitolo “Le scelte degli evangelisti”).

Nel nostro caso, si afferma che Luca situa le apparizioni a Gerusalemme perché vuole sottolineare che la salvezza per il mondo verrà dalla città santa e dal tempio, dove egli ambienta l’inizio e la conclusione del suo vangelo.

Matteo invece, rivolgendosi agli Ebrei, vuole ammonirli che con la predicazione ai gentili è ormai iniziata l’evangelizzazione del mondo, destinata a partire da quella Galilea in cui Gesù aveva svolto la maggior parte del suo ministero. Perciò, “conformemente al suo piano, vuole […] riportare gli apostoli in Galilea immediatamente dopo la resurrezione […]” (DCR 263).

Sicché noi vediamo questi agiografi (del tutto incuranti dell’effetto che le loro scelte avrebbero avuto sui lettori dei secoli e dei millenni a venire) continuamente impegnati a muovere gli apostoli come pedine su una scacchiera per attuare le loro personalissime strategie.

Piacerebbe almeno conoscere come li avrebbe fatti muovere Gesù, se avesse scritto personalmente il suo vangelo.

Le due tradizioni per la critica e per il comune lettore della Bibbia

Circa il conflitto tra le due diverse localizzazioni delle apparizioni, Messori dice che non gli è mai capitato che fra i problemi sulla storicità dei vangeli esposti da comuni lettori della Bibbia “figurassero questioni sulle cristofanie a Gerusalemme o in Galilea e sulla loro presunta incompatibilità …” (p. 260).

Può essere. Ma non è questo il modo corretto di impostare il problema. Che un “normale” lettore non individui una contrapposizione fra le due tradizioni pasquali non può sorprendere, poiché il fatto si colloca già a un livello di astrazione esegetica.

Ciò però non toglie che questo lettore, se appena indugia a riflettere sulle differenti versioni di uno stesso evento, avverta un istintivo senso di disagio, di disorientamento.

Ad esempio considerando la seguente sequenza di eventi, che scaturisce dal puro e semplice accostamento di Matteo e Luca, limitatamente al problema delle due diverse sedi di apparizioni.

Durante l’ultima cena, come sappiamo, Gesù nel testo di Matteo (coincidente con quello di Marco) preannunzia agli apostoli che dopo la sua risurrezione li precederà in Galilea.

L’angelo apparso alle donne recatesi al sepolcro, tanto in Matteo quanto in Marco, ribadisce l’annuncio sotto forma di ordine (da trasmettere agli Undici) di recarsi appunto in Galilea, dove vedranno il Risorto.

Subito dopo, incomprensibilmente, lo stesso Gesù appare alle due donne (Mt 28, 9-10), confermando comunque il messaggio dell’angelo che già abbiamo ricordato: “Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.

Se non che – colpo di scena – la sera dello stesso giorno si presenta agli apostoli riuniti nel cenacolo; e per di più ordina loro di non muoversi da Gerusalemme fino all’invio dello Spirito (che avverrà cinquanta giorni più tardi); dopodiché si accomiata da loro in modo solenne e definitivo.

A questo punto però gli apostoli, disattendendo le sue disposizioni (così come prima, non muovendosi da Gerusalemme, avevano ignorato quelle portate dalla Maddalena), si recano in Galilea; dove comunque Gesù appare loro su un monte, avendo a quanto sembra dimenticato egli stesso l’ordine dato in precedenza di non lasciare Gerusalemme.

Ecco un esempio di quanto si trova di fronte un lettore “normale” della Bibbia, il “comune utente biblico”, pur senza porsi quei problemi teorici di “compatibilità fra tradizione giudaica e galilaica” che Messori afferma di non aver mai sentito sollevare da comuni credenti: si trova di fronte un Gesù letteralmente schizofrenico.

Per eliminare la schizofrenia (che a ben guardare configura, nel vangelo quadriforme, una sorta di blasfemia) non vi è altro modo che sopprimere qualcuno degli elementi contrastanti: nel nostro caso, ad esempio, l’apparizione lucana a Gerusalemme.

Questo dimostra la totale inadeguatezza dell’argomentazione usata da Messori per ridimensionare il conflitto fra le due tradizioni: mostrare che tutti gli evangelisti le conoscono entrambe pur utilizzandone solo una non risolve minimamente i problemi posti dalla loro obiettiva incompatibilità.

Le contraddizioni restano tutte, perché, come abbiamo visto, di fatto chi utilizza una sola tradizione esclude l’altra, anche se Messori cerca di occultare la cosa evitando di entrare nel merito dei problemi e ignorando quindi i versetti che lo smentiscono.

Del resto, se vi fosse compatibilità fra i vari racconti, sarebbe possibile “armonizzarli”, ossia disporli in un’unica sequenza logico-cronologica, mentre egli stesso ammette che non si può. L’armonizzazione non è che la cartina di tornasole della compatibilità di versioni apparentemente discordanti.

Ritorneremo più volte su questo punto, che costituisce un po’ il filo rosso di tutto il discorso sulle apparizioni del Risorto.

Detto questo, occorre ripetere che numerose contraddizioni presenti nei racconti pasquali non dipendono direttamente dalla diversa localizzazione delle cristofanie: basterebbe ricordare il caso delle due apparizioni alla Maddalena, in Matteo e in Giovanni.

Naturalmente in qualche caso i problemi posti dalla diversa localizzazione si combinano con altri, creando grovigli di contraddizioni assolutamente irriducibili.

Vale la pena di riportare quanto scrive sul tema uno specialista ortodosso ma a volte abbastanza “coraggioso”, Beda Rigaux:

“Noi proponiamo di considerare la Galilea come il primo teatro delle apparizioni. Ci rendiamo ben conto che per una simile determinazione restiamo nel campo delle probabilità. Essa si fonda sull’annuncio di Mr 16, 7 e di Mt 28, 7 circa l’appuntamento in Galilea. In più lo schema teologico di Luca, che blocca tutti gli avvenimenti ad un solo giorno, è artificiale e tendenzioso: tutto deve capitare a Gerusalemme.

Quanto a Giovanni, la sua composizione è altamente teologica. Non vorremmo tuttavia rifiutargli ogni attendibilità, ma la sua libertà di fronte alle tradizioni antiche è tale che la sua testimonianza non può prevalere contro Marco e Matteo. Poiché è certo che alcune apparizioni hanno avuto luogo in Galilea, non si vede bene la possibilità di ricostruire i viaggi di andata e ritorno: Gerusalemme, Galilea, Gerusalemme. Siamo inclini ad ammettere che dopo le apparizioni in Galilea, c’è stata un’apparizione finale a Gerusalemme” (p. 414).

Verrebbe da concludere (cosa che ovviamente l’autore si guarda bene dal fare) che il compito dell’esegeta non può consistere che nell’individuare di volta in volta chi tra gli evangelisti ha mentito.

E per finire citeremo l’opinione di R. E. Brown (“The New Jerome Biblical Commentary”, 81, 128-29). Secondo Brown:

1) nessuna delle due tradizioni mostra di essere a conoscenza dell’altra;

2) le apparizioni gerosolimitane non lasciano spazio per successive apparizioni in Galilea;

3) i “concordisti” che immaginano un’andata e ritorno tra Gerusalemme e la Galilea fanno violenza al Vangelo.

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