controapologetica le bugie della fede

Prime conclusioni sul confronto fra i testi

Dopo aver sommariamente inventariato i dati fornitici dai quattro evangelisti - limitatamente al tema della scoperta della tomba vuota e delle apparizioni a persone singole – possiamo cominciare a tirare qualche conclusione.

Due sono gli elementi che s’impongono con maggior evidenza:

1) il racconto di Matteo è, per quanto riguarda la dinamica degli eventi, quello più difficilmente conciliabile con gli altri, già a partire dal “terremoto”;

2) l’incompatibilità risulta massima tra l’epifania alla Maddalena in Matteo e quella che figura in Giovanni.

Nel primo vangelo infatti la donna si trova in compagnia, nel quarto è sola; in Matteo è da poco giunta per la prima volta al sepolcro ed ora se ne è già allontanata correndo, in Giovanni invece si trova accanto al sepolcro, dove è ritornata dopo aver già recato un annuncio; nel primo caso ha già saputo dall’angelo che Gesù è risorto, nel secondo non ha avuto alcuna comunicazione angelica.

Per di più, i messaggi affidatile da Gesù nelle due occasioni sono completamente diversi.

Difficile immaginare due situazioni più vistosamente discordanti.

Poiché però entrambe le apparizioni vengono presentate da ciascuno dei due evangelisti come la prima apparizione alla Maddalena, e anzi, come la prima cristofania postpasquale in assoluto, l’esegesi devota si è sempre impegnata al massimo per cercare di eliminare almeno le contraddizioni più vistose.

Come vedremo tra poco, le vie seguite sono state sostanzialmente due:

a) far coincidere le due apparizioni, derubricando a dettaglio secondario e irrilevante ogni possibile divergenza;

b) all’opposto, distinguere nettamente la cristofania di Matteo da quella di Giovanni, facendo passare la prima come avvenuta successivamente.

Illustreremo alcuni degli ingegnosi artifici messi in atto dall’apologetica a questo scopo. Ma preliminarmente, e vorrei quasi dire propedeuticamente, sarà opportuno considerare più a fondo alcune questioni già in parte emerse dall’esame che abbiamo compiuto.

1) I diversi tipi di annuncio

Nei racconti della Risurrezione ha notevole rilievo il tema delle donne che, recando ai discepoli l’annuncio affidato loro dagli angeli o da Gesù stesso, non vengono credute.

Benché non lo si faccia quasi mai, pensiamo sia utile abbozzare una sorta di tipologia di tali annunci, in quanto il loro contenuto, diverso a seconda dei casi, ha un’importanza fondamentale nel determinare lo sviluppo degli eventi.

Possiamo infatti distinguere tra:

a) annuncio di sepolcro vuoto: è quello che reca agli apostoli la Maddalena di Giovanni (20, 2).

A dir la verità, occorrerebbe ancora distinguere tra alcune possibili varianti. La donna in effetti ha constatato, ed è quindi in grado di annunciare, solo la rimozione della pietra di chiusura; ma da ciò deduce che il sepolcro è vuoto, e addirittura (ulteriore variante) congettura che il corpo sia stato trafugato, dando in pratica un “annuncio di furto del cadavere”;

b) annuncio (di provenienza angelica) dell’avvenuta risurrezione: è quello che recano ai discepoli le donne di Luca, mentre per timore si astengono dal recarlo quelle di Marco.

Anche qui sarebbero da distinguere due varianti, a seconda del messaggio che accompagna l’annuncio: gli apostoli devono recarsi in Galilea nella versione di Marco, non sono invece richiesti di farlo in quella di Luca;

c) annuncio dell’apparizione del Risorto: è quello che recano agli apostoli la Maddalena e “l’altra Maria” di Matteo, nonché la Maddalena di Marco e quella di Giovanni (20, 18), oltre ai due discepoli di Emmaus.

Un’applicazione pratica di questa griglia l’abbiamo nel caso della presunta identificazione della visita al sepolcro di Pietro e Giovanni - di cui parla il quarto Vangelo - con quella compiuta dal solo Pietro ricordata in Lc 24, 12.

I “concordisti” vorrebbero ovviamente considerare le due indicazioni come varianti di un medesimo evento: anche se Luca menziona il solo Pietro, si dice, vi è poi la conferma indiretta da parte dei due di Emmaus, i quali parlano di “alcuni che erano con noi” recatisi al sepolcro per verificare la realtà di quanto avevano riferito le donne.

Ma, al di là dei dati che consentirebbero, usando una certa larghezza di giudizio, di identificare le due visite, la considerazione del tipo di annuncio sulla base del quale gli apostoli si sarebbero mossi fa apparire completamente diverso il senso delle due “ispezioni” da loro compiute: nel quarto vangelo essi accorrono in seguito a un annuncio “di sepolcro vuoto” (recato dalla sola Maddalena), in Luca per verificare un annuncio “di avvenuta resurrezione” (recato dal gruppo delle donne).

Non vi è chi non veda l’enorme differenza che ciò comporta in termini di riflessione e interpretazione dei problematici indizi costituiti dai lini funerari: se, anziché dall’ipotesi (fatta balenare dalla Maddalena, e in sé plausibile) di un trafugamento del cadavere, come avviene in Gv 20, 3-10, si parte da quella di una risurrezione già annunciata, il merito dell’approdo alla fede da parte del discepolo prediletto risulta fortemente ridimensionato, mentre ne esce corrispondentemente enfatizzata la “cecità” di Pietro.

Da notare comunque che l’armonizzazione del dato di Luca (va al sepolcro il solo Pietro) con quello di Giovanni (vanno entrambi gli apostoli) si può ancora più facilmente ottenere, con procedimento parimenti legittimo, considerando inserzione tardiva, e quindi dato inautentico, proprio la presenza dell’ “altro discepolo” accanto a Pietro; inserzione che si potrebbe agevolmente spiegare con quella tendenza al protagonismo che caratterizza l’autore (o gli autori, comunque di scuola giovannea) del quarto vangelo (su questo si veda in particolare il capitolo “La presunta ‘prova’ della Risurrezione”).

Lc 24, 24 rende sospetto Gv 20, 8, in quanto dimostra che Giovanni, oltre a non esternare la sua fede a Pietro, non ne fece parola neppure con gli altri discepoli. E meno che mai la esternò Pietro stesso, anche se, secondo Lagrange, “tale dovette essere anche la sua convinzione”!

Resterebbe poi da spiegare perché mai in conseguenza dell’annuncio portato dalle donne si muova il solo Pietro, anziché tutti gli apostoli (l’argomento viene ripreso nel cap. “Inverosimiglianze a grappolo").

2) La dinamica degli angeli

Circa gli angeli attivi al sepolcro, abbiamo già accennato a numerose discordanze presenti nei racconti degli evangelisti: riguardo alla loro stessa designazione (“angeli” o “uomini”, ovvero “un giovane”); al numero (uno o due); alla collocazione (fuori o dentro il sepolcro); all’atteggiamento (in piedi o seduti); e infine al messaggio che affidano alle donne.

Tra gli espedienti escogitati dall’apologetica per dirimere i contrasti, mi limito a ricordare che, per quanto riguarda il numero, Barnes spiega che gli angeli si devono sempre intendere in coppia, e se ne viene indicato solo uno è perché uno solo dei due parla; ciò sarebbe conforme a quanto fanno Marco e Luca quando menzionano un cieco o un indemoniato mentre Matteo parla di una coppia.

E conclude: “Il fatto che uno solo sia menzionato - mentre non si nega che ve ne fossero altri – non dimostra che non possano essercene altri”.

Mirabile criterio esegetico, come ognun vede: se io dico di aver visto un gatto sul davanzale, ma non nego formalmente che ve ne fossero altri, sarà perfettamente legittimo pensare che possa averne visto una mezza dozzina. Le risorse dell’apologetica sono imprevedibili.

Ma per quanto riguarda gli angeli si può senz’altro sorvolare su tutte le minute divergenze di cui si è detto. Vorrei però accennare a un problema che scaturisce da quella sintesi che ogni lettore dei racconti pasquali istintivamente fa montando in sequenza i dati forniti dai singoli evangelisti.

Quando la Maddalena di Giovanni giunge al sepolcro precedendo, come sostengono i “concordisti”, le compagne più lente, non scorge nessun angelo. Quando invece, poco dopo, giungono le altre donne, gli angeli ci sono: uno in Matteo e in Marco, due in Luca.

Passato qualche tempo, arrivano al sepolcro Pietro e Giovanni, chiamati dalla Maddalena; e, ancora una volta, di angeli non vi è traccia, né nel sepolcro né nei paraggi. Ma appena ripartiti i due apostoli, quando è la volta della donna di gettare uno sguardo nella tomba, ecco di nuovo una bella coppia di angeli seduti all’interno.

Che dire? Angeli ad effetto lucciola, a luce intermittente. Forse non in servizio stabile, sì da assentarsi di tanto in tanto dal posto di lavoro.

Questo non è che un piccolo quasi umoristico inconveniente del caos in cui si presentano i racconti evangelici della Risurrezione. Ma anche questi inconvenienti dovrebbero far riflettere chi sostiene che le incongruenze dei racconti pasquali sono state esagerate dalla critica.

Inutile poi sottolineare che il comportamento degli angeli di Giovanni contrasta in modo clamoroso con quello degli angeli dei sinottici: mentre questi annunciano nientemeno che l’avvenuta risurrezione, con tanto di messaggio da recare agli apostoli, gli angeli del quarto vangelo mostrano (o fingono) di non sapere neppure che cosa la Maddalena sia venuta a cercare nel sepolcro!

Torneremo sul tema nel capitolo “Il nonsense di Gv 20”.

3) Se non si considerasse il racconto di Matteo

Come si è detto, il racconto di Matteo (ossia il cap. 28 del suo Vangelo) è senza dubbio quello che pone i maggiori problemi di armonizzazione. Se si potesse non tenerne conto, si avrebbero i seguenti vantaggi:

a) si eliminerebbe il terremoto, quanto mai strano e perciò imbarazzante;

b) si eliminerebbe l’apparizione di Gesù alle due Marie (tra cui la Maddalena, donde il problema di conciliare l’episodio con l’apparizione alla sola Maddalena, descritta da Giovanni e ricordata da Marco);

c) scomparirebbe l’assurdo doppione costituito dai due identici messaggi dati dall’angelo e da Gesù stesso;

d) scomparirebbe l’episodio della subornazione delle guardie, che a molti pare poco o per nulla plausibile perché troppo scopertamente apologetico.

Possiamo ancora aggiungere, gettando uno sguardo anticipatore al problema delle epifanie agli apostoli, che si eliminerebbe l’apparizione sul monte in Galilea, la quale risulta inconciliabile con tutte le altre cristofanie “collettive” (e per di più crea problemi sia per l’accenno al “dubitare” di alcuni apostoli dopo che già si erano prostrati per adorare, sia, soprattutto, per la mancata menzione dell’Ascensione).

Si otterrebbe dunque senza dubbio una notevole semplificazione dei problemi esegetici. Questo è il motivo per cui il racconto di Matteo, benché sia in sé piuttosto completo, chiaro e ordinato, è quello che viene utilizzato meno volentieri.

Quando, per motivi particolari (come nel caso di Messori, che intende valorizzare l’episodio delle guardie al sepolcro) si punta soprattutto su di esso, si incappa in gravi difficoltà, come vedremo più avanti.

Anche prescindendo però dal resoconto del primo vangelo, resterebbero comunque numerosi nodi da sciogliere. In primo luogo la necessità di staccare dalle compagne la Maddalena di Giovanni, che viene sempre presentata in azione da sola, e si comporta (sia al suo primo arrivo al sepolcro sia nella cristofania) in modo assolutamente non conciliabile con un suo inserimento in un gruppo, o anche solo in una coppia.

Per quanto riguarda poi la questione delle apparizioni agli apostoli, che affronteremo più avanti, resterebbero, tra i problemi più significativi:

- l’ordine dato dall’angelo agli apostoli stessi di recarsi in Galilea (Mc 16, 7), ordine che contrasta non solo col fatto che (salvo in Gv 21) nessuno va in Galilea, ma anche con l’ordine di Gesù di non muoversi da Gerusalemme (Lc 24, 49);

- l’apparizione stessa di Gv 21;

- la conclusione del terzo vangelo, che contraddice At 1, 3 e non dà spazio alle due apparizioni postpasquali descritte da Giovanni (quella di Tommaso e, ancora una volta, quella sulla riva del lago).

4) Gli espedienti dell’apologetica per ‘esorcizzare’ il racconto di Matteo

L’ipotesi, or ora fatta, di una eliminazione del racconto del primo vangelo aveva ovviamente lo scopo didattico di mostrare dove si annidano i principali problemi posti all’armonizzazione, e quindi di illuminare in qualche misura il groviglio di contraddizioni esistente.

Ma poiché il testo di Matteo è parte insopprimibile del vangelo quadriforme, sarà utile vedere quali sono, sul piano pratico, gli accorgimenti più spesso impiegati per ridurre gli inconvenienti che esso crea quando venga considerato insieme agli altri resoconti evengelici della Risurrezione.

A. Il primo fondamentale espediente consiste nello staccare il terremoto dall’arrivo delle donne al sepolcro, facendolo apparire come già avvenuto.

La cosa riesce più agevole nelle opere di carattere biografico, in cui l’autore può organizzare la materia secondo criteri letterari, in vista dell’efficacia espositiva. Può quindi rendere vago il confine tra il dettato evangelico e la propria personale rielaborazione dei fatti; ad esempio, può descrivere il terremoto per così dire “fuori campo”, mettendo in scena le donne dopo averci fornito egli stesso l’informazione (è quel che fa ad esempio Ricciotti).

In tal modo, senza mentire formalmente, può lasciare nel lettore l’impressione che le cose siano andate come egli desidera farle apparire.

L’operazione è più difficile nelle opere di pura esegesi, in particolare nei commenti. Qui il biblista deve ricorrere ad espedienti per nulla persuasivi: per spiegare il “Ci fu un gran terremoto” del v. 1, Barnes chiosa: “Rather, there had been”, ossia: “Per dir meglio, c’era stato”.

Non ci spiega perché si debba intendere così. Evidentemente, solo perché torna comodo a lui, che sta cercando di reperire un filo logico nel guazzabuglio di dati forniti dai diversi evangelisti.

Del resto, anche un “biografo” come Le Camus ricorre a un simile sotterfugio: parlando dell’arrivo delle due Marie al sepolcro, definisce il terremoto come “un fatto che sembra [sic] essersi compiuto alla loro presenza, ma che si può supporre anteriore alla loro venuta, qualora si prendano gli aoristi eghéneto, apekýlisen, ecc. nel senso di più-che-perfetti”.

Non ne dubitiamo. Ma è altrettanto vero che, alla stessa stregua, prendendo i succitati aoristi nel senso di futuri potremmo dedurre che il terremoto doveva ancora avvenire.

Quel che occorrerebbe dimostrare è appunto perché mai si dovrebbe dare a questi aoristi il valore di un altro tempo verbale che l’antico greco possedeva e che quindi l’evangelista avrebbe potuto benissimo usare, se l’avesse ritenuto opportuno.

In ogni caso, sono chiari i motivi dell’operazione apologetica.

In primo luogo, il terremoto, comunque lo si voglia intendere quanto a estensione e intensità (per alcuni esegeti non fu che un piccolo sommovimento che interessò solo le immediate vicinanze del sepolcro) appare sospetto in quanto menzionato dal solo Matteo, che per di più ha a suo carico un precedente imbarazzante di evengelista “sismofilo”: quello del terremoto avvenuto, per sua unica testimonianza, alla morte di Gesù, e sul quale la Chiesa ha sempre preferito tenere un dignitoso riserbo (mentre l’apologetica, quando ha tentato di affrontare il problema, ha sempre rimediato meschine figure; e ciò vale anche per il Messori di “Patì sotto Ponzio Pilato?”, cfr. “I prodigi alla morte di Cristo” ne “I racconti della Passione”).

In secondo luogo, la Maddalena che, sola o in compagnia, assiste al prodigioso scuotimento tellurico e vede l’angelo (ed eventualmente ode il suo annuncio) è incompatibile con la Maddalena di Giovanni che, ignara di tutto e spaventata, reca a Pietro e all’altro discepolo il semplice “annuncio di sepolcro vuoto”.

In effetti, come già abbiamo accennato presentando il succo del racconto di Matteo, vi è in questo testo una concatenazione strettissima tra versetto e versetto, sicché è impossibile introdurre una cesura temporale in qualsasi punto.

Tutto viene presentato come qualcosa che si impone come evidenza visiva alle due spettatrici; in particolare, assolve a questo compito l’ “Ed ecco” del v. 2.

Ciò significa non solo che è impossibile staccare il terremoto anticipandolo a prima dell’arrivo delle donne, ma che è pure impossibile staccare lo spavento delle guardie (contemporaneo al terremoto) dalle presenza delle donne stesse, in quanto l’angelo dice a queste ultime “Non temete, voi”.

Il fatto poi che si dica “Ora, l’angelo, prendendo la parola, …” rivela che finora egli non aveva ancora parlato ma già era presente e sapeva di essere stato visto dalle donne.

In altri termini: terremoto, spavento delle guardie, presenza delle donne e presenza dell’angelo annunciante sono quattro elementi inscindibili.

È poi importante notare che, nel racconto, tutto (come mostrano i due “ed ecco” dei vv. 2 e 9 e i due “presto” dei vv. 7 e 8) si svolge in tempi rapidissimi, senza un attimo di respiro: le sottolineature esplicite del testo ci dicono che fra il terrremoto (con rotolamento della pietra) e l’apparizione di Gesù alle due donne passa pochissimo tempo.

Sicché diviene materialmente impossibile che l’apparizione in parola possa essere successiva a quella di cui beneficia la Maddalena, sola, nel racconto di Giovanni.

Dovremo tenerlo presente tra poco, quando illustreremo le principali strategie con cui l’apologetica cerca di conciliare le disarmonie evangeliche intorno a questo punto di capitale importanza.

B. Il secondo accorgimento messo in atto per “neutralizzare” il racconto di Matteo consiste in un’interpretazione singolarissima – vorremmo dire stravagante – dei vv. 8-10 del cap. 28. L’altro punto particolarmente imbarazzante nel testo di Matteo è infatti costituito dall’epifania del Risorto alla Maddalena e all’ “altra Maria”.

Conviene rileggere i versetti in questione, successivi all’annuncio dato dall’angelo:

“8. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli. 9. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Salute a voi”. Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. 10. Allora Gesù disse loro: ‘Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.

Gli sforzi dell’apologetica mirano a due scopi, perseguiti talora in sinergia e talora in reciproca alternativa:

- mostrare che col v. 9 ha inizio un nuovo episodio, staccato dal precedente;

- affermare che, comunque, in tale episodio, benché i verbi (e i relativi pronomi) figurino al plurale, si deve intendere che il soggetto è la sola Maddalena.

Sarà utile riportare la nota a piè di pagina apposta dal Ricciotti al § 625 della sua “Vita di Gesù Cristo”:

“Questo racconto di Giovanni [si sta parlando del ‘Noli me tangere’] ha riscontro in Matteo (28, 9-10), ove però sembrerebbe [sic] ricollegato con la prima visita delle donne al sepolcro […]; in realtà col vers. 9 comincia un episodio distinto, quello della sola Maria di Magdala, sebbene Matteo impieghi ancora il plurale come fa in altri casi (il ‘plurale di categoria’)”.

Dunque: apprendiamo innanzitutto che l’apparizione di Gesù alle donne in Matteo non è affatto collegata alla prima visita di queste ultime al sepolcro. “Sembrerebbe”, dice Ricciotti, che le cose stessero così (come in effetti appare chiarissimamente, diciamo noi, a chiunque legga); ma in realtà col v. 9 “comincia un episodio distinto”.

Da dove l’autore tragga questa convinzione non si sa, né egli si sente minimamente tenuto a fornire spiegazioni. Ipse dixit, presumibilmente per ispirazione diretta dello Spirito Santo, che, se non sempre ispirò al meglio gli scrittori sacri, ora pare cerchi di rimediare con sapienti soffiate agli apologeti.

In compenso, Ricciotti ha la spiegazione pronta per quanto riguarda i verbi al plurale da intendere al singolare. Qui soccorre un meraviglioso criterio filologico, il “plurale di categoria”, ossia una particolarità della lingua ebraica (come dell’aramaica) che quando ci pare utile possiamo intravedere in filigrana sotto il testo greco, sotto la specie del “semitismo”.

Di che cosa si tratti ce lo spiega lo stesso Ricciotti. A proposito delle ingiurie rivolte a Gesù dai ladroni crocifissi, dice, “Matteo e Marco parlano al plurale, di ladroni che ingiuriavano: ma è un ‘plurale di categoria’ […], per significare che ingiurie partivano anche dalla categoria dei ladroni, senza precisare se faceva ciò l’intera categoria o solo una sua parte. Luca invece precisa, e dice che uno solo ingiuriava mentre l’altro si raccomandava” (corsivo nostro).

Come dire che, se un commerciante mi ha imbrogliato, io affermando che i commercianti sono imbroglioni dico la pura e semplice verità.

Non entriamo nel merito della bontà di tale principio. Basterà ricordare questo: Luca ci informa che un ladrone ingiuria mentre l’altro si raccomanda, e Ricciotti ritiene che così siano andate le cose; ma, dice, Matteo e Marco han pure detto la verità, in quanto uno dei due (e, quindi, uno “della categoria”) effettivamente ingiuriava. Se non che, diciamo noi, Matteo e Marco avrebbero detto la verità anche se avessero scritto che entrambi i ladroni si raccomandavano a Gesù, perché in effetti uno dei due si raccomandava.

Sicché giungiamo a questa salomonica conclusione: qualunque cosa gli evangelisti avessero scritto (ossia che entrambi i crocifissi ingiuriavano, che entrambi si raccomandavano oppure che uno ingiuriava e l’altro si raccomandava), avrebbero detto nient’altro che la pura verità.

Questi sono i prodigi della scienza esegetica portata al più alto livello di specializzazione, e quindi di virtuosismo.

L’umile buon senso del lettore sprovveduto, che non sa nulla di semitismi, suggerisce immediatamente che l’impiego del “plurale di categoria” da parte di un autore è truffaldino quando la categoria è composta di due soli elementi che si comportano l’uno in modo opposto all’altro.

Per inciso, faremo notare poi che il principio qui esposto è esattamente speculare a quello, di cui sopra si è detto, invocato da Barnes per sostenere che quando un evangelista attribuisce una certa azione a una persona non esclude con questo che le persone interessate siano due o più: potremmo parlare di una sorta di “singolare di categoria”.

È evidente che i due criteri combinati forniscono all’apologetica uno strumento formidabile per risolvere almeno alcuni dei suoi tanti problemi.

Tornando al “plurale di categoria” applicato alla Maddalena, dobbiamo tirare questa conclusione: oltre a non fornirci uno straccio di spiegazione circa l’asserito “inizio del nuovo episodio”, Ricciotti non ritiene neppure di dover spiegare perché mai Matteo, dopo aver usato fino a quel punto il plurale “normale”, passi improvvisamente al “plurale di categoria”, senza preoccuparsi di darci la minima indicazione.

Così, nelle cinque righe di una nota a piè di pagina, l’insigne biblista liquida la spinosissima questione della coincidenza delle due apparizioni alla Maddalena, quali ce le presentano Matteo e Giovanni.

La disinvoltura di un simile modo di procedere non impedisce però all’autore di usare, all’occasione, toni arroganti e irridenti per bollare quelle che a lui paiono superficialità o semplificazioni della critica razionalistica. (La vergognosa operazione di Ricciotti equivale a quello che in teologia è il ricorso al “mistero”. L’esegeta, non avendo a disposizione il mistero, panacea universale di cui beneficia il teologo, deve ricorrere di volta in volta, improvvisando, a simili meschinità.)

Vale comunque la pena di anticipare qui che anche Le Camus, come vedremo meglio tra poco, liquida l’imbarazzante passo di Mt 28, 8-10 in quattro o cinque righe (e abbiamo già visto il trattamento da lui riservato al terremoto).

Ciò mostra chiaramente che quanto si è detto circa la “soppressione” del racconto di Matteo, da noi presentata a titolo di ipotesi esemplificativa, non è in realtà molto lontano dall’effettiva pratica dell’esegesi: gran parte dell’apologetica in effetti “censura” il primo evangelista.

C. Il terzo espediente utilizzato dagli esegeti ortodossi per conciliare la versione di Matteo con quella degli altri evangelisti consiste nel ricostruire gli eventi puntando sul fatto che, pur se formalmente inserita da Matteo in una coppia di donne - e dagli altri sinottici in un piccolo gruppo -, Maddalena per il suo ardente slancio precede la compagna - o le compagne - al sepolcro.

Con ciò la si rende in qualche modo compatibile con la Maddalena di Giovanni, che figura sola; e comunque, staccandola dalle compagne, si pensa o si spera di rendere meno inverosimile la diversità dell’esperienza che essa vive al sepolcro rispetto a loro.

Quasi tutti poi vedono nel suo “non sappiamo dove l’hanno messo” un “ottimo collegamento coi sinottici”: anche per Giovanni, si conclude, Maddalena non era sola.

Abbiamo già detto che questo attribuire alle compagne la propria ignoranza è del tutto arbitrario (oltre che errato), e non fa certo onore alla protagonista; in ogni caso, i problemi restano ancora tutti da risolvere, poiché derivano da quel che poi fa questa Maddalena rimasta sola.

E sappiamo che fa qualcosa di incompatibile con quel che fanno le donne di Marco, per non parlare di quelle di Luca.

Ricapitolando, possiamo affermare che i “trucchi” utilizzati per cercare di armonizzare il testo di Matteo con quello degli altri evangelisti, oltre ad essere in se stessi arbitrari, per ragioni filologiche, non rimuovono le difficoltà: le occultano soltanto, spostandole in zone più nascoste.

5) Le due apparizioni alla Maddalena: quale soluzione?

Dopo tante considerazioni preliminari e tanti accenni ai vari problemi suscitati dal tema del contrasto fra i racconti di Matteo e di Giovanni circa la cristofania a Maria di Magdala, possiamo tentare di ricucire le varie fila del discorso vedendo quali sono le soluzioni verso cui si è orientata l’esegesi devota.

Sotto il profilo logico, le soluzioni proponibili, a parte possibili varianti, non possono essere che due: o si tratta della medesima apparizione descritta con modalità diverse o siamo di fronte a due distinte cristofanie.

a) Le apparizioni sono distinte

Chi sostiene che si tratta di due eventi diversi, considera per lo più l’apparizione descritta da Matteo come successiva a quella del quarto vangelo, per riservare alla Maddalena il primato assicuratole, più ancora che da Marco, da una prestigiosa tradizione (anche figurativa).

Si tratterebbe per di più, in Matteo, di un’apparizione alle altre donne, non presente Maddalena, che avrebbe già avuto la sua celebre epifania in esclusiva.

Sono evidenti gli ostacoli che si oppongono a tale ipotesi:

1) Maddalena nel racconto di Matteo non si stacca mai dalla compagna, l’ “altra Maria”. Non si vede quindi come sia possibile non considerarla inclusa tra “le donne” a cui Gesù appare in Mt 28, 9-10.

Ciò comporta che essa avrebbe avuto due apparizioni del Risorto, una “personale” e una seconda insieme alla compagna. Mentre d’altro canto appare chiaro dal testo che quella di cui parla Matteo è la prima epifania di cui le due donne fruiscono.

2) Anche supponendo che la Maddalena di Matteo, giunta prima e sola al sepolcro (come la Maddalena di Giovanni), abbia abbandonato la compagna (o, secondo alcuni, le compagne, per quanto non citate) per precipitarsi ad avvertire i due apostoli e sia poi tornata con loro alla tomba, è impossibile far quadrare i tempi dell’operazione.

Le supposte compagne infatti, benché giunte poco dopo, avevano avuto solo l’incontro con l’angelo; dopodiché, “essendo andate presto dal sepolcro, corsero …. Ed ecco, Gesù andò loro incontro …”

Nel frattempo, Maddalena aveva invece dovuto scendere in città (e gli apostoli si trovavano presumibilmente nella zona meridionale, mentre il sepolcro è in quella opposta), risalire con loro, attendere che essi facessero la loro ispezione e infine vedere Gesù, “doppiando” letteralmente le compagne, per precederle nell’incontro col Risorto.

Difficile, con questo “timing”, assicurare la pecedenza all’epifania fruita “in esclusiva” dalla Maddalena (sicché, tra l’altro, si smentisce anche Marco).

Qualcuno propone perciò una variante. Le Camus ad esempio scrive: “Frattanto, e pressoché subito, Gesù si manifestava alle altre donne, che prime avevano ricevuto la notizia della risurrezione e che erano tornate in città, mentre Maddalena conduceva, seguendo altra strada, Pietro e Giovanni a visitare la tomba”.

Tra gli altri, anche Barnes afferma senza esitazioni che l’incontro delle donne di Matteo col Risorto avviene in occasione di una loro seconda visita al sepolcro; non occorre dire che non ritiene di doverci spiegare perché (come si dovrebbe invece fare, dato che, a parte il caso della Maddalena, nessun racconto accenna a un ritorno di donne alla tomba).

È chiaro che queste soluzioni tendono a integrare nel discorso le donne di Luca, che effettivamente rientrano in città ad avvertire gli apostoli. Così, basta ora farle tornare al sepolcro giusto in tempo per vedere Gesù dopo che è comparso alla Maddalena, la quale a questo punto può anche venire gratificata di una seconda apparizione, una volta ricongiuntasi alle compagne.

Tutto ciò, naturalmente, a patto di prescindere dal numero delle donne presenti nei vari gruppi citati dai singoli evangelisti e di lasciare nell’ombra le donne di Marco, che col loro mutismo non si prestano a collaborare; e, s’intende, sempre ammesso, ma non concesso, che si possa intravedere, nel racconto di Matteo, un separarsi della Maddalena dalla compagna.

Tra l’altro, anche se ciò fosse possibile, ne derivererebbe, dato che le donne di Matteo sono solo due, che avremmo un gruppo ridotto a un solo elemento, sicché per spiegare i verbi al plurale dovremmo ricorrere al famigerato plurale di categoria.

Nella frase di Le Camus or ora citata abbiamo evidenziato un’espressione (“seguendo altra strada”) che suggerisce tutto un ulteriore filone di minuti problemi, con relative proposte di soluzione: quello dei percorsi seguiti dai vari visitatori del sepolcro, impegnati, si sostiene, a far la spola tra quest’ultimo e la città.

Ad esempio, la Maddalena che scende ad avvertire gli apostoli dovrebbe incrociare le compagne che stanno giungendo, così come queste, tornando in città ad avvisare i discepoli, dovrebbero incrociare Pietro e Giovanni, in compagnia della stessa Maddalena; mentre i due apostoli, nel ritorno, dovrebbero incontrare le donne che stanno arrivando per la loro asserita seconda visita …

Bisogna naturalmente supporre che tutti percorrano strade diverse, altrimenti la problematica dell’armonizzazione si fa ancor più complessa, dovendosi tra l’altro tener conto, sia pure per via di congettura, di quello che i protagonisti di tali incontri si dicono, delle informazioni che si scambiano, e quindi dell’influsso che queste dovrebbero avere sul loro comportamento.

Come si vede, una ridda di questioni e di difficoltà. Volevamo solo segnalare che l’apologetica si è occasionalmente cimentata anche con questi problemi.

Ne dà un saggio ad esempio R. C. H. Lenski, nel ponderoso volume dedicato al commento del quarto vangelo. Tanto per dare un’idea, diremo che egli suppone che Pietro e Giovanni abbiano incontrato le donne che stanno rientrando in città per annunciare di aver visto il Risorto (non considera evidentemente che tra queste donne doveva esserci la stessa Maddalena!); e pensa che proprio per questo i due si siano messi a correre.

Ritiene invece che la Maddalena, tornando al Golgotha dopo i due apostoli, non le abbia incontrate, ma tende a credere che abbia incontrato gli apostoli stessi tornanti in città, visto il suo mutato stato d’animo rispetto alla prima visita al sepolcro; e, in polemica con altri studiosi che hanno moltiplicato le stradine d’accesso, pensa che due diversi sentieri per giungere alla tomba siano sufficienti per spiegare i mancati incontri tra i protagonisti.

Non ci addentriamo ulteriormente in questo labirinto. Ci basta aver accennato all’esistenza di un altro campo d’indagine che ha offerto a tanti apologeti l’occasione di dar prova del loro acume.

Per concludere su questo punto: qualora si vogliano considerare come distinte le due apparizioni alla Maddalena descritte da Matteo e da Giovanni, i problemi e le congetture – tutte inadeguate – avanzate per risolverli costituiscono un groviglio inestricabile, una realtà labirintica nel senso più pieno della parola. E quindi una soluzione inaccettabile.

b) Le due apparizioni non sono che due varianti di una medesima epifania alla sola Maddalena

Qui gli ostacoli insormontabili sono sostanzialmente due:

1) In Giovanni la Maddalena è sola, in Matteo è con l’altra Maria.

Questa prima difficoltà, se non superata, può almeno venire aggirata ricorrendo agli espedienti che già abbiamo visto suggeriti da Ricciotti: il “plurale di categoria” e lo stratagemma di immaginare che con il v. 9 inizi un nuovo episodio, di cui, a dispetto appunto dei verbi al plurale, sarebbe protagonista la sola Maddalena.

Ma insistiamo: se uno scolaretto di scuola media usasse simili procedimenti nello scrivere i suoi componimenti, verrebbe immediatamente dirottato alle scuole differenziali.

E a poco serve paludarsi di scienza filologica per sbandierare il preteso “semitismo”: rimane, integro, l’assurdo di procedimenti comunicativi così singolari e così connotati - geograficamente e temporalmente – messi in uso per annunciare (con lo scopo di convincere, per di più!) a tutti gli uomini di tutti i tempi e paesi un fatto inaudito – e quindi di per sé difficilmente credibile – come l’avvenuta risurrezione del Cristo.

Chi ha diretto le operazioni di redazione dei racconti evangelici avrebbe difficilmente potuto fare scelte più infelici.

2) A parte la presenza della protagonista in entrambe le epifanie, tutte le altre circostanze che caratterizzano i due episodi sono diverse.

Abbiamo appena detto che in un caso la Maddalena è sola e nell’altro no. Dobbiamo aggiungere, tra le differenze:

la circostanza che la donna si trovi accanto al sepolcro o se ne sia già alquanto allontanata;

la sua staticità rispetto allo stare addirittura correndo;

il fatto, fondamentale, di macerarsi nell’angoscia più profonda o di essere pervasa da paura e gioia insieme avendo ricevuto da esseri celesti l’annuncio della Risurrezione ormai avvenuta.

Diversissimi sono infine sia il modo in cui Gesù si rivela sia il messaggio che affida alla discepola.

Leggendo questo breve inventario, già anticipato all’inizio del capitolo, si sarà notato che le differenze, anche quando consistono in circostanze fattuali, implicano sempre, e direttamente, una ricaduta di ordine psicologico.

A cominciare ovviamente dalla solitudine. Nella pericope giovannea, lo straniamento di per sé prodotto dall’irrealistica “cancellazione” di ogni presenza umana che possa interferire con la dinamica dei protagonisti risulta amplificato dal silenzio che sentiamo pervadere il luogo; silenzio non turbato, bensì scandito e sottolineato dalle parole sommesse, quasi sospirate, della donna e degli angeli.

Accanto alla solitudine e al silenzio, colpisce l’immobilità che caratterizza la scena, l’atmosfera assorta che fa tutt’uno con lo stato d’animo della protagonista, digradante dall’angoscia allo stupore, prima del prorompere incontenibile della gioia.

La poesia che aleggia nell’episodio di Giovanni è totalmente assente nel passo del primo vangelo.

In ogni caso, le differenze tra i due testi sono nettissime. Siamo in due mondi completamente diversi. Se si vogliono attribuire a uno dei due racconti i crismi della realtà vissuta, allora si deve concludere che l’altro è radicalmente falso.

Risulta pertanto evidente che anche la soluzione di considerare le due apparizioni alla Maddalena descritte da Matteo e da Giovanni come varianti di una medesima cristofania alla sola Maddalena non può considerarsi accettabile.

N. B. Una disamina dell’episodio del “Noli me tangere” nella prospettiva della “stranezza” si può leggere nel capitolo “Il nonsense di Gv 20”.

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