controapologetica le bugie della fede

Le due Ascensioni

Il problema di conciliare l’Ascensione descritta da Luca al termine del suo Vangelo con quella che lo stesso autore ci presenta all’inizio degli “Atti degli Apostoli” è sempre stato avvertito con disagio dall’apologetica.

La vistosa divergenza tra le due versioni sta principalmente nella data della salita al cielo del Risorto: il giorno stesso di Pasqua nel Vangelo, quaranta giorni dopo negli “Atti”. È chiaro però che tale divergenza ha ricadute importanti su molte altre questioni.

In primo luogo, ovviamente, sulla possibilità materiale di apparizioni avvenute dopo la Pasqua (e in particolare in Galilea), ma più in generale sul clima stesso che avrebbe caratterizzato le ultime manifestazioni di Gesù sulla terra e i suoi rapporti coi discepoli: commiato stringato e solenne in un caso; frequentazione, familiarità, ammaestramento graduale in vista della missione nell’altro.

Le vie seguite dagli apologeti per dirimere il conflitto hanno sempre puntato sulla subordinazione del dato evangelico a quello degli “Atti”.

Non tanto perché il secondo sia più “aggiornato”, essendo uscito successivamente dalla penna di Luca, quanto perché le quasi sei settimane di tempo “guadagnato” risultano oltremodo utili all’esegesi, che può tentare di collocarvi le apparizioni postpasquali descritte da Matteo e Giovanni (nonché, forse, Marco), e alla catechesi, che può vedere in questo periodo una mirabile fondazione della Chiesa e approfondire veri o presunti insegnamenti dati da Gesù in tale occasione.

Ma un vantaggio ancor più diretto e immediato la versione fornita dagli “Atti” lo offre all’apologetica stessa, in quanto, precisando che egli “si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove”, contribuisce a fugare ogni ipotesi “allucinatoria” o docetistica.

Del resto, “quaranta” è una cifra di alto valore simbolico, e il dato venne presto accolto dalla liturgia, istituendo una sorta di pendant postpasquale della quaresima prepasquale.

Posto dunque che il definitivo commiato di Gesù dagli apostoli descritto alla fine del terzo vangelo va “ricondotto” a quello di At 1, 9-11, il problema è dimostrare che dal passo finale del vangelo non si può ricavare inoppugnabilmente che tale commiato sia avvenuto la sera della domenica di Pasqua.

L’esegesi devota impiega formule del tipo “dalla descrizione sembrerebbe che Gesù sia asceso al cielo il giorno stesso”, “parrebbe di capire che …”, “si potrebbe pensare che …”.

Pietosi eufemismi per dire che, per imprescindibili esigenze apologetiche, si deve ritenere che Luca volesse dire una cosa diversa da quella che chiarissimamente ha detto. E per la maggioranza dei devoti questo basta senz’altro.

Sotto un profilo più tecnico, il trucco per dare una parvenza di legittimità alla pretesa esegetica consiste nell’immaginare uno stacco temporale fra il momento della conversazione di Gesù coi discepoli e quello della sua salita al cielo, ossia fra il v. 49 e il v. 50.

Si invoca una particolarità dell’usus scribendi di Luca, ossia il vezzo (non estraneo, peraltro, neppure agli altri evangelisti) di non indicare l’intervallo di tempo intercorrente fra le singole azioni che attribuisce ai suoi personaggi.

Pertanto, quando egli, dopo aver riferito l’ordine di Gesù agli apostoli di non allonatanarsi da Gerusalemme fino alla discesa dello Spirito, scrive “Poi li condusse fuori verso Betania …”, nulla, si sostiene, ci autorizza a quantificare questo lasso di tempo, sicché non possiamo escludere che si trattasse dei quaranta gorni di cui parlano gli “Atti”.

Così - ci permettiamo di esemplificare -, chi scrivesse che Aurelio Roncalli si confessò, fece la prima comunione e poi fu eletto Papa, non direbbe nulla di scorretto, in quanto effettivamente l’elezione a pontefice avvenne dopo la prima comunione: non importa quanto tempo dopo, dato che l’enunciato non lo precisa*.

*{Va detto che nel testo greco figura un dé che non è un avverbio di tempo, bensì una particella usatissima che, quando non ha valore debolmente avversativo, indica una semplice consecuzione, con una funzione semplicemente “esplicativa, conclusiva, rinforzativa”, come dice il Rocci; tanto che spesso conviene non tradurla neppure.

Ma questo non cambia le cose, anzi. Se leggiamo ad esempio una frase come “Si alzò, accese una sigaretta e uscì dalla stanza”, nessuno penserà che l’uscita dalla stanza sia avvenuta qualche giorno dopo l’accensione della sigaretta. Il fatto è che simili sequenze narrative hanno un ritmo implicito, per cui, salvo indicazione contraria, lo stacco temporale tra le varie azioni viene percepito come pressoché costante.

Fa sorridere pertanto chi, come Giovanni Cavalcoli, parla di “un ‘poi’ indeterminato, tale da lasciare spazio anche ai quaranta giorni, come per esempio noi dicessimo: nella vita di Gesù c’è stata la Risurrezione e poi l’Ascensione: non ci pronunciamo sull’intervallo di tempo tra la prima e la seconda, per cui non possiamo escludere un periodo di quaranta giorni” (“La gloria di Cristo”, p. 131).

No. L’esempio non è pertinente, poiché una frase che abbraccia, in una presentazione di tipo sintetico, tutta la vita di Gesù non ha nulla a che vedere con la sequenza narrativa di Luca 24, 36-53.}

Per chi trovasse un po’ forzata la soluzione dello stacco temporale fra i vv. 49 e 50, l’esegesi devota offre un’alternativa: immaginare lo stacco in un punto precedente della pericope, ossia tra il v. 43 e il v. 44.

Il primo conclude la dimostrazione offerta da Gesù circa la propria identità e la propria consistenza corporea, col famoso episodio dell’ingestione del pesce arrostito: “egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Il secondo inizia con un “Poi disse: …”, e introduce l’accenno alle profezie avveratesi con la Passione e la Risurrezione, l’annuncio del compito missionario e l’ordine di non lasciare Gerusalemme fino alla venuta dello Spirito.

Sempre puntando sulla valenza ambigua di quel “poi”, è possibile ipotizzare che dal v. 44 inizi il resoconto di un’altra apparizione, posteriore di quaranta giorni rispetto alla precedente.

Che questa alternativa sia meno avventurosa di quella che vorrebbe sostituire, è difficile sostenerlo.

Ci piace comunque ricordare che tra coloro che la respingono decisamente vi è Carlo Maria Martini, grande specialista del Nuovo Testamento.

La manifesta precarietà di queste strategie apologetiche ha indotto a tentare qualche altra strada. Noi considereremo ancora quella, di radici assai antiche, riproposta da Pierre Benoit e fatta propria da Vittorio Messori.

Secondo Benoit, l’ascensione che conclude il terzo Vangelo va effettivamente assegnata al giorno stesso della Pasqua, ma si distingue da quella degli “Atti” per natura e significato:

“Occorre distinguere due aspetti e due modi del mistero dell’Ascensione. Il primo è un’esaltazione celeste, invisibile, però reale, che si realizza quando il Cristo risuscitato ritornò al Padre, subito dopo la Risurrezione. Il secondo è una manifestazione visibile, che egli si degnò di dare, della sua esaltazione”.

Non vogliamo entrare nella logica di tale sottile distinzione. Una cosa però non possiamo tacere.

Benoit scrive che Gesù, dopo i quaranta giorni, “sul monte degli Ulivi lascia il suo gruppo, manifestando visibilmente la sua partenza”. Ora, tale affermazione è di fatto falsa, in quanto indirettamente definisce “non visibile” l’ascensione che conclude il terzo Vangelo, la quale risulta invece visibilissima: “Mentre li benediceva, si staccò da loro [!] e fu portato verso il cielo”.

Se non è visibilità questa, non sappiamo proprio che cosa si debba intendere con questo termine.

Comunque sia, non possiamo pensare a una “distrazione”, poiché si tratta proprio del nocciolo della tesi di Benoit. La quale in tal modo cade miseramente.

È inevitabile a questo punto tornare a porsi qualche domanda circa il problema della regìa divina: dove era lo Spirito Santo, ispiratore e coordinatore degli scrittori sacri?

E soprattutto: anche ammesso che ciascuna scelta dei singoli evangelisti possa essere spiegata, non si è accorta la suddetta regìa che in tal modo si fanno fare figure da mentecatti ai protagonisti, in primis alla Maddalena e a Gesù?

E non ha pensato allo “scandalo” dei CUB?

Non avrebbe potuto far aggiungere un paio di parole per spiegare la clamorosa divergenza tra le due date dell’Ascensione?

E d’altra parte, sul piano puramente umano, come mai Luca, con la sua millantata acribia, non ha sentito il bisogno intellettuale e morale di chiarire la clamorosa discrepanza?

Faceva forse assegnamento sul fatto che poi sarebbe venuto Benoit a chiarire le cose distinguendo tra l’Ascensione “glorificatrice”, immediata, e la sua manifestazione visibile, avvenuta quaranta giorni dopo?

Questo dimostra che lo spirito critico dei destinatari degli agiografi era semplicemente nullo, e chi scriveva, sapendolo, poteva permettersi di sparare qualunque cosa senza correre alcun rischio. E ciò squalifica il testimone.

Nel nostro caso, dal momento che è escluso che tutti i gerosolimitani increduli potessero non solo prendere per buona, ma addirittura formulare spontaneamente un’ipotesi “alla Benoit”, è evidente che almeno una delle due versioni di Luca (Vangelo e Atti) sarà dovuta apparire falsa ai contemporanei, e quindi, secondo quanto si sostiene, venire smentita, sbugiardata (cfr., nel cap. “Gli appelli al buon senso” della seconda monografia, il paragrafo “Se avessero mentito sarebbero stati sconfessati”).

Ma in realtà cos’è accaduto? Nulla.

In effetti, Luca dimostra di non essersi dato minimamente pensiero delle reazioni dei “testimoni”: era certo che qualunque cosa avesse scritto non sarebbe successo proprio niente.

E aveva perfettamente ragione.

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