Ma vi furono i 40 giorni, l'Ascensione e la Pentecoste?
Abbiamo visto che è difficile far quadrare le due diverse date dell’Ascensione forniteci da Luca. Ma vi è una questione ancora più grave - e, soprattutto, pregiudiziale – che va affrontata, anche se l’esegesi ufficiale la ignora costantemente: siamo certi che un’Ascensione vi fu?
Anzi, il legittimo dubbio che sorge circa l’Ascensione si estende ad altri due eventi famosi: in primo luogo, ovviamente, al periodo di quaranta giorni in cui Gesù avrebbe frequentato i discepoli una volta risorto, e poi addirittura alla Pentecoste raccontataci negli “Atti degli apostoli”.
Esaminiamo i tre diversi problemi seguendo l’ordine cronologico degli eventi in questione.
Vi furono realmente i 40 giorni tra la Risurrezione e l’Ascensione?
Possiamo iniziare anticipando la conclusione a cui ci condurrà il confronto dei testi: il periodo di quaranta giorni di assidua frequentazione dei discepoli da parte del Risorto, quale ci viene presentata da Luca negli “Atti degli apostoli”, è radicalmente inconciliabile con tutti e quattro i racconti evangelici.
Già nell’incipit degli “Atti”, a dire il vero, l’asserita familiarità e quotidianità di rapporti tra Maestro e discepoli sembra discordare col fatto che Gesù ci viene presentato in ascesa verso il cielo proprio nell’unica occasione in cui lo vediamo dialogante con loro; ed è per di più strano che una domanda così decisiva - e rivelatrice della loro perdurante profonda incomprensione - quale è quella che Luca riporta (“Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?”) gli Undici aspettino a rivolgergliela proprio il quarantesimo giorno.
Ma nei quattro evangeli possiamo reperire elementi ancor più significativi che contraddicono in modo eloquente la lunga permanenza postpasquale di Gesù con gli apostoli.
Ricordiamo innanzitutto quanto abbiamo più volte detto circa la raccomandazione del Risorto contenuta nella conclusione del terzo vangelo: se i discepoli, la sera stessa di Pasqua, sono avvertiti di non muoversi dalla città sino alla venuta dello Spirito Santo, è inevitabile dedurne che Gesù non prevede di vederli in altre occasioni, e tanto meno, quindi, di frequentarli abitualmente.
Se qualche dubbio in proposito dovesse rimanere, il solenne commiato che egli prende da loro al termine dell’incontro (comunque si voglia valutarlo, in termini cioè di Ascensione “teologica”oppure “visibile”), non può che ribadire questa interpretazione (si tornerà più avanti sul valore “logistico”, ossia di “programmazione”, di certi messaggi lanciati da Gesù o dagli angeli: v. “La logica dei messaggi”, nella seconda monografia).
Possiamo quindi affermare che persino nel vangelo scritto dall’ autore degli “Atti” mancano totalmente i presupposti perché si possa pensare a contatti frequenti, durati quasi sei settimane, tra il Risorto e i discepoli.
Se passiamo ora a considerare la conclusione giustapposta al vangelo di Marco, vediamo che l’apparizione al gruppo degli Undici (presumibilmente il giorno stesso di Pasqua), oltre che essere la prima - in quanto Gesù rimprovera gli apostoli per non aver creduto a chi l’ha visto risorto -, è manifestamente anche l’ultima.
Anche se si volesse insistere sul carattere puramente “teologico” dell’ascesa al cielo, sì da non escludere in assoluto un “ritorno” momentaneo del Risorto, non possono lasciare dubbi le parole con cui il Cristo affida agli apostoli la missione di evangelizzare il mondo: è chiaro che queste sono le sue ultime parole, di cui essi dovranno ormai fare tesoro per tutto il tempo che li vedrà dediti all’opera di diffusione del nuovo messaggio.
E la conferma si ha nell’ultimo versetto, in cui vediamo gli apostoli già attivamente impegnati nella predicazione, e non certo in attesa di nuovi incontri o contatti col Gesù terreno.
Nessuno spazio dunque, nessuna prospettiva, neanche nel vangelo di Marco, per cinque o sei settimane di frequentazione dei discepoli da parte del Maestro risorto.
Per quanto riguarda il primo vangelo, è ancora più facile giungere ad analoghe conclusioni, in quanto ancora più evidente è qui il fatto che l’apparizione sul monte in Galilea è al tempo stesso e la prima (con alcuni degli Undici tuttora attanagliati dal dubbio circa la realtà della Risurrezione) e l’ultima: il congedo altisonante e definitivo (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”) non lascia margini per ulteriori contatti e colloqui.
Passando a considerare il quarto vangelo, va detto innanzitutto che ogni contatto tra Gesù e i discepoli è implicitamente escluso nella prima settimana, ossia tra l’apparizione della sera di Pasqua e quella successiva, avente per protagonista Tommaso.
Circa l’apparizione sul lago di Tiberiade, poi, va osservato in primo luogo che ne è protagonista solo un gruppo ristretto di apostoli.
In secondo luogo, Giovanni ci informa che “questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti”, con evidente riferimento dunque alle due epifanie precedentemente descritte nel suo vangelo; sicché è facile dedurne che anche dopo la seconda apparizione non vi era più stato alcun contatto.
Non basta. Questa terza apparizione appare piuttosto lontana cronologicamente dalla seconda: i discepoli son tornati in Galilea, e per di più han ripreso la loro attività abituale, non dando affatto segno di pensare alla predicazione.
Tutto lascia intendere che siano lontanissimi dall’attendersi di rivedere ancora Gesù a Gerusalemme; e dal momento che in Giovanni, al contrario che in Matteo e in Marco, egli non ha dato loro appuntamento in Galilea, si deve ritenere che siano ritornati di loro iniziativa, considerando ormai esaurito il periodo delle cristofanie gerosolimitane.
D’altra parte, dal testo risulta chiaramente che non si aspettavano di vederlo apparire neppure qui; il che conferma che Gesù non aveva promesso alcuna “frequentazione”.
La sorpresa e, direi, la “distanza psicologica” appaiono notevoli: “Nessuno dei discepoli osava domandargli: ‘Chi sei?’, poiché sapevano che era il Signore”.
È evidente, insomma, che dalla data dell’ultimo incontro, otto giorni dopo Pasqua, è passato un certo tempo, almeno qualche settimana; sicché dovremmo in ogni caso essere ormai vicini al termine dei “quaranta giorni”.
Ed è pure evidente che per l’evangelista questa è l’ultima apparizione, contenente i discorsi di commiato.
Anche nel quarto vangelo, dunque, nulla permette di supporre – e anzi, tutto induce ad escludere – una frequentazione assidua dei discepoli da parte di Gesù tra la Risurrezione e la definitiva ascesa al cielo.
Concludendo: l’informazione dataci da Luca negli “Atti” circa un periodo di quaranta giorni di frequenti familiari contatti tra il Risorto e gli apostoli è di fatto smentita da tutti e quattro i vangeli (non solo da quello di Luca, quindi).
È chiaro che gli “Atti”, in quanto storia della Chiesa nascente, vogliono presentarci Gesù che in certo modo “istruisce” la Chiesa stessa.
Ma tutto fa pensare che l’idea di un periodo appositamente riservato a quest’azione propedeutica non sia che un’invenzione posteriore della prima comunità (invenzione che per di più non trova il minimo riscontro in alcun altro scritto del NT, neppure in quelli più tardi, ossia le lettere cattoliche e l’Apocalisse).
Ma vi fu un’Ascensione?
Fin qui abbiamo considerato il problema classico della discordanza tra le date dell’Ascensione fornite da Luca nelle sue due opere, ossia il terzo vangelo e gli “Atti degli apostoli”. Ma la questione, come si è detto, può venir posta in termini più radicali.
Ci si può chiedere infatti se l’ipotesi stessa di un’Ascensione risulti confermata o smentita dall’insieme dei testi di cui disponiamo.
Degli altri racconti pasquali, solo quello della “finale lunga” di Marco, abbiamo visto, parla di di un’ascesa al cielo da parte del Cristo (che “si asside alla destra del Padre”). Ma l’assidersi alla destra del Padre indica chiaramente che si tratta di un evento di natura teologica più che fisica (e quindi visibile).
Non vi è menzione di Ascensione in Matteo, dove pure il commiato è oltremodo solenne, e farebbe quasi presagire un coronamento prodigioso, al quale la sede stessa dell’incontro - la sommità di un monte - si presterebbe mirabilmente.
E nulla induce a pensare a qualcosa del genere neppure nelle tre epifanie giovannee, e in particolare nell’ultima, che dovrebbe precedere di pochissimo l’eventuale Ascensione.
Rimane il messaggio dato alla Maddalena nel quarto vangelo (“salgo al Padre mio e Padre vostro”), ma sappiamo quanto sia difficile attribuire lo status di “ascensione” a tale congedo seguito, a distanza di poche ore, dall’apparizione agli apostoli riuniti.
La conclusione è facile: anche sul fatto stesso dell’Ascensione, intesa come visibile salita al Cielo di Gesù col proprio corpo, Luca viene smentito da tutti gli altri evangelisti.
A questo proposito, vale la pena di soffermarsi un istante sulla singolarità della descrizione della supposta Ascensione che figura nella “finale lunga” di Marco.
Gli ultimi due versetti del vangelo dicono: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro [‘mentre stavano a mensa’, era stato precisato prima], fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi, usciti, predicarono dappertutto […]”.
In primo luogo, notiamo qui l’ingenua giustapposizione di eventi momentanei da un lato e stati durativi o azioni ripetute abituali dall’altro (“parlato loro, fu assunto” vs “siede”; “usciti” vs “predicarono”), nonché di asserzioni fattuali ed enunciati di chiara natura metaforica.
Ma, soprattutto, in quell’ “usciti” (s’intende dopo che Gesù si era sottratto al loro sguardo), abbiamo la spia che l’addio del Risorto avvenne da un luogo chiuso; sicché, se “ascensione” vi fu, fu solo verso il soffitto della stanza.
E anche volendo dare al verbo greco, come fa la CEI, il valore di 'partire' anziché quello di 'uscire', resta il fatto che i discepoli si trovano riuniti a mensa, presumibilmente quindi nel cenacolo.
Il che contraddice frontalmente sia l’addio ambientato da Matteo sul monte di Galilea sia la descrizione dell’Ascensione data da Luca tanto nel vangelo quanto negli “Atti”.
In ogni caso, abbiamo qui un ulteriore elemento di discordanza tra la finale di Marco e le fonti (Luca in primis, e poi Giovanni) da cui si pretende invece che l’ignoto redattore abbia attinto pedissequamente.
Ma vi fu la Pentecoste?
Prima di chiudere il discorso sulla scarsità e contraddittorietà dei riscontri neoestamentari circa le circostanze e il fatto stesso dell’Ascensione, non sarà inutile considerare come si presenta la situazione per quanto riguarda la Pentecoste.
Si tratta di un evento che si pone al di fuori della tematica della Pasqua, e quindi della vita stessa di Gesù; ma molte sono le analogie tra questa tematica e quelle sin qui esaminate.
Anche per la Pentecoste infatti abbiamo una straordinaria scarsità di testimonianze, e, quel che più conta, indizi che suscitano non poche perplessità.
Come è noto, infatti, la discesa delle lingue di fuoco descritta con tanta drammatica vivacità negli “Atti degli apostoli” viene vista come una tappa fondamentale nel cammino che ha portato la prima comunità a prendere piena coscienza e della missione rievuta e della propria capacità di adempierla.
Il giorno di Pentecoste, si può dire, con le prime migliaia di convertiti nasce la Chiesa.
Consideriamo ora tale circostanza alla luce di quello che noi definiamo “l’argomento principe dell’apologetica pasquale” (vi dedichiamo il capitolo omonimo nella seconda monografia): lo stato di depressione e frustrazione in cui dovevano trovarsi gli apostoli durante il processo e la condanna di Gesù si sarebbe poi trasformato in esaltazione gioiosa con le apparizioni del Risorto, sì da venire a costituire una prova indiretta della storicità di tali apparizioni.
Vediamo allora che l’evento di Pentecoste viene ad assumere una valenza analoga e complementare, ossia quella di una sorta di big bang che innesca un processo prodigioso di operosità missionaria sostenuta da una fede divenuta granitica.
Un vero salto di qualità, insomma, capace di trasformare in indefessi operai della vigna del Signore uomini che la Pasqua aveva semplicemente reso certi della sua vittoria sulla morte.
Ora, se tutto questo è corretto, se la catechesi non esagera nell’esaltazione dell’evento pentecostale, di tale evento si dovrebbe trovare traccia nei testi evangelici, in particolare in quelli della Risurrezione.
Invece, il preannunzio, da parte del Risorto, di una discesa dello Spirito figura una sola volta, e per di più proprio nel vangelo di Luca, ossia di quello stesso che poi negli “Atti” riprenderà il tema nel modo che conosciamo.
Tutti gli altri evangelisti ignorano completamente l’argomento.
Occorre fare un’importante precisazione. Nei “discorsi d’addio” del quarto vangelo Gesù predice a più riprese la venuta dello Spirito Santo, che egli chiama anche “Paraclito”.
Afferma che lo Spirito potrà venire solo quando lui se ne sarà andato (16, 7); dice che sarà egli stesso a mandarlo (15, 26 ; 16, 7), ovvero che verrà mandato dal Padre per effetto delle sue preghiere (14, 16) e nel nome suo (14, 26); lo definisce “Spirito della verità” (15, 26; 16, 13).
E precisa: “vi insegnerà tutte le cose e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (14, 26); “vi guiderà a tutta la verità; […] vi annunzierà le cose che vengono” (16, 13).
Ora, tutto questo sembra corrispondere a quanto noi sappiamo dello Spirito Santo conferito a Pentecoste.
Se non che, poi, ecco che Gesù, in occasione della sua epifania ai discepoli riuniti la sera di Pasqua, si comporta in modo alquanto diverso, dicendo: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopodiché, prosegue il testo, “alitò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi non li rimetterete resteranno non rimessi’” (20, 21-23).
Vediamo dunque in primo luogo che Gesù non “manda” lo Spirito, né prega il Padre di mandarlo, ma lo comunica egli stesso; e soprattutto che il modo in cui lo comunica è il più classico, quello della “spirazione”, appunto, e non ha nulla a che vedere con le lingue di fuoco scendenti dal cielo a Pentecoste.
A questo punto per l’esegesi le possibilità sono due: o sostenere la sostanziale identità delle due “investiture” dall’alto, pur nella clamorosa discordanza dei tempi e delle modalità con cui esse si compiono; oppure affermare che si tratta di due eventi distinti e complementari.
Gli esegeti preferiscono in genere seguire questa seconda via, distinguendo tra una “pentecoste giovannea” e una “pentecoste lucana”; la prima, dice ad esempio Benoit, conferisce lo Spirito “che perdona i peccati”, la seconda lo Spirito “che presiede alla predicazione universale”.
Senza entrare nel merito di tale distinzione, diciamo che per il nostro discorso cambia poco o nulla. In entrambi i casi infatti rimane assodato che nel quarto vangelo non compare – né viene preannunziato - niente di quanto troviamo descritto negli “Atti”, con modalità spettacolari e inconfondibili, da vero e proprio show di son et lumière.
Se poi affermiamo, con Benoit, che un’investitura tanto eccezionale era necessaria per avviare l’opera di evangelizzazione, per fare cioè della prima comunità una chiesa, è ancora più sorprendente che nulla, nel vangelo di Giovanni, faccia minimamente presagire tale necessità.
Chi legge il quarto vangelo ha la nettissima impressione che, nelle sue tre apparizioni agli apostoli, Gesù abbia modo di dare tutte le istruzioni e tutti i carismi necessari alla loro missione, senza che rimanga qualcosa di sospeso, ancora in attesa di compimento.
E se consideriamo i vangeli di Matteo e di Marco, riceviamo la medesima impressione, semmai in modo ancora più netto.
Nel primo caso, nell’apparizione sul monte Gesù passa direttamente a fornire istruzioni operative circa l’evangelizzazione, e per quanto riguarda l’assistenza celeste si limita a promettere la sua, personale, senza limiti di tempo (“io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”).
Nel secondo caso, vediamo addirittura gli apostoli già in azione, impegnati a diffondere la parola di Dio; e a diffonderla con successo, proprio per la “cooperazione” del Signore medesimo (non dello Spirito Santo, quindi), che “confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.
Per concludere: della Pentecoste degli “Atti”, spettacolare nella sua manifestazione e, secondo la catechesi, “fondante” la Chiesa, nonché decisiva per il dispiegarsi dell’opera di evangelizzazione, nei vangeli non vi è la minima traccia, salvo che nel Vangelo di Luca, in cui Gesù la preannunzia (per ironia del destino, proprio in un versetto - Lc 24, 49 - che, come abbiamo visto, l’apologetica cerca il più possibile di ignorare, per i problemi che le crea).
Il fatto che il solo a parlare di un evento presentato come decisivo sia proprio chi aveva intenzione di tornare sul tema nella sua seconda opera, mentre gli altri evangelisti, oltre a non farne menzione, ci offrono un quadro in cui è praticamente impossibile inserirlo, legittima i peggiori sospetti circa l’autenticità delle tradizioni a cui gli evangelisti stessi (e Luca in particolare) avrebbero attinto.
E ci dà praticamente la certezza che la Pentecoste descritta negli “Atti” o non vi fu o, posto che sia avvenuta, fu qualcosa di assai più modesto di quanto ci viene presentato da Luca.
È questa un’ulteriore ricaduta fortemente negativa della contraddittorietà dei racconti della Risurrezione. Altra nebbia – fittissima - che viene ad avvolgere la “rivelazione” dell’evento pasquale.
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