controapologetica le bugie della fede

Padre Pio, papa Giovanni
e la grammatica latina

La pubblicazione del libro di Sergio Luzzatto su padre Pio ha suscitato vivacissime reazioni da parte della Chiesa e della stampa cattolica, in particolare per quanto riguarda i giudizi fortemente negativi espressi da Giovanni XXIII, prima e dopo la sua elevazione al soglio pontificio, sulla figura del frate.

Il “Corriere della sera” ha anticipato alcuni passi del libro di Luzzatto. Uno di quelli che più hanno fatto discutere è il seguente, pubblicato il 25 ottobre 2007, che riporta parole di papa Roncalli annotate “su quattro foglietti rimasti inediti fino a oggi”:

«L’accaduto - cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona - fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti».

Il giornale dava rilievo nei titoli al “disastro di anime” e all’ “immenso inganno”, senza però sottolineare la frase latina che noi abbiamo evidenziato con il corsivo. A ragione perciò Marina Corradi ha scritto su “Avvenire” della scorsa domenica 28 ottobre che tutta la prospettiva cambia se si tiene debitamente conto di tale frase, che a suo dire significa “se le cose riferite sono vere”.

Ora, questa traduzione è indubbiamente l’unica che ha senso nel contesto in cui la frase è inserita, sicché la Corradi e tutti quelli che la pensano come lei han fatto bene a farla propria. Anche i giornali inglesi, ad esempio il Times online, traducono “if it is true what they say”. Siamo in pratica di fronte a una riserva di capitale importanza da parte del Papa: il disastro e l’inganno sussistono solo se sono vere “le cose che vengono riferite”.

Senonché, in tanto bailamme, pare che nessuno, ma proprio nessuno (per lo meno nella ragguardevole mole di testi reperibili in internet alla fine di ottobre), si sia accorto che si tratta di una traduzione sbagliata. Per dir meglio: se la supposta traduzione - unanimemente accettata - è corretta (è l’unica, come si è visto, che dà senso al discorso), allora è sbagliata la frase latina che essa traduce.

Quae referentur significa infatti “le cose che verranno riferite”: le cose che vengono riferite sono quae referuntur. Referentur è futuro, il presente indicativo è referuntur.

Referentur sarebbe indicativo se il verbo refĕro appartenesse alla seconda coniugazione latina, come forse inconsciamente pensavano il responsabile dello sbaglio e tutti quelli che l’hanno tacitamente avallato; appartiene invece alla terza (è un verbo anomalo, ma l’anomalia non riguarda la forma che ci interessa).

A questo punto è obbligatorio chiedersi chi ha commesso l’errore. È stato colui che ha trascritto gli appunti di Giovanni XXIII o è stato il papa stesso?

In ogni caso, il fatto che in ambienti tanto vicini al Magistero quale è la redazione di “Avvenire”, il giornale della Conferenza episcopale italiana, nessuno si sia accorto della svista, depone male circa la familiarità con la lingua di Virgilio e di san Tommaso da parte di una Chiesa che pure ha appena deciso di reintrodurre nella liturgia la Messa in latino.

Qualora poi il responsabile primo dello sbaglio fosse proprio il “Papa buono”, i malevoli potranno vedere nell’episodio o la spia di una relativamente scarsa dimestichezza con la lingua di Roma (cosa peraltro assai improbabile) o addirittura una sorta di lapsus freudiano rivelante la decisione ormai matura, a livello profondo, di adoperarsi per l’abbandono del latino nella quotidiana celebrazione eucaristica.

Si vera sunt quae referuntur, s’intende.

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