controapologetica le bugie della fede

Rino Cammilleri tra fede sì e fede no

Lacrimevole caso di quaesivi et non inveni. Protagonista Rino Cammilleri, Amleto della fede.

Nel capitolo “Un CUB insospettabile” de “L’apologetica e i racconti pasquali” ci siamo occupati del suo libro “Il Vangelo secondo me” per mettere in evidenza come l’autore sia da considerarsi a buon diritto un’incarnazione di quel “comune utente biblico” di cui noi abbiamo cercato di presentare e difendere le ragioni.

Qui vogliamo aggiungere qualche considerazione sull’atteggiamento di Cammilleri non di fronte ai testi evangelici quali ci appaiono nella loro quadruplice veste, ma di fronte al loro contenuto di fondo, e quindi di fronte alla fede.

Si tratta insomma dei problemi della coscienza, del cosiddetto “foro interiore”, su cui in via di principio nessun estraneo ha il diritto di pronunciarsi. È questo un settore in cui il concetto di “privacy” ha radici lontane e profondissime.

Ma il fatto che l’autore esibisca con tanta disinvoltura la sua condizione di intellectus quaerens fidem, di “scrittore cattolico” in cerca della fede, e non risparmi l’ironia sulla moda di esibizioni che a noi in verità paiono tanto simili alle sue - benché egli le consideri radicalmente diverse - ci autorizza a violare la sacralità del foro interiore.

“Prega allora per me il Signore, che abbia pietà della mia miopia e non mi lasci a lungo brancolare nelle nebbie. Perché io, come tanti, sono solo, nudo e angosciosamente povero.” Così suona la conclusione del libro: struggente mozione degli affetti, confessione del rovello di un’anima alla disperata ricerca della fede.

Se non che, appena quattro pagine avanti, in una prima conclusione provvisoria, il sedicente arrovellato non aveva saputo rinunciare a una battuta ammiccante, dichiarando di volersi sentir sciogliere una buona volta (possibilmente dal parroco) un dubbio angoscioso: “Perché i giudei si lavavano le mani prima di mangiare (Marco 7, 4) ‘anche tornando dal mercato’? Io, infatti, me le lavo soprattutto quando torno dal mercato” (e si badi che per costruire la sua battuta l’autore ha addirittura forzato la citazione, inserendo un “anche” che nel testo non c’è: kaí ha il normale valore di “e”).

In sostanza: stiamo giocando, ma non pare proprio che in gioco vi sia la fede, o quanto meno la Fede con la effe maiuscola.

E in tutto il libro il tono è divertito perché vuol essere divertente, se non altro per ragioni di cassetta (del resto legittime per un professionista che tiene famiglia).

Potremmo dire che si mette tutto in burla, ma avvertendo sempre che la burla non va presa sul serio, perché terribilmente serio è ciò di cui ci si burla.

Qualcuno però ha capito che si tratta di un gioco pericoloso. Poco dopo l’uscita del volume, infatti, a proposito del libro di Cammilleri si poteva leggere nel web, all’indirizzo

http://www.gerevini.it/catechismo2003/libri_siti_interessanti.htm

(Parrocchia di S. Martino vescovo - Oratorio di S. Giacomo - Catechisti Franco e Chiara - Cenate di sotto, BG):

Avvertenza del catechista: si tratta di un libro rigoroso e ben scritto ma che richiede una fede “adulta” da parte del lettore, poiché suscita molti interrogativi angosciosi e non a tutti dà risposta. Implica quindi anche un successivo studio del Vangelo e dell’insegnamento della Chiesa.

Noi ci permettiamo di suggerire che l’editore insieme al volume provveda a consegnare (senza sovrapprezzo, s’intende) un Vangelo e un Catechismo della Chiesa Cattolica, con l’ordine tassativo di studiarli prima o dopo o durante la lettura del libro. Come per quei farmaci che devono assolutamente venir presi insieme ad un altro per scongiurarne gli effetti collaterali negativi.

Ma Cammilleri in effetti snocciola tante cose giuste, e a tanti suoi giudizi disincantati ci associamo toto corde.

Ad esempio, quando dice che è mistificatorio affermare, come fa Gesù medesimo, che qualunque cosa sarà richiesta al Padre verrà da questi concessa: “a volte funziona, altre no, ed è inutile arrampicarsi sugli specchi per sostenere il contrario, quasi che Dio abbia bisogno di avvocati”.

Di qui la conclusione che “fare i cristiani è difficile, veramente difficile. Checché ne dicano i disinformati” (211).

Tra i disinformati, ci permettiamo di ricordare, un posto d’onore va a Sua Santità il pontefice Paolo VI; il quale, come ama ripetere padre Livio di Radio Maria, ebbe a dire, sì, che “il cristianesimo non è facile”, ma solo per precisare che in compenso “è felice”.

Altro che felice, dice invece Cammilleri: sono mazzate, mazzate e poi ancora mazzate. E nell’altra vita mazzate peggio di queste, se queste non le avremo accettate con le ginocchia della mente inchine.

Si recita dunque il ruolo di chi non riesce a spiegarsi il perché della tribolata condizione dell’uomo; ma non si rinuncia a protestare con vigore per un certo sadismo di Dio, che ci mette al mondo senza interpellarci e non considera minimamente le nostre pene quaggiù: ci strazia, ci dà la croce, ci “massacra” (sic, 180).

Il tono si fa a volte addirittura scanzonato, ma mai dissacrante, perché l’autore è sempre pronto a dichiarare la propria sottomissione ai disegni imperscrutabili dell’Onnipotente (sempreché questi ci sia, s’intende, poiché per l’autore la fede, sappiamo, è ancora di là da venire).

In sostanza, quindi: Tu ci massacri, però, per carità, hai sempre ragione Tu, perché Tu sei tutto e sai tutto.

Si ha la sgradevole impressione di una sorta di trasformismo, per non dire di un banale voler tenere i piedi in due scarpe: uno di quei “percorsi di fede”, o di “ricerca della fede”, che tanto spesso fortunatamente si concludono con il lieto fine della (programmata) conversione in punto di morte (evento che al Nostro auguriamo quanto più lontano possibile).

Cammilleri dice che coltivare il dubbio (anziché la certezza, come si dovrebbe) serve a rendersi interessanti nei salotti; e ha sacrosantamente ragione. Ma lui coltiva qualcosa di originalissimo: la “non fede” dello scrittore cattolico; il che è, al di là di ogni dubbio, qualcosa che rende quanto mai interessanti.

Sostituisce alla dicotomia certezza/dubbio la dicotomia fede/non fede. Per essere più precisi, diremo che Cammilleri coltiva la ricerca della fede; ma sempre facendo attenzione a non trovarla troppo presto, questa fede, altrimenti la ricerca è finita, non la si può più “coltivare”; e allora … non si è più interessanti.

Mirabile equilibrismo. Splendido esempio di et-et. Fecondissimo incrocio di “non è vero ma ci credo” ed “è vero ma non ci credo”.

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