Saturday, 17 November 2018
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                   Lo ‘spontaneo disordine delle testimonianze’

  

 

 

L’euforia pasquale

 

Scrive Françoise Dolto, citata da Messori: “Nei racconti evangelici di risurrezione domina una corrente di gioia che tutti vogliono far partecipare a tutti gli altri. Ciascuno, uomo o donna, si  mette subito per strada per avvertire, per comunicare, per gridare che Gesù non è più morto ma è di nuovo vivo. Si avverte, leggendo, come un correre esultante, istintivo, di qua e di là” (DCR 76).

 

Queste parole sono un piccolo capolavoro per esprimere nel modo più “nobile” quella che è una delle tesi più spesso impiegate dall’apologetica per spiegare le contraddizioni dei racconti pasquali.

Per usare le parole dello stesso Messori: “Solo un erudito da tavolino; solo chi non sappia che cosa possa essere un’esperienza religiosa sconvolgente come questa; solo chi non comprenda quanta gioia possa esplodere dopo tanta disperazione; solo costui potrebbe scambiare la ‘confusione’ delle testimonianze per prova di scarsa credibilità storica”.

 

Nelle parole dell’apologeta la tesi appare meno poetica e già più vicina a tradire il suo carattere mistificatorio. Le contraddizioni, si vuol dire, nascono dall’immediatezza della narrazione, che riproduce il disordine, l’eccitazione di un’esperienza indimenticabile; nascono dall’accavallarsi delle testimonianze di chi non può indugiare a gridare la propria gioia, senza curarsi di verificare l’esattezza dell’annuncio che reca.

Se dovessimo prendere per buona questa associazione di euforia e comportamenti poco “razionali”, sarebbe difficile resistere alla tentazione di estendere il criterio applicandolo, oltre che ai testimoni, ai protagonisti.

 

In effetti, anche gli angeli e Gesù stesso paiono contagiati da questo clima di esaltazione, tanto da correre qua e là, comparendo e scomparendo (nonché parlando) senza molto raziocinio, quasi avessero un po’ perso la testa, e comunque poco o nulla preoccupati di contraddirsi.

Tanto che, absit iniuria verbis, il comportamento del Risorto quale risulta dalla somma dei dati fornitici dai vari evangelisti farebbe addirittura pensare che egli non abbia ancora del tutto smaltito il trauma della crocifissione.

 

Cerchiamo dunque di riportare un po’ di ordine in questo clima di euforia che sembra contagiare anche gli esegeti. Ricordiamo innanzitutto qualche dato assolutamente obbiettivo.

 

1) I vangeli non sono stati scritti il lunedì di Pasqua. Quale che fosse l’eccitazione e lo scompiglio suscitati dalle apparizioni del Risorto, tutti i testimoni hanno avuto il tempo di confrontare le rispettive esperienze e comporle in una sequenza ordinata, sì da farsi un’idea ragionevolmente chiara dello svolgimento dei fatti.

Pretendere di assimilarli a dei ragazzini appena tornati dalla gita scolastica che ancora eccitati raccontano alla mamma ciascuno la propria esperienza, non curandosi della compatibilità dei diversi racconti, è, l’abbiamo già detto, mistificatorio.

 

2) Gli esegeti stessi parlano spesso di “tradizioni” a cui i singoli evangelisti avrebbero attinto: sviluppi o dettagli diversi di una stessa vicenda vengono attribuiti al fatto che l’evangelista “ha seguito un’altra tradizione”, che viene magari ritenuta più arcaica e quindi più attendibile.

Ora, queste tradizioni non sono che complessi di ricordi filtrati, organizzati, “stabilizzati” da un lavoro collettivo: giusto l’opposto della spontaneità della testimonianza individuale còlta a caldo sulle labbra dei protagonisti.

 

3) Quel che sappiamo della Redaktionsgeschichte dei vangeli ci dice che gli autori hanno utilizzato, spesso trascrivendo alla lettera, determinate fonti; tanto che, accanto a contraddizioni clamorose, abbiamo passi che appaiono vere e proprie scopiazzature.

Gli evangelisti hanno dunque accuratamente vagliato e scelto i propri materiali, assemblandoli con un attento lavoro di montaggio.

 

4) Per giustificare le incongruenze dei racconti pasquali si ricorre continuamente alle scelte specifiche dei singoli evangelisti, tra cui in primo luogo nientemeno che la linea teologica, a volte ribadita anche in chiave polemica (v. il cap. Le scelte degli evangelisti); mentre la comunità, dal canto suo, avrebbe addirittura provveduto a tenere aggiornato il registro dei testimoni oculari delle apparizioni (v. L’asserita apparizione ai Cinquecento)! 

 

Orbene, tutto questo presuppone un atteggiamento, di fronte ai fatti che si raccontano, che è proprio diametralmente opposto a quella naïveté, a quella immediatezza che si pretenderebbe di vedere riflessa nei racconti della Risurrezione.

I quali dunque sono tutto fuorché una testimonianza di prima mano, diretta, spontanea e “disinteressata”. Tutto un lavoro di testa, insomma, mirato, che implica massicci “interventi redazionali” e talora porta addirittura a vere e proprie manipolazioni.

 

 

La realtà sul processo di formazione dei vangeli

 

Vale la pena, a questo punto, di precisare in modo formale una circostanza per lo più ignota al comune credente, inconsciamente portato a credere che i vangeli siano opera di testimoni oculari dell’opera di Gesù: apostoli (Matteo e Giovanni) o comunque discepoli.

Al contrario, sotto la spinta dell’affermazione del metodo “storico-critico”, da tempo l’esegesi ufficiale ha fatto propria senza riserve la tesi del succedersi di diverse fasi nel processo di formazione dei testi evangelici.

Tali testi sono in ogni caso da considerare frutto della predicazione della chiesa primitiva, e quindi presentano già una embrionale elaborazione teologica dei dati originari.

 

Ci piace partire da una ammissione dello stesso Messori, che cita G. Bornkamm:

“Il messaggio della Pasqua è antecedente ai racconti della Pasqua. Si annunciò che il crocifisso era risorto, che era il Messia, il Cristo Salvatore. Questo innanzitutto importava. Solo in un secondo tempo si cercò di ricostruire come” (DCR 76; corsivi nel testo).

 

Possiamo aggiungere poi la testimonianza di un biblista come Benoit:

“La critica letteraria e storica deve considerare, nel periodo che ha preceduto le redazioni evangeliche, queste forme primitive di racconti che si sono amalgamate in seguito. Ad uno ad uno, gli avvenimenti sono stati raccontati con brevi narrazioni più o meno divergenti, e i redattori le hanno, a poco a poco, organizzate in un racconto coerente. Non c’è alcuna difficoltà ad ammettere questo procedimento, poiché è la legge normale delle formazioni letterarie” (PRS 109).

 

Non meno autorevole, e ancora più precisa, la seguente affermazione di R. Latourelle:

“Si possono distinguere nella tradizione tre livelli: quello degli evangelisti, quello della comunità primitiva, quello di Gesù. Ognuno di codesti livelli rappresenta un approccio teologico specifico” (“A Gesù attraverso i vangeli”, p. 99).

Le tre fasi vengono qui elencate nell’ordine cronologico inverso: dagli evangelisti, protagonisti del momento conclusivo, a Gesù, punto originario del processo. Ma quel che importa è la riaffermazione del contributo di natura teologica apportato da ciascuna fase.

 

Per concludere questa breve rassegna, ricorderemo che il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando la costituzione “Dei Verbum” del Concilio vaticano II, afferma testualmente che “nella formazione dei Vangeli si possono distinguere tre tappe”, che indica come segue:

1. La vita e l’insegnamento di Gesù. […]  2. La tradizione orale. […]  3. I Vangeli scritti (§ 126).

 

Ci è sembrato importante mettere in chiaro, con l’appoggio di documenti di ineccepibile ortodossia, che alla base dei testi evangelici sta un complesso lavoro di rielaborazione dei dati originari.

Ciò vale a smentire quello che è un tacito presupposto di tante argomentazioni dell’apologetica, ossia l'idea che i testi evangelici riproducano in modo sostanzialmente diretto e immediato la realtà della vita e dell’insegnamento di Gesù.

 

Per tornare al problema da cui siamo partiti, dobbiamo dunque riconoscere di avere, nei racconti pasquali dei quattro vangeli canonici, l’aspetto negativo di entrambi gli atteggiamenti possibili: da un lato il disordine, la confusione, le contraddizioni propri della “spontaneità”, dell’ “immediatezza”; dall’altro, l’artificio del lavoro redazionale, esercitato su tradizioni già fissatesi nel corso di più decenni.

 

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