Saturday, 22 September 2018
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                  Le sortite di uno storico

 

 

 

 

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Nei capitoli precedenti abbiamo esaminato alcuni criteri comunemente impiegati nell’indagine storiografica per valutare l’attendibilità delle testimonianze. Abbiamo inoltre preso atto dell’atteggiamento di ostentata diffidenza dell’apologetica verso le ricostruzioni storiche, specie quando queste siano volte a stabilire la successione degli eventi riguardanti la Risurrezione.

Vale ora la pena di vedere come si muove in questo campo uno studioso che si qualifica appunto come storico e mostra di credere senza riserve alla realtà delle apparizioni pasquali.

 

Nella sua strategia volta a provare la storicità della risurrezione di Cristo mediante enunciazioni di principio non confortate da un esame sistematico dei testi, Messori non poteva rinunciare a produrre la testimonianza di uno specialista degli studi storici.

Lo fa presentandoci un’operetta dedicata al nostro tema nel 1984 da Jacques Perret, studioso francese di storia antica. Le ampie citazioni che Messori ci offre suggeriscono alcune considerazioni di segno decisamente critico.

 

1) Perret mostra di sentirsi autorizzato, in virtù della propria qualifica professionale, a parlare a nome di tutti gli storici (dice ad esempio: “Lo storico considera che ...”).

La cosa è in sé comprensibile, ma quando ci si muove su un terreno che è “di confine” occorrono molta cautela e discrezione. Perret non può non sapere che vi sono storici non meno qualificati di lui che giungono a conclusioni molto diverse dalle sue circa la storicità dei racconti evangelici.

 

2) È senz’altro da respingere il presupposto che per valutare la “storicità” dei racconti evangelici, e di quelli pasquali in particolare, lo studioso più qualificato sia in ogni caso lo storico “di professione”. Vediamone le ragioni.        

 

Il primo, imprescindibile compito dello storico, specie dello studioso di storia antica, consiste nel ricercare e classificare documenti che possano aiutarlo nella ricostruzione delle vicende del passato.

Tali documenti consistono, nella stragrande maggioranza, in reperti che non sono stati prodotti a futura memoria, allo scopo cioè di informare i posteri circa le vicende di un determinato periodo: allo storico possono ad esempio rendere un grande servigio un’anfora o una legge incisa su una stele.

 

Soltanto in un numero di gran lunga inferiore di casi lo storico del mondo antico potrà valersi di opere propriamente storiche, ossia di testi redatti col preciso scopo di lasciare un ricordo di fatti e situazioni.

In tali casi occorrerà naturalmente valutare l’attendibilità dell’autore, che potrebbe essere stato poco accurato nella raccolta della sua documentazione o rivelarsi addirittura tendenzioso: in termini banali, bisognerà far la tara a quel che dice.

 

Ora, nel caso delle notizie riguardanti Gesù, la situazione appare alquanto anomala.

In primo luogo l’attività dello storico può completamente prescindere dal lavoro preliminare di raccolta dei documenti: tutto è racchiuso nei Vangeli, al di fuori di questi non vi è nulla, salvo qualche cenno indiretto in altri passi del NT e qualche rara e dubbia testimonianza posteriore.

In particolare, per quanto riguarda i racconti della Risurrezione tutto si riduce a non più di una mezza dozzina di paginette, che si offrono immediatamente alla valutazione dello studioso.

 

È poi ovvio che si tratta di testi scritti proprio col preciso scopo di tramandare il ricordo di determinati fatti, sicché si pone oggettivamente il problema di soppesare l’attendibilità delle testimonianze.

Per di più, come già abbiamo detto parlando dell’argomento dell’ “incredulità” dei discepoli di fronte al Risorto, si tratta - lo riconosce uno studioso come R. Latourelle - di racconti che hanno “uno scopo apologetico”.

L’intento degli autori è, dichiaratamente, quello di convincere, di persuadere attraverso la presentazione di “segni”, ossia di eventi prodigiosi raccontati “perché crediate”, come dice il quarto vangelo, “che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 31).

In termini obiettivi, si tratta insomma di opere di propaganda nel senso proprio ed etimologico della parola, volte cioè alla diffusione della fede, ad propagandam fidem.

 

La conclusione ci pare chiara: se vi è qualcosa che poco si presta ad essere indagato secondo i principi e la metodologia della ricerca storica propriamente detta, questo son proprio i vangeli.

Certo, la competenza storica può risultare utile in un gran numero di questioni particolari; ma la specificità di questi “documenti storici” è tale da rendere più proficuo il lavoro di chi, come il biblista, a una buona competenza storica ne unisce altre (in primo luogo filologiche e teologiche).

 

È perciò fuori luogo l’ironia che Perret riserva ai biblisti, in nome di una supposta unica e indiscutibile metodologia storica, di cui egli sarebbe depositario qualificato: “esegeti e teologi […] sono vittime di una specializzazione troppo stretta e mancano di pratica. Se uno storico dell’antichità applicasse in qualunque settore i metodi attraverso i quali si crede di aver ridotto a nulla la testimonianza degli evangelisti, diventerebbe sicuramente lo zimbello di tutti i suoi colleghi” (p. 208).

E Messori gli stende davanti un tappeto di raso, accennando alle “opere importanti a livello internazionale” pubblicate da Perret, tra cui “il monumentale studio in tre volumi dedicato a Virgilio e alla sua Eneide”; e non perdendo occasione per menzionarlo come “l’eminente docente francese”, “il celebre specialista della Sorbona”, “già prestigioso titolare della cattedra di Storia romana antica all’Università di Parigi”.

 

Un autentico argumentum ad auctoritatem, insomma. I racconti della Risurrezione devono essere storici per il semplice fatto che così afferma, pur senza offrire alcuna verifica concreta, il prestigioso professor tal dei tali, di cui si esibiscono i titoli accademici.

Ma, checché ne pensi Messori, biblisti come Benoit o R. Brown hanno molti più titoli per parlarci della risurrezione di Gesù di quanti ne abbia uno storico come Jacques Perret.

Il fatto è che questi studiosi hanno deluso il nostro apologeta con le loro perplessità e le loro oneste ammissioni; egli ripiega pertanto sul sostegno di un outsider (uno solo, a quanto sembra) che ha avuto la fortuna di scovare. Il quale outsider, volando molto alto, si arroga il diritto di squalificare il lavoro e le conclusioni degli specialisti della Scrittura.

 

3) Comunque sia, se Perret è convinto della piena storicità dei racconti pasquali dei vangeli, ebbene, diciamo noi, che metta in pratica i suoi principi teorici: ricostruisca la catena logico-cronologica degli eventi.

E solo dopo aver fatto questo passi all’interpretazione degli eventi stessi: in ciò consiste il compito dello storico.

La storia, intesa come historia rerum gestarum, è in primo luogo individuazione delle coordinate spaziali e temporali di quelli che si conviene di chiamare “eventi”. Lo storico che si sottrae a questo compito è un sedicente storico.

Le solenni dichiarazioni di principio sono flatus vocis se non vengono suffragate da concreti e convincenti esempi di applicazione “sul terreno”: qui è Rodi, e qui salta.

 

Eppure Messori non riporta nulla di applicazioni di tal genere, e non è difficile indovinarne il motivo: o è perché Perret stesso non ha tentato alcuna ricostruzione o perché l’autore giudica le sue ricostruzioni impresentabili o addirittura controproducenti.

In ogni caso, la cosa non può meravigliare, dato che lo stesso Messori, come avremo occasione di vedere meglio in seguito, si guarda bene dallo sporcarsi le mani con qualche  tentativo personale di “armonizzazione”.

 

4) È contraddittorio – e mistificatorio - appellarsi alla propria esperienza di storico che ha esaminato e notomizzato una gran quantità di vicende e situazioni quando ci si trova di fronte, per definizione, a un unicum, a un evento cioè mai verificatosi, né prima né dopo, nella storia umana.

In ogni caso, lo scettico ha il diritto di avanzare una richiesta: se la sua lunga esperienza mette Perret in grado di stabilire, in base a confronti e analogie, che i racconti pasquali dei vangeli rispondono ai più rigorosi criteri di storicità, ebbene, applichi ad essi, allegando chiaramente i riferimenti di cui si avvale, la stessa metodologia che applica in tutti gli altri casi di risurrezione di un morto. A questo punto nessuno avrà più nulla da obiettare.

 

Ripetiamo: che criteri ha lo storico per giudicare della storicità di un evento che si presenta come assolutamente unico nella storia del mondo?

Di regola, si spiega l’ignoto col noto. Lo specialista fa la sua diagnosi, con tutte le cautele e le riserve di rito, su un caso nuovo e difficile cercando per quanto gli è possibile di ricondurlo a quelli di cui ha esperienza.

Ma nel nostro caso è come se un medico fosse chiamato a pronunciarsi sulla patologia di un uomo che bevesse dal naso e respirasse con le orecchie.

 

5) Sarà utile ora portare qualche esempio concreto della tecnica argomentativa di Perret.

Parlando degli angeli che compaiono ripetutamente nei racconti, egli scrive che hanno il compito di “fare apparire un significato soprannaturale in un fatto – la tomba vuota – che di per sé è percepibile indipendentemente da ogni fede”.

Questo per la verità pare ovvio. Ma lo storico prosegue dicendo che “gli angeli si trovano mescolati ai racconti, presentati non certo come midrash, come simbologie, ma come fatti indubbiamente storici”. Senonché, ricordando alcuni di tali fatti, vi include ad esempio l’Annunciazione, la cui storicità dovrebbe invero venir provata in limine, per un minimo di scrupolo storico.

Di fatto, la prova risulta superflua perché Perret ci spiega che si tratta di “altrettanti eventi che per gli autori neotestamentari [sic!] sono storici, senza esitazione”.

 

Francamente, non occorreva il luminare della Sorbona per dirci che “per gli autori” sono storici. Lo storico dovrebbe dirci se sono tali per lui, e fornircene qualche prova.

Ossia dirci se sono storici loro, quegli angeli che hanno il compito di conferire “significato soprannaturale” agli eventi presentati come storici.

Dovrebbe dirci, insomma, se gli angeli c’erano o non c’erano, là dove gli evangelisti li fanno apparire.

 

Del tutto inutile poi affannarsi a precisare che il fatto che la risurrezione di Gesù non sia stata vista da nessuno non ne compromette la storicità, se il Signore fu poi visto risorto.

Anche questo è ovvio; il problema è appunto provare la storicità delle apparizioni, che ci vengono descritte con particolari tanto contraddittori.

 

Superfluo pure ribattere l’accusa che i testi evangelici non sarebbero credibili perché scritti da credenti: è ovvio che in via di principio sono credibili, ma questo non toglie che la loro attendibilità debba venire confortata da elementi concreti.

In ogni caso, il fatto di essere stati scritti da credenti, come già si è detto, impone una verifica più rigorosa: è una questione di legittima suspicione.

 

Incredibile è poi l’affermazione di Perret secondo cui, mentre un tempo si pensava che i vangeli fossero stati scritti cinquanta o addirittura cento anni dopo il tempo di Gesù, “oggi la frattura, che si voleva dilatare tanto, è stata ristretta a qualche anno e in certi settori a qualche mese o addirittura a giorni” (!).

Chi fosse rimasto perplesso a queste parole non ha che da leggere quel che segue immediatamente: “Non è cent’anni più tardi che i cristiani hanno annunciato in pubblico la risurrezione di Gesù (e a quanto pare con l’essenziale dei dettagli che leggiamo nei nostri testi), ma è meno di due mesi dopo il Venerdì Santo!”

 

Qui Perret, che evidentemente allude all’annuncio fatto da Pietro a Pentecoste, pare abbia semplicemente dimenticato che proprio di tale annuncio, cui egli conferisce lo statuto di prova della storicità dei testi, va invece provata la storicità, in quanto esso fa parte dei testi stessi (e abbiamo visto a suo tempo che anche questo dato è in contraddizione con quanto ci dicono i vangeli di Matteo, Marco e Giovanni); così come, s’intende, ne andrebbe provata la veridicità.

E anche se volessimo puntare sul fatto che a così breve distanza di tempo gli apostoli sarebbero stati smentiti qualora avessero inventato la Risurrezione, ci troveremmo in mano un’arma spuntata, poiché, come abbiamo dimostrato (v. Gli appelli al buon senso), ci manca qualsiasi riscontro obiettivo esterno per escludere che le smentite vi siano state.

Una metodologia storica molto sui generis, dunque. Dobbiamo convenire con Perret che di perle simili i biblisti su cui egli ironizza non ce ne hanno mai offerto.

 

Altra singolare argomentazione del nostro storico: “Si ammetta pure, per ipotesi (senza peraltro ben capire che cosa ciò possa significare) [sic], che gli autori del Nuovo Testamento non erano degli storici ‘nel senso moderno del termine’ e che i primi cristiani non avevano l’esprit historique (sempre nel senso moderno)”.

Dobbiamo essere grati all’autore di tanto generosa ammissione, pur se non possiamo fare a meno di ribadire che nessuno pretende che gli evangelisti facessero gli storici: come abbiamo avuto occasione di dire più volte, bastava – anzi, sarebbe stato infinitamente meglio – che scrivessero una modesta cronaca dei fatti essenziali, senza metterci troppo del loro.

 

Comunque, la cosa importante che Perret vuole dirci è che l’accusa agli evangelisti e ai primi cristiani di avere una mentalità poco storica è ingiusta in quanto fa di quei cristiani nientemeno che “dei sotto-uomini, spogliandoli radicalmente di uno dei caratteri più universali della natura umana: l’attenzione agli avvenimenti e il desiderio di conservarne un ricordo il più preciso possibile”.

Sicché, in base a tale principio si dovrebbero allora prendere per oro colato tutti i racconti mitologici e, perché no, anche qualsiasi pagina di diario, pena il fare dei loro autori dei campioni di una specie subumana!

 

Poco originale è poi la polemica contro chi, pur accettando i racconti della Passione, si mostra scettico verso quelli della Risurrezione, benché gli autori siano gli stessi. Ne abbiamo già parlato: i primi, a differenza dei secondi, non sono stati “terremotati”, per usare l’immagine dello stesso Messori; e non mettono in scena la risurrezione di un morto.

Anche qui uno storico dovrebbe mostrare una sensibilità diversa: il fatto che i racconti dei mafiosi pentiti contengano molte verità non ci autorizza a credere a tutto quel che dicono.

 

Ma una delle sue argomentazioni più gustose Perret la esibisce toccando il tema delle discordanze tra i vari racconti evangelici.

Vale la pena di riportarla per intero: “Le oscillazioni o incertezze di dettaglio che appaiono nei testi neotestamentari per quanto attiene al dopo-morte di Gesù mostrano soltanto la diversità dei fenomeni constatati o la diversità delle tradizioni: il caso è lo stesso di quello del cieco di cui non si sa se Gesù lo ha guarito uscendo (Mc 10, 46) da Gerico o entrandovi (Lc 18, 35). Da una simile divergenza, sarà forse lecito dedurre che questo cieco non è mai esistito o che Gerico è una città mitica?”

 

No, caro professore: il caso dei racconti della Risurrezione non è per niente uguale a quello del cieco di Gerico. Infatti, denunciando ad esempio l’assoluta incompatibilità tra Matteo che ci presenta una sola apparizione agli apostoli in Galilea (facendoci capire, come già abbiamo visto, che fu l’unica) e Luca che in pratica esclude qualsiasi apparizione fuori di Gerusalemme, nessuno ha mai pensato di dedurne che la Galilea non sia mai esistita o che Gerusalemme sia una città mitica.

Il problema è ben diverso, e lei lo sa benissimo: poiché non possono aver detto la verità entrambi gli evangelisti, è fatale che nasca qualche timido sospetto che la verità non l’abbia detta nessuno dei due.

Lo storico dovrebbe appunto portare argomenti persuasivi per escludere tale possibilità, non limitarsi a sfornare battute di pessimo conio.

 

E vediamo infine quel che dice Perret circa la circostanza particolare che caratterizza il nostro caso, in cui si tratta di accettare un fatto fuori dell’ordinario quale è la risurrezione di un morto. Dovremo citare a lungo, perché qui è il cuore dell’argomentazione.

L’autore ammette, bontà sua, che questo “è un evento fuori del comune, certo, del tutto singolare, di quelli che uno storico di rado - se non mai [sic] – è chiamato a ipotizzare”. Aggiunge però: “Fuori del comune, senza dubbio, ma – per chi studia a fondo e sa inquadrare i testi – con una sua verosimiglianza, che sa dare alla ragione le sue soddisfazioni”.

 

Dunque: Perret riconosce, pur con la riserva prudenziale del “se non mai”, quello che noi stessi abbiamo detto sopra: lo storico non si occupa mai di casi del genere. Ciò nonostante, si guarda bene dal riconoscerne l’inevitabile corollario, ossia che la sua pretesa specifica legittimazione ad occuparsi del caso in qualità di storico non ha alcun fondamento.

Anzi, egli si accontenta di qualche “soddisfazione” che l’ipotesi dà alla ragione, per il semplice fatto di non risultare ad essa del tutto inaccettabile.

 

Perciò, prosegue l’autore, non è affatto vero che l’ipotesi della risurrezione di un cadavere sia inammissibile: “anzi”, dice, “esaminarla è ispirarsi a un principio sano, a un metodo concreto che consiste nel dare più fiducia ai dati oggettivi, a quelli che risultano dai testi e dalle situazioni, piuttosto che fidarsi della convinzione secondo la quale gli schemi che si utilizzano abitualmente avrebbero un valore assolutamente universale” (corsivo nostro).

Ecco: di fronte all’ “oggettività” dei dati offertici dai Vangeli (superfluo notare la smaccata petizione di principio: in effetti, tale asserita oggettività toccherebbe appunto allo storico provarla preliminarmente), che significa mai un banale “schema” che si utilizza “abitualmente”, ossia la “convinzione” che i morti non risuscitino?

E viene scomodato persino Shakespeare, per ricordare che “ci sono assai più cose in cielo e in terra di quante non ne sappia la nostra filosofia”; sicché pare quasi che questa convinzione dell’irreversibilità della morte sia una sorta di concetto filosofico, e quindi qualcosa di soggettivo ed opinabile.

 

Noi siamo continuamente tentati, dice Perret, di “restringere il regno del possibile a ciò che la nostra esperienza quotidiana trasforma per noi in una abitudine. Tutto il resto finisce per sembrarci immaginario. Ma è una tentazione di pigrizia, contro la quale uno studioso vero deve continuamente reagire”.

Sembra strano che si debba “continuamente reagire” contro la tentazione di considerare impossibile una risurrezione, dato che allo storico capita ben raramente (“se non mai”, ha detto lui stesso) di imbattersi in un caso del genere.

E qui, lo ripetiamo, il problema è questo, e solo questo: è del tutto inutile sciorinare tesori di dottrina epistemologica, buona per tutti gli usi, quando è in gioco un caso limite, unico.

 

Perret trova facile ridimensionare le “leggi” con cui l’uomo indaga il reale, sottolineando la loro base statistica, per cui esse ci mostrano soltanto “ciò che succede di solito”.

Ma dimentica completamente che sono “leggi” anche i criteri metodologici che stanno alla base della sua attività di storico, e leggi per di più infinitamente meno collaudate e sicure, sotto il profilo statistico, delle leggi naturali, tra cui quella dell’irreversibilità della morte è senza dubbio una delle meglio verificate.

 

Sorprendente poi l’affermazione che “un avvenimento inusitato resta un avvenimento storico”, per cui, “come ogni altro avvenimento, prende posto nel tempo, in un seguito di altri eventi”.

Perret lo dice per rivendicare la competenza dello storico ad occuparsene. Ma la sua affermazione non solo sfonda una porta aperta, ma ribadisce proprio quello che noi non ci stanchiamo di ripetere: le apparizioni pasquali, in quanto manifestazioni sensibili dell’avvenuta risurrezione, sono eventi che devono potersi inserire in una sequenza temporale, a dispetto della loro pretesa “ineffabilità”.

Proprio per questo diciamo che Perret avrebbe dovuto ricostruire tale sequenza; ma, come sappiamo, si è ben guardato dal farlo.

 

Quello che invece egli continua a fare, fino in fondo, sono dichiarazioni assolutamente generiche: lo studioso, dice, “dopo avere esplorato al meglio tutte le altre  ipotesi possibili, non commette imprudenza affiancando ad esse con uguali diritti [sic], l’ipotesi che un evento fuori del comune si sia prodotto dopo la morte di Gesù” originando i racconti evangelici. Ma non è tutto: “L’ipotesi che Gesù sia davvero risuscitato non partirebbe affatto perdente, se classificassimo le ipotesi secondo l’ordine della verosimiglianza”.

Risulta veramente difficile capire. Perché in effetti la verosimiglianza cui qui improvvisamente si fa ricorso non è altro che il grado di probabilità che noi attribuiamo a un evento sulla base della nostra esperienza, ossia della tanto screditata “abitudine”: in altre parole, sulla base di quelle “leggi” di natura statistica la cui affidabilità Perret ha appena definito illusoria.

 

Ma tutto si spiega se si considera il punto a cui l’autore vuol giungere, a proposito dell’ipotesi della Risurrezione: “Sembra che il movimento proprio dello spirito storico porti addirittura a preferirla”.

Forse qualcuno si chiederà che cosa sia lo “spirito storico”, e più ancora che cosa sia il “movimento proprio dello spirito storico”. Una cosa è chiara: Jacques Perret, che se ne considera depositario, voleva dirci che lui alla risurrezione di Gesù ci crede, e il “movimento proprio dello spirito storico” gli serve per apporre un sigillo di scientificità, da studioso serio, sulla sua personale convinzione.

 

Abbiamo indugiato nell’esame della posizione dell’antichista francese - nella presentazione che ne fa Messori - perché ci pare che il suo atteggiamento dipinga al meglio quello di Messori stesso, che delle citazioni di Perret sembra aver fatto la punta di diamante delle proprie argomentazioni.

Nell’impostazione dello studioso rivive, se possibile in forma accentuata, talora al limite della caricatura, la pretesa di imporre la propria soluzione pontificando sui principi, in nome di una pretesa sana metodologia storica, senza minimamente entrare nel merito delle questioni concrete.

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Il tutto con un’arroganza irridente che è pari solo alla fumosità dei principi enunciati, come attesta il fantomatico “movimento proprio dello spirito storico”.

 

 

 

 

 

        

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