Monday, 23 September 2019
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        La molteplicità dei criteri di giudizio

 

 

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Immediatamente dopo la morte, l’anima dell’uomo deve presentarsi al giudizio divino “particolare” (ossia individuale); alla fine del mondo vi sarà poi il giudizio “universale”, il cui verdetto comunque non potrà che coincidere, per ciascun'anima, con quello emesso precedentemente.

 

Non è per nulla chiaro però con quali criteri verremo giudicati. L’argomento non viene quasi mai affrontato dalla catechesi, che in genere si limita a ripetere alcune delle formule abituali più o meno direttamente ricavate da espressioni evangeliche. È raro che si tocchi lo spinoso problema dell’eterogeneità dei criteri di giudizio che possono entrare in gioco, e in particolare quello della loro reciproca compatibilità.

 

Qui facciamo alcune considerazioni in proposito, in modo del tutto asistematico. Pensiamo che siano sufficienti per attirare l’attenzione su un tema che dovrebbe essere al primo posto dell’interesse pastorale e sul quale pare invece che si voglia quasi stendere un velo di omertoso silenzio.

 

 

I  -  Classifica generale o ultima tappa?

 

Esiste una clamorosa contraddizione, sempre del tutto insoluta, fra la prospettiva che fa dipendere l’esito del giudizio ultraterreno dalla situazione dell'anima al momento della morte (stato di grazia oppure peccati veniali e/o mortali) e quella che tiene invece conto del comportamento di tutta la vita (eterno ritornello: “saremo nudi di fronte alla giustizia divina, ogni nostra azione, anche la più insignificante compiuta nella vita, sarà debitamente soppesata”; “ricordati che di tutto questo dovrai rendere conto a Dio”; e così via).

 

      Occorre decidersi. La prima prospettiva fa pensare a una corsa a tappe il cui risultato finale, anziché dalle prestazioni ottenute nell’insieme del “Giro”, è dato dall’esito della tappa conclusiva: vince chi vince quella. Una cosa poco seria.                  

 

Comunque sia, si ha l’impressione che la più grande fra tutte le grazie che Dio può fare, il privilegio più “sfacciato”, sia la concessione di una morte “con preavviso”. Si ha un bel dire di tenersi preparati, perché può capitarci di morire in qualsiasi momento: la morte improvvisa è un handicap gravissimo, può portare alla dannazione anche chi ha sempre fatto vita santa.

Ovviamente ci viene ricordato di continuo che non si può sapere cosa accade tra l’anima e Dio anche nell’ultima frazione di secondo (argomento da propinare soprattutto a madri angosciate per il figlio morto sul colpo in un incidente). Ma resta il problema angoscioso della perseveranza finale, che è comunque una grazia.

 

È dunque una banalità quel che di tanto in tanto si sente ripetere: “Se uno conferma con la morte, buona o cattiva, la vita buona o cattiva va rispettivamente in paradiso o all’inferno”.

Già; questo è ovvio; ma se con la morte, anziché confermare la vita, la smentisce? Se, cioè, fa una morte buona dopo una vita cattiva, o una morte cattiva dopo una vita buona?

Soprattutto quest’ultima ipotesi è un tasto che scotta, e i pastori in genere si guardano bene dall’affrontare la questione. Sarebbe troppo “impopolare”. Il problema della divaricazione schizofrenica, in articulo mortis, tra beatitudine eterna e dannazione eterna (v. L’impareggiabile giustizia divina) è indubbiamente imbarazzante.

 

Giustizia vorrebbe, ovviamente, che nel giudizio si tenesse debitamente conto dell’operato di tutta la vita.

Ma è chiaro il motivo che ha portato ad affiancare a questo criterio quello della situazione dell’anima al momento della morte: si vuole da un lato evitare che chi, in coscienza, è convinto di aver vissuto bene - meglio comunque di tanta gente a lui nota – si senta autorizzato, in prossimità della fine, a lasciarsi un poco andare, nella certezza che ciò non basterà a compromettere la sua situazione; e, dall’altro, evitare che chi sa di aver vissuto una vita di peccato, ritenendo ormai di non poter più far nulla per la propria salvezza, finisca in preda alla disperazione o alla rassegnazione, col risultato di abbandonarsi ancor più al male.

Per riprendere la metafora della corsa a tappe, diremo che si vuole evitare che le ultime tappe risultino insignificanti, e quindi noiose, per il fatto che la classifica generale è ormai chiaramente delineata.

 

Il “discorso delle pecore e dei capri” di Mt 25 è un passo in cui l’aporia appare con particolare evidenza. Basta ad esempio accostarlo all’episodio del “buon ladrone” e domandarsi in quale dei due gruppi potrebbe pensare di collocarsi costui.

La definizione che Gesù dà dei capri si attaglia infatti perfettamente a ciò che il ladrone ha fatto nella vita; sicché, se la logica ha un senso, questi, sentendo le solenni parole di Cristo, dovrebbe pensare di trovarsi coi capri  

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Viceversa, dovrebbe trovarsi tra le pecore uno a cui è mancata la perseveranza finale ma che durante tutta la vita ha dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ecc. Che cosa dovrà infatti pensare costui, sentendo la composizione dei due gruppi? Di essere tra gli eletti.

E invece no. E questo in virtù di un altro articolo del regolamento che, privilegiando l’ultima tappa, vanifica tutto il solenne discorso di Cristo.

 

La debita considerazione dell’operato di tutta la vita è del resto irrimediabilmente falsata dal fatto che, come non si stanca di ricordare padre Livio, per i battezzati tutto il bene compiuto in stato di peccato mortale, pur essendo utile per propiziare un’eventuale grazia di conversione, non può venire accreditato sul conto personale dell’interessato, in quanto “il tralcio staccato dalla vite non può produrre alcun frutto”.

Così, chi ad esempio spendesse la vita in un’attività umanitaria al limite dell’eroismo ma trascurasse la pratica della religione andando solo raramente a messa, e avesse in particolare obliato il sacramento della confessione, rimanendo magari per decenni in peccato mortale, non potrebbe far valere nulla, il giorno del giudizio, di tutto l’amore prodigato al prossimo lungo l’arco di una vita intera.

Tutto quello che si può concedere è che la consuetudine alle buone opere potrebbe in qualche modo propiziare un’eventuale conversione, rendendo l’anima più sollecita a rispondere alla grazia.  

 

Ma l’aporia di cui ci stiamo occupando ha conseguenze ancora più imbarazzanti.

Di tanto in tanto, per sostenere la legittimità della dannazione eterna, si sente affermare (anche da padre Livio, ad esempio) che sarebbe mostruosamente ingiusto se le vittime di Auschwitz e i loro aguzzini avessero la medesima collocazione e la medesima sorte nell’aldilà.

Chi afferma questo non fa che dare espressione a una sua profonda esigenza di giustizia, immediatamente condivisibile; non si rende conto però che tale argomento urta contro un principio basilare della teologia cristiana, quello dell’infinita misericordia di Dio, che all’ultimo istante può salvare anche il peccatore più incallito.

Sicché è senz’altro possibile che qualcuno degli aguzzini sia scampato alla dannazione in virtù di un tardivo pentimento, o magari sotto la spinta di una Coroncina della divina misericordia recitata accanto al suo letto di morte da qualche anima pia.

 

E c’è di più. Immaginiamo il caso di una vittima cristiana della persecuzione nazista (ve ne furono, pur se ovviamente meno numerose di quelle ebraiche; la immaginiamo cristiana al fine di essere certi del “regolamento” da applicare per decidere la sorte eterna della sua anima).

È senz’altro possibile che questo sventurato, soppresso magari perché di etnia zigana, fosse al momento della morte in peccato mortale, per un qualsiasi motivo; e si potrebbe addirittura avanzare l’ipotesi che negli istanti estremi, anziché chiedere perdono dei propri peccati, abbia osato levare un pensiero di protesta verso quel Dio che permetteva l’infamia che si stava consumando nei confronti suoi e di tanti altri innocenti.

Orbene, quest’anima a norma di regolamento è finita all’inferno: non può in alcun modo averlo schivato.

 

Sicché vediamo che la collocazione di certi aguzzini tra i beati e di certe loro vittime tra i dannati risulta essere, in prospettiva cristiana, un’ipotesi teologicamente ineccepibile.

 

Per concludere su questo punto rimane da fare un’osservazione importante.

La fondamentale, sacrosanta asserzione sopra riportata  - secondo la quale  i destini eterni dei carnefici e delle loro vittime non possono non essere radicalmente diversi, per un’elementare esigenza di giustizia compensativa – corrisponde a quanto affermato dalla teoria indiana del karma. Ciò significa che tale teoria corrisponde assai meglio alle esigenze profonde - in tema di giustizia escatologica – proprie di ogni anima onesta.

 In ogni caso, è chiaro che, mentre la Chiesa grida ai quattro venti che la giustizia del Dio cristiano - conoscendo la possibilità di remissione di tutte le colpe anche in articulo mortis - è incomparabilmente superiore a quella umana e a quella di ogni altra fede religiosa, la coscienza ingenua del credente si ribella all’idea di una sanatoria che porti il carnefice a condividere il destino di beatitudine della sua vittima.

Si ribella cioè ai misfatti di quella che altrove abbiamo chiamato l’impareggiabile giustizia divina.

 

 

II  -  Fede e opere

 

Una questione diversa, pur se collegata a questa, è rappresentata dalla classica dicotomia fede/opere, in virtù della quale il discorso delle pecore e dei capri collocherebbe tra gli eletti anche un’infinità di brave persone non credenti, e tra i dannati un gran numero di credenti.

 

Sono numerosi i passi evangelici in cui le opere – ossia, in sostanza, il rispetto dei comandamenti - sono presentate come decisivo e praticamente unico criterio di salvezza. Basterà qui ricordare - oltre al già citato passo di Mt 25 circa le pecore e i capri - le parole di Gesù al giovane ricco (Mt 19, 16 ss, con i testi paralleli di Mc 10, 17 ss e Lc 18, 18 ss).

Sul versante opposto, vediamo indicata la fede come sola via di salvazione ad esempio in Mc 16, 16: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. E non è neppure il caso di ricordare il ruolo preminente della fede nella teologia paolina.

 

È chiara dunque l’antinomia tra fede e opere intese come strumenti necessari e/o sufficienti alla salvazione (antinomia omologa - ma non identica - è quella tra grazia e merito). Il peccatore credente (nonché pentito; ma nel Vangelo in molti casi il pentimento non è menzionato né richiesto da Gesù) può salvarsi, come accade al buon ladrone, anche in punto di morte: ecco la salvazione ottenuta nonostante la carenza di opere buone, in virtù della sola fede (anche se ci sarebbe molto da discutere circa la natura di questa “fede”, di natura per lo più “interessata”).

D’altro canto, i non evangelizzati, nonostante viga il principio extra ecclesiam nulla salus (“fuori della chiesa non vi è salvezza”), possono salvarsi, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica (§ 848), se le loro opere sono conformi alla legge morale impressa da Dio nei loro cuori. Si salvano ovviamente senza fede, in virtù di una grazia speciale di Cristo (ecco la asimmetria tra fede e grazia) mediata dalla Chiesa.

 

La contrapposizione tra fede e opere è dunque netta. In pratica, possiamo distinguere tre casi:

salvezza guadagnata con la fede e con le opere: è quello che dovrebbe essere il destino di ogni vero cristiano (si intende che per il battezzato le opere sono valide solo nella fede);

salvezza con la sola fede: è il caso del buon ladrone, che non può far valere alcuna opera buona;

salvezza con le sole opere: è riservata ai non evangelizzati (e cfr. del resto, in Mt 25, il già citato discorso delle pecore e dei capri).

 

Tale antinomia ha percorso tutta la storia della Chiesa, lacerando la cristianità.  

Un testo come la “Lettera di Giacomo”, che enfatizza proprio il peso delle opere nella salvezza individuale, era mal sopportato da Lutero, che puntava invece sul ruolo determinante della fede.                 

Resta comunque assodato che chi ha ricevuto una formazione cristiana ma non è credente, anche se ha compiuto buone opere si danna. E padre Livio non perde occasione di ricordare che basta il rifiuto di un solo dogma per “fare naufragio nella fede”. L’inferno è veramente dietro l’angolo.

 

 

III  -   Quante anime hai salvato?

 

Questa, dice di tanto in tanto padre Livio, è la domanda che ci farà un giorno il Padreterno. “In cielo porteremo le anime salvate; io porterò questo, non le mie audiocassette, né Ferrario [presidente e mente organizzativa di RM] i suoi ripetitori.” (Il discorso vale in primis per i religiosi, ma in generale per tutti i cristiani.)

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Al che è facile obiettare:

 

1) C’è parecchia ipocrisia in una simile affermazione. Infatti, se l’evangelizzazione serve a salvare le anime (e padre Livio non può certo contestarlo), chi ha fondato, e da decenni promuove e conduce, una radio “di evangelizzazione e di preghiera” del calibro - e del successo - di Radio Maria dovrà avere un bottino di anime quale nessun altro mortale, salvo forse il Papa, può vantare. Siamo quindi di fronte alla solita insulsa e caricaturale retorica del “servo inutile”.

Tutt’al più, si può pensare a riformulare il criterio nel senso che si dovrebbe venir salvati in base a “quante anime avremo salvato rispetto a quante ne avremmo potute salvare”; perché è chiaro che le opportunità variano enormemente da persona a persona: per i religiosi ovviamente sono altissime (anche per chi prega in clausura). Per cui, se vale il numero assoluto, è chiaro che i religiosi, a parte quelli che danno scandalo, sono già tutti in cielo.

 

Va poi notato che a questo punto, dato che la salvazione di un’anima in genere è opera collettiva, sorgono non pochi problemi relativi alla “ripartizione dei meriti” e alla “trasparenza” di tale ripartizione.

 

2) Gesù pare proprio che non la pensi come padre Livio. Infatti (v. Mt 7, 22-23) non mostra nessuna considerazione per chi nel suo nome ha profetato, ha scacciato demoni e ha compiuto miracoli (e per questo deve aver avuto l’appoggio, e quindi l’approvazione, di Dio!).

Nessuna considerazione quindi per chi, al di là di ogni dubbio, ha evangelizzato, e pertanto salvato anime, o le ha quanto meno avviate alla salvezza. Anzi, dichiara di non conoscerli neppure!

Per andare in paradiso occorre “fare la volontà del Padre”, ossia (Mt 25, 31 ss.) compiere le opere di misericordia: questo sarà il criterio che opererà la distinzione tra i “benedetti” e i “maledetti”.

 

3) Se contano le anime salvate, non venga padre Livio a dire, come fa tanto spesso, che per andare in cielo “basta l’umile fede”! Ci vuole ben altro: le opere; il combattimento spirituale; la perseveranza finale; e, a quanto pare, anche uno stock di anime salvate!

 

4) Se le cose stanno così, non si vede come possa salvarsi chi si converte in punto di morte, dopo una vita di peccato, o comunque di indifferenza religiosa; certo non avrà salvato nessun’anima. Anzi, probabilmente, con l’azione diretta o anche semplicemente con l’esempio, avrà contribuito a dannarne, il che dovrebbe valere negativamente: le anime “dannate” da ciascuno dovrebbero venire sottratte al totale di quelle da lui salvate.

 

A chi obiettasse che chi si converte in articulo mortis può salvare molte anime indirettamente, in virtù della sua conversione, è facile rispondere che tale argomento non vale per le conversioni “interiori”, o di cui comunque, per qualsiasi motivo, non si viene a conoscenza.

Se poi si volesse sostenere che proprio la condotta peccaminosa di un uomo fa sorgere negli altri, per reazione, il desiderio del bene (“Dio sa ricavare il bene dal male”!), allora se ne dovrebbe trarre la conclusione paradossale che proprio i più grandi peccatori hanno ottime possibilità di finire in paradiso, in quanto possono portare al giudizio divino un gran numero di anime salvate. Si pensi ad esempio quante anime ha indirettamente contribuito a salvare Giuda!

 

 

Conversioni interessate

 

Sorge poi una perplessità. Se veramente saremo giudicati (e in primo luogo ciò vale per un religioso, s’intende) in base al numero di anime salvate, è chiaro che chiunque si senta oggetto di un tentativo di conversione potrà legittimamente sospettare nel suo “salvatore” un interesse diretto, e quindi una motivazione, sia pure in parte, egoistica.

Perché in effetti in questa prospettiva è un po’ come se il credente fosse una sorta di piazzista che riceve una provvigione per ogni anima salvata, una specie di buono da far valere il giorno del giudizio.

Si può vedervi un’analogia con l’atteggiamento di Dio che, si afferma, soffre per ogni peccato degli uomini: se è così, è impossibile non concludere che egli chiede la cessazione del peccato anche nel proprio interesse, ossia per soffrire un po’ meno.

 

 

IV  -  Le parole che avrete detto

 

“Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12, 36-37).

Verba volant, si dice. Ma quando volano in cielo, vengono acchiappate e conservate, forse su supporto digitale, per essere poi esibite solennemente il giorno del Giudizio. Siamo comunque di fronte all’ennesimo criterio di salvazione.

Le parole vengono ordinariamente contrapposte alle opere di una persona (si pensi all’espressione “predicare bene ma razzolare male”); ma nel nostro caso, essendo la fede già contrapposta alle opere, le parole assumono un ruolo difficile da definire.

Si ha comunque l’impressione che possano più facilmente essere motivo di condanna che di salvezza.

 

 

V  -  Ci si salva insieme, ci si danna insieme  

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Anche questa è una formula cara a padre Livio. È evidente che lo scopo di questo criterio è quello di promuovere lo spirito di carità fra i credenti, di evitare che la salvezza appaia come un traguardo a cui ciascuno punta individualmente, e quasi egoisticamente, disinteressandosi della salvezza del suo prossimo. Tutti devono invece sentirsi coinvolti nel compito – meglio: nella missione – di contribuire alla salvezza di altre anime.

La prima domanda che si pone è naturalmente questa: D’accordo, ci si salva e ci si danna insieme; ma insieme a chi?

 

Senza dubbio nel pensiero dei pastori la prima comunità che viene considerata è la famiglia; in particolare, i genitori sono in certa misura responsabili del destino eterno dei figli. Molto infatti dipenderà dall’efficacia dell’istruzione religiosa da questi ricevuta in tenera età. Marito e moglie poi dovrebbero entrambi preoccuparsi della salvezza eterna del coniuge, facendo il possibile per mantenerlo, o eventualmente avviarlo, sulla buona via.

Ma questo dovrebbe allora significare che la mancata salvezza di uno o più famigliari ci verrà addebitata a colpa, in quanto ne saremo in qualche misura oggettivamente responsabili; col rischio di compromettere la stessa salvezza nostra.  

 

 

VI – “Chi prega si salva, chi non prega si danna”

 

È un principio enunciato esplicitamente, in tutta la sua radicalità, da Alfonso de Liguori; ma lo vediamo riaffermato quasi nella stessa forma da Benedetto XVI, che all’Angelus del 4 marzo 2007 ha detto: “la preghiera non è un accessorio, un optional, ma è questione di vita o di morte. Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella vita eterna, che è Dio stesso”.

È possibile sostenere che la preghiera è indispensabile non di per sé, ma in quanto, tenendo il peccatore in contatto con Dio, gli lascia meno occasioni di cadere nel peccato, e in ogni caso può indurlo a rinunciare a certi comportamenti.

Si dovrebbe però fornire almeno qualche delucidazione circa le dosi di preghiera quotidiana necessarie, perché altro è recitare una giaculatoria di tanto in tanto, magari quando ci si trova in crisi, altro sono i “pacchetti” di gran lunga più sostanziosi richiesti ad esempio dalla Madonna di Medjugorje.  

 

 

 Conclusione 

 

Al termine di questa breve e ovviamente incompleta rassegna di criteri a disposizione del giudice escatologico per decidere il destino eterno delle anime, una considerazione ci pare inevitabile: al momento del Giudizio, nel ginepraio delle norme e nella molteplicità disparata dei criteri di valutazione, dei quali non si sa quale abbia la prevalenza, la “giustizia” divina avrà sempre buon gioco a scegliere e a decidere quale o quali vadano applicati in ciascuna circostanza. E, in caso di condanna, non avrà difficoltà a dimostrare la piena conformità del suo verdetto a qualche codicillo del regolamento.

In ogni caso, non è tenuta a render conto ad alcuno della conformità del proprio operato alle sue stesse leggi.

 

Quanto meno, diciamo che per avere un minimo di garanzia avremmo bisogno di un buon avvocato. Ma l’unico avvocato previsto dal regolamento in questi casi è l’ “Avvocato” per definizione; che non è “l’illustre estinto” Gianni Agnelli, bensì lo Spirito Santo, detto appunto “Paraclito”.

Sono però forti i sospetti che questi sia più dalla parte del giudice, suo collega nella Trinità, che dei poveri peccatori.

 

C’è poi l’ “avvocata nostra”, la Vergine Maria; ma è difficile immaginarla impegnata a rintuzzare a muso duro le accuse - come di regola fa un avvocato - di fronte al Cristo giudice che urla “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno”.

 

Concludiamo quindi con un augurio che può forse mettere d’accordo credenti e non credenti: che Dio ce la mandi buona.

 

 

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