Monday, 24 June 2019
   HOME | CHI SIAMO         ELENCO DEI TESTI             STRUTTURA DEL SITO  |  AVVERTENZE  |  ABBREVIAZIONI     
   
  PRECEDENTE
 

 

                                              La perseveranza finale

 

 

 

IL CONCETTO  

 

Col nome di perseveranza finale (talora anche penitenza finale) si indica lo stato di grazia (ossia l’assenza di peccati mortali) al momento della morte. La condizione opposta, ossia la presenza nell’anima anche di un solo peccato mortale, prende il nome di impenitenza finale.  

 

Una vita santa non serve a nulla se Dio non dà la grazia della perseveranza finale (concessa, in quanto grazia, a suo imperscrutabile e insindacabile giudizio). Quanti santi hanno espresso il terrore di non riceverla! e quanto bisogna pregare, si dice, perché Dio la conceda! Ci troviamo dunque di fronte al solito dilemma: conta la condizione dell’anima al momento della morte o il bilancio del bene e del male compiuti lungo il corso di tutta la vita?

La cosa è ancor più grave se si considera che anche il peccatore più incallito può venire perdonato e salvato in articulo mortis.

 

Va comunque ribadito che non si può far conto che la grazia venga concessa da Dio a chi più l’avrà meritata, poiché allora essa non sarebbe più tale: se la grazia conseguisse al merito, il concetto stesso di grazia diverrebbe superfluo, pleonastico, ridondante; verrebbe svuotato del suo contenuto.

 

 

UN COROLLARIO INQUIETANTE

 

La necessità della perseveranza finale ai fini della salvezza eterna ha un corollario inquietante che, pur dovendo essere ben presente a chi tratta queste problematiche, viene normalmente tenuto nell’ombra. Cerchiamo qui di esporlo nei termini più semplici.

 

È agghiacciante pensare che Dio, quando “stacca l’ossigeno” e mette così fine alla vita di un uomo, sa perfettamente se quel tale, morendo in quel momento, sarà salvo o dannato.

Inutile invocare la libertà individuale di “scegliere” per sé la salvezza o la dannazione: l’esito finale non dipende dal singolo, bensì dalla combinazione di due elementi - momento della morte e condizione dell’anima in quel momento - di cui il primo è di regola fuori della portata (e della conoscenza) dell’interessato.

 

Ovviamente, se uno procura di non essere mai, neppure per un istante, in peccato mortale, avrà la certezza (“morale”) di schivare l’inferno.

Ma, a parte il fatto che anche il mantenimento di questa condizione potrà verificarsi solo se coopera la grazia di Dio, si impone una considerazione.

 

Un esaminando può essere bocciato perché interrogato sugli unici due argomenti che non conosceva tra i cento che avrebbe dovuto studiare; e un altro invece promosso perché interrogato proprio sugli unici due che aveva studiato.

Ora, in questo caso è legittimo dire: “Per essere sicuri del successo si deve studiare tutto, senza speculare; inutile addurre la scusante della malasorte”.

 

Certo. Ma poiché spesso è difficile, se non impossibile, riuscire a studiare proprio tutto, si ha il diritto di supporre, per la correttezza dell’esame, che l’esaminatore non conosca esattamente le condizioni di preparazione degli esaminandi; poiché in caso contrario sarà impossibile non considerarlo arbitro assoluto della loro promozione o bocciatura.

 

Orbene, quest’ultima è proprio la condizione in cui si trova Dio, il quale conosce perfettamente tutto di tutti, in ogni istante. Non serve dire che egli ha deciso ab aeterno il momento della morte di ciascuno; poiché è facile ribattere che pure ab aeterno egli conosce quali saranno le libere scelte di quella stessa persona; non si potrà dunque mai dimostrare un’anteriorità della decisione circa il momento del trapasso, cosicché Dio possa dire “mi spiace, ma quando ho fissato il momento della tua morte non sapevo che proprio in quel momento tu saresti stato in peccato mortale”. Sarebbe ridicolo.

 

Concludendo: a parte il caso pressoché teorico dell’anima che permane immacolata per tutta la vita (e salva sempre, anche in questo caso, la necessità della cooperazione della grazia divina), la sorte eterna di ogni anima è decisa unilateralmente da Dio.

 

Non è possibile dire che rendendo rari i momenti in cui l’anima si trova in peccato mortale si aumentano le probabilità di evitare l’inferno: il criterio della probabilità, per definizione, può applicarsi solo all’ipotesi di una scelta “cieca”, casuale, non a quella di una mente che conosce e vuole.

 

Dio, a differenza dell’esaminatore umano, conoscendo perfettamente la condizione di ciascuno ha sempre la possibilità di promuovere l’allievo che ha studiato solo il 2% del programma e di bocciare quello che ne conosce il 98%; ossia di salvare, facendolo morire in quel momento, chi si è appena confessato dopo una vita di peccatore incallito e di dannare chi, abitualmente in grazia di Dio, ha appena commesso uno dei suoi rarissimi peccati mortali. Siamo totalmente nelle sue mani.

 

Alla faccia della libertà dell’uomo di fabbricarsi il proprio destino eterno (“Dio danna - si dice - perché prende molto sul serio la libertà dell’uomo, e vuole rispettarla fino in fondo”).

 

N. B. 1) Se diciamo che Dio avrà cura di non bocciare chi aveva studiato il 98% incoraggiamo un atteggiamento “lassista”: “Beh, insomma, ho studiato quasi tutto ... c’è chi ha fatto molto meno di me...”. Siamo lontani dal “Siate santi, perché io sono santo”.

Nessuno può far conto di  avere una sorta di “diritto morale” alla perseveranza finale - e quindi alla beatitudine eterna - in virtù della buona condotta durante tutta la vita.

 

2) Padre Livio di Radio Maria ha detto una volta che anche nel caso di morte improvvisa (doveva consolare la madre di un giovane morto sul colpo in un incidente) Dio manda una grazia di ravvedimento, cui si può corrispondere o meno.

Inutile discutere una simile fantaipotesi, che si pone al di fuori di ogni logica ... a misura d’uomo. Che in una frazione di secondo un cervello possa fare una sorta di bilancio della propria vita, pentirsi, accettare consapevolmente l’invito di Dio (solo questa consapevolezza potrebbe conferire valenza etica alla “decisione”) è dal punto di vista umano assurdo.

Certo, a Dio tutto è possibile; sarà un mistero. Ma allora smettiamo di gingillarci con simili discorsi. Naturalmente si comprende benissimo che sono necessari per tamponare l’angoscia che prende innumerevoli credenti. Pietose bugie gabellate per “ipotesi teologiche”, su cui ovviamente il Magistero si guarda bene dal pronunciarsi.

 

 

UN COMPORTAMENTO DIVINO MOLTO DISINVOLTO

 

L’assoluta arbitrarietà della decisione divina circa la sorte di ciascuna anima trova una sorprendente conferma nella catechesi, sotto forma di tesi che di tanto in tanto capita di sentire presentate da qualche teologo a scopo di rassicurazione.  

 

Ad esempio, padre Roberto Coggi, dello studio domenicano di Bologna, ha affermato a Radio Maria (04.05.03) che Dio, conoscendo i futuribili, ossia quel che accadrebbe qualora si verificassero determinate cicostanze, può decidere di non accogliere la preghiera di sottrarre alla morte un bambino, e ciò proprio nell’interesse del piccolo innocente: egli infatti, sapendo che cosa farebbe poi quel bambino se continuasse a vivere, può scegliere di farlo morire subito per portarlo in paradiso.

Il teologo è arrivato a dire che è consolante sapere che Dio si preoccupa di farci morire in un momento per noi opportuno; aggiungendo addirittura che secondo il suo collega Benetollo Dio ci fa sempre morire nel momento migliore.

 

Come volevasi dimostrare, dunque: si tratta di una posizione teologica ineccepibile sotto il profilo dottrinale; e tuttavia “impresentabile”, in quanto, pur volendo essere rassicurante (e contribuendo a mitigare l’angoscia di tante madri) fa di Dio l’arbitro assoluto del destino eterno di ogni anima.

Per questo il Magistero evita ordinariamente di proporla (nel Catechismo della Chiesa Cattolica non ve n’è traccia). E che la tesi urti contro lo stesso sensus fidelium ha dovuto constatarlo il povero p. Coggi, subissato da un coro di proteste di ascoltatori indignati da un simile comportamento divino.

 

Alcuni han detto che, se le cose stanno così, allora Dio non rispetta neppure la libertà dell’uomo di peccare; altri hanno parlato di un “Dio pagano”; altri ancora hanno usato senz’altro il termine di predestinazione … Il povero conduttore, sbalestrato, ha cercato di puntare su una reazione ironica, tendente a ridicolizzare le domande (pur affermando all’inizio di ogni risposta, per captatio benevolentiae, che si trattava di una domanda acuta, o comunque interessante).  

Ha ripetuto di non capire che c’entri la predestinazione, e ha sciorinato tutto quanto si trova in proposito nella dottrina corrente della Chiesa. Ossia: la predestinazione esiste solo nel senso che tutti siamo predestinati al paradiso; all’inferno ci va solo chi non corrisponde alla grazia di Dio, il quale dà a tutti la grazie sufficienti per salvarsi; comunque, anche il corrispondere alla grazia è una grazia, cioè un dono di Dio.

Vi è quindi, ha concluso p. Coggi, una radicale asimmetria fra le due situazioni: ci si salva solo per grazia di Dio, la salvezza è sempre un suo dono; al contrario, ci si danna solo per colpa propria, la dannazione è sempre colpa nostra.

 

Ma, checché ne dica il teologo domenicano, la sua affermazione (“Dio, nel nostro interesse, decide il momento della nostra morte”) è gravissima.

Implica - e pretende di legittimare ufficialmente - quello che abbiamo definito “corollario inquietante”, ossia che Dio danna chi vuole e salva chi vuole (in perfetta sintonia, del resto, con la sentenza paolina di Rm 9, 15), qualunque cosa “voglia” l’uomo.

È dunque perfettamente lecito parlare di predestinazione: p. Coggi non può fare il disinvolto e fingere di non capire.

 

La sua tesi teologica pone poi altri problemi, cui accenniamo soltanto.

 

In primo luogo, non si capisce perché Dio - il quale, ci si assicura, vuole la salvezza di tutti gli uomini - non faccia morire al momento opportuno (“nel momento migliore”, come dice p. Benetollo), tutti coloro dei quali sa che se continuassero a vivere finirebbero dannati.

Ognuno ha qualche momento in cui è in grazia di Dio; in ogni caso lo è da infante o da feto o da embrione; quindi Dio potrebbe, se volesse, portare tutti in paradiso senza violare minimamente la libertà dell’uomo, almeno sul piano formale.

 

Il papa Benedetto XVI ha detto, a proposito dell’embrione, che “Dio di quell’embrione ancora ‘informe’ vede già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena.” Già; ma se la creatura verrà soppressa prima ancora di nascere, Dio può solo vedere qualcosa di virtuale, ossia ciò che essa avrebbe fatto nella vita, non ciò che farà.

E, soprattutto, come non pensare che Dio a suo tempo vide che cosa avrebbe combinato “durante la sua esistenza terrena” l’embrione di Hitler, eppure non mosse un dito per farlo morire “in un momento più opportuno” per innumerevoli sciagurati innocenti e per la sua stessa anima?

 

In secondo luogo, il fatto che Dio scelga “il momento migliore” per far morire ogni uomo, se da un lato aumenta le probabilità di accesso al paradiso, dall’altro può innegabilmente suscitare qualche inquietudine sul piano umano.

Ad esempio, il peccatore incallito che dopo tanto tempo si confessa e che è tutt’altro che sicuro di non ricadere poi nel peccato, dovrebbe obiettivamente sentire la propria vita seriamente minacciata: Dio potrebbe approfittare di quel suo raro momento di grazia per troncare la sua esistenza allo scopo di assicurargli la beatitudine eterna.

 

In terzo luogo, quando diciamo “Dio sa che il tale se sopravvivesse morirebbe dannato” operiamo una semplificazione inammissibile sotto il profilo concettuale: diamo tacitamente per scontato che, una volta superata l’emergenza presente, tutto procederà in modo deterministico, che per Dio cioè non vi sarà più alcuna possibilità di variare il corso degli eventi.

Ma in effetti egli può intervenire in qualsiasi momento, giusto come si suppone che possa intervenire nella circostanza per cui lo preghiamo; sicché in pratica Dio dovrebbe dire: “Lo faccio morire adesso perché altrimenti, posto che io non intervenga più in seguito, finirebbe dannato”. Di conseguenza, egli potrebbe benissimo far guarire quel bambino facendolo morire più tardi, prima che si perda definitivamente nel peccato: di occasioni ve ne saranno senza dubbio altre.

Si  noti che siamo sempre, comunque, nell’ipotesi che Dio non si limiti a lasciar agire le cause seconde: è appunto tale ipotesi che giustifica la preghiera a lui rivolta.

 

Concludendo, pensiamo di aver dato un’idea del groviglio di problemi teologici derivanti dalla necessità della perseveranza finale ai fini della salvezza.

In tanta confusione, e mentre il Magistero preferisce rimanere nel vago, una cosa risulta evidente: Dio ha in mano tutte le possibilità per salvare o dannare un’anima. Il “regolamento” gliele concede, in regime di totale mancanza di trasparenza.

 

Del resto, alla medesima conclusione si perviene anche considerando la dottrina ufficiale della Grazia, su cui qui non ci fermiamo: Dio, anche sul letto di morte, e anche al peccatore più incallito, può mandare una “grazia efficace” di conversione, grazia che attua infallibilmente la sua volontà a prescindere dalla corrispondenza da parte dell’anima. E ciò pur rispettando – misteriosamente, s’intende! – la libertà dell’uomo.

Perché poi egli non mandi a tutti di queste grazie, visto che vuole salvare tutti gli uomini (e formalmente non violerebbe, come si è or ora detto, la libertà individuale), s’intende che è un altro mistero.

 

 

IN ARTICULO MORTIS (IL “REDDE RATIONEM”)

 

L’incredulo, in punto di morte: “Sì, sì, non capisco bene, è un mistero, ma credo fermamente! Mio Dio, salvatemi, salvatemi! Credo, credo veramente e mi pento di tutti i peccati!”

 Così forse anch’io, quando sarà il momento. Dice benissimo padre Amorth che chi va dal mago è sempre psicologicamente e magari anche fisicamente debilitato, quindi non nel pieno possesso delle sue facoltà, e pertanto non in grado di giudicare razionalmente e decidere liberamente. Giusto; ma chi è in punto di morte, di regola, è forse nel pieno possesso delle sue facoltà?

 

Occorre fare piazza pulita del luogo comune che la conversione in articulo mortis riveli il vero fondo dell’anima dell’interessato, fondo rimasto magari nascosto durante tutta la vita per un futile atteggiamento di indifferenza, di presunzione, di ostentazione di un’asserita indipendenza intellettuale.

Sul letto di morte, nell’ “ora della verità”, si afferma, tutte queste bardature cadono, per lasciar posto all’azione della Grazia che ristabilisce la vera condizione di ogni anima.

 

In effetti, l’indottrinamento precoce subito nell’infanzia sotto forma di educazione religiosa (inevitabile forma di plagio) lascia spesso tracce profonde che tornano a rendersi visibili nell’imminenza della fine, insieme a tutto ciò che è stato vissuto con una certa intensità nei primi anni di vita.

Sul letto di morte possono tornare i terrori infantili del fuoco eterno, così come si può tornare ad esprimersi in dialetto dopo essersi imposti per tutta una vita di non usarlo; allo stesso modo si può tornare a balbettare filastrocche o ad invocare, ormai centenari, la mamma, che magari per cinquant’anni non si era più neppur nominata.

Sono gli effetti del “rimbambimento”, nel senso etimologico del termine, prodotto per lo più dalla senilità congiunta alla debilitazione causata dalla malattia.

 

Ma in chi ha ricevuto una severa educazione religiosa la paura della dannazione può agire anche se l’interessato è giovane e sano, qualora per un qualunque motivo veda la morte vicina e inevitabile.

Capita ad esempio alla protagonista di un racconto di Buzzati, “La fine del mondo”. Appena un paio d’ore prima della catastrofe finale, al confessore miracolosamente rintracciato non esita a dire: “... e non è per paura che son qui, mi creda, è proprio soltanto per desiderio di essere vicina a Dio, le giuro che ...” Il narratore commenta: “Ed era convinta di essere sincera”.

Buzzati ha colto nel segno, con straordinario acume e profondissima conoscenza del cuore umano. Chi avverte chiaramente di essere mosso dalla paura della dannazione, si preoccupa innanzitutto di negare che le cose stiano così, poiché capisce che ciò toglierebbe ogni merito alla sua conversione.

 

 

L’ANGOSCIA DEL CREDENTE DI FRONTE ALLA MORTE

 

 Ma come vive l’approssimarsi della fine il credente praticante, ossia chi è solito mantenersi in grazia di Dio, confessandosi e comunicandosi regolarmente (tra questi in primis i pastori, e i religiosi in genere)?  È giustificata la “serena fiducia” con cui molti di questi credenti affermano di vivere tale esperienza?  

 

Se non si può sapere con certezza chi è dannato (e quindi, di conseguenza, chi è salvo: si sa solo che son salvi i santi e i beati riconosciuti dalla Chiesa), tanto meno si può sapere, prima di morire, se si andrà in cielo o all’inferno.

Ora, poiché andare all’inferno è, per chi crede, prospettiva senz’altro terrificante, la coscienza di avere anche una sola probabilità su cento (o su mille, o diciamo pure su un milione) di finire dannati è tale che dovrebbe impedire a chiunque una morte serena (di tanto in tanto a Radio Maria qualcuno – a volte anche un conduttore - tra il serio e il faceto confessa una certa tremarella).

Solo la certezza assoluta del paradiso (sia pure attraverso il Purgatorio) potrebbe consentire un fiducioso “addormentarsi in Cristo”.

 

Ma essere assolutamente sicuri del paradiso è un’innegabile e inqualificabile forma di presunzione: significa, in pratica, togliere a Dio il potere di giudicare, anticipandone la sentenza. Significa farsi da sé il proprio “giudizio particolare”. Ergo, nessuno dovrebbe sentirsi tranquillo di fronte alla morte; e quindi dovremmo tutti essere tormentati dall’angoscia.

Tanto più poi se si considera quel che si è detto circa l’arbitrarietà della decisione divina in rapporto alla perseveranza finale e quanto numerosi e incerti sono i criteri in base a cui sarà decisa la sorte eterna della nostra anima.

 

Non vale fare l’esempio dello studente che affronta l’esame sereno - pur se con un briciolo di trepidazione, trattandosi pur sempre di un esame - perché ha la coscienza di aver fatto il suo dovere e si sente ben preparato: lo studente, se l’esame andrà male, potrà sempre ritentare; comunque, come si suol dire, la vita continua: quell’esame non è tutta la vita (e la vita terrena, a sua volta, è niente in confronto a quella eterna). Ma una bocciatura all’esame di Cristo significa un’eternità di pene infinite, nelle quali si esaurirà tutta la nostra capacità di vita post mortem.

 

Pertanto io e padre Livio di fronte alla morte dovremmo essere altrettanto angosciati. Perché se io ho novecentonovantanove probabilità su mille di subire una condanna terrificante e irrevocabile, e padre Livio al contrario ne ha una sola su mille, la mia angoscia sarà certo infinita, ma la sua sarà infinito diviso novecentonovantanove, e cioè, non si scappa, sempre infinita.

Ovvero: se lui, pur con una probabilità di dannazione su mille, dovrebbe, per quel che si è detto, essere infinitamente angosciato, io sarò mille volte più angosciato; ma infinito moltiplicato per mille dà sempre infinito, quindi non vi dovrebbe essere differenza apprezzabile fra i due stati d’animo. Idem, naturalmente, se al posto di mille metto un milione.

 

Del resto, è cosa nota che emeriti campioni di santità (tipici i casi di santa Caterina da Siena e di santa Bernadette, la veggente di Lourdes) sul letto di morte sono stati “tormentati da Satana” insinuante nel loro animo l’idea di non essere stati all’altezza del compito loro affidato da Dio.

Non basta dunque neppure essere santi per “addormentarsi fiduciosamente in Cristo”, come pure si sente spesso dire (e vi è anche chi lo dice di se stesso, ad esempio papa Wojtyla). Chi lo fa, torno a dire, rivela obiettivamente un notevole grado di ... (santa) presunzione.

 

 

LE FORME DI ASSICURAZIONE PER I PIÙ PREVIDENTI

 

In molti contratti di assicurazione si avverte che certi casi particolari non sono “coperti”. Spesso però è possibile stipulare un’assicurazione aggiuntiva (ovvero pagare un premio supplementare) per estendere la copertura anche a questi casi.

Qualcosa del genere accade con le norme che regolano l’accesso al paradiso: una vita santa, abbiamo visto, non dà la garanzia assoluta della beatitudine eterna, in quanto non garantisce la perseveranza finale; ma è possibile assicurarsi contro tale rischio con un piccolo supplemento di devozioni, di preghiere, di pratiche pie.

Citiamo tre fra le proposte più interessanti fatte dal Cielo ai fedeli.

 

La prima è la pratica dei cinque primi sabati del mese, richiesta caldamente dalla Vergine di Fatima a suor Lucia. Ecco il testo che la descrive:

 

“Tutti coloro che per cinque mesi il primo sabato si confesseranno, ricevendo la santa comunione, reciteranno un rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i 15 misteri del rosario …, io prometto di assisterli nell’ora della morte con le grazie necessarie per la salvezza di queste anime.”

 

È una promessa molto importante, che dà quasi la certezza dell’esito felice del giudizio divino.

Ma ancora più esplicita è la pratica dei nove primi venerdì del mese già suggerita da Cristo a Margherita Maria Alacoque nella seconda metà del Seicento. Nella sua “Ultima Promessa”, definita poi dai fedeli la “Grande Promessa”, Gesù dice alla santa:

 

Io ti prometto, nell’eccessiva misericor­dia del mio Cuore, che il mio amore onnipotente con­cederà a tutti quelli che si comunicheranno per nove primi venerdì del mese consecutivi la grazia della pe­nitenza finale; essi non moriranno in mia disgrazia, ma riceveranno i santi  Sacramenti ed il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo”.

 

Qui non è possibile equivocare. Chi avrà debitamente compiuto la pratica descritta ha la formale assicurazione che al momento della morte verrà avviato al paradiso.

 

Ma l’ “eccessiva misericordia divina” ha fatto ancora di più. Ha provveduto a fornirci una strumento che consente l’accesso sicuro al cielo anche a chi non abbia fatto nulla per assicurarsi la grazia della perseveranza finale. Si tratta della Coroncina della divina misericordia, rivelata e affidata da Gesù a santa Faustina Kowalska.

 

 

      LA CORONCINA

 

Nella sua “Catechesi Giovanile” del 31.10. 03 padre Livio, rispondendo a una domanda, dice con grande chiarezza che la Coroncina della divina misericordia di santa Faustina Kowalska ottiene la salvezza dell’anima di un moribondo quando è recitata accanto a lui, a prescindere da quello che egli pensi o faccia, quindi anche a sua insaputa.

Ma soprattutto precisa esplicitamente che “accanto” non implica necessariamente presenza fisica. Quindi salvare tutte le anime, anche quelle dei peccatori più incalliti, è in fondo un gioco da ragazzi, senza bisogno che vi si impegni tanto la Madonna di Medjugorje. Unica condizione necessaria è che il peccatore non faccia lo scherzo di morire all’improvviso (per cui si usava pregare “libera nos a morte improvisa”).

 

Bisogna proprio essere perfidi per trovare quanto meno … discutibile questa “sublime” forma di “giustizia” divina?

E come non sentirsi sconcertati al pensiero che di queste cose, veramente decisive per la salvezza delle anime, nel Catechismo della Chiesa Cattolica non vi è traccia? Dio le ha affidate a rivelazioni private, le quali pertanto, contrariamente al loro statuto teologico, vengono di fatto ad affiancarsi alla Scrittura nel fornire importantissime verità di fede.

 

Sorge comunque un problema: quanto dura la validità della coroncina? Ad esempio: se il moribondo muore dopo sei ore si potrà considerare certo valida, e quell’anima schiverà l’inferno; ma se si riprende un po’, o comunque sopravvive altri sei giorni? o sei settimane? o sei mesi?

Si può presentare la cosa anche in questi termini: Quanto dura lo status ufficiale di “moribondo”? Va anche tenuto presente che se il “moribondo” non si decide a morire, e qualora non sia in stato di incoscienza (in tal caso ovviamente tutto questo discorso cade), è possibile che pensi o dica o faccia cose in qualche modo peccaminose. Che cosa prevale in questi casi, l’espressione della sua libera volontà o l’influsso quasi magico della coroncina recitata per lui? E le coroncine si possono ripetere?

 

Va notato che combinando la coroncina con il meccanismo dell’indulgenza plenaria per le anime del Purgatorio, si può mandare in paradiso in meno di un’ora anche l’anima più nera e ribelle. Neppure per un Hitler o uno Stalin vi sarebbe stato problema.

E ci si chiede: se le cose funzionano così, perché preti e frati e suore non si applicano sistematicamete a recitare coroncine per i moribondi? Perché non organizzare, istituzionalizzare questa pratica, col consenso delle gerarchie ecclesiastiche, in modo da salvare anime in quantità industriale?

Chi ha detto che la coroncina si possa fare solo per un parente o per un amico? Certo i religiosi già pregano per la salvezza dei peccatori, ma non risulta che utilizzino sistematicamente strumenti così “convenienti”, “ad alto rendimento”, come è la Coroncina della santa polacca.

 

E poi: perché il papa non parla mai di queste cose? Perché non prende mai nessuna iniziativa del genere? Perché almeno non ricorda continuamente che esistono queste possibilità? Questo silenzio non configura una colpa da parte sua?

Se saremo giudicati in base al numero di anime che avremo salvato in rapporto a quelle che avremmo potuto salvare, il papa dovrebbe andare dritto all’inferno.

 

N. B.  Si comprende immediatamente che tutte queste forme di “assicurazione” volte a garantire la perseveranza finale configurano un automatismo di tipo magico che la Chiesa ufficialmente si sforza in ogni modo di scongiurare.  

C’è il rischio che chi ad esempio ha adempiuto in modo irreprensibile le formalità dei nove primi venerdì del mese si senta poi autorizzato a vivere senza più darsi pensiero di dover un giorno fare i conti con la giustizia divina, come se la pratica devota costituisse una garanzia assoluta di salvazione.

 

Su questo è esplicito ad es. il “Direttorio su pietà popolare e liturgia”. Circa la pratica dei Nove primi venerdì del mese ammonisce:

È necessario […] che i fedeli siano convenientemente istruiti […] sul fatto che non si deve riporre in tale pratica una fiducia che rasenta la vana credulità, la quale, in ordine alla salvezza, annulla le insopprimibili esigenze della fede operante e l’impegno di condurre una vita conforme al Vangelo; […] (n. 171)

La pratica devozionale non va dunque intesa come una sorta di salvacondotto di validità illimitata. E al n. 174 si ribadisce:

Per quanto concerne la devozione della comunione sacramentale in Cinque primi sabati consecutivi, valgono le osservazioni fatte a proposito dei Nove primi venerdì: eliminata ogni sopravvalutazione del segno temporale e collocata correttamente la comunione nel contesto celebrativo dell’Eucaristia, la pia pratica deve essere attuata come occasione propizia per vivere intensamente, con atteggiamento ispirato alla Vergine, il Mistero pasquale che si celebra nell’Eucaristia.

Qui habet aures audiendi, audiat.

 

 

                  inizio testo





 Copyright © 2006-2012 controapologetica.info -  All rights reserved. powered by giroweb