Saturday, 17 November 2018
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                            Il mito del “vissuto”

 

 

 

La tesi

 

Accanto alla valorizzazione del dettaglio storico che si pretende garanzia di storicità dell’insieme, l’apologetica enfatizza spesso la presenza di altri dettagli: si tratta di precisazioni e sottolineature presenti nei testi e recanti, a suo dire, il riflesso di un ricordo diretto o addirittura un’eco dell’emozione con cui i primi testimoni oculari avevano vissuto l’evento di cui poi resero testimonianza.

L’argomento è in realtà ancor più chiaramente mistificatorio di quelli fin qui esaminati.

 

Per dare un primo esempio, torniamo all’episodio già esaminato della Maddalena che si china per guardare all’interno del sepolcro.

Il particolare dimostra certamente che l’autore sa che l’ingresso della tomba era piuttosto basso (e dell’irrilevanza di tale dato abbiamo già detto); ma alcuni apologeti pretendono anche di dedurne che la precisazione deve risalire all’originaria testimonianza della protagonista, agli ipsissima verba della donna che raccontava la straordinaria avventura del primo incontro col Risorto: l’intensità dell’emozione avrebbe contribuito ad imprimere indelebilmente nella memoria della donna e di chi poi accolse le sue parole un particolare che di per sé è insignificante.

 

Allo stesso modo, sarebbero ad esempio spie “segrete” dell’ocularità della testimonianza originaria, nell’episodio del “Rinnegamento”, particolari come “Pietro era giù nel cortile” e “la ragazzina che faceva da portinaia”; e a proposito di Mc 15, 39 (“il centurione che era in piedi proprio di fronte a lui”), Messori scrive: “in quell’ex enantías autoú, ‘davanti a lui’, sembra di scorgere il lampo di un ricordo: o di un discepolo o dello stesso centurione […]”.

Come è facile immaginare, gli esempi che si potrebbero elencare sono numerosissimi: una volta entrati in questa logica, sono innumerevoli i dettagli descrittivi sotto i quali si potrebbe scorgere la traccia rivelatrice dell’esperienza vissuta dai primi testimoni.

 

 

Le obiezioni

 

1) La prima obiezione che si può muovere a questo argomento apologetico ce la offre proprio l’episodio appena citato della Maddalena al sepolcro:

non è plausibile che la donna abbia ricordato e sottolineato un dettaglio tanto insignificante, che sarebbe poi stato accolto e gelosamente custodito dalla tradizione, mentre elementi ben più importanti della vicenda, come sappiamo, venivano omessi o letteralmente stravolti, tanto da rendere problematico - per non dire impossibile - l’inserimento dell’episodio sia nella trama dei sinottici sia in quella del quarto vangelo.  

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Ad esempio, nel caso della Maddalena, la donna incredibilmente avrebbe “dimenticato” se aveva visto il Risorto prima (come ci informa Matteo) o dopo (come ci racconta Giovanni) aver recato agli apostoli la sconvolgente notizia del sepolcro vuoto.

Non si capisce perché tali particolari narrativi non siano rimasti anch’essi indelebilmente impressi nella memoria della protagonista, per effetto di quella medesima emozione.

 

2) Una seconda obiezione a questi spunti esegetici che costellano le opere di apologetica biblica neotestamentaria, è che in qualsiasi opera narrativa l’esigenza di un minimo di realismo induce l’autore a inserire dettagli di questo genere, volti appunto a dare l’illusione del “vissuto”. In particolare, tutti i gialli - così come, ad esempio, i libri di Salgari – ne sono infarciti.

 

Del resto, talora è l’esegeta stesso che ingenuamente svela il processo mentale che sta alla base di simili operazioni.

Scrive ad esempio padre Livio a proposito di Mc 16, 5: “Mi colpisce un particolare che avrebbe potuto ricordare soltanto un testimone oculare, e cioè che il giovane si trovasse dal lato destro del sepolcro” (“Quelli che non si vergognano di Gesù Cristo”, p. 117). Ma poi si tradisce fornendoci lui stesso una spiegazione che fa apparire fuori luogo la sua meraviglia: “Evidentemente per rispetto non poteva sedersi dove era stato disteso il corpo di Gesù” (corsivo nostro).

Dunque: se la cosa è tanto “evidente”, è logico supporre che anche chi avesse voluto eventualmente inventare non potesse che inventare così, inserendo questo particolare. In altri termini: se padre Livio avesse inventato, avrebbe inventato proprio in questo modo.

 

3) Ma l’obiezione più forte contro l’utilizzazione del “vissuto” a fini apologetici è costituita dalla presenza di una gran quantità di casi in cui si ha proprio la testimonianza inoppugnabile del “non vissuto”.  

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Parlando delle varie versioni fornite dagli evangelisti circa la scoperta del sepolcro vuoto da parte delle donne, abbiamo detto che alcune delle discrepanze che si notano nei vari racconti - ad esempio, quelle riguardanti il numero delle visitatrici e lo scopo della visita - possono considerarsi varianti tutto sommato “giustificabili” di racconti passati attraverso un processo di trasmissione orale certo non breve.

Il discorso da fare è però senz’altro diverso per quanto riguarda altri elementi della narrazione, tra cui l’ora d’arrivo al sepolcro, l’identità delle protagoniste e, soprattutto, la presenza degli angeli.

 

Impossibile giustificare le discordanze circa il numero dei messaggeri celesti, la loro collocazione (all’esterno o all’interno del sepolcro) e il loro aspetto (umano o angelico), nonché circa il fatto che le donne entrino nella tomba di propria iniziativa o perché invitate a farlo; e non parliamo poi della presenza o assenza del terremoto di cui parla il solo Matteo. 

Come scriviamo in La tomba vuota. Rassegna dei testi: “L’impressione provata da chi ha vissuto questi eventi non può essersi tanto sbiadita da lasciar deformare il ricordo sino a questo punto. Le divergenze divengono quindi sospette, in quanto spia della presenza di materiali non provenienti dal ricordo diretto dei testimoni .

Ora possiamo dire che sono chiare spie di “non vissuto”.

 

Il criterio del “vissuto” diviene quindi un boomerang per l’apologetica. Perché è chiaro che quando abbiamo due presunti “vissuti” che si contrappongono frontalmente, almeno uno di essi non è tale.

E certe discordanze che, come si è detto, in sé non sarebbero gravi, lo diventano inevitabilmente se si insiste sull’importanza rivelatrice del “vissuto”. Rappresentano infatti chiari esempi di “non vissuto”, o meglio di “falso vissuto”, di “vissuto mistificatorio”.

 

Spigolando nei vangeli, possiamo ricordare il singolo indemoniato di Marco e di Luca che diventa una coppia in Matteo; il cieco incontrato e guarito entrando in Gerico (secondo Marco e Matteo) o uscendone (secondo Luca); le celeberrime “beatitudini” pronunciate sul monte nel primo vangelo (costituiscono infatti il “discorso della montagna”) ma in un “luogo pianeggiante” nel terzo.

Come è possibile che chi aveva assistito di persona a queste scene potesse alterarle a tal punto al momento di tramandarne il ricordo?

 

Uno dei casi più clamorosi che ci offrono i vangeli è certo quello del fico che, maledetto da Cristo perché privo di frutti, si secca all’istante secondo Matteo (21,19), mentre viene trovato inaridito il giorno seguente secondo Marco (11, 20-21).

L’inaridimento istantaneo è fatto talmente spettacolare e scioccante da non poter non rimanere indelebilmente impresso nella memoria di chi vi abbia assistito. Se dunque una delle due versioni (e per di più quella probabilmente più antica) lo ignora, se ne deduce che esso non avvenne, e fu quindi inventato di sana pianta o da chi ce lo racconta o dalla tradizione a cui egli attinse.

 

In ogni caso, vale quanto abbiamo detto a proposito delle conferme fornite dalla storia: la teoria del ‘vissuto’, valorizzando il dettaglio apparentemente insignificante e facendone indizio della verità dell’insieme, è l’opposto speculare del criterio della “convergenza nelle divergenze” (v. L’accordo e il disaccordo delle testimonianze), secondo il quale il contrasto circa i dettagli è irrilevante, o è addirittura motivo di credibilità, quando vi sia accordo sull’essenziale.

Da questa contraddizione ovviamente l’apologetica non può che trarre profitto, giocando continuamente su due tavoli. 

 

 

 

 

 

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