Thursday, 19 July 2018
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                   Il ‘comune utente biblico’ e i racconti pasquali

 

 

 

Il problema di fondo

 

Vediamo ora di esaminare la situazione psicologica in cui viene a trovarsi un comune destinatario della Bibbia, un lettore “sprovveduto” che si accosta fiduciosamente ai testi che narrano le apparizioni del Risorto.

 

I racconti pasquali devono comunicare la certezza circa un evento che è per definizione il massimo miracolo che si possa concepire: la risurrezione di un uomo che l’aveva preannunziata e che afferma di compierla di propria iniziativa (Gv 10, 17-18).

Impossibile non convenire che un evento del genere può essere creduto solo se presentato con tutte le stigme dell’autenticità. Una volta ammesso che, in via di principio, una mente sgombra di pregiudizi deve poter accettare anche l’ipotesi del miracolo, resta il fatto che la naturale, legittima diffidenza suscitata da tale ipotesi va dissolta con una presentazione adeguata dell’evento prodigioso.

 

Si cita spesso la sentenza di Damaso Alonso secondo la quale il “Don Chisciotte” non è stato scritto per i cervantisti: orbene, tale sentenza, mutatis mutandis, vale più che mai per la Bibbia, che certo non è stata scritta per i biblisti, ma per le anime che devono essere condotte alla fede, secondo quanto ci ricorda la prima conclusione del vangelo di Giovanni.

Noi, prossimi al termine del nostro itinerario attraverso i racconti pasquali, possiamo chiederci se un destinatario potenziale dei vangeli, ossia quello che occasionalmente abbiamo già definito un “comune utente biblico” (in sigla, CUB; Messori lo chiama “il credente "comune"” [PSPP 14]) può trovare in questi racconti ciò di cui ha bisogno, ossia strumenti idonei per comunicargli la certezza della risurrezione di Cristo, risurrezione in mancanza della quale “vana è la nostra fede”.

 

Ci permettiamo di dubitarne. Certo, i testi evangelici possono venire accettati integralmente in virtù delle fede, che implica ossequio incondizionato alla parola di Dio garantita dalla Chiesa; ma è difficile sottrarsi all’impressione che se questi testi fossero stati scritti un po’ diversamente la loro efficacia persuasiva sarebbe maggiore.

D’altra parte, se l’apologetica continuamente ritorna - e spesso, ci pare di aver dimostrato, con cattivi argomenti - su questi temi, non è certo per la nefasta influenza dei critici razionalisti: il CUB di regola non sa nulla di Goguel e Guignebert, ma certe cose presenti nei racconti pasquali non le capisce ugualmente, e di tanto in tanto osa dirlo, magari a Radio Maria, chiedendo spiegazioni.

 

I vangeli, se veramente - come sostiene l’apologetica stessa per giustificare certe contraddizioni - risentono fortemente dell’impostazione “personale” dei loro autori umani (v. le varie scelte” di ciascun evangelista, delle quali si è detto), appaiono strumenti di comunicazione alquanto datati, e soprattutto tagliati sulle esigenze contingenti di destinatari tanto lontani da noi sotto tutti i punti di vista.

Noi, CUB del terzo millenio, non possiamo non rimanere perplessi di fronte al comportamento della regìa celeste - ossia di quello Spirito Santo che è il vero autore della Bibbia –, la quale pare non aver minimamente considerato l’effetto che tali modalità di redazione avrebbero prodotto su di noi.

Sicché da un lato abbiamo l’impressione di una certa “miopia” del progetto divino, dall’altro avvertiamo un senso di mortificazione, di frustrazione – non diremo risentimento – per essere stati tanto poco considerati nelle nostre esigenze di “vedere per credere”. 

 

Perché dev’essere chiaro: l’apologetica può anche riuscire a convincerci che quel certo versetto va interpretato in un certo modo; che non è escluso che quel tal termine possa significare qualcos’altro; che quella contraddizione è solo apparente; che ciò che sembra accaduto prima, in realtà si può supporre che sia accaduto dopo …; ma alla fine, dopo che ogni frammento dei testi è stato sottoposto a tale trattamento, con dozzine e dozzine di interventi “chiarificatori”, di precisazioni, di brillanti dimostrazioni e di inviti … all’elasticità, rimane l’impressione di un enorme lavoro di rammendo, di un tessuto pieno di toppe.

 

Siamo agli antipodi di quella “freschezza della testimonianza” che si pretende di accreditare ai racconti pasquali, e che sarebbe in effetti necessaria per farci aderire anche “simpateticamente” al clima festoso della Risurrezione.

Il CUB capisce di trovarsi di fronte a un complesso “lavoro redazionale” che deve prima venir per così dire “smontato” dall’esegeta devoto per tentare di riportarci a contatto di quel che è realmente accaduto.

 

 

La contraddittorietà nemica dell’evidenza. 

 

Ma, se tanto è carente la “freschezza della testimonianza”, ancor più negative sono, agli effetti di un’accettazione convinta del messaggio evangelico, le contraddizioni tra i vari testi.

In fondo, se i fruitori stessi delle apparizioni stentano a credere a quello che vedono (e su questo insistono tanto!), è perché le  testimonianze di cui dispongono sono in qualche misura contraddittorie.

 

Ora, tali testimonianze furono per loro di natura percettiva: si trattava di sensazioni visive, uditive, tattili. Le testimonianze sulla base delle quali dovremmo credere noi sono invece di tipo non percettivo, ma verbale: si tratta di parole, scritte e poi copiate e ristampate per venti secoli.

Ed è inutile sottolineare che la testimonianza verbale è per sua natura meno atta a fornire l’evidenza di quanto non lo sia quella percettiva: assistere a un evento è ben altra cosa che leggerne la descrizione.

Per di più, nel nostro caso si tratta di parole scritte non si sa esattamente da chi, non si sa esattamente quando; e, come abbiamo visto, passate, per consenso universale della stessa esegesi ortodossa, attraverso una quantità di filtri.

 

Oltre alle scelte particolari compiute dai singoli evangelisti (le ricordiamo telegraficamente: linea teologica, intento pastorale, esigenze dei destinatari diretti, predilezioni letterarie e stilistiche), vanno considerate le tradizioni e le altre fonti varie a cui gli evangelisti hanno attinto; e, per comune consenso della critica - anche di quella ortodossa -, questi materiali erano già il prodotto della primitiva catechesi della Chiesa, quindi frutto di un lavoro collettivo.

A ciò si deve ancora aggiungere il filtro della traduzione dall’aramaico originario di Gesù e degli apostoli al greco, anche se non siamo in grado di precisare, per i singoli materiali confluiti nei vangeli, in quale fase del processo tale traduzione fu compiuta.

La conclusione è chiara: il prodotto finale di tutto questo complesso lavorio è quanto di meno immediato e spontaneo si possa immaginare.

 

In tale situazione, sarebbe più che mai importante evitare al massimo testimonianze contraddittorie, poiché proprio tale contraddittorietà fu, per i discepoli stessi che pure fruivano di sensazioni dirette, la peggior nemica dell’evidenza.

È perciò assurdo che si pretenda di ridimensionare, di sdrammatizzare le contraddizioni tra i  diversi racconti dell’evento pasquale: noi l’annuncio l’abbiamo ricevuto in questa veste quadriforme e dobbiamo assumerlo in blocco, quindi in tutta la sua realtà di testimonianza intimamente contraddittoria.

 

Questo è il cuore del problema. Il vangelo quadriforme, si sostiene, ci dà una testimonianza a più voci, una polifonia meravigliosa.

La realtà è ben diversa: la polifonia è molto spesso cacofonia. Ogni tre versetti una stecca.

Quanto sarebbe meglio se avessimo un solo vangelo, che ci dicesse, sinteticamente, che Gesù il terzo giorno risuscitò e apparve ai suoi discepoli dando loro la missione di evangelizzare il mondo!

Questo sarebbe un esempio concreto della tanto decantata “sobrietà” della parola di Dio; quella parola che talora nei testi evangelici, anziché sobria, ci appare solo, nel migliore dei casi, incompleta, incerta, “pasticciata”; e, spesso, occorre ripeterlo, irriducibilmente contraddittoria (e quindi, non si scappa, in qualche misura falsa).

 

Ecco pertanto che risulta addirittura irresponsabile quell’atteggiamento degli evangelisti che viene magnificato appunto come sobrietà, come desiderio di non gridare ed enfatizzare troppo la testimonianza, come assenza di preoccupazioni apologetiche: loro sarebbero sereni e distesi, a detta di padre Lagrange, in virtù della “coscienza di un possesso tranquillo e incontrastato quanto alla sostanza dell’avvenimento: "Gesù è di nuovo vivo"”. Gli evangelisti, dice Messori, “sono così sicuri del fatto loro, trattando di risurrezione, che non hanno affatto l’affanno di ‘provare’ quello che dicono” (DCR 78).

Già; e di noi, che, destinati a vivere duemila anni dopo, dobbiamo trarre la testimonianza dell’avvenuta risurrezione unicamente dai loro resoconti, sembrano non essersi mai dati il minimo pensiero! Ma questa è incoscienza.

 

E se si obietta che ciascuno di loro, singolarmente, non poteva farsi carico di una responsabilità del genere, rispondiamo in primo luogo che potevano comunque evitare di formulare il loro annuncio secondo un’ottica tanto limitata (vedi in primis le asserite esigenze dei loro destinatari diretti); e, in secondo luogo, che alle esigenze dei futuri destinatari dell’annuncio, per i secoli e i millenni a venire, avrebbe dovuto pensare la regìa divina ispiratrice e coordinatrice del lavoro degli agiografi.

In sostanza: ammettiamo pure che ciascun evangelista, individualmente considerato, avesse, come si affema, il pieno diritto di scegliere che cosa raccontare e come raccontarlo. Ma chi dall’alto dirigeva le operazioni non si rendeva conto che un simile modo di procedere avrebbe prodotto un guazzabuglio impresentabile?

 

Va sottolineato che la testimonianza fatta di parole (ossia il resoconto del fatto in luogo dell’esperienza diretta) non era bastata neppure a Tommaso. Eppure, si badi, Tommaso aveva usufruito delle parole vive di un gruppo numeroso di persone con cui egli si trovava in fraterna intimità e che avevano appena vissuto l’esperienza in questione, per cui ne erano ancora visibilmente eccitate (si trattava veramente di una testimonianza “a caldo”).

E, per di più, egli aveva già ripetutamente assistito a manifestazioni sorprendenti della potenza di miracolo di Gesù. Senza contare poi tutto quanto si è già detto circa gli innumerevoli preannunzi fatti da Cristo stesso.

 

 

La fede degli evangelisti e la nostra

 

“L’evangelista”, si sente spesso dire, “vuole mostrarci il percorso di fede della Maddalena” (o di Giovanni, o dei due di Emmaus …).

Ma perché, ci chiediamo, gli evangelisti non ci presentano semplicemente quel che ha fatto e detto Gesù, in modo che noi possiamo fare il nostro percorso di fede?

 

Scrive Helmut Thielicke che gli evangelisti, avendo la fede, non possono più descrivere Gesù prescindendo da questo dato. Ma se è così, occorreva allora che Gesù scrivesse personalmente il suo Vangelo, o almeno che la redazione fosse affidata esclusivamente a testimoni oculari, ai quali non fosse necessaria la fede per riferire quanto avevano visto coi loro occhi e sentito con le loro orecchie.

In ogni caso, gli evangelisti avrebbero dovuto fornirci gli elementi in base a cui essi erano arrivati alla fede, non una fede già confezionata, ossia il prodotto, il risultato della loro esperienza. Così facendo, hanno frapposto tra noi e Gesù il diaframma (o forse è meglio dire “la lente deformante”) della propria fede.

 

Scrive R. Latourelle che “l’esegesi cattolica non ammette che la comunità primitiva abbia esercitato sull’evento Gesù (vita e messaggio) un’azione creatrice e deformante, al punto da costituire uno schermo opaco che impedisca qualsiasi approdo alla realtà di Gesù” (AGAV 99).

Già. Ma, anche se non impedisce “qualsiasi approdo” al Gesù della storia, appanna però certo non poco la “trasparenza” e la luminosità della sua figura.

 

Altra formula fortunata: “Gli evangelisti ci danno la parola di Gesù arricchita della comprensione che la comunità primitiva ne ebbe dopo la Pasqua” (cfr. ad es. CCC 126, 2). Si resta di stucco: la parola di Gesù avrebbe bisogno di essere arricchita? Qualcosa come il latte arricchito di dieci vitamine?

Si badi che la comprensione di per sé non può costituire un arricchimento: semmai sarà la mancata comprensione a costituire un depauperamento, poiché senza adeguata comprensione nessun contenuto concettuale può venir comunicato.

 

In sostanza: la parola di Gesù, nella sua letteralità, senza filtri di sorta, non sarebbe la “rivelazione” migliore? Se per ipotesi possedessimo la cassetta con le parole originali, dovremmo forse ignorarla per ascoltare disciplinatamente il “sunto ragionato” che ce ne fa qualche sedicente ripetitore ufficiale?

Viene spontaneo dire all’evangelista: “Spòstati, fatti da parte! Lasciami vedere e sentire Gesù! Ricordati che sei un servo inutile, sei un semplice strumento nelle mani dello Spirito Santo! Sei una matita nelle mani di Dio, per usare una bellissima espressione con cui si definì madre Teresa. Che la matita non pretenda di fare lo scrittore”.

 

Tra le tante speciose argomentazioni che l’apologetica accumula per giustificare l’incoerenza dei racconti pasquali vogliamo qui ricordarne un tipo che ricorre con una certa frequenza a livello divulgativo: “Anche i testimoni di un incidente stradale non van d’accordo sul colore del maglione del tale o del tal altro …”

Abbiamo già ribattuto che nel nostro caso non si tratta di eventi istantanei, e che all’origine dei racconti dovrebbero esservi le testimonianze non di semplici spettatori dei fatti, ma dei protagonisti stessi; i quali per di più ebbero tutto il tempo di scambiarsi le esperienze e ricostruire la successione degli eventi.

Ma adesso ci preme dire una cosa molto più importante, ponendo una domanda che ci pare decisiva: la Rivelazione, destinata a salvare le anime di tutti gli uomini di tutti i tempi, non meritava proprio una cura migliore, da parte di chi è onnipotente, che la ricostruzione di un incidente stradale? Il regista supremo della mirabile operazione doveva proprio scegliere di mettersi al livello della testimonianza di un evento tanto banale?

Quand’è così, come è possibile demonizzare un evangelizzando, un candidato alla redenzione, che si senta in qualche modo preso per il bavero?

 

 

I “semplici” e il Dio nascosto

 

Certo, tutto questo può rispondere al disegno di quel Dio che, si dice, vuol rimanere nascosto, “absconditus”, quel Dio su cui bisogna scommettere e su cui si dichiara pronto a scommettere lo stesso Messori. Ma allora si impongono due considerazioni.

 

In primo luogo ci si chiede quale sia in tal caso la funzione dell’apologetica, che di fatto mira a diminuire tale nascondimento, gettando sui testi una luce che la sapienza divina non aveva voluto proiettarvi.

Sicché dovremmo pensare che l’apologetica finisca per costituire un vero e proprio sabotaggio al progetto di nascondimento di Dio (a meno che non si voglia sostenere che gli apologeti, Messori in testa, previsti ab aeterno dalla sapienza divina, vengono ad assolvere una funzione importante nel progetto di rivelazione, provvedendo a chiarire le oscurità e le contraddizioni lasciate dagli evangelisti, di cui diverrebbero in certo senso i continuatori).

 

In secondo luogo, la mente corre al passo evangelico in cui Gesù benedice il Padre per aver tenuto nascosto certe cose “ai sapienti e agli intelligenti” rivelandole “ai piccoli” (Mt 11, 25), ossia ai “semplici”, che qui possiamo identificare con il “comune utente biblico”, ovvero con quello che Jean Guitton chiama “l’uomo della strada”; i cui “primi dubbi sulla fede”, dice il filosofo francese, cominciano “con i primi dubbi sulla storicità dei vangeli, anche in particolari che ai sapienti sembrano secondari”.

Messori, che lo cita a proposito delle due contrastanti versioni della morte di Giuda, scrive che “il NT, proponendoci tradizioni diverse, […] sembra lanciarci una sfida” (PSPP 26-27).

È triste vedere che proprio a questi “semplici” lo Spirito Santo lancia le sue sfide, provvedendo a confondergli le idee con le contraddizioni tra i vari vangeli.

 

E a questo punto è impossibile non chiedersi qual è la figura di Dio che scaturisce da questa impostazione. Perché se le oscurità e le contraddizioni dei racconti pasquali sono delle “sfide” al lettore, non possono essere attribuite a un semplice desiderio di nascondimento, ma a una precisa volontà di depistaggio: un conto è non dire tutto, rivelandosi solo parzialmente, un conto è mescolare il falso al vero per confondere le idee, per fuorviare.

Come se un docente, anziché limitarsi a non dare tutte le informazioni (allo scopo di stimolare gli allievi a scoprirne alcune da soli), surrettiziamente ne inserisse di false tra quelle corrette, pretendendo che gli studenti stessi provvedano da sé a individuarle ed eliminarle: sarebbe un docente perfido, oltre che professionalmente inadeguato.

 

Allo stesso modo, quel Dio sarebbe non solo absconditus: sarebbe un Deus decipiens, un Dio ingannatore.     

  

 

 

 

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