Thursday, 21 September 2017
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                                                          Conclusioni

 

 

L’eucaristia ha un ruolo centrale nel patrimonio dogmatico e nella spiritualità del cattolicesimo. “Senza la domenica non possiamo vivere”, proclama Benedetto XVI alludendo alla celebrazione eucaristica.

L’altra faccia della medaglia è la quantità di aporie - ossia di contraddizioni, di assurdità – reperibili nella dottrina del più prestigioso dei sacramenti. Noi abbiamo cercato di metterne in evidenza alcune. Ricordiamo in primo luogo:

 

la primitività del concetto stesso di sacro pasto (atto innegabilmente cannibalico), nonché l’irrisione o il rifiuto inorridito che esso per lo più suscita nel non credente (di qui il carattere oggettivamente aggressivo della dottrina che punisce tale rifiuto con la dannazione eterna);

 

le innumerevoli difficoltà teoriche legate al concetto di transustanziazione (confusione tra specie e accidenti, problema della “fisicità” della presenza reale, presenza sia del corpo che del sangue sotto ciascuna delle due specie, ecc.);

 

la radicale diversità  delle due concezioni dell’eucarestia presenti da un lato nei sinottici e in Paolo, dall’altro in Giovanni;

 

il sarcasmo riservato da Gesù stesso all’idea giovannea che quel che si ingerisce possa finire nel cuore e avere quindi effetti di ordine spirituale;

 

l’imbarazzante problema della trasformazione biologica (sino allo stato di residui organici) delle specie assunte, sotto le quali si celano corpo, sangue, anima e divinità di Cristo;

 

il connesso problema della durata dell’inabitazione del Cristo nell’anima del fedele;

 

la sorprendente  totale inefficacia del sacramento in funzione esorcistica, circostanza che da sola basterebbe a far seriamente dubitare dell’effettività della “presenza reale”.

 

Abbiamo poi rapidamente accennato a tutta una serie di altri problemi, sempre di natura squisitamente teologica:

 

la precisazione del carattere del sacrificio eucaristico, definito incruento dal Magistero ma in realtà cruento, in virtù della presenza reale del corpo e del sangue di Cristo;

 

la definizione del valore dei frutti redentivi del memoriale eucaristico rispetto a quelli del sacrificio consumatosi sul Calvario (da un lato si esclude che tali frutti siano cumulabili, dall’altro risulta difficile giustificare la necessità del rinnovarsi del sacrificio, dati i frutti sovrabbondanti prodotti dalla passione e morte di Gesù);

 

la difficoltà di presentare come fecondo un sacrificio consumato senza alcuna sofferenza della vittima;

 

la “scandalosa” facoltà dell’uomo di costringere Dio ad immolarsi “realmente” sull’altare ogni volta che all’uomo piaccia;

 

le imbarazzanti conseguenze del prodursi degli effetti della formula eucaristica nel cenacolo, in presenza di Gesù stesso, che dovrebbe esserne risultato “duplicato”;

 

l’impossibilità di assumere, insieme al corpo, l’anima di Cristo (a meno che si supponga di mangiare la vittima ancor viva), in quanto per la teologia cristiana la morte, nel senso “tecnico” del termine, non è che separazione dell’anima dal corpo.

 

Ci sembra che tanto possa bastare per mostrare quale congerie di difficoltà teologiche si nasconde dietro l’apparente linearità della dottrina eucaristica della “presenza reale” (difficoltà che la catechesi di regola ignora o finge di ignorare).

 

La cosa non sorprende: è ciò che accade in tutti quei settori del deposito della fede in cui più stretto è il rapporto che si cerca di stabilire tra Dio e l’uomo, ossia tra l’infinito e il finito, fra il trascendente e l’immanente.

Come la tentazione di caricare Dio di ogni perfezione finisce per creare “il Dio impassibile dei filosofi”, che è poi difficilissimo far interagire con l’uomo; come il tentativo di introdurre una mediazione tra il divino e l’umano dà vita al concetto di “vero Dio e vero uomo”, che altro non è se non una flagrante contraddizione in termini; così, nel nostro caso, il comprensibile, umanissimo desiderio di avere Dio a portata di mano, un Dio per così dire portatile, un Dio che si possa avere sempre con sé, racchiuso nell’intimità del proprio cuore, non poteva non creare una quantità di aporie, ossia di incoerenze sotto il profilo teologico.   

 

Un ispirato apologeta, Serafino Tognetti (discepolo di don Divo Barsotti), proclama commosso che noi abbiamo la grande fortuna di poterci unire, nell’eucaristia, al corpo stesso di Gesù; per cui saremmo privilegiati rispetto a Maria e agli apostoli, che questo non potevano farlo (!!).     

Già. Loro, dobbiamo ammetterlo, Gesù, mentre era vivo, non potevano mangiarlo (quanto meno, non risulta che ci abbiano provato).

Ma, a parte il fatto che dopo l’Ultima cena la “frazione del pane” consacrato era possibile anche a loro, va detto che l’eucarestia è solo un sacramento, cioè un segno visibile di qualcosa (nel nostro caso qualcuno) di invisibile, che alla Vergine e ai discepoli era invece visibile direttamente (tanto visibile da poter dire “Chi vede me vede il Padre”).

 

“Ti mangerei di baci” in effetti è un’espressione che sale spontaneamente alle labbra dell’innamorato, come della mamma che coccola il suo bebè. Torna alla mente la definizione rivelatrice di Messori ricordata nel nostro secondo capitolo: “un Dio che si lascia mangiare”.

Fagocitare l’oggetto del proprio amore viene istintivamente percepito come il modo più appagante di possederlo; la semplice idea di poterlo fare procura una sensazione inebriante.

 

Senonché questa idea non è che la fantasticheria di un attimo: in “ti mangerei” il condizionale sta appunto a indicare il carattere irreale dell’ipotesi. Il torto della teologia è quello di avere irrigidito l’impulso irrazionale (e perciò a suo modo poetico) in un dogma, presentando il sogno come realtà; anzi, come una realtà incontestabile, da accettare incondizionatamente, pena nientemeno che la rovina eterna dell’anima.

Ciò, ovviamente, con tutte le ricadute negative del caso, sia sul piano strettamente teologico che su quello dell’immagine del cristianesimo; o, per dir meglio, del cristianesimo in versione cattolica.

 

 

Dopo tante considerazioni sgradevoli - per non dire blasfeme – all’orecchio del credente, vogliamo concludere dando la parola a un esponente qualificato del Magistero. Si tratta di quel mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige, Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, di cui già abbiamo fatto cenno parlando del tormentone della comunione sulla lingua o nella mano.

Nella citata intervista del 2008 a “Radici cristiane”, il prelato si lasciava andare alla seguente ammissione:

La situazione della fede nella presenza reale dell'Eucaristia è abbastanza preoccupante. Non voglio dire che tutti hanno perso la fede. Tuttavia noi della Congregazione per il Culto Divino abbiamo condotto recentemente un sondaggio sull'Adorazione Eucaristica, che sarà il tema della nostra prossima riunione plenaria. Dai rapporti di diverse conferenze episcopali, per quanto riguarda gli aspetti negativi, emerge l'ammissione che nel clero influenzato da certe tendenze teologiche non esiste più una chiara fede nella presenza reale di Cristo”.

 

Noi ce ne rallegriamo. Ma mons. Patabendige se ne rammarica, perché, unitamente a tutta la Chiesa doc, pensa che, quando riceviamo l’eucaristia, “il Signore entra nei nostri cuori come in una sua abitazione”.

 

Il nostro commento non può essere che uno: “No, monsignore. Legga bene i Vangeli. Gesù la pensava diversamente”. 

 

 

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