“Se avesse voluto avrebbe scritto diversamente”
Spesso l’apologetica contesta il significato imbarazzante o le contraddizioni che la critica vede in determinati passi evangelici affermando che tale significato non può essere così imbarazzante (o dev’essere addirittura diverso da quello supposto) e le contraddizioni debbono essere solo apparenti; ciò per il semplice fatto che se così non fosse stato gli autori sacri si sarebbero espressi in tutt’altro modo.
Abbiamo già confutato questo argomento nel capitolo “Come mai non si sono rimaneggiati i testi?” della monografia “L’apologetica e i racconti pasquali”. Riproponiamo qui la confutazione sviluppando un poco il discorso.
Sì, gli evangelisti avrebbero evitato di dire certe cose o ne avrebbero dette altre qualora si fossero verificate tutte le seguenti quattro condizioni:
1) se avessero avuto un’idea degli sviluppi che avrebbe preso la riflessione teologica nei secoli successivi; questo specialmente per quanto riguarda la cristologia, campo di battaglia nei primi concili ecumenici;
2) se avessero avuto la necessaria “malizia” e una preparazione filologica almeno lontanamente paragonabile a quella di tanti studiosi che, specie negli ultimi due secoli, hanno sottoposto a una critica serrata i testi evangelici (rispondendo al lavoro di segno opposto compiuto sin dai primi secoli del cristianesimo dai Padri e dai Dottori della Chiesa).
Al giorno d’oggi, qualsiasi allievo del Pontificio istituto biblico, o addirittura qualsiasi studente di seminario, se potesse por mano ai testi sacri per meglio conformarli al deposito della fede, probabilmente farebbe un lavoro molto migliore;
3) se avessero fatto almeno una “seconda edizione” dei loro testi, così da introdurre qualche modifica sulla base dell’accoglienza avuta dall’opera già divulgata.
È indubbio che vi furono interventi “apologetici” sui materiali usati; ma si tratta di interventi compiuti, diciamo così, alla buona, sulla base di ciò che al momento appariva più importante evidenziare oppure nascondere; compiuti, in ogni caso, senza la sistematicità e la professionalità che sarebbero state necessarie per non creare poi problemi all’apologetica.
Non vi è traccia di “versioni rivedute” dei testi a noi pervenuti; a parte qualche eccezione (ad esempio la pericope dell’adultera nel quarto vangelo), abbiamo solo, in qualche codice, aggiunte o cancellazioni di uno o due versetti: varianti dovute certamente all’iniziativa di singoli copisti;
4) se ciascuno di loro avesse conosciuto i lavori degli altri, se vi fosse stata insomma una qualche forma di coordinamento.
Messori dice che la Chiesa delle origini non era anarchica; ma certo non promosse alcuna pianificazione né alcun coordinamento tra i testi destinati a divenire gli strumenti ufficiali e definitivi dell’evangelizzazione, nel corso dei millenni.
D’altra parte, se un coordinamento si fosse tentato, l’unica cosa da fare, almeno per quanto riguarda i tre sinottici, sarebbe stata redigere un vangelo solo, opportunamente “concordato”.
Solo se tutte queste condizioni fossero state sodddisfatte avrebbe un senso formulare congetture del tipo: “se ha scritto questo, ciò significa che la cosa non va interpretata in senso negativo, altrimenti non l’avrebbe scritta” (da notare, di passaggio, la patente di disonestà conferita all’evangelista da una simile affermazione); oppure: “il fatto che abbia scritto questo dimostra che ha voluto dire la verità ad ogni costo, e questo ci garantisce che tutto il racconto rispecchia fedelmente quanto è accaduto”.
Ma tali condizioni sono in realtà ben lungi dall’essersi verificate.
La prova migliore che gli evangelisti non avevano la sensibilità, la capacità e la possibilità materiale di modificare – nel modo e nella misura, s’intende, che oggi ci sembrerebbero opportuni - i materiali su cui lavoravano è costituita dal fatto che essi non hanno eliminato neanche le contraddizioni (cosa senz’altro indifendibile!) che si trovano all’interno di uno stesso testo.
Un esempio ce lo forniscono, a dispetto della millantata “acribia” di Luca, le tre versioni della conversione di san Paolo negli “Atti degli Apostoli”, come ben dimostra anche un biblista ortodosso come Léon-Dufour.
Un altro esempio è costituito dal contrasto clamoroso tra l’elogio rivolto da Gesù a Pietro in quel di Cesarea (“non la carne né il sangue te l’hanno rivelato [che io sono il Cristo, il Figlio del Dio vivente], ma il Padre mio che sta nei cieli”) e il “Lungi da me, Satana” che lo segue di qualche versetto, accompagnato dalla motivazione “Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Ora, “pensare secondo gli uomini”, ovvero secondo una mentalità che proprio gli uomini di chiesa amano definire “carnale”, significa precisamente seguire i suggerimenti della carne e del sangue (piuttosto caliente, nel caso di Pietro) anziché quelli del Padre celeste, ai quali invece si conforma chi “pensa secondo Dio”.
Difficile immaginare una contraddizione più netta, più stridente. La coerenza di Gesù ne esce malissimo. Ma Matteo non se n’è minimamente dato pensiero quando ha inserito la professione di fede dell’apostolo e l’elogio del Cristo (che gli conferisce il “potere delle chiavi”) in un contesto in cui già figurava la terribile reprimenda riportata anche da Marco e da Luca (i quali invece ignorano completamente l’incarico a Pietro).
E tanto meno se n’è data pensiero la Chiesa, che su questo incarico fonda il suo primato ecumenico e non menziona la rampogna se non occasionalmente, giusto per ricordare, quasi fosse una nota di colore, il temperamento impulsivo del discepolo.
In realtà, il durissimo biasimo a Pietro, il quale viene escluso persino dalla sequela del Cristo (alla lettera le parole di Gesù, secondo l’interpretazione prevalente, seguita dalla traduzione CEI, significano “Va via da dietro a me, Satana!”) ci presenta l’apostolo proprio come la persona meno adatta a far da fondamento all’istituenda chiesa.
Nessuno, pensiamo, vorrà sostenere che i due passi non sono in contraddizione adducendo l’argomento che “se lo fossero, Matteo avrebbe modificato o eliminato il secondo”.
Ciò dimostra quanto sia fragile, per non dire inconsistente, il criterio esegetico che accredita simili congetture.
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