Il "vangelo quadriforme" e la probità esegetica
Ci proponiamo qui di dimostrare una tesi di importanza fondamentale per valutare tutta l’attività dell’esegesi ufficiale o ufficiosa relativa in particolare ai testi evangelici: la probità esegetica, ossia la probità intellettuale applicata all’esegesi, è sempre stata completamente estranea al DNA della Chiesa.
Chi nel corso dei secoli ha lavorato alla costruzione e alla difesa del “deposito della fede”, ai dettami di tale probità non si è mai sentito vincolato.
Di tanto in tanto la pastorale e la catechesi (padre Livio insegna) arrivano a contrapporre il vero credente all’esegeta, che viene quasi demonizzato. Ma l’esegesi è tappa obbligata per l’assimilazione della parola di Dio: chiunque, se vuol capire qualcosa della Bibbia, deve farsi in qualche modo esegeta in proprio, oppure adottare acriticamente l’esegesi che gli propone la Chiesa.
Tutta la differenza quindi sta non nella contrapposizione tra esercizio dell’esegesi e rinuncia ad essa, bensì nella contrapposizione tra esegesi seria, obiettiva (diciamo pure onesta) da un lato ed esegesi a volte truffaldina, anche se ormai consacrata da una prassi bimillenaria, dall’altro.
I Vangeli e la laboriosa formazione del canone
Noi siamo nati e cresciuti in una cultura che giustamente “non può non dirsi cristiana”. Fin da piccoli sappiamo che vi sono quattro vangeli e quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Forse non tutti sarebbero in grado di snocciolare l’elenco completo, ma si tratta di nomi comunissimi, tanto che è ancor oggi più che mai di moda imporli ai neonati.
Questo spiega perché praticamente nessuno, almeno tra i credenti, rifletta mai sulla somma stravaganza costituita dalla presenza di quattro vangeli indipendenti (non nati cioè come parti di un unico testo).
Le cose in effetti sono andate più o meno nel modo seguente. Dio si è incarnato, e morendo come uomo sulla croce ha redento l’umanità peccatrice. Poi, senza lasciare nulla di scritto, ha affidato ai suoi apostoli il compito di andare per il mondo a portare il suo annuncio.
Non ha però dato neppure a loro, a quanto sembra, l’incarico preciso di raccogliere in un testo, a beneficio dei futuri evangelizzandi, l’essenziale del suo insegnamento.
Questo può essere dipeso dal fatto che egli pensava imminente la parusia e quindi la fine del mondo. Non entriamo nel merito del problema. Ciò non ci impedisce però di vedere che, in mancanza di uno scritto lasciato dal Maestro, l’unica soluzione razionale da parte della Chiesa nascente sarebbe stata l’iniziativa di approntare essa stessa un testo che fornisse una sobria presentazione di quanto Gesù aveva detto e operato.
Abbiamo detto una presentazione, non quattro. Al contrario, abbiamo quattro testi che procedono parallelamente, ignorandosi ufficialmente l’un l’altro; ciascuno di essi si presenta come esauriente, in quanto nessuno dei quattro autori afferma di conoscere gli altri e di tener conto del loro lavoro, precisando la natura e i limiti del proprio apporto personale.
Ciascuno degli evangelisti dà l’impressione di aver preso autonomamente l’iniziativa di raccontare fatti e detti di Gesù, ossia di annunciare la “buona novella”, e non precisa
1) né la propria identità
2) né quando (e dove) scrive
3) né quali sono i suoi destinatari
4) né, soprattutto, da quali fonti ha assunto le informazioni.
La tradizione della Chiesa e, negli ultimi secoli, gli studi biblici hanno cercato di dare risposta a qualcuno di tali quesiti.
Per quanto riguarda l’identità degli autori, il primo e il quarto vangelo sono stati attribuiti dalla Chiesa a due apostoli, rispettivamente Matteo e Giovanni. Ciò ha conferito loro la massima autorevolezza, garantendo l’ocularità della testimonianza.
Ma tale attribuzione è da molti contestata (appare assurdo, tra l’altro, che un testimone oculare, quale dovrebbe essere stato Matteo/Levi, attinga di peso tanto materiale da Marco, che testimone oculare sicuramente non fu), e richiede comunque precisazioni.
In Marco poi si vuole vedere un giovane collaboratore di Pietro che avrebbe messo per iscritto la predicazione del suo maestro. Quanto a Luca, lo si è identificato con il medico compagno di missione di Paolo.
Sappiamo pure che, mentre Matteo scrisse per gli Ebrei, Luca, ellenista, si rivolgeva a un pubblico pagano di lingua greca. Marco poi rifletterebbe la predicazione di Pietro a gentili d’Occidente, principalmente ai Romani.
La scienza biblica ha poi accertato che il testo di Marco ci conserva il materiale più antico, e che da esso hanno attinto copiosamente sia Matteo che Luca, i quali hanno poi entrambi utilizzato, tra l’altro, materiale proveniente da una fonte che convenzionalmente viene chiamata Q.
Il quarto vangelo, che si ritiene scritto negli ultimi anni del primo secolo, è in larga misura indipendente, e spesso discordante dai primi tre (i cosiddetti “sinottici”).
Sono tutte congetture ben fondate, ma le sole informazioni organiche di cui la Chiesa dispone per darci qualche lume circa la formazione dei Vangeli risalgono addirittura al secolo IV, ossia alla “Storia ecclesiastica” di Eusebio, il quale, sulla base di una testimonianza da lui attribuita a Papia, della prima metà del secondo secolo, ci informa sul modo in cui Marco e Matteo raccolsero e ordinarono il proprio materiale.
Come già si è detto nella monografia “L’apologetica e i racconti pasquali” (v. il cap. “Come mai non si sono rimaneggiati i testi?”, da cui trascriviamo il passo seguente), Papia, secondo Eusebio, avrebbe scritto che Marco “non aveva udito né seguito il Signore, ma più tardi […] seguì Pietro, che era solito adattare le sue istruzioni ai bisogni, ma senza l’intenzione di fare un ordinato resoconto dei detti del Signore. Conseguentemente, Marco non sbagliò scrivendo alcune cose come se le ricordava, poiché lo fece con lo scopo di nulla omettere di ciò che aveva udito e di nulla affermare di falso”.
Il discorso è piuttosto confuso: si mescolano problemi di quantità (completezza) con problemi di qualità (veridicità). Risulta evidente comunque che Papia non ha il coraggio di dire l’unica cosa che occorrerebbe dire, ossia che Marco scrisse tutte cose vere, che le scrisse, cioè, come erano successe realmente: alcune, dice, le scrisse “come se le ricordava” (e la sua, si badi, era già una conoscenza di seconda mano); all’evangelista viene comunque concessa l’attenuante della buona fede per eventuali errori (non era sua intenzione “affermare nulla di falso”).
È veramente poco, come garanzia di autenticità. Ma ancor peggio è quanto ci dice Papia circa Matteo: “Ora Matteo mise in ordine i detti in lingua ebraica e ognuno interpretò/tradusse come fu capace”.
Abbiamo qui dunque un flash sul lavorio di raccolta e fissazione dei dati confluiti nei nostri vangeli canonici. Superfluo dire che emerge un quadro di improvvisazione e di approssimazione, per non dire (è questo il caso della traduzione di Matteo) di incompetenza. (Sul lavorio di redazione dei Vangeli offre un quadro molto efficace ad es. il sito http:/www.Christianismus.it, nella sezione “Autori degli scritti del Nuovo Testamento”. Noi abbiamo seguito soprattutto la recente “Introduzione al Nuovo Testamento” di Raymond E. Brown).
Riassumendo:
1) Gesù non lasciò scritto nulla e non diede ad alcuno l’incarico di scrivere.
2) La Chiesa, quale noi oggi la conosciamo, cioè come struttura gerarchica unitaria ed universalmente riconosciuta, cominciò a sussistere solo dopo qualche secolo.
Quando comunque, acquisita una certa autorevolezza, la Chiesa di Roma prese a considerare la necessità di un insegnamento basato su testi scritti che fossero validi di norma per tutte le chiese, non assunse l’iniziativa di redigere essa stessa un testo ufficiale che, utilizzando quanto era stato scritto sino allora, riferisse in modo univoco e definitivo sulla parola e l’opera di Cristo.
3) Si limitò pertanto - a partire dalla metà del secondo secolo, per rafforzare poi gradualmente la sua decisione sino a renderla definitiva (con la fissazione, sia pur non formale, del canone) alla fine del quarto – a scegliere, fra quelli già circolanti, quattro testi (i vangeli definiti appunto “canonici”) che per varie ragioni, interne (sobrietà, in primo luogo) ed esterne (tradizione di apostolicità) apparivano più autorevoli degli altri.
4) Tali testi furono lasciati nelle condizioni in cui si trovavano: la Chiesa non intraprese alcun tentativo di eliminare le incongruenze riscontrabili all’interno dei singoli testi e, soprattutto, tra un testo e l’altro (l’unico tentativo di “armonizzazione” a noi noto fu, nella seconda metà del secondo secolo, quello compiuto da Taziano col “Diatessaron”, che venne adottato dalle chiese siriane per qualche secolo; ed è significativo che esso sia stato fortemente avversato dalla Chiesa che si stava organizzando, tanto che l’originale non ci è stato conservato).
Messori ritiene altamente positivo tale atteggiamento, in quanto gli pare assoluta garanzia di autenticità. Noi siamo di parere opposto, per le ragioni che verranno via via illustrate in questo capitolo.
5) Accanto ai quattro vangeli, la Chiesa incluse nel canone del Nuovo Testamento gli “Atti degli Apostoli”, l’Apocalisse di Giovanni e un nutrito gruppo di lettere apostoliche (o comunque attribuite a un apostolo), il grosso delle quali ha per autore san Paolo.
La “chiesa delle origini”
È qui opportuno soffermarsi un momento a riflettere sul concetto di “chiesa delle origini”.
Messori scrive che la “comunità primitiva” era tutto fuorché anarchica. Certo, se per anarchia si intende una lotta selvaggia di tutti contro tutti, la Chiesa non era anarchica. Ma era sicuramente acefala, o, se si preferisce, policefala: esistevano numerose chiese locali, ciascuna delle quali provvedeva in modo sostanzialmente autonomo a foggiarsi gli strumenti dell’evangelizzazione.
Il che equivale a dire che è del tutto improprio parlare di una chiesa delle origini.
È chiaro comunque che la chiesa dei primi secoli, comunque si voglia definirla, non aveva la possibilità materiale di farsi promotrice della redazione di un unico testo veicolante la Buona Novella, né di coordinare le varie iniziative prese a questo scopo da singole chiese locali, e neppure di imporre l’adozione di uno solo dei nostri quattro vangeli canonici. La sua struttura organizzativa - ossia il grado di sviluppo del processo di centralizzazione - era senz’altro insufficiente per un tale compito.
Ma è anche pressoché certo che essa non aveva neppure la perizia filologica necessaria per compiere un esame critico dei testi disponibili e tentare di accordare tra loro i passi più clamorosamente contrastanti.
Ed è infine probabile che di operazioni del genere non si avvertisse neppure la necessità, o almeno non la si avvertisse con la chiarezza con cui oggi molti si rendono conto che sarebbe stato meglio intervenire in qualche modo.
Un corollario di capitale importanza
Come abbiamo detto, quando decise di “adottare” i quattro vangeli canonici, la Chiesa non si pose minimamente il problema della reciproca compatibilità di questi testi, lasciandosi guidare nel giudizio solo dalle caratteristiche di autorevolezza di ciascuna opera singolarmente considerata.
Ciò equivale a dire che fin dall’inizio la Chiesa ha accettato e avallato la presenza, nella Scrittura, di informazioni contraddittorie (e pertanto, inevitabilmente, di affermazioni false). Il che ha condizionato in modo determinante, nel corso dei secoli, l’esegesi e la dottrina stessa del cristianesimo.
Prima di procedere è opportuno fare due precisazioni:
1) il maggior numero di informazioni incompatibili si trova ovviamente nei quattro vangeli, che, insieme agli Atti degli Apostoli, contengono la grande maggioranza delle asserzioni di tipo fattuale riguardanti la vita di Gesù. Altri testi, e in primo luogo le lettere paoline, essendo di contenuto prevalentemente teologico, offrono all’apologetica la possibilità di conciliare in qualche misura eventuali contraddizioni mediante artifici dialettici;
2) l’aggettivo “contraddittorio” viene qui usato nel senso corrente, per indicare cioè la natura di due asserzioni che non possono essere entrambe vere (potendo però essere entrambe false), non in quello specifico della logica, che con tale termine designa la natura di due proposizioni delle quali l’una è necessariamente vera e l’altra è necessariamente falsa.
Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, due affermazioni evangeliche incompatibili (tali cioè da non poter essere entrambe vere) possono senz’altro essere entrambe false (la logica le definirebbe “contrarie”).
Facciamo ora qualche esempio concreto per illustrare il principio enunciato.
La Chiesa, da quasi venti secoli,
- ritiene che sia vero che Gesù fu crocifisso il giorno di Pasqua (come ci informano i sinottici), e al tempo stesso ritiene vero che sia stato crocifisso il giorno prima, ossia la vigilia di Pasqua (come ci dice Giovanni);
- ritiene che sia vero che gli apostoli non si mossero da Gerusalemme tra il giorno di Pasqua e quello di Pentecoste (come si ricava da Luca), e al tempo stesso ritiene vero che Gesù, prima dell’Ascensione, sia apparso loro in Galilea, sulla cima di un monte e sulle sponde del lago di Tiberiade (come ci raccontano rispettivamente Matteo e Giovanni);
- ritiene che sia vero che il Risorto apparve alla Maddalena prima che questa riferisse agli apostoli di aver trovato la tomba vuota (come ci dice Matteo) e al tempo stesso ritiene vero che le sia apparso dopo, quando la donna ritornò al sepolcro (come ci spiega il quarto evangelista);
- ritiene che sia vero che Giuseppe tornò nella sua Nazaret, da cui era partito sei o sette settimane prima, appena compiuta la presentazione di Gesù al tempio (come ci dice Luca), e al tempo stesso ritiene vero che egli si sia recato “in una città chiamata Nazaret” (a lui sconosciuta) solo qualche anno più tardi, dopo un periodo trascorso a Betlemme e in Egitto (come riferisce Matteo);
- ritiene che sia vero che Gesù portò da solo la croce fino al Calvario (come ci dice Giovanni) e al tempo stesso ritiene vero che per un tratto l’abbia portata invece il Cireneo (come raccontano i sinottici);
- ritiene che sia vero che Gesù guarì due indemoniati a Gadara (come ci narra Matteo), e al tempo stesso ritiene vero che in quella circostanza l’indemoniato fosse uno solo e che per di più si trovasse a Gerasa, distante da Gadara quasi cinquanta chilometri (come riferiscono Marco e Luca)
- ritiene che sia vero che i primi discepoli furono Pietro e Andrea, seguiti poi da Giacomo e Giovanni, i quali tutti obbedirono a un imperioso invito di Gesù, come ci riferiscono Matteo e Marco (e in modo un poco diverso Luca); e al tempo stesso ritiene vero che l’iniziativa della sequela non sia stata di Gesù, bensì di due discepoli del Battista (Andrea e – presumibilmente – Giovanni), come ci racconta il quarto vangelo;
- ritiene che sia vero che entrambi i ladroni crocifissi insultavano Gesù, come risulta da Marco e Matteo, e al tempo stesso ritiene vero che uno dei due si raccomandasse al Salvatore morente, ottenendo da lui la promessa del Paradiso, come si legge nel vangelo di Luca;
- ritiene che sia vero che al momento dell’arresto, a parte l’iniziativa di Pietro presto conclusasi col triplice rinnegamento, tutti gli apostoli abbandonarono Gesù, come ci dicono i sinottici; e al tempo stesso ritiene vero che Giovanni sia rimasto accanto al Maestro sino al momento della morte sul Calvario e della successiva inumazione;
- ecc. ecc. ecc.
Si potrebbe continuare riempiendo pagine e pagine di queste “doppie verità” che la Chiesa ha sempre considerato indiscutibili perché tutte invariabilmente garantite dal sigillo di autenticità apposto alla Scrittura dallo Spirito Santo, che ne è l’autore principale.
Per la Chiesa, dunque, per antichissima consuetudine, quando si tratti di proposizioni appartenenti alla Scrittura possono essere vere contemporaneamente sia “x è bianco” sia “x è nero”, pur trattandosi dello stesso identico x.
Sta di fatto che, avendo fin da principio accettato e avallato, come si è detto, la presenza nella Scrittura di informazioni contraddittorie, la Chiesa ha per così dire statutariamente rinunciato a quella che si potrebbe definire “probità esegetica”, ossia all’onestà intellettuale applicata all’esame e all’interpretazione del testo biblico.
Non è possibile infatti procedere in modo obiettivo e spassionato all’analisi di un testo quando pregiudizialmente si sa che alcune delle affermazioni di cui si vuole sostenere l’autenticità sono in flagrante contrasto con altre che ciò nonostante vengono pure considerate “intangibili”.
Quando, a partire dall’Ottocento, si è affermato decisamente negli studi biblici quello che si suole definire “metodo storico-critico”, la Chiesa dopo molte resistenze ha accettato obtorto collo le nuove regole del gioco, ma ben raramente ha dato prova di vera onestà intellettuale, rinunciando al pregiudizio teologico in nome dell’obiettività.
Ciò perché, come si è detto, la probità esegetica non ha mai fatto parte del suo DNA: il difetto è congenito, e ha la sua prima origine nell’adozione acritica del “vangelo quadriforme”.
Di qui il fastidio che buona parte dell’apologetica militante mostra per quei biblisti formalmente ligi all’ortodossia ma che in effetti traggono dallo studio obiettivo dei testi conclusioni sgradite alla plurisecolare catechesi.
Vittorio Messori non perde occasione per bollarli come disertori passati al nemico soprattutto per motivi di carriera, o quanto meno per desiderio di adeguarsi all’andazzo prevalente nell’ambiente accademico.
Anche padre Livio batte su questo tasto. Dice che l’esegesi è certo il primo passo nell’interpretazione, ma poi per volare più alto ci vuole l’interpretazione teologica. E osserva con rammarico che oggi ci sono, sì, bravi esegeti, e si son fatti tanti progressi nella ricerca, ma mancano gli spiriti capaci dei grandi voli. Invece una volta, ad esempio, Origene e Agostino non saranno forse stati grandi esegeti, dice, ma produssero interpretazioni grandiose.
O sancta simplicitas! Le produssero proprio perché erano cattivi esegeti, o, per meglio dire, non erano per nulla preoccupati della correttezza esegetica, sentendosi quindi autorizzati a sparare tutto quello che volevano.
Il fatto è che l’esegesi sarà pure il livello più basso dell’ermeneutica biblica, ma è anche quello fondamentale, perché è prioritario, e le sue conclusioni sono pregiudiziali ad ogni altro sviluppo. Gli esegeti di oggi, dovendo rispettare le conclusioni oggettive della loro ricerca, non possono permettersi tanti voli (che del resto son già stati fatti quasi tutti e sono in gran parte entrati nel depositum fidei, costituendo quindi acquisizioni in ogni caso ormai immodificabili).
Altro grande esempio di capacità di “volare” sono per padre Livio i mistici, tra cui egli cita con ammirazione Adrienne von Speyr.
Bella forza! Proprio i mistici, più di chiunque altro, si permettono tutto quel che vogliono; anche sillogizzando a sproposito, all’occorrenza. Il rispetto delle regole dell’esegesi è l’ultima delle loro preoccupazioni.
Il “vangelo quadriforme” come impareggiabile risorsa
Ma c’è di più. La compresenza nei testi sacri di informazioni contraddittorie è stata precocemente apprezzata dalla Chiesa come una “ricchezza”, in quanto consente di scegliere di volta in volta la versione che meglio risponde alle esigenze della catechesi e dell’omiletica.
Così, si potrà insistere sugli scherni al Crocifisso citando i suoi stessi compagni di sventura impegati ad insultarlo, oppure (più spesso) seguire la versione di Luca per esaltare il comportamento del “buon ladrone”.
Si potrà deplorare l’abbandono del Cristo da parte di tutti i discepoli o menzionare la presenza di Giovanni ai piedi della croce per inscenare l’ “affidamento” del discepolo alla Vergine.
E, come abbiamo già osservato nel citato capitolo “Come mai non si sono rimaneggiati i testi?” (da cui riportiamo il passo che segue), tale prassi arriva al punto di “combinare” le differenti versioni, utilizzandole nel commento di uno stesso episodio.
Ad esempio, Messori presenta la figura del Cireneo seguendo ovviamente la versione dei sinottici anziché quella di Giovanni (che del Cireneo nega di fatto l’esistenza); ma, lieto di aver scoperto “un ulteriore incastro di dati evangelici con la precisa realtà di quel tempo”, non esita ad adottare la cronologia di Giovanni quando gli serve per affermare che il Cireneo tornava dai campi verso mezzodì perché quel giorno era la vigilia della Pasqua (anziché il giorno stesso di Pasqua, come per i sinottici; v. “L’episodio del Cireneo”, ne “I racconti della Passione”).
Altro caso classico è quello della chiamata dei primi discepoli: si utilizzano contemporaneamente la versione di Marco e Matteo (non incompatibile con quella di Luca) e la versione di Giovanni, che ogni esegeta onesto ammette invece essere incompatibile con quelle dei sinottici.
Tra i praticanti di tale esegesi spericolata va annoverato anche Benedetto XVI, con le sue catechesi del mercoledì.
A livello profondo, l’alibi è sempre lo stesso: si tratta pur sempre di piae fraudes, lecite in quanto servono al santo fine di diffondere la parola di Dio, e quindi a salvare delle anime.
La probità intellettuale sarà certo una bella cosa, ma di fronte alle esigenze imperative della catechesi, della pastorale e dell’apologetica passa in secondo piano. Così sia.
E così è, da duemila anni, ad maiorem Dei gloriam.
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