I segreti come castighi
Se è pacifico che gli eventi legati ai segreti vadano etichettati come catastrofi, più delicato è definirne la natura in riferimento all’intenzione e allo scopo del Dio che li manda.
Sono indubbiamente “moniti” rivolti agli uomini perché credano, perché si ravvedano e si convertano; ma sono per ciò stesso da considerarsi “castighi”?
Se si pensa al volto tanto spesso irato del Dio dell’Antico Testamento, che dichiara di voler dare sfogo al suo furore perché la perversione degli uomini ha ormai colmato la misura, viene spontaneo considerare ogni intervento traumatico di Dio nella Storia come una punizione.
Naturalmente l’immagine del Dio punitore contrasta con quella del Dio infinitamente misericordioso, che dovrebbe essere la vera immagine della divinità. Questo almeno fino al momento della morte, tanto del singolo individuo quanto dell’umanità intera: il Cielo, si dice, cerca sino all’ultimo la salvezza del peccatore (così come dell’umanità peccatrice), salvo poi applicare i principi della sua infinita giustizia dopo la conclusione dell’esistenza terrena.
L’esegesi devota ovviamente si preoccupa di stornare dall’immagine di Dio ogni ombra di voluttà punitiva.
Castigare, ci spiega padre Livio, significa “rendere casti”: i castighi divini non differiscono da quelli di un buon padre o di una buona madre che puniscono il figlio per insegnargli quello che deve ad ogni costo imparare, onde evitargli punizioni ben più amare, una volta divenuto adulto, ad opera della comunità.
La tesi presta il fianco ad almeno due obiezioni.
In primo luogo, il paragone appena citato zoppica in quanto i genitori devono preparare il figlio al giudizio e alla sanzione di un’entità esterna, la società, su cui essi non possono esercitare alcun controllo; in sostanza, essi dicono: “Sappi che se ti comporti in questo modo gli uomini ti puniranno”.
Ma per Dio il discorso è diverso: egli può solo dire “Io ti punirò”.
In secondo luogo, quale miglioramento, quale “correzione” può aversi quando i “corrigendi” vengono tutti (salvo otto) fisicamente eliminati, come accadde nel caso del Diluvio, che pure padre Livio ricorda come esempio insigne di “castigo” inflitto a scopo squisitamente pedagogico?
Ecco allora l’altra strada battuta dall’apologetica per “scagionare” Dio dall’accusa di crudeltà: Dio non farebbe altro che abbandonare l’uomo alle conseguenze dei suoi peccati.
Peste, fame e guerra, le tre parche della sovramortalità, non sarebbero che frutto di scelte perverse, o quanto meno improvvide, compiute dall’uomo.
Su questo vi sarebbe molto da ridire: a parte il fatto che il Dio veterotestamentario si compiace spessissimo di affermare che tali flagelli stanno per giungere proprio perché mandati da lui (frutto quindi, per dirla coi teologi, della sua “volontà di beneplacito” anziché della sua “volontà permissiva”), è tristemente noto che epidemie, carestie e guerre colpiscono spesso (anzi, di regola, verrebbe da dire!) proprio chi è meno colpevole del loro scatenarsi.
Quando poi si arriva ad affermare, con Laurentin (VAM, pp. 191 ss.), che, come la cirrosi epatica è conseguenza dell’alcolismo e non un castigo mandato da Dio, allo stesso modo sono pure e semplici conseguenze dell’agire umano la diffusione dell’aids e le catastrofi nucleari, nonché la disgregazione della famiglia; quando si arriva a dire questo, Dio risulta certo scagionato, ma si dilegua in una lontananza che non lo rende quasi più percepibile: finisce per identificarsi con quelle “cause seconde” che, si sostiene, egli lascia liberamente operare.
Non c’è dubbio che tirandosi la zappa sui piedi ci si fa male; ma questo avviene esattamente allo stesso modo sia nel caso che Dio esista sia nel caso che non esista.
Sostenere tesi di questo genere significa quindi in certo senso fare un discorso sottilmente blasfemo: si inserisce Dio nel determinismo, lo si riduce ad una macchina, o comunque a un impassibile controllore del suo funzionamento: addio bontà, addio misericordia infinita. Dio diventa egli stesso, lo ripetiamo, una “causa seconda”.
Non è certo questa la sede per disquisire sull’immenso problema del dolore e su quello che i teologi chiamano “concorso divino”, ossia il ruolo che la volontà di Dio gioca nel determinare la storia del mondo interagendo da un lato con le leggi naturali (le “cause seconde“ appena citate), dall’altro con la volontà dell’uomo considerata come pienamente libera.
Ma qualcosa occorreva dirne, in quanto dalla natura di determinati eventi deriva la possibilità o meno di inserirli nello schema dei dieci segreti.
Ad esempio, è chiaramente assurdo che con tre giorni di anticipo possa venir annunciata una recrudescenza dell’aids o la disgregazione dell’istituto famigliare (si tratta di eventi che nel capitolo precedente abbiamo definito “complessi”); ma da ciò consegue che dovremo depennare dall’elenco degli avvenimenti che possono nascondersi dietro i fatidici segreti proprio buona parte di quelli che meglio si prestano ad essere interpretati come chiara conseguenza di comportamenti censurabili delle vittime stesse dell’evento (con conseguente “scagionamento” di Dio).
Concretamente, quindi, i tipi di avvenimenti che ben si adattano alla dinamica di svelamento dei segreti finiscono per ridursi da un lato agli attentati terroristici di varia natura, dall’altro alle catastrofi naturali su cui l’uomo può poco o nulla, e di cui sono esempio classico i terremoti.
A questo punto però sorgono nuovi problemi. Mirjana sostiene di conoscere, di ciascun evento, il momento e il luogo precisi in cui accadrà; anzi, proprio a tale precisione è legata la possibilità di verificare la validità dell’annuncio, con conseguente positiva reazione del mondo intero.
Ma se è così, dalla natura dell’evento in questione può anche dipendere in molti casi, una volta appresa la sua imminenza, la possibilità di impedirne la realizzazione, o quanto meno di attenuarne le conseguenze togliendogli il carattere apocalittico di decimazione dell’umanità (ricordiamo il “quelli che resteranno in vita”!).
Ad esempio, è difficile che la conoscenza di un imminente attentato in un deteminato luogo non induca ad adottare misure atte a prevenirlo o almeno a ridurne la portata distruttiva (ad esempio, lasciando deserti gli edifici e le zone più a rischio). Oltre a ciò, l’annunzio dell’evento potrebbe indurre gli attentatori a rinviare l’attuazione dei loro piani, il che comprometterebbe irrimediabilmente la veridicità dell’annuncio stesso.
Da ciò due conclusioni:
1) gli avvenimenti che presentano meno problemi quando si voglia inserirli nello schema dei dieci segreti restano pur sempre le classiche catastrofi naturali, per le quali l’intervento e quindi la responsabilità di Dio appaiono determinanti;
2) dato che l’annunzio di un evento può interferire con la sua attuazione, si rende necessario esaminare tutta la problematica dei segreti tenendo conto di una nuova variabile: l’ineluttabilità o meno del loro compiersi.
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