controapologetica le bugie della fede

‘Ave, Maria’

26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. (Lc, 1)

Le primissime parole rivolte a Maria dall’arcangelo Gabriele quando si reca a Nazaret a darle l’annuncio della prodigiosa maternità hanno fornito lo spunto a numerose considerazioni e discussioni di carattere linguistico e teologico.

“Ave, Maria, piena di grazia”, dice l’inizio della più famosa preghiera alla Vergine, volendo appunto riprodurre il saluto dell’angelo. Il vocativo col nome proprio per la verità nel testo di Luca figura solo due versetti più avanti, quando il celeste messaggero rassicura la fanciulla turbata: “Non temere, Maria”.

Ma questo poco importa. Più importante è chiarire la natura del saluto: “Ave” è parola latina, ed è il termine usato da san Gerolamo nella sua traduzione della Bibbia; nel testo originale abbiamo Cháire. E “piena di grazia” è traduzione piuttosto libera del participio greco kecharitoméne. In questo capitolo e nel prossimo ci occupiamo rispettivamente del primo e del secondo termine.

Sul significato di cháire i pareri degli studiosi divergono. L’interpretazione tradizionale lo considera un puro e semplice saluto, ma l’ultima edizione riveduta della traduzione curata dalla CEI (“Conferenza episcopale italiana”) lo rende con “rallégrati”. Del che molti biblisti in effetti si rallegrano, e con loro si rallegrò certo a suo tempo Giovanni Paolo II, che aveva suggerito la modifica in una sua catechesi del mercoledì.

A sostegno di tale scelta, già propugnata più di settant’anni fa dal Lyonnet, non mancano certo gli argomenti (soprattutto riscontri scritturali in cui viene invitata a rallegrarsi, a gioire, la “figlia di Sion”, nella quale si vuole vedere una prefigurazione della Vergine). Ma la cosa presta il fianco a numerose obiezioni. Vediamone qualcuna.

1) Come notano diversi biblisti, tra cui D. Bock e H. Schürmann, nessuno dei lettori di Luca (grecofoni abitanti fuori della Palestina) poteva intendere ‘rallégrati’ in una parola ormai “desemantizzata” - ossia privata del suo primitivo significato - in quanto usata abitualmente come formula di saluto. Sarebbe come pretendere che “addio” venga inteso nel senso originario di ‘ti raccomando a Dio’, attribuendo magari la fede a chi pronuncia il saluto. Per di più, al v. 29 lo stesso Luca definisce ‘saluto’ (aspasmós) le parole dell’angelo.

Quindi la versione CEI è linguisticamente discutibile, per non dire scorretta. È una delle tante forzature dei testi, uno dei tanti aggiustamenti operati approfittando della traduzione.

E. G. Mori ricorda poi che per esprimere l’invito alla gioia si usano nei testi biblici, accanto al verbo cháiro, dei sinonimi quali euphráino e agalliáo. Ne deduciamo che se l’evangelista avesse voluto esprimere tale invito avrebbe presumibilmente impiegato uno di questi due termini, per evitare che i suoi lettori equivocassero intendendo cháire come un saluto.

Va poi tenuto presente che l’angelo, parlando aramaico, o tutt’al più ebraico, non usò sicuramente cháire; ma poiché non sappiamo quale termine impiegò, non possiamo in ogni caso valutare la bontà della scelta di Luca.

Può essere di qualche interesse sapere che il valore di ‘saluto’ del termine di cui ci stiamo occupando si è conservato fino ad oggi: in greco moderno, cháire (pronunciato chère) vale “Salve” (si usa ad esempio per tradurre il classico “Ave, Caesar”). Si tratta di una voce dotta; ma di uso corrente è il plurale cháirete (lat. salvete), rivolto a più persone.

2) L’interpretazione di cháire nel senso di ‘rallégrati’, interpretazione suggerita dal desiderio di sottolineare presunti legami veterotestamentari del testo evangelico, ha conseguenze negative per l’immagine di entrambi i protagonisti della scena.

Non solo, infatti, la successiva ‘obiezione’ di Maria (di cui si parla nel cap. “Non conosco uomo”) diventa in tal caso più ardita, quasi sfacciata; ma, allo stesso tempo, appare accresciuta la pressione psicologica obiettivamente esercitata dall’angelo.

In pratica, l’insistenza sul preteso significato di “rallégrati”, unitamente ai richiami alle “profezie” che invitano all’esultanza, produce i seguenti effetti:

a) sottolinea che l’angelo si considera portatore di un annuncio, e non pensa neppure lontanamente di chiedere un consenso;

b) rende oggettivamente assurda la tesi dell’ “abnegazione” di Maria, che, si suole dire, si sarebbe “consacrata totalmente” alla causa della Redenzione. L’angelo si presenta come portatore di una bella notizia: sarebbe sconsiderato ribellarsi al suo annuncio. Maria insomma, a giudizio dell’angelo, ha tutti i motivi per fare salti di gioia;

c) preclude di fatto a Maria la possibilità di opporre una ripulsa (ossia rende la cosa psicologicamente quasi impossibile).

Se poi preferiamo pensare che l’angelo non sia effettivamente convinto di recare una notizia che riempirà di gioia la destinataria, dobbiamo allora supporre che il suo comportamento risponda a una strategia sottile, abilmente studiata.

In tale prospettiva, Gabriele si comporterebbe in tutto e per tutto come quelle imprese commerciali che per vendere i loro prodotti inviano una lettera personalizzata in cui il potenziale cliente viene avvertito di essere stato sorteggiato tra i fortunati ammessi a partecipare, previo acquisto di un certo articolo, a un favoloso concorso a premi. In sostanza gli si dice: “Si rallegri, o baciato dalla fortuna”. Segue l’annuncio della fortunata circostanza di cui egli si deve rallegrare.

La stessa strategia userebbe l’angelo con Maria: “Rallégrati, o colmata di grazia”. Segue l’annuncio dell’imminente fausto evento di cui la fanciulla deve rallegrarsi.

Sia i venditori che l’angelo puntano cioè sul fatto che dopo un simile preambolo un’eventuale reazione di rifiuto risulta più difficile, in quanto il destinatario avverte che tale rifiuto “deluderebbe” l’emittente, tanto lieto e orgoglioso di comunicare una buona notizia.

Nel caso di Maria, date le circostanze (l’emittente è Dio, e c’è in gioco il compimento dell’attesa messianica), il rifiuto, come si è detto, diviene praticamente impossibile. Gabriele (o chi l’ha istruito) dimostra dunque buone doti di piazzista.

Per fare un altro esempio, possiamo immaginare la situazione di qualcuno che non desiderasse affatto assumere una certa carica ma si sentisse annunciare: “Ti do una splendida notizia: sei stato nominato presidente di …”.

Qualora la notizia e la nomina provengano da persone cui si devono grande rispetto e reverenza (nel nostro caso si tratta addirittura dell’Altissimo e di un suo messaggero!), possiamo capire la forza della pressione psicologica esercitata.

3) Comunque sia, come già si è accennato, nella misura in cui Maria realmente si rallegrò all’annuncio, diviene proporzionalmente meno meritorio il suo “sì”. Se effettivamente la Vergine avvertì come gioiosa la prospettiva dischiúsale dall’angelo non le occorreva proprio una superancillare umiltà per dichiararsi totalmente disponibile al piano divino.

In altri termini: anche se non vogliamo insistere sulla pressione psicologica, la quale prospetta in certo senso una strategia sottilmente fraudolenta da parte del messaggero celeste, e consideriamo il “rallégrati” pienamente giustificato dall’obiettiva appetibilità del ruolo che Gabriele annunzia, otteniamo in ogni caso il risultato di ridimensionare notevolmente il merito del “consenso” di Maria.

4) Se cháire, anziché essere un comune saluto, ha la sua piena valenza semantica di “rallégrati”, che ne sarà dell’Ave Maria? Certo si continuerà a recitarla così com’è, ma si dovrà pur sempre essere consapevoli che si tratta di una traduzione sbagliata, e che per rendere fedelmente il testo evangelico si dovrebbe dire “Rallégrati, Maria, piena di grazia”.

“Ave” infatti è inequivocabilmente una formula di saluto; al massimo si potrebbe risemantizzarlo in “sta bene”, “salute”.

5) È deplorevole che lo Spirito Santo, il quale certo assisteva san Gerolamo nella sua traduzione (suggerendogli addirittura alcune gherminelle, come il creavit di Gn 1, 1 e l’ipsa di Gn 3, 15), non l’abbia avvertito che cháire non era un comune saluto. Deplorevole soprattutto data l’importanza che la formula “Ave, Maria” era destinata ad assumere nella liturgia e nella preghiera.

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