L'evento pasquale
Il problema
“Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.”
Così scrive san Paolo ai Corinzi (1Cor 15, 14). E s’intende che per i destinatari di quella predicazione, così come per noi destinatari della Rivelazione, la frase diviene: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede”.
Sono parole che pongono il problema nei termini più chiari: Cristo deve essere veramente risuscitato, al di là di ogni possibile dubbio o distinguo, pena il crollo di ogni altra certezza. Qualsiasi perplessità circa la realtà della Risurrezione colpisce al cuore la fede.
Sfortunatamente, i racconti evangelici che testimoniano il ritorno di Gesù alla vita e la sua entrata nella gloria del Padre non sono affatto tra i più concordi e convincenti.
Ed è chiaro che proprio l’eccezionalità dell’evento, assolutamente unico nella storia, avrebbe richiesto invece la massima chiarezza e coerenza delle testimonianze.
Secondo molti studiosi - tra cui particolarmente aggressivo l’abate Ricciotti -, solo un pregiudizio razionalistico e anticristiano può indurre a negar fede ai racconti della Risurrezione, in quanto i loro autori sono i medesimi a cui dobbiamo la descrizione degli eventi della passione e della morte di Gesù.
Se dunque accettiamo la loro testimonianza per i fatti del Calvario, si afferma, perché metterla in discussione quando ci narrano le vicende della Pasqua?
Come abbiamo accennato, le ragioni per farlo sono sostanzialmente due:
1) fra i quattro racconti degli evangelisti si riscontrano, nel caso della Risurrezione, contraddizioni senz’altro più numerose e più gravi che nel caso della Passione;
2) la natura particolarissisma dell’evento prodigioso è oggettivamente tale da suscitare di per sé maggiore diffidenza e richiedere quindi un’attestazione più persuasiva.
Sulla obiettiva diversità che si constata immediatamente tra le due serie di racconti è significativa l’opinione quanto mai esplicita di uno studioso ortodosso come Joachim Jeremias:
“Nel racconto della passione tutti i vangeli (fatta eccezione per qualche differenza nei particolari) si basano su una cornice di tradizioni comuni […]. I racconti pasquali sono del tutto differenti; al più possiamo parlare di una cornice comune nella successione sepolcro vuoto-apparizioni. Per il resto il quadro risulta del tutto variato”.
E Vittorio Messori, in quel “Dicono che è risorto” che sarà un po’ il filo conduttore della nostra analisi, parla di “una scossa sui vangeli” per indicare lo stato in cui si presentano i testi relativi alla Risurrezione; e cita Karl Barth, secondo cui “i racconti delle apparizioni appaiono sconnessi e disarticolati come per effetto di un terremoto”.
Se non che, al tempo stesso, con assai discutibile coerenza lo stesso Messori ci ammonisce che “i racconti evangelici prepasquali e quelli post-pasquali […] sono un blocco unico”, per cui “o insieme stanno in piedi o insieme crollano”; si può pensare diversamente, dice, solo per un “pregiudizio "filosofico"”, per una “negazione previa di ogni possibilità di soprannaturale”.
Noi esamineremo questi racconti per cercar di vedere fino a che punto sia legittimo dedurne la certezza dell’avvenuta Risurrezione, quella certezza su cui Paolo afferma poggiare la fede nel Cristo.
Gli strumenti
Chi voglia studiare i testi evangelici ha a disposizione una quantità sterminata di opere “critiche”, che spiegano, chiariscono, commentano a tutti i livelli le pagine della Scrittura.
Per un lavoro come il nostro - non orientato teologicamente, bensì in senso lato “storico”, ossia di ricostruzione dei fatti - si possono utilizzare in primo luogo, ovviamente, i commenti ai singoli vangeli; soprattutto studiosi tedeschi e anglosassoni hanno fornito in gran numero opere giustamente famose e autorevoli: per fare solo qualche nome, ricorderemo Bultmann, Schürmann, Pesch, Schnackenburg, Gnilka, Marshall, R. Brown, Fitzmyer.
Poi vi sono opere “monografiche”, dedicate cioè ad un tema specifico, nel nostro caso la Risurrezione; e qui notiamo una forte presenza di biblisti francesi (ad es. B. Rigaux, Benoit, Léon-Dufour).
Infine abbiamo le “Vite di Gesù”, ossia le biografie del Nazareno, di taglio più o meno divulgativo, le quali, dovendo “raccontare” le vicende terrene del Messia, sono per così dire costrette a ricavare dai dati evangelici un tessuto narrativo coerente.
Proprio per questo motivo le opere di tipo biografico sono quelle che abbiamo maggiormente utilizzato per la nostra analisi, volta appunto a stabilire che cosa accadde nelle ore e nei giorni che seguirono la Risurrezione.
Anche tra le “Vite” i contributi più interessanti, che hanno lasciato un’impronta più duratura, sono di scuola francese. Per quanto ci riguarda, ricordiamo l’opera di Le Camus, a cavallo tra Ottocento e Novecento, seguita a una trentina d’anni di distanza da quella del padre Lagrange; negli anni Novanta del secolo scorso usciva la “Vita autentica di Gesù Cristo” di René Laurentin.
Tra le biografie merita però un posto d’onore un’opera italiana, la “Vita di Gesù Cristo” di Giuseppe Ricciotti, del 1941, che avremo occasione di citare più d’una volta.
Come si vede, abbiamo menzionato come riferimenti per il nostro lavoro opere di studiosi rappresentanti in modo più o meno stretto l’ortodossia. Abbiamo volutamente ignorato le biografie e le monografie di autori dichiaratamente polemici come Renan, Loisy, Goguel, Guignebert (anch’essi francesi), poiché abbiamo cercato per quanto possibile di cogliere le contraddizioni e le inverosimiglianze presenti nei testi quali esse appaiono agli occhi di un comune lettore della Bibbia (il CUB, o “comune utente biblico”), di regola ignaro di esegesi e di studi eruditi in genere (v. il capitolo “Il 'comune utente biblico' e i racconti pasquali”).
Anzi, come si è accennato, nostra guida privilegiata in questa rivisitazione dei racconti pasquali sarà il citato volume di Vittorio Messori, “Dicono che è risorto”, impegnato a dimostrare a un largo pubblico la piena attendibilità di tali racconti.
L’opera di Messori, che fa seguito ad una analoga dedicata ai racconti della Passione, può venire ascritta a pieno titolo all’apologetica, ossia a quel settore degli studi religiosi che comprende i lavori scritti a difesa della fede - in tutte le sue articolazioni - dagli attacchi dei negatori e degli scettici.
S’intende però che di fatto hanno intento apologetico anche tutte le opere sopra citate, in quanto, in modo più o meno polemico, si sforzano, pur con un certo spirito critico, di mostrare la coerenza e la veridicità dei testi evangelici, sostenendo la storicità della Risurrezione.
Noi ovviamente esamineremo ogni cosa nella prospettiva della controapologetica, studiandoci di controbattere puntualmente le argomentazioni degli apologeti.
Le due monografie
Per ragioni pratiche, al fine di rendere più agevole l’accesso a una mole di materiale che è senza dubbio considerevole, abbiamo preferito suddividere il lavoro in due monografie.
Nella presente, “I racconti della Risurrezione”, si esaminano i testi evangelici per mostrarne le contraddizioni e le inverosimiglianze, e quindi l’impossibilità di conciliarli.
A tale scopo si confutano gli specifici argomenti usati di volta in volta dall’apologetica per risolvere le difficoltà.
Nella successiva, “L’apologetica e i racconti pasquali”, si mettono invece a fuoco - in una prospettiva più teorica, di metodologia dell’esegesi - le principali strategie apologetiche impiegate per sostenere l’attendibilità di queste narrazioni.
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