controapologetica le bugie della fede

La risposta di Gesù al ‘macarismo’ di Lc 11, 27

Luca 11, 27-28 è uno dei passi “antimariani” di cui sono costellati i vangeli sinottici, passi attestanti un atteggiamento di ostilità di Gesù nei confronti della famiglia, e della madre in particolare; o quanto meno una tensione tra lui e i famigliari, presentati come indegni di essere annoverati tra coloro che seguono i suoi insegnamenti e compiono la volontà di Dio.

Poiché l’esegesi devota, viceversa, enfatizza al massimo il preteso ruolo di Maria quale “perfetta discepola”, anche il passo in questione viene interpretato in un modo che ne stravolge il senso, così da piegarlo ad esprimere un elogio di Gesù alla madre.

Per di più, la frode filologica ha ricevuto un avallo autorevole, benché ambiguo (un vero capolavoro di doppiezza del linguaggio: si vuol suggerire senza compromettersi formalmente) mediante l’inserimento in un documento magisteriale, la “Lumen Gentium” (§ 58), sicché possiamo considerarla ormai ufficialmente acquisita e integrata nel “depositum fidei”.

Ma poiché le modalità ordinarie della comunicazione verbale non sono stabilite dai decreti conciliari, quella che abbiamo definito una frode filologica resta tale a pieno titolo anche se benedetta dai santi padri. Ci proponiamo di dimostrarlo qui con alcune considerazioni elementari.

Ecco, nella nuova versione della CEI, i due versetti che ci interessano:

[27] “Ora, avvenne che mentre egli diceva ciò, una donna della folla, alzando la voce, gli disse: ‘Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato!’

[28] Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono!’”

Come abbiamo accennato, la chiarificazione del senso della risposta di Gesù passa attraverso la considerazione di alcuni elementari principi della comunicazione verbale, largamente comuni a tutte le lingue, o quanto meno, per quanto ci riguarda, alle lingue indoeuropee. Possiamo quindi esaminare il passo servendoci di concetti e categorie familiari.

Il “macarismo” (ossia la beatitudine) di cui ci occupiamo esprime due concetti, ossia contiene due indicazioni:

1) dice chi deve ritenersi “beato”: si tratta della madre di Gesù;

2) dice perché questa donna deve ritenersi beata: per il fatto stesso di aver partorito e allattato un simile figlio.

Ora, tesi dell’apologetica è che Gesù sottoscriva e confermi la “beatitudine” pronunciata dalla sua anonima ascoltatrice per quanto riguarda l’indicazione della persona, correggendola però nella motivazione: non è la maternità carnale di tanto figlio, egli intenderebbe dire, che innalza Maria tra le donne, bensì il suo comportamento conforme alla parola di Dio.

Ma è facile vedere che se Gesù volesse far questo imposterebbe la sua replica in modo diverso, associandosi circa il chi e dissociandosi circa il perché.

Invece egli introduce nella sua frase un nuovo soggetto, che viene contrapposto a quello del “macarismo” appena proferito: la contrapposizione è espressa sia dal dé posto all’inizio del v. 28 sia, soprattutto, dal menoûn (‘piuttosto’), che palesemente vuole “correggere” l’asserzione dell’interlocutrice.

Beato x, ha detto l’anonima donna, indicando nel contempo il motivo della beatitudine. Beato piuttosto y, ribatte Gesù. È vero che questo y indica un insieme, nel quale è possibile immaginare inclusa Maria; ma il fatto di non aver sfruttato l’opportunità, che il contesto gli offriva, di mantenere ferma l’indicazione del titolare della beatitudine limitandosi ad enunciare una diversa motivazione è quanto mai eloquente.

“Beata, sì, mia madre”, avrebbe potuto e dovuto dire Gesù, “ma beata piuttosto perché ascolta la parola di Dio e la custodisce”. Ma così non ha fatto; ha invece introdotto un nuovo e diverso soggetto, a cui viene attribuita la beatitudine.

Del resto, a parte ogni altra considerazione, anche volendo considerare l’insieme indicato da Gesù come definito “su misura” per la figura della Vergine, appare evidente un fatto inoppugnabile: mentre la donna ha assegnato a quest’ultima un ruolo specialissimo - caratterizzandola come unica in quanto madre di una persona determinata dotata di straordinarie virtù -, Gesù, nella migliore delle ipotesi, la include in un insieme potenzialmente vastissimo.

Anche volendo interpretare le parole del figlio (erroneamente, giova ripetere) come un elogio alla madre, questa si trova di fatto a condividere con innumerevoli altri la condizione di discepola attenta e obbediente del Salvatore: viene degradata ad anonimo membro di una pluralità di fedeli.

L’analisi linguistica quindi conferma pienamente l’interpretazione che delle parole di Gesù dà qualsiasi lettore non prevenuto: si tratta di una presa di distanza del figlio dalla madre, dell’esplicito rifiuto di associarsi a un elogio che egli mostra chiaramente di non condividere.

E questo lettore viene naturalmente portato a percepire, nella “precisazione” di Gesù che “corregge” impietosamente la sconosciuta ammiratrice, l’affermazione, sia pure implicita, che la madre non è tra coloro che vengono additati a modello in suo luogo, ossia “coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono”.

Indirettamente ce lo dice anche Giovanni Paolo II, che nella “Redemptoris Mater” (§ 20) scrive: “Possiamo dunque affermare che la beatitudine proclamata da Gesù non si contrappone, nonostante le apparenze [sic], a quella formulata dalla donna sconosciuta, ma con essa viene a coincidere nella persona di questa Madre-Vergine […]” .

“Nonostante le apparenze”: ciò equivale a dire che l’interpretazione che viene spontanea è precisamente l’opposta; mentre quella dell’ortodossia, che il Papa ci propina senza neppure avvertire il bisogno di darne una minima giustificazione filologica, dobbiamo supporla suggerita - o meglio, imposta - direttamente dallo Spirito Santo.

In ogni caso, va ribadito che “la beatitudine proclamata da Gesù”, anche ammesso – e non concesso – che non si contrapponga “a quella formulata dalla donna sconosciuta”, non viene affatto a “coincidere” con essa, perché inconfutabilmente, come abbiamo visto, a differenza di questa non ha per oggetto esclusivo la Vergine Madre: quest’ultima verrebbe associata a un gruppo che si vuole sperare non fosse poi tanto esiguo.

Va infine sottolineato che il “macarismo”, ovvero la “beatitudine”, giusta l’etimologia dei due termini, non implica un elogio, ossia una proclamazione di particolari virtù possedute dalla destinataria. La madre di Gesù viene dichiarata beata, felice, per il fatto di avere un figlio così straordinario.

Nulla ci autorizza a pensare che le parole della sconosciuta ammiratrice affermino un legame causale tra le virtù della madre e quelle del figlio, che le avrebbe ricevute per eredità biologica o mediante l’educazione.

L’eccezionalità del figlio non implica affatto l’eccezionalità della madre, bensì la sua fortuna e quindi la sua felicità. Lo stesso macarismo potrebbe esser stato rivolto ad Alessandro Magno o ad Albert Einstein, e in tal caso ovviamente nessuno si sognerebbe di proiettare sulle rispettive madri le doti esaltate nei figli.

In sostanza, la donna sconosciuta esprime la sua ammirazione per Gesù manifestando una sorta di santa invidia per sua madre: vorrebbe essere al suo posto, vorrebbe avere anche lei un figlio così; ovvero, vorrebbe che anche suo figlio, o uno dei suoi figli, avesse le qualità di Gesù.

Immagina quanto sarebbe felice se così fosse. Nient’altro.

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