Thursday, 19 July 2018
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                                  Un CUB insospettabile

 

  

 

Qualora il concetto di “comune utente biblico” messo a fuoco nel capitolo precedente sembrasse a qualcuno un poco astratto, si dà il caso che, paradossalmente, sia possibile fornirne un’applicazione concreta proprio nella persona di uno degli esponenti più qualificati dell’apologetica italiana: Rino Cammilleri, tra l’altro collaboratore fisso della rivista “Il Timone” e coautore con Messori di un volume di ricerca storico-religiosa.

In un suo recente libro, “Il Vangelo secondo me”, egli solleva una quantità di interrogativi circa le molte “incongruenze” (sic) presenti nei vangeli, e lo fa anche con un tono tanto scanzonato da sconfinare nell’irriverenza.

 

Cammilleri è per molti versi la perfetta incarnazione del CUB: uno spirito che cerca nella Bibbia la parola di Dio perché gli faccia trovare la fede, o quanto meno l’ubi consistam per muoversi nella vita, ma in questa Bibbia trova, appunto, una sequela di incongruenze che lo lasciano di sasso.

È però uno spirito sveglio, smaliziato quanto basta, e non si lascia mettere a tacere da quattro frottole apologetiche. Solo alla fine, proprio nell’ultima pagina del libro, con una spettacolare conversione ad U, ci informa che nella “Vita di Gesù” di Ricciotti e nei volumi del fraterno collega Messori ci sono le risposte a tutti (o quasi tutti) i dubbi che possono nascere a chi legge il Vangelo.

 

Diremo tra poco di questa conversione finale. Resta il fatto che di fronte a un libro del genere possiamo dire di sentirci in buona compagnia.

Noi abbiamo solo cercato di essere meno “incongruenti” di Cammilleri, dicendo pane al pane e vino al vino anche nell’ultima pagina del nostro lavoro, senza ripiegamenti strategici in extremis volti a salvare capra e cavoli.

Vogliamo ora mostrare con qualche esempio che quanto scrive l’autore circa l’effetto che i testi evangelici fanno su un comune utente biblico è in perfetta consonanza con quanto abbiamo detto noi (s’intende che ci limiteremo quasi esclusivamente al campo che noi abbiamo considerato, ossia i racconti della Risurrezione).

 

Tanto per cominciare: Cammilleri scrive che “la Risurrezione pare una commedia degli equivoci”; e passa subito a dare un succinto elenco delle assurdità che costellano l’episodio della visita al sepolcro da parte di Pietro e Giovanni prima e della Maddalena subito dopo. Bene: noi abbiamo parlato, proprio a proposito del medesimo episodio, di “comedy of errors”, usando un’epressione che dice esattamente la stessa cosa nella lingua originale scespiriana.

Tutt’e due abbiamo voluto dire che siamo di fronte a una commedia dell’assurdo, a una storia di nonsense, a una sequela di inaccettabili inverosimiglianze.

 

Lui ricorre al verbo “colpire”: “Quel che colpisce, fra l’altro, sono le domande retoriche …”; “Colpisce anche quel che fanno i due apostoli”.

Noi abbiamo parlato di “stranezze”, e Cammilleri non è da meno:

“queste donne di tutto hanno paura, salvo che, stranamente, di contaminarsi”;

“nel racconto di Marco le donne sono tre: la Maddalena, la madre di Giacomo e Salome. Strano, perché i testimoni oculari, sappiamo, sono Giovanni e Pietro. Giovanni parla di una sola donna. Marco non c’era, certo, però ci è noto che riferisce il racconto così come l’ha sentito da Pietro. Boh” (pp. 186-87; corsivo nostro).

 

Da notare il “boh” finale, che risuona come un ritornello, specie nelle pagine conclusive del libro, benché l’autore nel “Prologo” ironizzi proprio sui “coltivatori del boh”. Certo, il suo è un “boh” esegetico, non teologico o metafisico, ma è comunque significativo: vuol dire che in questi racconti chi ci capisce qualcosa è bravo.

 

Altro punto di perfetta consonanza, per il tema che ci riguarda, è l’opinione dell’autore circa un altro fondamentale aspetto della commedia degli equivoci, quello dell’appuntamento dato agli apostoli in Galilea mentre in realtà nessuno di loro fa una piega e Gesù stesso gli ordina poi di non muoversi da Gerusalemme.

Scrive Cammilleri: “Già, perché né lui [Pietro] né gli altri vanno in Galilea, tutt’altro: se ne stanno ben serrati nel cenacolo […], costringendo il Risorto a venirli a cercare là” (187). E più avanti: “E bravi gli apostoli: non solo non sono andati ad attenderlo in Galilea, come da ordine, ma stanno lì ben tappati a battere la fiacca e, visto che ci sono, a farsi le grigliate di pesce” (188).

 

Dopo aver ricordato infine l’ordine dato da Gesù di restare in città fino alla venuta dello Spirito, l’autore torna a battere sul chiodo: “Ma non dovevano vedersi in Galilea?” (192). Domanda sacrosanta, da vero intelligente CUB.

Da notare fra l’altro che l’autore riporta il passo di Luca (24, 49) contenente appunto l’ordine di Gesù; passo che Messori, come abbiamo visto, evita accuratamente di citare, perché manderebbe all’aria tutta la sua paziente strategia per “spiegare” le due diverse tradizioni circa la sede delle apparizioni pasquali.

 

Anche al di fuori dei racconti della Risurrezione, comunque, innumerevoli sono i passi in cui si sottolinea l’assoluta illogicità di quanto ci ammanniscono i Vangeli, soprattutto con riferimento a parole e discorsi di Gesù.

Un esempio solo, relativo al cap. 8 di Giovanni. Dopo aver riportato il v. 59 (“presero allora delle pietre per scagliargliele addosso”), Camilleri si chiede: “Ma non erano quelli ‘che avevano creduto in lui’?” E commenta: “Eppure, a un certo punto, Gesù esclama: ‘Chi di voi può dimostrare che io abbia peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?’ (8, 46)”.

Per poi concludere: “Insomma, qui le cose sono due: o l’evangelista comincia con alcuni giudei e continua con altri, tralasciando di precisare [sic!] che i secondi sono diversi dai primi; o sono sempre gli stessi, che però in corso d’opera cambiano idea” (p. 234).

 

È un modo gentile (o ipocrita, secondo i punti di vista) per dire che si tratta di un testo scritto decisamente male. Qualsiasi scolaretto di prima media se lo vedrebbe marchiato con la matita blu. Per ragioni puramente logico-linguistiche, s’intende, non teologiche.

 

Questo scrive Cammilleri. E se c’è qualcuno che deve scusarsi per aver usato un linguaggio troppo disinvolto non siamo certo noi, visto che non siamo stati noi a scrivere quanto segue: “E che dire della logica di certe argomentazioni usate da Gesù? Se qualcuno l’adoperasse con noi, forse ci toccheremmo la tempia con l’indice” (197).

E l’immagine del “picchiettare” sulla tempia ricorrre spesso nel libro, a indicare la presenza di qualche sciocchezza, quanto meno apparente.

Noi abbiamo scritto che talora Gesù viene fatto apparire schizofrenico; Cammilleri dice chiaro e tondo che di tanto in tanto parla da paranoico, o quanto meno da picchiatello.

 

Tutto quel che abbiamo detto noi, dunque, presentato semmai con tono ancora più critico e polemico? L’apologetica e la controapologetica che vanno a braccetto? Il diavolo e l’acqua santa?

No, l’abbiamo già anticipato. Tutti i salmi finiscono in gloria: nel finale c’è la palinodia. Debitamente problematizzata, s’intende.

L’abbiamo definita una conversione. Ma si sa che non c’è conversione, per quanto subitanea, che non sia in qualche modo preparata. È quindi opportuno fermarsi un attimo  per segnalare alcune sortite piuttosto singolari che già figuravano nelle pagine precedenti.

 

Dopo aver rilevato una contraddizione tra il secondo e il quarto vangelo, suggellando il proprio discorso con uno dei vari boh del suo repertorio, Cammilleri, CUB perplesso, cerca di “razionalizzare” e di tranquillizzarsi così:

“L’unica è questa: gli evangelisti si integrano l’un l’altro. Scrivendo in tempi via via successivi è inutile ripetere cose che la comunità cristiana già conosce, laddove è bene, semmai, precisare o aggiungere.

Insomma, in certi punti si riassume, in altri si amplia. Se si tiene conto, poi, che la catechesi apostolica era già stata dettagliatamente e reiteratamente esposta, ecco spiegato perché quella in seguito messa per iscritto si presenta così disarmonica (per dire il meno)”.

A questo punto il CUB ha un sussulto di onestà: “Già, però noi, oggi, questa abbiamo” (186).   

 

Vorremmo che l’autore ci spiegasse. Ha siglato con un ‘boh’ un complesso di dati contrastanti forniti dagli evangelisti, e adesso ci viene a dire che tutto è sotto controllo, che tutto si giustifica. Ma come è possibile che i vangeli “si integrino” dicendo l’uno il contrario dell’altro?

Ovvero: se si tratta solo di riassunto, di ampliamento e di precisazioni, allora chi ha detto ‘boh’ deve avere un deficit di intelligenza. Anche qui, lo scolaro che facendo queste operazioni si contraddice viene bocciato. L’annuncio cristiano consiste forse nel sovvertimento delle comuni modalità comunicative?

 

E poi: se ogni evangelista ha scritto tenendo conto di quanto avevano già scritto gli altri, si stabilisca una volta per tutte, e si dica chiaro e tondo, qual è la successione cronologica dei vangeli e si verifichino in ogni pericope le modifiche via via apportate dai successivi interventi, spiegando se possibile i motivi che li hanno suggeriti e individuando una linea coerente nell’evoluzione dei testi.

Altrimenti tutto si riduce a un bla bla fatto per creare una cortina fumogena sullo stato caotico in cui ci è pervenuta la testimonianza evangelica, che con un dichiarato eufemismo viene qui definita “disarmonica”.

Solo alla fine il CUB ha il coraggio di far sentire, a mezza voce, la sua protesta per il fatto che noi dobbiamo comunque accontentarci di tale testimonianza.  

 

È un vero peccato che Cammilleri, parlando diffusamente dell’episodio del fico seccato, non menzioni il clamoroso contrasto fra la versione di Marco (il prodigio viene constatato il mattino seguente) e quella di Matteo (esso si compie - e viene pure constatato – sul momento).

Si tratta, come già abbiamo visto, di uno splendido esempio di “non vissuto” (a testimoni oculari il fatto non poteva non essere rimasto indelebilmente impresso); piacerebbe sapere se questa “integrazione” di Matteo rispetto a Marco sia da rubricare come riassunto, come ampliamento o come precisazione.

In ogni caso, è chiaro che almeno uno dei due racconti deve essere falso. Non sappiamo se la mancata menzione da parte di Cammilleri sia dovuta a una disattenzione del CUB o alla prudenza dell’apologeta (che comunque classifica l’episodio sotto la voce “non si capisce niente”).

 

Una seconda avvisaglia della riconciliazione finale con le ragioni dell’apologetica la vediamo nell’insistenza con cui si sottolinea che quella che pur viene definita “un’incongruenza” del quarto vangelo va considerata “un’ulteriore prova logica che il vangelo non è invenzione letteraria, perché chi inventa una storia si preoccupa di eliminarle, le incongruenze”; oppure: “La cosa ci conferma della veridicità delle parole di Gesù: uno che inventa di solito non complica il quadro con fumose astruserie che aumentano il rischio di scetticismo negli astanti” (243).

 

Quindi il criterio è chiaro: quanto più i racconti degli evangelisti sono inverosimili e contraddittori, e quanto più i discorsi di Gesù risultano sconclusionati, tanto più ci danno la consolante certezza che sono veri: “Insomma, non si capisce niente. Per questo, ribadiamo, deve essere tutto vero” (93-94).

E a mo’ di conclusione Cammlleri rispolvera il classico “Credo quia absurdum”, pur se infelicemente lo attribuisce a sant’Agostino, che viene definito “uno dei pochi con le idee chiare”.

A che mai si sono ridotti i criteri per inferire la verità della parola di questo Dio che vuol rimanere nascosto! Il miglior sigillo di veridicità delle sue esternazioni è il non avere né capo né coda.

 

Naturalmente questa strategia divina, se salva il dogma dell’inerranza biblica, getta però una luce assai negativa sui protagonisti, tra cui Gesù stesso. Ad esempio: “Ciò tuttavia nulla toglie al dato che Gesù, smentito dagli accadimenti, è colto in flagrante contraddizione” (237).

D’altra parte, questa sorta di “rimpallo” negativo è una regola: quando l’esegeta sostiene che l’evangelista intendeva dire tutt’altra cosa rispetto a quel che chiunque capisce leggendo, gli fa fare la figura di un deprivato verbale; e a sua volta l’evangelista che attribuisce ai personaggi, Gesù compreso, certi comportamenti e certe affermazioni, compromette seriamente la loro immagine, costringendo l’apologetica a impegnarsi per mettere toppe qua e là.

 

Resta poi da vedere come si possa pontificare che “non è così che si inventa”: come ogni altra cosa, anche l’inventare può essere fatto bene o male; ed è petizione di principio dire che gli evangelisti, se avessero inventato, avrebbero inventato bene.

In ogni caso, già l’abbiamo detto, è facile ribattere che “non è così che si convince”, come ci mostra la reazione dello stesso Cammilleri; e questo ci pare la cosa più importante (e più grave) per testi che vogliono suscitare la fede.

 

Un’altra caratteristica che fa del nostro autore un CUB non del tutto coerente è la sua enfatizzazione dell’ “acribia”, ossia dell’accuratezza, di Luca come storico.

L’elenco che questi fa degli uomini che detenevano il potere in Palestina al momento dell’inizio del ministero pubblico di Gesù viene esibito come prova della sua intenzione di scrivere una cronaca fedele dei fatti.

 

Direi che l’evangelista ha raggiunto pienamente lo scopo di gettar polvere negli occhi ostentando uno scrupolo “scientifico” del tutto fuori luogo, se si pensa che i nomi dei re che erano sul trono trent’anni prima in quella regione li poteva conoscere chiunque avesse una certa età e un minimo di attenzione per le cose politiche.

Avrà dovuto fare anni di ricerche nella biblioteca di Alessandria il bravo Luca per procurarsi questi dati riservatissimi? 

 

Ma, come se non bastassse, non si vede quale rilevanza abbiano tali ragguagli per i fatti che egli poi ci racconta, a cominciare dalle apparizioni e dai discorsi degli angeli che figurano nel suo vangelo dell’infanzia.

È come se uno pretendesse di accreditare una leggenda metropolitana milanese snocciolando l’elenco degli assessori del comune di Milano in carica al tempo della vicenda.

Senza contare poi quello che è il risvolto più singolare della cosa, ossia che nei casi in cui ci è possibile confrontare le informazioni di Luca con i dati che possediamo da altre fonti, esse risultano probabilmente – per non dire certamente -  errate: dalla data del censimento di Quirinio a quella della rivolta di Teuda, dalla titolarità della carica di sommo sacerdote alle offerte al tempio prescritte per la purificazione e il riscatto.

A ciò vanno aggiunte le contraddizioni interne, dalle due diverse date dell’Ascensione nel Vangelo e negli “Atti” (fornite senza alcun chiarimento) alle differenze riscontrabili nelle tre versioni della conversione di Paolo.

 

C’è infine un chiodo fisso nella mente del CUB Cammilleri in attesa dell’illuminazione della fede: quello del parroco che gli spiega la Bibbia.

Riconoscendo che qualche spiegazione è assolutamente necessaria per testi che sono stati scritti (si cita il parere di Ricciotti) “senza curarsi della connessione cronologica e talvolta anche logica” (“allegria!”, direbbe Mike Bongiorno), punta deciso sul parroco.

 

Si rammarica di non poter fare domande durante l’omelia domenicale e di non poter presenziare, a causa dell’impegno richiesto dalla famiglia, a certe riunioni serali del giovedì. Troppo presi poi dal clerically correct sono i preti, poco disponibili a sciogliere i dubbi biblici delle loro pecorelle.

Ma Cammilleri dovrebbe sapere benissimo che esistono in commercio sussidi pastorali (ad esempio la serie dei vangeli “letti da una comunità”, della EDB) fatti da parroci d’alto bordo, particolarmente ben attrezzati in materia di esegesi (oggi poi si può trovare praticamente tutto anche online).

 

Povero parroco! Almeno si provveda a dargli prima un colpo di telefono, dicendo che cosa si vuol sapere, perché possa prepararsi un momentino. E occorre ricordare sempre che può accadere che quella medesima cosa il reverendo della parrocchia accanto la spieghi diversamente.

Ridicolo comunque dire che per chiarirsi i dubbi bisogna andare in biblioteca e restarci anche fuori orario. Basterebbe una buona Bibbia (la TOB; o la Bibbia di Navarra, per il Nuovo Testamento), oppure un buon libro di apologetica articolato alfabeticamente o per domande e risposte (ce ne sono tanti in commercio).

 

Ci sono poi i Padri, dice Cammilleri (“sicuramente qualche Padre avrà risposto da qualche parte”). Certo, nei 382 volumi della “Patrologia” greca e latina del Migne si può trovare tutto e il contrario di tutto. La Tradizione è un enorme calderone dove si può pescare quel che si vuole.

Non è come con gli apocrifi, operette unitarie e quindi scomode, in quanto suscettibili di inserimento nel canone solo nella loro integrità: per questo, ad esempio, non sarebbe mai potuto entrare nel canone il cosiddetto “Protovangelo di Giacomo”, che contiene sì il racconto - assai caro alla devozione cristiana - della presentazione di Maria al tempio, ma subito dopo sfortunatamente ci informa che san Giuseppe quando sposò la Vergine era vecchio e aveva già quattro figli.

 

Con la Tradizione questi rischi non si corrono: si può piluccare un’affermazione e incorniciarla sino a farne una verità di fede; ignorando però, se è il caso, quel che si dice soltanto cinque righe più avanti, e che rasenta magari l’eresia.

Ma anche qui vale quel che si è detto sopra: quanto di meglio i Padri possono aver scritto per spiegare qualche passo o parola imbarazzante, nove volte su dieci lo si troverà citato nei migliori commenti, senza mettere in croce il parroco o il bibliotecario.

In ogni caso, è impossibile non chiedersi: questa, tanto bisognosa di sussidi ermeneutici, sarebbe la Rivelazione che si indirizza ai “semplici”?

 

 

Abbiamo visto dunque alcuni atteggiamenti quanto meno un po’ strani da parte del nostro CUB. Ma tutto risulta chiaro alla fine, quando l’autore, in nome dell’apologetically correct, toglie la parola al “comune utente biblico” e ci assicura che la biografia del Ricciotti “offre una spiegazione di molte fra le incongruenze” che egli ha creduto di rilevare e “rimane un testo di capitale importanza per chi voglia sapere come davvero debbano essere andate le cose”; e, soprattutto, che “i lavori del Ricciotti (cui vanno aggiunti quelli notissimi di Vittorio Messori) sono fondamentali per cavarsi ogni dubbio [sic!] sulla storicità dei vangeli, che sono vere cronache di cose realmente accadute”.

Tanto realmente, ci permettiamo di aggiungere, da essere addirittura accadute al tempo stesso in due, tre o quattro modi diversi. Una sorta di affascinante “iperrealtà”.

 

Ma ancora più interessante è leggere che “ormai, quelle antiche mentalità ci sono estranee”.

Ammissione sacrosanta e importantissima. Vediamo però quel che segue: “Oggi abbiamo a disposizione soltanto i frammenti evangelici, scritti, per giunta, a scopo catechetico e non storico, figurarsi letterario.”

 

Qui troviamo una verità e una bugia. È vero che gli evangelisti mirano alla catechesi e non a informarci disinteressatamente su quel che ha detto e fatto Gesù (e con ciò si smentisce tutta l’enfasi precedentemente posta da Cammilleri sul presunto rigore cronachistico di Luca); ma non è vero che non abbiano preoccupazioni letterarie: purtroppo hanno anche quelle (in particolare, ancora una volta, proprio Luca); e anche quelle contribuiscono, come abbiamo visto, in quanto “scelte” dell’autore sacro, a rendere meno diretta e fedele la testimonianza.

 

Ma è soprattutto la conclusione che risulta inaccettabile: “Questi e solo questi [frammenti evangelici] sono stati ‘ispirati’ proprio perché superassero i confini del tempo e dello spazio onde valere per tutti e per sempre”.

Non si vede perché per l’evangelizzazione universale non si prestassero meglio testi meno condizionati da preoccupazioni contingenti, pratiche, nonché pastorali e teologiche, visto che “quelle antiche mentalità ci sono estranee”. 

 

Così dunque Cammilleri, apologeta atipico, rende omaggio in extremis al credo apologetico.

Ma non può fare a meno di riconoscere che “il cristiano comune [ossia il comune utente biblico, di cui egli stesso è stato per tutto il libro un’eccellente incarnazione] non può non rimanere lì per lì frastornato se li scruta privo di guida”. 

Altra ammissione sacrosanta.

 

Per finire, ci piacerebbe comunque fare qualche domanda al nostro autore.

Ad esempio, questa: perché fa dell’ironia sull’appuntamento in Galilea dato da Gesù e non onorato dagli apostoli? Per quanto riguarda le divergenze sulla sede delle apparizioni, non ha letto Messori? Non dice lei stesso che spiega tutto, o quasi? Come mai dunque casca dalle nuvole? E pensa forse che il suo parroco ne sappia più di Messori, che ha passato anni e anni a studiare questi argomenti?   

 

Qui i casi sono due: o Cammilleri non ha neppure letto il libro di Messori o dobbiamo concludere che le argomentazioni del collega non hanno minimamente scalfito i dubbi suscitati in lui, nei panni del CUB, dalla lettura dei racconti della Risurrezione.

Dal che si deve inoppugnabilmente concludere che tale libro ha fallito il suo scopo anche nei confronti di un lettore che si doveva presumere particolarmente ben disposto ad accettarne gli argomenti.

 

Ma se l’apologetica di Messori non riesce a convincere neppure Cammilleri, compagno di lavoro e di fede, nonché apologeta ufficialmente riconosciuto e in servizio permanente effettivo, allora si deve concludere che l’apologetica stessa è veramente alla  bancarotta.   

 

     

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