Wednesday, 22 November 2017
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 Radio Maria, o la dittatura del padrelivismo

 

 

 

In “Padre Livio demolitore” parliamo dell’idiosincrasia del nostro religioso per ogni forma di reale contraddittorio - o anche di semplice dialogo - con qualsiasi esponente dell’ateismo o dell’agnosticismo, nonché con credenti e religiosi di orientamento più o meno diverso dal suo. Ora proviamo a chiederci se il dialogo è presente almeno all’interno dell’istituzione in cui egli opera.

Ahimè, qui la risposta è ancor più decisamente negativa: all’interno di Radio Maria non vi può essere per padre Livio alcun dialogo per il semplice fatto che non vi è nessuno con cui dialogare.

 

Tempo fa, quando scoppiò il caso di mons. Stenico, un amico ci chiese informazioni sullo scandalo che aveva coinvolto, disse, “uno dei preti di Radio Maria”. Ci affrettammo a precisare che il religioso non era un prete della radio, ma un semplice collaboratore esterno. L’episodio ci diede però l’occasione di riflettere sul fatto che a Radio Maria non vi è alcun prete, né alcun frate, all’infuori di padre Livio.

 

Proprio così. Livio Fanzaga è l’unico religioso di tutto lo staff. Collaboratori fissi sono alcune fidatissime donne, in primis l’insostituibile Roberta; per il resto, il personale è composto unicamente da tecnici responsabili del funzionamento dell’emittente e da impiegati degli uffici amministrativi.

Il che equivale a dire che i collaboratori fissi si trovano solo a livello di manovalanza. Per i contenuti, ci si avvale esclusivamente di collaboratori esterni, ciascuno dei quali si occupa solo della propria rubrica settimanale o mensile.

 

Padre Livio ovviamente invita solo personalità di cui ritiene di potersi fidare; ma se l’invitato dice qualcosa che a lui non va a genio, non esita a cacciarlo, come fece ad esempio con Silvano Fausti, di cui erano state trasmesse alcune audiocassette; oppure gli dà pubblicamente un’energica tirata d’orecchie, come capitò, tra gli altri, a padre Amorth e a padre Blandino.

Per quanto poi riguarda Medjugorje, ammette di aver ufficialmente proibito a tutti i suoi collaboratori di parlarne, riservandosene l’esclusiva.

 

Può capitare di sentirlo dire, ad esempio: “Se viene da noi qualcuno, anche titolato, che poi dice cose teologicamente scorrette, lo caccio”. Pur accennando, col “noi”, a Radio Maria come a un’istituzione, e quindi una comunità, mai potrebbe dire “lo cacciamo”: per definizione, la decisione del licenziamento – come quella dell’invito, del resto - non può essere che sua al cento per cento.

E se necessario la prende sui due piedi, senza provvedere a consultarsi con alcuno. Non si può infatti assolutamente immaginare chi mai potrebbe essere questo ipotetico consulente. Intorno al “direttore” non vi è alcuna “direzione”, ma il deserto.

 

Anche don Tino Rolfi, incaricato della “Serata sacerdotale”, e Angelo Maria Tentori, titolare del “Corso di mariologia”, presenti entrambi fin dai primi tempi della Radio, hanno qualcosa da dire solo nel ristretto spazio della loro rubrica settimanale. Non vi è insomma alcun consulente teologico.  Padre Livio è arbitro e giudice unico su tutti gli argomenti riguardanti la fede.

Non esiste un comitato di redazione, il capo redattore  è anche redattore unico. Ed è incredibile, per non dire decisamente anomalo, che nel gruppo dirigente di una radio religiosa delle dimensioni di Radio Maria, che conta sul territorio nazionale più ripetitori della stessa RAI e vanta milioni di contatti giornalieri, figuri un solo religioso.

 

Il dialogo, il confronto delle idee - rifiutato, come si è detto, nell’ambito pubblico, quello dei media – viene dunque accuratamente evitato dal Nostro anche all’interno della struttura stessa in cui opera.

Per non correrre alcun rischio, egli non ha mai voluto accanto a sé, nella conduzione della radio, nessuno che avesse titolo per poter esprimere un parere su una qualunque questione teologica o esegetica o pastorale. Egli è il solo teologo titolato, il solo che abbia regolarmente frequentato un seminario, il solo autorizzato a dir messa.

Così, unico alfabetizzato in un gruppo di analfabeti o semianalfabeti, si sente al riparo da possibili obiezioni, che risulterebbero irritanti anche quando fossero timide e rispettose. Del resto, penserà, a che scopo avere accanto gente che la pensa come me, quando a pensare come me basto io? Il “pensiero unico” in effetti non si realizza mai così efficacemente come quando a pensare è uno solo.

 

Anche nei libri scritti in coppia il partner è sempre un laico, un giornalista: non perché egli ne abbia bisogno per dare forma linguisticamente corretta alle proprie idee (la maggior parte dei libri li scrive da solo), ma per instaurare in partenza un rapporto maestro/discepolo, in cui quest’ultimo al massimo espone qualche perplessità facendosi portavoce dell’umile credente: un credente che si presuppone sostanzialmente sprovveduto, ingannato dal mondo e comunque non in grado di intendere correttamente i testi biblici, le questioni teologiche e i disegni del cielo. Padre Livio è il maestro che rispondendo fuga ogni dubbio.

 

Abbiamo in sostanza un caso esemplare di identificazione dell’uomo con l’istituzione; fatto decisamente anomalo, ripetiamo, se si considerano le dimensioni fuori del comune di tale istituzione. Si licet parvis componere magna, possiamo dire che, come per molti teologi il cristianesimo non è che la persona stessa di Gesù Cristo, così Radio Maria è padre Livio, e padre Livio è Radio Maria.

One man radio, insomma. E per certi aspetti, considerando la programmatica e onnipervasiva enfatizzazione del fenomeno Mediugorje, one man theology o one man religion.

 

Tutto questo ha rilevanza anche per quanto riguarda il problema della successione, evento che al Nostro auguriamo il più lontano possibile. Anche ammesso che egli abbia già il candidato in pectore, è indiscutibile che non gli fa fare alcun tirocinio, non gli dà la possibilità di addestrarsi a un compito tanto delicato.

Après moi le déluge. Forse pensa di essere immortale, o pensa che a suo tempo provvederà la Madonna.

Non è assolutamente possibile intravedere un “numero due”, e tanto meno un numero tre o quattro. Padre Livio è numero uno e unico. Qualsiasi ipotetico collaboratore gli appare come un intralcio, un fastidio, una presenza ingombrante e molesta.

Per esprimere la cosa in termini clinici: padre Livio presenta una spiccata allergia ad ogni forma di condivisione del potere di giudizio e di decisione in materia di fede. Il solo pensiero di poter ricevere una evangelica “correzione fraterna” gli fa venire l’orticaria.

 

Per questo, considerato che oggi è di gran moda in certi ambienti pontificare su una presunta “dittatura del relativismo”, ci siamo permessi di adeguarci parlando di “dittatura del padrelivismo”.

Ci si perdoni la singolarità della coniazione. Padre Livio se la merita, perché indubbiamente è persona molto singolare. In tutti i sensi.

 

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